1 set 2010

urlo

I saw the best minds of my generationdestroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves throughthe negro streets at dawn looking for an angry fix, angelheaded hipsters burning for the ancient heavenlyconnection to the starry dynamoin the machinery of night…

San Francisco, 1955.Nella Six-Gallery il giovane Allen Ginsberg recita per la prima volta il suo poema, Howl. 2 anni dopo, quando la City Lights books di Ferlinghetti lo pubblica, il volume e il suo editore verranno messi sotto processo per il contenuto osceno e il dubbio valore letterario (non oso pensare cosa sarebbe successo a Moccia).Il film si sviluppa in un’alternanza di scene: il processo (con un delizioso John Hamm nel ruolo dell’avvocato difensore di Ferlinghetti), l’intervista a Ginsberg, le scene in bianco e nero in cui il poeta (interpretato da un ispirato James Franco) declama i suoi versi a un pubblico ammirato e le scene in animazione, in un mix lisergico e allegorico.Bello, anche se credo che un film del genere meritasse la versione in lingua originale coi sottotitoli, ma, si sa, non si può aver tutto.

26 ago 2010

Pietro

Che io me la ricordo quella mattina che, girando nella mia solita via dietro l’ufficio trovai la strada sbarrata per delle imprecisate “riprese cinematografiche”, che mi costrinsero ad un tortuoso giro dell’oca facendomi entrare in ritardo. Che, oltre a indispormi verso l’umanità per il resto della giornata, mi fecero sorgere spontanea la domanda: “Ma che cazzo di film devono girare in questa via di merda?”.Ieri sera l’ho scoperto: “Pietro” di Daniele Gaglianone, unico film italiano in concorso all’ultimo festival di Locarno, che, pare, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa.Il film, interamente girato a Torino, nella zone attorno al mio ufficio, ci parla appunto di Pietro, che si guadagna da vivere distribuendo volantini e vive in un alloggio fatiscente col fratello Francis, tossicodipendente fastidioso, con la tipica parlata da tamarro torinese (avete presente il vecchio personaggio della Littizzetto, Minchia Sabry? Ecco, la sua versione maschile, ma meno simpatica) che frequenta un locale pieno di altri tamarri solo un po’ meno tossici che si divertono come dei fessi a prendere per il culo il povero Pietro. Che, quando conoscerà una ragazza “assunta” per fare il suo stesso lavoro, capirà che oltre a quella vita fatta di niente c’è dell’altro.

3 ago 2010

‘na botta de vita

Sabato scorso io e s.b. siamo state a Milano. L’occasione (o il pretesto) era visitare le due mostre fotografiche allo Spazio Forma, "sulla scena" di Phil Stern e "vite private" di Erwin Olaf. Così siamo partite, e, percorrendo un’autostrada trafficata nella direzione opposta, siamo arrivate a Milano. Raggiunto come di consueto il parcheggio di Lampugnano, visti i precedenti, ho avuto l’accortezza di parcheggiare lontano da pilastri, cancelli, muri e oggetti contundenti. Quindi, con in sottofondo un matto che inveiva contro questo mondo e quell’altro, ci siamo dirette in metropolitana. Abbiamo fatto un giro in corso Vercelli, per variare un po’ le nostre prospettive di shopping, quindi, raggiunta Cadorna, siamo arrivate in Duomo e da lì, prendendo LA 3 (prima che il dottor Piazza mi corregga di nuovo) siamo arrivate al Forma, e, visto che erano le 13.30 passate già da un pezzo, abbiamo pranzato. Perchè da Forma si mangia, bene, spendendo poco. Abbiamo preso un piatto di gnocchi burro e salvia, praticamente perfetti. Poi ci siamo dedicate alle mostre, dando modo ai nostri apparati digerenti di fare il loro lavoro al fresco dell’aria condizionata. Gli scatti di P.Stern sono un tuffo nella storia, foto in bianco e nero di celebrities del passato, da Marylin Monroe a Louis Armstrong, passando per Frank Sinatra, Dizzy Gillespie e James Dean. Sua è infatti la famosa foto di Dean col maglione sugli occhi. Erwin Olaf mi ha lasciata un po’ perplessa. Le foto sono indubbiamente belle, stilisticamente perfette, con una cura del particolare quasi maniacale. Ma fin troppo artefatte, fredde, quasi senz’anima (ovviamente questa è l’opinione della sottoscritta che – notoriamente – di fotografia non capisce nulla). Uscite da lì abbiamo ripreso il/la 3. Com’è, come non è, ogni volta che saliamo su un tram succede qualcosa. La volta scorsa una sosta prolungata alle colonne di San Lorenzo, questa volta la vettura che precedeva la nostra ha avuto un guasto. Siccome a milano i tram deragliano, ma non sorpassano, ci han fatto scendere lì dove eravamo, praticamente in piazza XXIV maggio. Così – con la passeggiata fuori programma - ci siamo quasi sentite in obbligo di intervallare il nostro cammino entrando e uscendo dai negozi di Porta Ticinese. Che mi stavo pure comprando un delizioso vestito da Custo. Ma, non so perchè, mi tenni. Per il momento.

29 lug 2010

Il solista

Il film, basato su una storia vera, racconta di quando Steve Lopez, disincantato giornalista del Los Angeles Times, incontra per caso, sotto la statua di Beethoven, Nathaniel Ayers, talentuoso musicista che riesce a suonare su un violino a due corde. Nel presentarsi gli dice di aver studiato alla Juilliard. Lopez si incuriosisce e – deciso a scrivere un articolo sul bizzarro personaggio – prende informazioni su di lui, riuscendo a mettersi in contatto con la sorella. Scopre così che Nathaniel era una specie di bambino prodigio molto dotato, ma che la schizofrenia lo costrinse ad abbandonare gli studi musicali e il violoncello, e per questo motivo anche a lasciare la famiglia, scegliendo di vivere per strada.
Dopo la pubblicazione dell’articolo un’anziana violoncellista fa recapitare a Lopez il suo strumento, affinché Nathaniel possa riprendere a suonare il violoncello. Lopez però ha paura che, con quell’oggetto di valore Nathaniel possa rimanere vittima di qualche aggressione, e gli dice che potrà suonare il violoncello solo alla L.A.M.P., una comunità per senzatetto nel quartiere di Skid Row. Per Lopez quello che prima era solo un pezzo giornalistico diventa un’amicizia, nonché l’inizio di un viaggio nel disagio, in mezzo agli ultimi e ai reietti, in una realtà che è più comodo fingere di non vedere. Il film è indubbiamente interessante, ma l’averlo visto in una sala trasformata per l’occasione in una specie di cella frigorifera, non me l’ha fatto apprezzare come avrebbe meritato.

15 lug 2010

Affetti e dispetti (La nana)

Nella remota eventualità che ieri abbiate patito la mia assenza (non ve ne eravate nemmeno accorti, lo so) ci tenevo a rassicurarvi: stavo benissimo, ero in piscina in compagnia di sua bionditudine. E’ stata davvero una giornata dura. Pensare alla gente al lavoro mentre mi riposavo beata sul lettino a bordo piscina è stato a dir poco spossante. Per riprendermi ho dovuto immergermi per mezz’ora nell’idromassaggio, vi rendete conto? Lo so, sono superficiale. Ma cosa pensate, che non stia soffrendo per la fine della storia d’amore fra Belen e Corona? Comunque martedì sera – per giustificare la cena a base di granita e brioche siciliana – io e la bionda siamo andate al cinema. A vedere appunto quel film che mi ero persa all’ultimo TFF, che ha vinto premi un po’ di qua e un po’ di là, intitolato “la nana”, o, per dirla all’inglese, “the maid”. Ovvero la cameriera. E che, per il solito gusto tutto italiano di mandare in vacca un film iniziando dalla traduzione del titolo, nel bel paese è possibile vedere come “Affetti e dispetti”. Il film racconta la storia di Raquel, che, indovina un po’? fa la cameriera da oltre 20 anni a casa dei Valdes, benestante famiglia cilena composta da Mundo, il capofamiglia, Pilar, la paziente moglie, e quattro figli in età variabile dai 5 ai 20. Raquel è scontrosa e burbera, ma apprezzata nel suo lavoro. Soffre però di frequenti e violente emicranie e per questo motivo Pilar decide di affiancarle un’altra domestica, in modo da alleggerirle il lavoro.Ma la reazione di Raquel è quasi violenta. Boicotta metodicamente le nuove arrivate, dalla docile Mercedes alla risoluta Sonia. Ma quando un mattino Raquel sviene mentre serve la colazione, dovrà, suo malgrado, mettersi a riposo, mentre una nuova cameriera, Lucy, la sostituirà. Quando Raquel si riprende inizia a boicottare anche la nuova arrivata, ma la reazione di Lucy sorprenderà la stessa Raquel, che inizierà, dapprima con diffidenza, poi con crescente entusiasmo, a dare confidenza alla nuova collega. Ci sono alcuni passaggi trattati in modo un po’ superficiale, che ti lasciano con un po’ di curiosità, ma, a parte questo, il film è strano, e piacevole.

5 lug 2010

Brotherhood – Fratellanza



Lars, costretto a rinunciare alla promozione a sergente per alcune voci di presunte molestie sessuali nei confronti di alcuni suoi commilitoni lascia l'esercito e torna a casa, dove lo attendono una madre austera e impegnata politicamente, e un padre sottomesso.
Fra tutte le cose che potrebbe fare non trova di meglio che impiegare il suo tempo unendosi a un gruppo neonazista, che si ispira alle leggi della natura, ama il cibo bio e, naturalmente, impiega il tempo dando fuoco alle case dove vivono i pachistani e organizzando spedizioni punitive nei confronti dei gay.
Per il suo "apprendistato" gli viene affiancato Jimmy, controverso e - a suo modo - carismatico.
Inaspettatamente fra i due scoppia la passione, ma, se provieni da un contesto in cui l'omofobia è praticamente un obbligo morale, è assolutamente normale che le cose inizino a complicarsi.
E quando esci dalla sala, oltre a pensare "che grandissime teste di cazzo", ti scopri anche un po' dispiaciuta nei confronti di quella specie di eroe negativo.

2 lug 2010

City island



City Island è un tranquillo villaggio di pescatori nel Bronx.Anche la famiglia di Vince Rizzo, agente di custodia in un carcere, ha tutta l’aria della tranquilla famiglia americana. Ma tutti hanno i loro piccoli segreti.Vince adora Marlon Brando e, facendo credere alla moglie di andare a giocare a poker, si è iscritto ad un corso di recitazione, perchè il suo sogno è sempre stato quello di recitare.Vince Jr., il figlio, ha una passione per le fat chicks, e, smanettando su internet con la carta di credito di sua madre, scopre che la sua vicina di casa ha un sito, e inizia a seguirla...Vivian, la figlia, ha perso la borsa di studio al college e si mantiene facendo la lap dancer in uno strip club; Joys, la moglie, è insoddisfatta.Fra le altre cose, ogni membro della famiglia fuma di nascosto, facendo credere agli altri di aver smesso. Quando Vince scopre che Tony Nardella (che è suo figlio, avuto da una relazione giovanile) è detenuto nel carcere in cui lavora accetta di prenderlo in custodia, senza però svelare al ragazzo chi è veramente, le cose precipitano ma, in un crescente e spassoso gioco di equivoci, alla fine tutto si sistemerà.Ho riso di gusto, cosa non scontata e che non guasta mai, e mi sono anche rifatta gli occhi grazie a Steven Strait.

21 giu 2010

Il padre dei miei figli

Che poi si tratta di figlie. Femmine. Tre.
Ma chissenefrega, in fondo.
Il padre in questione è tal Grégoire Canvel. Che trascorre i minuti iniziali del film guidando, fumando, e parlando al cellulare. Che io ho pure pensato: adesso si schianta e finìu u film. 
Invece no. Capita che lo fermi la gendarmeria per eccesso di velocità e gli comunichi che ha esaurito i punti della patente.
Ma questa è un’altra storia, che non c’entra niente col film.
Grégoire è un produttore cinematografico. Dirige la Moon Film, che produce piccoli film indipendenti. Ama il suo lavoro, e per produrre l’ultimo film di un emergente regista svedese ha sforato di parecchio il budget, mentre la Moon Film navigava a vista tra i debiti, con la bancarotta all'orizzonte. 
Nonostante le continue rassicurazioni della moglie (Chiara Caselli, che io invidiai tantissimo, nel 1991) Grégoire non è disposto ad accettare il fallimento, e si uccide.
Liberamente ispirato alla storia del produttore francese Humbert Balsan, che, sopraffatto dai debiti sì suicidò nel 2005, il film non trascende mai nel melodrammone patetico, evitando scene strappalacrime di funerali e pianti di famiglia, né si permette di trarre una morale.
Anche se, dopo il secondo cane di “A single man”, la macchina rigata di “Mine Vaganti” anche qua la domanda sorge spontanea: che documenti ha bruciato Grégoire?

16 giu 2010

La regina dei castelli di carta

Riassunto delle puntate precedenti: Qui e Qua
Quo come sempre s’è dato. 
In ogni modo, visto che dall'ultima volta son passati 8 mesi, mi pare di ricordare che Lisbeth, sopravvissuta per miracolo a un incontro/scontro col misterioso Zala (che alla fine si scopre essere suo padre, mentre il marcantonio con l’analgesia congenita è il suo fratellastro) viene ricoverata in ospedale, dove, combinazione, è ricoverato anche quel gentiluomo di suo padre, che riceve visita da un arzillo gruppo di vecchietti che tramano contro tutto e tutti, cercando di impedire che si venga a sapere non si sa bene cosa. E infatti io per la prima ora e mezza ho fatto un po’ di fatica a seguire tutto l’intreccio dei personaggi, che ogni cinque minuti ne arrivava uno nuovo e io mi chiedevo “e questo chi cazzo è”?
Alla fine poi si capisce che c’è tutto un complotto che dura dagli anni 70, quando Zalachenko – agente segreto disertore dell’Unione Sovietica – veniva usato da un reparto deviato dei Servizi Segreti. Ma per fortuna ritroviamo Blomkvist, sempre elegante come un mendicante di Calcutta, che continua a cercare di scoprire la verità e soprattutto il motivo per cui tutti ce l’hanno con la povera Lisbeth, che nel frattempo si sta riprendendo, e presto uscirà dall'ospedale per affrontare il processo, dove, grazie ad una falsa perizia psichiatrica redatta dal corrotto e viscidissimo (e pure un po’ pedofilo) dottor Teleborian, i vertici di quella specie di Gladio dei Fiordi vorrebbero insabbiare tutta la vicenda mettendo a tacere Lisbeth per sempre.Se volete sapere qualcosa in più, vi consiglio la lucida recensione del dottor Piazza.


14 giu 2010

Il segreto dei suoi occhi

Se pensate che il panorama cinematografico pre-estivo offra poco o niente, fra principi di persia, buchi e destinazioni finali in 3D, saw 27, Menopause in the City e via andare, non siete molto lontani dalla realtà. Anche le mie ultime esperienze in sala (fra “copia conforme” – che definire una sola galattica sembra quasi riduttivo – e “the road”, che non è un brutto film, vuoi perchè è tratto da Cormac McCharty, vuoi perchè anche in questa occasione il buon vecchio Viggo Mortensen non esita a mostrarsi nudo, ma l’atmosfera che pervade tutta la pellicola è così grigia, cupa e post-apocalittica che esci dalla sala con un senso di oppressione che nemmeno la miglior granita siciliana di tutta Torino riesce ad alleviare), sembravano confermare la tendenza. E invece questo film argentino, vincitore dell’oscar come miglior film straniero, nonostante il mio scetticismo iniziale, è stata una piacevole smentita: qualche film decente, in programmazione, ancora c’è.
Benjamin Esposito è un ex funzionario del tribunale di Buenos Aires. 
Dopo essere andato in pensione decide di scrivere un romanzo. 
E sceglie di raccontare una storia di 25 anni fa, riguardante lo stupro e l’omicidio della giovane Liliana Coloto, compiuto da un conoscente della ragazza, che rimarrà impunito. 
Fra continui flash back vedremo come la storia di Liliana si trasformi in una specie di ossessione non solo per il giovane marito rimasto vedovo, ma per Esposito stesso, in qualche modo “vedovo” di un amore apparentemente mai corrisposto per Irene, la sua superiore.