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17 nov 2015

Viaggio in Thailandia
da Sukhothai ad Ayutthaya

Sabato, 3 ottobre. 
Abbiamo due terzi di viaggio alle spalle, e soltanto una settimana ci separa dal ritorno in Italia. L'anno scorso durante il viaggio in Vietnam avevo avuto la netta sensazione - mai provata in precedenza - che i giorni passassero in maniera fin troppo veloce in una sorta di fast forward: eravamo appena arrivate ed era già ora di tornare a casa, quest'anno per fortuna non è successo e i giorni hanno avuto il buon gusto di susseguirsi a velocità "normale". 
Facciamo colazione, paghiamo il conto della lavanderia e aspettiamo il tuk tuk che ci porterà al bus terminal, ringraziamo e salutiamo la signora dell'hotel, che ci accompagna al tuk tuk e rimane sulla strada a salutarci sorridente.
Aspettiamo il nostro autobus mentre inizia a piovere. 
Questa volta abbiamo i posti assegnati, il bus è abbastanza pieno e con l'aria condizionata a palla, che ovviamente non si riesce a regolare. Ci imbacucchiamo nelle sciarpe cercando più o meno inuitilmente di dirigere il getto dell'aria il più lontano possibile da noi.


Dopo quattro ore, quando iniziavamo a perdere le speranze, finalmente facciamo una sosta. 
La mia vescica ringrazia. 
Compriamo anche qualche schifezza da mangiare, tipo dei bellissimi biscottini dalla consistenza - scopriremo poi - un po' gessosa, che ci seguiranno fino a Bangkok e che, dopo averli assaggiati, chiameremo con affetto "gessetti". Torniamo sul bus e la bigliettaia passa a distribuire un pacco di biscotti a testa. Ad averlo saputo (per saperlo sarebbe stato sufficiente leggere il biglietto, ad esempio) avremmo evitato di comprare i gessetti, forse. Poco male, ci serviranno per fare colazione a Bangkok.
Passano un paio d'ore (per un totale di sei) e il bus si ferma. La bigliettaia ci dice che siamo arrivate ad Ayutthaya, e che dobbiamo scendere. Nella mia enorme ignoranza, mi ero fatta l'idea che Ayutthaya fosse un paesino piccolo e carino, tutto concentrato attorno al parco storico.
Sbagliavo.
Pensavo anche che il bus si sarebbe fermato al terminal degli autobus, nel paese.
Ma sbagliavo ancora.
Siamo su una strada a scorrimento veloce, in piena periferia, e, vista da qui, Ayutthaya ha lo stesso fascino di una qualsiasi città attraversata da una tangenziale. Insomma, sembra di essere al fondo di Corso Orbassano (per i Torinesi) o di Viale Fulvio Testi (per i Milanesi), praticamente in mezzo al niente intervallato da brutte costruzioni di cemento.
Però c'è il sole e fa caldo. Molto caldo.
Realizzato che non siamo alla stazione dei bus, ce ne facciamo in qualche modo una ragione, anche perché non abbiamo altre opzioni, e raggiungiamo una pensilina dove stazionano un po' di uomini che sembrano tassisti. Vedendoci arrivare con due valigie non fanno una piega e non ci degnano di uno sguardo.
Ci sediamo un attimo e io mi accendo una sigaretta. Uno degli uomini sembra improvvisamente essersi accorto di noi e ci chiede se dobbiamo andare da qualche parte. No, figurati, volevamo star qua ferme sul bordo di una superstrada assolata per un paio d'ore, sai com'è. Si offre di portarci al B&B in moto. Col famoso senno del poi forse ci conveniva accettare. 
Gli diciamo che in moto non ci sembra il caso, e che preferiremmo un taxi. Allora lui chiama uno degli uomini di prima, io "esco" la prenotazione del B&B - stampata in thai - e li sento dire "ban boonchu" "aaaah, ban boonchu", e poi arrivano tutti gli altri, ognuno ripete "ban boonchu", tutti conoscono la strada ma sembra che nessuno abbia intenzione di muovere il culo per portarci. Ricevo un paio di complimenti per i tatuaggi, il foglio della prenotazione passa di mano in mano, è tutto un "ban boonchu" con - immagino - le indicazioni per la strada più veloce per arrivarci, e, alla fine, il viaggio lo vince un tizio che sembra la versione thai di Danny Trejo: trucidissimo, con catenazza d'oro al collo, capelli unitissimi ma, soprattutto, che non parla/capisce non solo l'inglese, ma nemmeno il linguaggio dei gesti.
Partiamo, e, dopo quasi mezz'ora di marcia arriviamo nella via del nostro B&B, ovvero il Ban Boonchu. 
La via è una strada con due carreggiate, una per senso di marcia, su cui si aprono, a sinistra e a destra, strade perpendicolari con lo stesso nome contraddistinte dal numero progressivo. A sinistra i numeri dispari, soi 1, soi 3, soi 5 ecc, a destra i numeri pari, soi 2, soi 4, soi 6 e via così.
Noi dobbiamo andare al soi 4, ma siamo sul lato della strada dei soi dispari. Il tassista si guarda intorno, spaesato. Noi cerchiamo di fargli capire che il Ban Boonchu è dall'altra parte della strada, quindi deve soltanto arrivare al fondo della via in cui siamo adesso e tornare indietro (vedi immagine sotto, con percorso verde indicato).
Facile, no?


L'avessi spiegato al mio gatto ci avrebbe portati a destinazione in 45 secondi. 
E invece.
Lui non capisce una mazza fionda, arriva al fondo della strada, e, invece di fare inversione e risalire, gira a sinistra.
Il mio sguardo assume l'espressione da "ma che cazzo fai?" mentre io e la bionda ci guardiamo, incredule. 
Si ferma. 1*
Scende dalla macchina.
Va a parlare con qualcuno, che gli spiega... la teoria della relatività, probabilmente. Risale in macchina. Fa un giro assurdo e dopo cinque minuti siamo al punto di partenza. Io e la bionda ci guardiamo, e cerchiamo nuovamente di fargli capire, a gesti, che dobbiamo andare "di là", trovandoci di fronte al vuoto cosmico.
Fa un altro giro a vuoto.
Poi un altro ancora.
Noi dietro a sbracciarci indicandogli la direzione.
Inutilmente.
Si ferma ancora. 2*
Ferma due ragazzini a piedi, e chiede loro qualcosa (presumibilmente il risultato della partita Chonburi-Suphanburi). Questi ci guardano, si guardano, ci riguardano, pensano si tratti di uno scherzo, poi prendono il foglio della prenotazione che gli sporgiamo e iniziano a dare indicazioni.  
Il nostro uomo fa per ripartire, ma si capisce chiaramente dalla sua espressione che o non ha capito, o non ha ascoltato, o tutte e due, fa il giro delle sette chiese, si allontana di tipo cinque km per poi tornare, indovinate? al punto di prima. Mi verrebbe voglia di scendere dalla macchina, dargli una pappina sul coppino e mettermi a guidare il suo taxi. Ma nel frattempo lui si è fermato.
PER.
LA.
TERZA.
VOLTA. 3*
Gli facciamo il segno del telefono, indichiamo il numero sul foglio, gli diciamo di chiamare il B&B. Lui sembra capire (sto cazzo), prende il telefono, cambia gli occhiali, e lo osserva. 
Il telefono, non sto cazzo. 
Posa il telefono, ricambia gli occhiali e spegne la macchina.
E resta lì. Immobile. Senza parlare, senza guardarci.
Noi due iniziamo a non poterne più, siamo in quel cazzo di taxi da UN'ORA, quando mezz'ora fa avremmo potuto scendere, attraversare la strada e raggiungere il Ban Boonchu, ma ormai è una questione di principio. Ci deve portare lì davanti. 
Alla fine sembra aver capito, rimette in moto, compie l'ennesimo inutile giro dell'isolato e poi, come per incanto, riesce a centrare - credo per puro caso - il famoso Soi4 in cui si trova il nostro bed & breakfast.
Mentre ci porge le valigie e noi gli diamo i soldi, ringraziando il cielo di aver pattuito il prezzo prima e di non avergli chiesto di azionare il tassametro, ci sorride. 
Io a quel punto non avevo più nemmeno la forza per incazzarmi, e avevo iniziato a ridere come una cretina.
(Per la cronaca, Chonburi-Suphanburi è finita 2 a 2).

Come stare un'ora su un taxi.

16 nov 2015

Viaggio in Thailandia
Sukhothai


E' il 1° ottobre ed è arrivato il momento di abbandonare Chiang Mai. Decidiamo di approfittare del tassista che tutte le mattine staziona davanti al nostro hotel lucidando il furgoncino con una cura incredibile per farci portare all'Arcade Bus Station. Ci sono due terminal, uno di fronte all'altro, e il tassista ci lascia giustamente in quello sbagliato. Attraversiamo la strada e raggiungiamo la biglietteria, siamo un po' in anticipo perché non abbiamo trovato gli orari da nessuna parte, e non tutti i bus diretti a Sukhothai fermano nella città vecchia, che dista una dozzina di chilometri dalla Sukhothai moderna. Facciamo il biglietto (213 baht, nemmeno 6€) e aspettiamo. 
Piove un po' ma dovendo viaggiare la cosa non ci preoccupa affatto. Il viaggio dura cinque ore e mezza, con un paio di soste, compresa quella di un quarto d'ora verso l'ora di pranzo, in più il bus non è pieno e viaggiamo comode occupando un paio di sedili a testa. Arriviamo a Sukhothai, il tempo è un po' capriccioso, ma non piove. La fermata è proprio di fronte all'ingresso principale del Parco Storico, ma, per evitare complicazioni, prendiamo un tuk tuk per farci portare al nostro hotel, un po' decentrato, ma in una piccola via senza traffico. Struttura nuova, pulita, stanze con veranda o balcone, bagno molto carino, colazione discreta ma, soprattutto, personale di una gentilezza e disponibilità incredibili. 
Siccome ridendo e scherzando si è già fatta una certa ed è ormai pomeriggio inoltrato, decidiamo di fare due passi nei dintorni. La proprietaria dell'hotel vedendoci uscire ci viene incontro con un enorme sorriso e due ombrelli (che ci serviranno) e noi partiamo in direzione del Wat Chang Lom (o meglio, quello che ne resta) che si trova ad est (fuori dalle mura) rispetto alla parte "principale" del parco storico, in mezzo al verde delle risaie e al silenzio. A parte noi e i nostri ombrelli non c'è nessuno, e come primo impatto è senz'altro positivo. Poi si mette a piovere quasi seriamente, cosa che ci costringe addirittura ad aprire gli ombrelli e a decidere di rincasare. Siccome vivere a Torino ti porta erroneamente a credere pensare illuderti che tutti i posti del mondo adottino lo stesso schema urbanistico cerchiamo di tornare in hotel proseguendo sulla strada da cui siamo arrivate, pensando che prima o poi avremmo trovato una via perpendicolare che ci consentisse di ritornare sulla strada principale. 
Ma, siccome siamo a Sukhothai e non a Torino, non c'era nessuna via perpendicolare. E, dopo aver incrociato qualche residente che ci guardava in maniera curiosa, sicuramente pensando "ma queste due dove credono di essere, a Torino?" abbiamo deciso che era meglio tornare indietro. E di fermarci a bere un frullato in un piccolo locale gestito da tre simpatiche signore, che sono riuscite a capire quello che volevamo nonostante nessuna delle tre parlasse inglese. 
Il giorno dopo è ora di fare sul serio. Facciamo colazione e decidiamo che il parco noi lo visiteremo in bicicletta perche ci sembra la maniera più pratica e veloce, nonostante la sottoscritta non salga su una bici praticamente da quando e stata ad Hoi An, in Vietnam, l'anno scorso!
Noleggiamo le bici e partiamo. Per visitare il parco storico di Sukhothai si paga l'ingresso per te (100 baht) e per la tua bicicletta (10 baht) in tre punti differenti dell'area. Per un totale di tre ingressi. Anche perché non è detto che la gente decida di vedere proprio tutta l'area, e solitamente si limita a quella principale, dove c'è il Wat Mahathat a cui si accede dall'ingresso sulla strada statale dove c'è la fermata degli autobus. Noi no, noi abbiamo la bici, che ci frega?
Il tempo è migliorato, e stupa dopo stupa, chedi dopo chedi, in sella alle nostre biciclette giriamo tranquille e indisturbate (anche perchè la zona del parco, se si escludono i mezzi degli addetti alla manutenzione, è chiusa al traffico. Non c'è nemmeno tanta gente e riusciamo a fare foto senza folla (io detesto le foto con la gente). 

Dopo aver girato in lungo e in largo la zona centrale ci spostiamo nella seconda parte, paghiamo il secondo ingresso e arriviamo al Wat Si Chum, dove uno splendido e ottimamente conservato Buddha seduto si trova all'interno di una costruzione quadrata. Prendiamo da bere e scambiamo due parole con un ragazzo che vende dei dipinti davvero molto belli. Lasciamo anche questa zona, usciamo dalle mura e arriviamo al terzo (ed ultimo) ingresso. Qua  decidiamo di raggiungere un wat sulla sommità di una collina. Lasciamo le bici sulla strada, e ci arrampichiamo lungo il sentiero. Davanti a noi un uomo con il figlio che avrà cinque anni ad esagerare, e che, a differenza mia, arriva in cima senza il minimo sforzo. 
Però ne vale la pena, perchè la vista da quassù è davvero notevole. 

Scendiamo, risaliamo in sella, e riprendiamo a pedalare. Siamo su un fottutissimo falsopiano, si è messo a piovere e io inizio ad odiare la bicicletta. Torniamo all'interno delle mura, nel frattempo ha smesso di piovere e fa caldissimo. Raggiungiamo la zona del piccolo mercato all'interno del parco e decidiamo di mangiare qualcosa. Siamo due merde stanche e abbruttite e il pranzo, dei noodle con verdure buonissimi, ma soprattutto il watermelon juice ci rimettono in pace con il mondo. Dopo aver mangiato facciamo due passi nel mercato, e decidiamo di tornare a casa. Sulla strada del ritorno facciamo una sosta al mercato coperto, quindi raggiungiamo l'hotel e abbandoniamo le biciclette. Ho la sensazione di avere una scrambled vagiainah e l'idea di dover risalire su una bicicletta mi terrorizza. Ho il collo e i piedi abbronzatissimi, peccato che avessi dei sandali intrecciati e quindi sembrano maculati (genia!).
Faccio un tuffo in piscina e poi ritengo di meritarmi una pennica. E praticamente svengo nel letto...
Decidiamo che a cena ci andremo presto ma soprattutto a piedi. E alle 9 siamo a letto.






5 nov 2015

Viaggio in Thailandia
tra bianchi templi e fiumi (non propriamente) azzurri...

Chiang Mai, martedì 29 settembre.
Partenza alle 6.45, ma siamo riuscite lo stesso a fare colazione. Io ho pure recuperato la sciarpa che avevo dimenticato in piscina la sera prima. E, se ve lo state chiedendo (probabilmente no) sì, è sempre la stessa sciarpa che ho scordato sull'aereo a Dhoa.  
Partiamo e dopo 100 metri mi accorgo di aver dimenticato il telefono sulla panchina all'esterno dell'hotel. E, se ve lo state chiedendo (facilmente sì) sì, sono un po' rincoglionita. 
Chiedo gentilmente alla guida di tornare indietro, scusandomi tantissimo, e recupero il telefono. 
Mi vergogno anche un po', ma come sempre me ne faccio una ragione. 
Facciamo una sosta alle Mae Khajan Hot Springs, che si trovano a metà strada tra Chiang Mai e Chiang Rai. Volendo si potrebbero immergere i piedi nell'acqua (sulfurea), ma, alla prova dito è talmente calda che ci passa ogni voglia. Guardiamo la gente che si diverte a comprare le uova e a farle bollire nell'acqua, ne approfittiamo per andare in bagno e comprarci dei sanissimi snack (caramelle al tamarindo e chips di zucca) e si riparte.


E finalmente arriviamo nei dintorni di Chiang Rai, dove sorge il famosissimo Wat Rong Khun, noto anche come White Temple, per ovvi motivi. 
Oltre ad essere inequivocabilmente bianco, le decorazioni (barocchissime) sono arricchite da migliaia di specchietti, per riflettere la luce e creare un effetto particolare (oltre che abbagliante).
Il tempio, che, come la Sagrada Família di Barcellona è in perenne costruzione (si parla di una fine lavori nel 2070, ma dubito che qualcuno di noi a quell'epoca sarà ancora qua a confermarlo, io no di certo!) è opera del controverso artista Chalermchai Kositpipat, spesso accusato di essere dissacrante e sacrilego, e il motivo appare evidente soprattutto entrando nell'Ubosot: gli affreschi che rappresentano la vita del Buddha, sono arricchiti da personaggi (reali e/o fantastici) che spiazzano i fedeli o i semplici visitatori. Dall'Uomo Ragno a Po, passando per Hello Kitty e le Twin Towers. 
Purtroppo all'interno non si possono fare fotografie, quindi dovete fidarvi delle mie parole. 
All'interno del Wat Rong Khun l'espressione "trionfo del kitsch" assume un nuovo significato. Perchè, nonostante tutto, non potrete far altro che guardare meravigliati tutto questo "troppo" e rimanerne assolutamente affascinati.
Io poi ho pure trovato il timbro, quindi ero felice come una bambina!

Dopo aver abbandonato questo luogo incantato abbiamo raggiunto il ristorante, sulle rive del Mekong. Siamo nel Triangolo d'oro. luogo famoso negli anni principalmente per la coltivazione di oppio. Pare che il nome derivi dal fatto che l'oro fosse l'unica forma di pagamento accettata: un kg di oppio valeva un kg di oro. Siamo al confine tra Thailandia, Laos e Myanmar.


Saliamo sulla barca per un giro sul fiume. Le acque del Mekong - esattamente come in Vietnam - hanno un colore un po' inquietante, ma a me i giri in barca piacciono sempre, e, se c'è l'occasione, non me li faccio sfuggire. Sulla sponda "birmana" (non saprei come dire sponda del Myanmar: myanmarese?) stanno costruendo parecchi casinò, siccome - al momento - il gioco d'azzardo in Thailandia è vietato, e quindi i thailandesi che vogliono giocare devono oltrepassare il confine. 
Noi invece sbarchiamo in Laos, su un isoletta di cui non ricordo il nome, con un mercato turistico, dove, se hai pazienza, puoi trovare contraffatta anche tua nonna, con tanto di degustazione di whisky di serpente. Ovviamente l'alcolista che è in me ha voluto assaggiarlo a tutti i costi. 
Con il famoso senno del poi mi sono pentita di non essermi comprata una stecca di sigarette GoldenTriangle, al grido di "figurati se non le trovo ovunque!" 
Mai più viste.



Abbandoniamo il Laos, riattraversiamo il Mekong, torniamo in Thailandia e pure - con molto piacere - in possesso dei nostri passaporti. Si riparte verso Mae Sai e il suo tempio dello Scorpione. Dalla terrazza si vede il confine tra Thailandia e Myanmar. 
Ci fermiamo in un villaggio di Akha (etnia di origine cinese, dello Yunnan) e di Karen (di origine birmana), etnia famosa perchè le donne portano cerchi di ottone al collo fino ad allungarlo, e sono conosciute come "long neck" o "donne giraffa". 
A voler essere pignoli sarebbero Padaung, ovvero uno dei due gruppi in cui si divisono i Kayan, che, a loro volta, sono un sottogruppo dei Red Karen. 
Siete confusi?
Pure io.
Le donne giraffa sono indubbiamente affascinanti, e - nonostante io in questi casi mi senta sempre un po' a disagio, perché è come se un pullman di turisti arrivasse la domenica mattina a fotografarmi mentre sono in veranda a bermi uno spritz - non sono riuscita a non fotografarle, perché sono una turista di merda mi piacevano troppo.

28 ott 2015

Viaggio in Thailandia tra cascate e parchi nazionali

E' il 28 settembre, e oggi si va in "gita".
Siccome siamo pigre, ci siamo affidate ad un agenzia locale (noi abbiamo scelto la Travel Hub, ma, naturalmente, c'è soltanto l'imbarazzo della scelta) per effettuare un paio di escursioni nella zona. Niente che non si possa fare in autonomia risparmiando sicuramente qualche soldino, ma come ho già detto in precedenza, inizio ad averci una certa, e non è che se mi sbatto a cercare stazioni di autobus e coincidenze di treni aspettando seduta e sudata su un marciapiede divento più figa e avventurosa. O magari sì, ma sai che c'è? Chissenefrega.
Facciamo colazione sull'enorme tavolone comune dell'hotel, la scelta è varia e gli ospiti (quasi tutti cinesi) sembrano apprezzare molto. Io resto sul tradizionale, croissant, caffè e succo di frutta, che ali di pollo fritte e sticky rice non corrispondono esattamente al mio concetto di colazione. Più che altro perché le ali di pollo fritte non corrispondono proprio al mio ideale di cibo a qualsiasi ora, probabilmente. Questo finché avrò la fortuna di potermi permettere di scegliere, ma credo sia sottinteso.
Alle 8.35 arriva la nostra guida a recuperarci, e saliamo sul pullmino; i nostri compagni di viaggio sono una famiglia cinese silenziosa e tre ragazze di Taiwan molto simpatiche. La guida durante il viaggio ci spiega un sacco di cose in particolare sulla lingua thai, di come la stessa parola possa avere più significati (anche 5 differenti) a seconda della pronuncia, facendoci l'esempio di un termine (che ovviamente non ricordo) che può significare sia "carino" sia "brutto".  E quindi tu, neofita della lingua, mentre pensi di fare un complimento ad una ragazza, sbagli pronuncia e finisci per offenderla. Mi pare che la stessa cosa avvenga con il cinese, ma io è già tanto se riesco a farmi capire in inglese, quindi non mi sbilancio. 
Il giro di oggi è all'interno del Doi Inthanon National Park, e il Doi Inthanon con i suoi 2565 metri è la montagna più alta della Thailandia. 
Raggiungiamo la nostra prima tappa della giornata, ovvero le Sirithan waterfall, che si trovano a circa 80 km da Chiang Mai. Siamo in mezzo alla foresta, ma, per fortuna non mi punge nessun insetto. Le cascate non sono grandissime, e, sinceramente, nemmeno così entusiasmanti, per quanto lo spettacolo della natura sia sempre affascinante. Proseguiamo poi verso un villaggio fra le colline e le risaie, dove le donne tessono stoffe coloratissime al telaio.


Camminiamo un po' fra risaie e capanne (anche se ultimamente anche queste tribù hanno iniziato a costruirsi case in muratura) poi riprendiamo il viaggio e raggiungiamo le Wachirathan Waterfalls. Che sono un po' più "serie" delle precedenti, ma, senza scomodare Niagara, Iguazu o Vittoria, la nostrana cascata delle Marmore non ha nulla da invidiare... 

Wachirathan Falls (Thai: น้ำตกวชิรธาร lit. Diamond Creek Falls)
Però il cielo è azzurro, la temperatura decisamente gradevole e si sta benissimo. Camminiamo su e giù per le colline circostanti ed arriva l'ora di pranzo. Siamo pochi e mangiamo allo stesso tavolo, la famiglia cinese da una parte, sempre senza dire una parola, noi e le ragazze di Taiwan dall'altra, ridendo e condividendo le varie portate. Tutte  buone, abbondanti, e - soprattutto - piccanti in maniera quasi tollerabile. 
Ripartiamo in direzione delle moderne pagode del Re e della Regina (Phra Mahathat Naphamethanidon and Nophamethanidon) fatte costruire rispettivamente nel 1989 e nel 1992, in occasione del 60° compleanno dei sovrani. Essendo moderne hanno decisamente poco appeal, ma si trovano sulla sommità di due colline, una di fronte all'altra, circondate da stupendi giardini, e il colpo d'occhio è senz'altro notevole, nonostante il cielo si sia annuvolato. Facciamo un giro veloce, approfittando del fatto che ad entrambe le pagode si accede con una comodissima scala mobile... Evitiamo la visita dei giardini per berci un caffè, ricordando e rimpiangendo la bontà del caffè vietnamita.

the modern chedis of the King
Lasciamo anche questo luogo e raggiungiamo la sommità del Doi Inthanon. La temperatura è scesa notevolmente, ci sono 16 gradi. Questa mattina alle 6 ce n'erano addirittura 10! Incredibile. Si sta benissimo, siamo circondati dal verde, le cui sfumature sono altro che 50... 
Nel parco vivono tantissime specie animali, e se siete appassionati di birdwatching questo è senz'altro il posto che fa per voi.

Sulla strada del ritorno facciamo l'ultima sosta al Royal Project Research Station, costruito alla fine degli anni 70 per fare in modo che le popolazioni locali abbandonassero la coltivazione dell'oppio in favore di frutta e verdura. Le piantagioni di caffè hanno preso il posto dell'oppio, e ci sono serre in cui crescono piante e fiori di ogni tipo.

Rientriamo a Chiang Mai abbastanza presto, giusto il tempo per rilassarsi un po e prepararsi per la cena, prevista all'Old Chiang Mai Cultural Center con tanto di musica e danze tradizionali. Le danzatrici sono bellissime, magrissime e aggraziatissime, e, nonostante la musica non sia esattamente "celestiale" le osserviamo ammirate, mentre, leggermente impacciate, traffichiamo un po' dividendoci il cibo, sistemato su un piccolo tavolino rialzato (o un grande vassoio coi piedini, fate voi), comodamente sedute per terra. 

foto presa da www.lonelyplanet.com

26 ott 2015

Viaggio in Thailandia
Chiang Mai

Siamo a Chiang Mai, dove facciamo tappa per ben quattro giorni, finalmente possiamo anche togliere un po' di vestiti dalla valigia per farli "respirare". Arrivate all'ora di pranzo, dopo aver preso possesso della nostra camera siamo subito uscite per iniziare a visitare la città, partendo come dicevo nell'ultimo post, dalla visita del tempio più vicino al nostro hotel, il  Wat Phra Singh (per gli amici, ché il nome completo è Wat Phra Singh Woramahaviharn oppure  วัดพระสิงห์วรมหาวิหาร) che è uno dei pochi templi, fra quelli visitati, in cui abbiamo dovuto pagare un biglietto di ingresso (20baht, che pagano solo gli stranieri, i thailandesi no).

Dopo aver visitato il tempio in lungo e in largo abbiamo fatto un giro nel piccolo mercatino allestito nel cortile, e qua la nostra attenzione è stata attirata da un frutto che non avevamo mai visto in precedenza: il GAC.

Gac juice
Incuriosite ci siamo comprate una bottiglietta di succo per assaggiarlo, e devo dire che non è affatto male. Decisamente dissetante, e con un gusto dolce-acidulo e anche leggermente salato. Non diventerà di certo la mia bevanda preferita (anche perché non l'abbiamo più trovata da nessun altra parte) ma non è affatto male.
Uscite dal Wat Phra Singh, dopo essere state intervistate da una studentessa che stava facendo un'esercitazione di inglese in cui avremmo sicuramente fatto una figura barbina, ci siamo dirette al Wat Chedi Luang (Thai: วัดเจดีย์หลวง, lit. temple of the big stupa) probabilmente uno di quelli - fra i millemila visitati in questo viaggio - che mi è piaciuto di più, e dove contiamo di tornare di mattina per poter scattare alcune foto in favore di luce.

Wat Chedi Luang, Chiang Mai
Raggiungiamo quindi il Wat Chiang Man, o Wat Chiang Mun, a ridosso delle mura, che dovrebbe essere il più antico tempio della città, con un bellissimo "elephant chedi" (Chedi Chang Lom).
Siamo le uniche due visitatrici, e la cosa ci piace molto (vi ho mai detto che odio la folla?), possiamo girare indisturbate senza dover fare attenzione ad evitare le mandrie di selfisti che sto iniziando a detestare, loro e i loro cazzo di selfie-stick (che in molti siti - con mio sommo gaudio - sono vietati con apposito cartello, fra l'altro). Perché rovinare la bellezza che ti circonda mettendo la tua faccia da pirla in primo piano?


Chedi Chang Lom - the 'Elephant Chedi - Wat Chiang Man'

Abbandoniamo il tempio e torniamo verso l'hotel. Lungo la strada stanno già allestendo tutte le bancarelle per il Sunday night market, o Sunday walking street market, che ovviamente non vediamo l'ora di visitare.
Inizia a far buio, e noi, accaldate e anche un po' stanche, ci facciamo un bagno in piscina. Si sta divinamente. Dopo cena raggiungiamo il mercato, che si estende lungo tutta la Ratchadamnoen Road, dal Wat Phra Singh al Tha Pae Gate, oltre ad alcune viette laterali.
C'è di tutto, e, in gran varietà, e, cosa positiva e anche abbastanza rara, sono davvero pochi i banchi che vendono gli stessi articoli. Un tripudio di mille colori e mille sapori. Finalmente riesco anche a fare qualche acquisto. Perchè sono in Thailandia da una settimana e non ho ancora comprato nulla: iniziavo seriamente a preoccuparmi. Ma anni ed anni di esperienza mi hanno insegnato che, se non sei una venditrice di incenso sotto i portici di via Po o una lettrice di tarocchi in via Fiori Oscuri, il pantalone con gli elefantini stampati (a giudicare da quanti ne ho visti credo sia l'articolo più venduto in tutto il paese)  indossato a Torino e/o a Milano e/o un po' ovunque in occidente, diventa un po' ridicolo, almeno, a mio giudizio. Poi si sa, non sono fashion-blogger quindi potrei sempre sbagliarmi.
E, dopo tutto questo pippone, ho finito per comprarmi, tra le altre cose, un paio di pantaloni stampati pure io. Ma senza elefantini. Che insomma, dell'elefantino ho già le dimensioni, perché accanirsi?

Abbandoniamo il mercato comprandoci una bottiglietta di succo di maracuja, e andiamo a dormire. I prossimi due giorni sono dedicati ad un paio di escursioni nei dintorni di Chiang Mai, mentre l'ultimo giorno (30 settembre) torniamo al Wat Chedi Luang, che visitiamo con più calma.

Wat Chedi Luang. Apprendisti monaci in contemplazione


Ci spingiamo poi fuori dalle mura per visitare il Wat Lok Molee consigliatoci da una delle ragazze dell'albergo. Molto bello, in effetti.


Torniamo sui nostri passi, costeggiando le mura, Entriamo in un altro paio di templi e poi decido che è giunto il momento di farmi un piccolo sak yant sulla schiena, più precisamente un Hah Taew. La tecnica tradizionale del tatuaggio thai, che prevede l'utilizzo di una lunga bacchetta di bambù a cui è fissato un ago non è affatto dolorosa, e il risultato, alla fine, è questo:


Usciamo dallo studio di tatuaggi e andiamo a pranzo, poi decidiamo di abbandonare la città vecchia per visitare la moderna zona di Nimman, che raggiungiamo a bordo di un tuk-tuk.
La zona è piena di negozietti interessanti, alberghi di design e locali alla moda. Che, dopo tanta storia. un po' di modernità non guasta. Camminiamo senza meta lungo le strade del quartiere, entrando e uscendo dai negozi, fermandoci ogni tanto ad osservare la gente, fumandoci una sigaretta tranquille.
Sawasdee, Chiang Mai, è stato bello.