20 luglio 2018

Scozia 2018 - l'organizzazione del viaggio

Da amante di paesaggi esotici e spiagge bianche, dove si viaggia in infradito e canotta h24, e un plateau royal ti costa come un cornetto algida, la meta di quest'anno è stata la Scozia.
Come? La Scozia non è un paese esotico e con i soldi di un plateau royal forse riesci a comprare un cornetto algida? 
Forse avete ragione.
In ogni caso sono andata in Scozia ugualmente. 
E a luglio, cosa per me abbastanza insolita.
Il problema - se di problema possiamo parlare - è che i voli intercontinentali mi sfiniscono, all'arrivo sono rincoglionita per una settimana e al ritorno rimango rintronata per due. Quindi dovrei prendermi una settimana di ferie quando arrivo e due quando torno. E, siccome non sono Chiara Ferragni, la cosa è alquanto complicata. 

* * *
Itinerario iniziale

19 luglio 2018

Praga all'improvviso

Verso la fine di maggio mi scrive su whatsup Sua Bionditudine: "che ne dici di un week end a Praga a metà giugno?" 
La mia risposta, dovuta in parte alla formazione classica, in parte all'educazione elisabettiana, è stata: "Minchia sì!"
Eravamo state a Praga nel 1992. 
Mi ricordavo una città bellissima, e, siccome era marzo o giù di lì, anche un freddo maiale. 
Posso confermare che la città è tuttora bellissima, ma, complice l'assenza del freddo maiale - siamo pur sempre a giugno - è piena di gente. Quando dico PIENA, intendo TROPPO PIENA. Quando dico gente intendo BRUTTA GENTE. 
Lo so, non è un atteggiamento di pace e tolleranza il mio, anzi, diciamolo, sembro una fottutissima snob con la puzza sotto il naso. Ma è più forte di me, non ci posso fare niente. La gente è brutta. E non mi piace. E, che si sappia, sono effettivamente una fottutissima snob di merda. Perché le cose prima o poi bisogna pur dirle.

27 giugno 2018

Un week end napoletano

Siccome questo in teoria dovrebbe essere un blog di viaggi, ho deciso di raccontarvi un week end trascorso a Napoli, circa... sei/sette... mesi fa.
Ha senso scrivere un post dopo così tanto tempo?
La risposta è NO, considerato che non ricordo nemmeno cosa ho fatto ieri, ma, visto che sono comunque un'inguaribile ottimista, diciamo PROBABILMENTE NO, perché, in fondo, ci potrebbe sempre essere qualche informazione che torna utile a qualcuno, fosse anche un alieno che si è perso.
Dopo tutto Napoli mica si sposta.





24 aprile 2018

Loro 2

Dopo aver invitato praticamente chiunque a partecipare alla loro rubrica settimanale, fosse anche gente che ha un blog che parla di petanque e briscola coperta, finalmente Cannibal Kid e Ford si sono ricordati di me.
Quando Marco mi ha scritto avrei voluto dirgli "cazzo, era ora!", ma mi sono ricordata che sono pur sempre una vecchia signora, e ho accettato ringraziando educatamente. Poi ho visto i film in uscita e mi è sorto il dubbio che abbiano voluto farmi un dispetto. Questa settimana i distributori italiani si sono superati: hanno riesumato ben due film del 2015, roba che manco la settimana di ferragosto.
Comunque, squilli di trombe e rullo di tamburi, adesso la smetto di fare la polemica e provo a parlarvi, in compagnia di questi due baldi giuovini, di quello che ci aspetta in sala:


22 marzo 2018

The Florida Project

o, per dirla all'italiana, "un sogno chiamato Florida", esce oggi in sala. Insomma, "esce" è una parola grossa, a Torino lo danno in un'unico cinema, per dire. 
Non che sia un problema, in quanto io The Florida Project lo vidi al Torino Film Festival, circa quattro mesi fa. 


21 marzo 2018

Ai miei tempi succedeva che, complici le prime tempeste ormonali, le ragazzine (ma anche qualche ragazzino) iniziassero, di punto in bianco, a scrivere poesie. Non so se adesso la poesia la faccia ancora da padrona o se semplicemente sia stata bypassata dalle foto porno su telegram, o se tutti ambiscono a scrivere direttamente romanzi. Ci avete fatto caso che su venti persone che conoscete almeno 4, se non 5, hanno pubblicato un libro, fosse anche una raccolta delle liste della spesa? No, perché a me succede, me ne vengono in mente almeno 5, tra cui financo il vincitore del premio Calvino, mica pizza e fichi.
Dicevamo? 
Ah, sì, la poesia.   
Alla Poison, incredibilmente, di scrivere poesie non è mai fregato un cazzo (l'avreste mai detto?) ma un giorno pure lei dovette cedere all'endecasillabo per colpa del prof di italiano. 
E di cosa parlò la Poison? 
Del suo amore per Fabrizio, quello con la cicatrice in faccia come Capitan Harlock (ma molto meno figo), e di quanto le piacesse passare le ore a limonare con lui? 
Del suo gatto? La Poison ha sempre amato i gatti. Quello dell'epoca si chiamava Baffino - ho sempre avuto molta fantasia coi nomi di gatto, lo ammetto - ed era un gattone grigio tigrato, con una dipendenza da dixi, che sparì nel nulla sotto Pasqua, nonostante all'epoca non abitassi a Vicenza.
Certo che no.
La poesia della Poison parlava di... scarpe.
Vecchie, per la precisione.
Ovviamente non me la ricordo, a parte il finale, che era
...ma quella scarpa vecchia era la mia...
Insomma, roba che Ungaretti levate proprio. 
Ho scoperto, dopo aver iniziato a scrivere questo post, che oggi è nientepopodimeno che la giornata mondiale della poesia. Ecco, giuro, Vostro onore, non lo sapevo, altrimenti non mi sarei mai permessa. Ma ormai, a questo punto, tanto vale.
Oltretutto mica volevo parlare di poesia, io. 
Ma di scarpe. 
Perché oggi ho indossato un fantastico décolleté di Marra. E ho resistito fino a cinque minuti fa, quando sono scesa dal tacco 11 e sono entrata in un paio di... ballerine rasoterra.
Io. 
Con un paio di ballerine. 
Rasoterra.
Roba che se me lo avessero detto 5 anni fa, quando zampettavo garrula sui tacchi h 24 mi sarebbero venute le convulsioni dal ridere. 
E invece.


14 marzo 2018

un week-end à Paris

Sono stata a Parigi nel week end. 
Mancavo da quasi tre anni (più o meno come da questo blog) E, siccome io ogni tot DEVO tornarci (a Parigi. Ma anche sul blog, forse), mi sono organizzata. Il pretesto era assistere a Le Mondial du Tatouage, ma ho anche fatto altro, tipo andare a vedere la splendida mostra dedicata a Margiela al Palais Galliera, mangiare tartàre come non ci fosse un domani e, pensate un po', ho trovato tempo per andare anche al cinema.


Andare al cinema a Parigi costa uno sproposito. Ho pagato il biglietto ben 11.40€. Con quei soldi a Torino ci vedo due film, prendendo un caffè e lasciando pure la mancia, ma vabbè.
Comunque, cosa ho visto, con quegli 11.40€?


I, Tonya. O, semplicemente,  Tonya. O, visto che ero a Parigi, Moi, Tonya. Perché i titoli li traducono, ma se non altro i film non li doppiano., O li doppiano poco. Oppure li doppiano ma nella sala dove sono andata io no, ma soprattutto, chi se ne frega? comunque l'ho visto in lingua originale e tanto mi basta. 
La Tonya del titolo è Tonya Maxine Harding, ex pattinatrice artistica, famosa per essere stata la prima statunitense ad eseguire, nel 1991, un triplo axel, che ripeté altre tre volte in quell'anno, ma, purtroppamente, ancor più famosa per aver "partecipato" all'aggressione - avvenuta a Detroit il 6 gennaio 1994 - ai danni di Nancy Kerrigan, sua prossima avversaria alle imminenti olimpiadi invernali di Lillehammer. 
Nonostante non sia stata lei ad aggredire la rivale, ma il suo discutibile marito, coadiuvato dall'imbarazzante guardia del corpo, la Harding venne comunque condannata e bandita a vita da qualsiasi competizione, in questo mondo e quell'altro. Lei ancora oggi si proclama innocente, ma, l'accusa stabilì che "lei sapeva e non fece nulla per impedire che accadesse".
Nel film di Craig Gillespie, noto ai più per quel piccolo gioiellino che fu "lars e una ragazza tutta sua" la Harding è interpretata da una bravissima Margot Robbie, e ripercorriamo con lei le tappe della sua vita, contrassegnata da violenze e soprusi, da parte della madre prima, e del marito poi. Alla fine della fiera la povera Tonya cercava solo di farsi accettare, un po' da chiunque, un po' in ogni modo. Ma le figure che aveva accanto - una madre dura e anaffettiva e un marito violento -  non l'hanno certo facilitata nel compito.

“I never apologized for growing up poor and a redneck, which is what I am.”

29 gennaio 2018

Call me by your name

Vi ricordate di me? Sono la blogger cinematografica (ah ah ah) meno affidabile del world wide web. 
Il problema, se vogliamo definirlo un problema, è che ultimamente mi manca l'ispirazione per parlare dei film che vedo. e, a parte scrivere - e nemmeno sempre - due righe sintetiche su facebook. poi mi passa la voglia di dilungarmi in inutili pipponi inconcludenti. 
Anche perché, diciamolo, difficilmente si sarà sentita la mia mancanza.
Ma, siccome sono un'inguaribile ottimista, anche se non lo leggerà nessuno, ho deciso di scrivere un post sul film di Luca Guadagnino, che, come tutti sanno, è stato candidato a ben 4 oscar: miglior film, miglior attore protagonista, miglior canzone, miglior sceneggiatura non originale.
Sono tutti meritati? Mah. Meh. Boh.
Sicuramente il giovane Timothée Chalamet è bravo, ma non azzardo pronostici, in quanto al momento, dei cinque candidati ho visto solo la prova di un immenso Gary Oldman.  La tentazione di recuperare Get Out a questo punto è davvero tanta, anche se la mia idea è che i membri dell'Academy  l'abbiano inserito all'ultimo minuto quando si sono resi conto che candidare James Franco e The Disaster artist era unthinkable. Io me li immagino, a guardarsi con l'aria smarrita e chiedersi "e mo' che cazzo famo?" 



Non pensiate che durante la mia latitanza io sia diventata buona e accomodante. 
Giammai.
Quindi, ancora una volta, vi dico che questo film va visto in lingua originale, Perché la versione doppiata, con tutti che parlano in italiano, persino Mafalda, non si può vedere. 
E tanto meno ascoltare.
Detto ciò, il film di Guadagnino è meno algido e snob dei suoi precedenti, ed è molto delicato. Lungi dall'essere un capolavoro - per quanto mi riguarda - è una classica storia di formazione che potremmo tranquillamente aver visto durante il festival nato nel 1981, che all'epoca si chiamava "da Sodoma a Hollywood" e che negli anni è diventato "lovers film festival".
E proprio negli anni 80, (1983) in qualche imprecisata zona del nord italia, inizia la storia di Elio ed Oliver.
Tra parentesi, nemmeno così imprecisata, essendo ambientato principalmente nel cremasco, zona a me familiare in quanto ci nacque mia mamma. Che, ancora tra parentesi, si chiamava Pasquina, come l'amica che aiuta la Mafalda a fare i tortelli. Credevo che solo mia mamma avesse quel nome del cazzo. Evidentemente a Cremona la pensavano diversamente.



Comunque, siamo appunto nella provincia Cremonese, nell'estate del 1983. Come ogni anno, il professor Perlman e la sua famiglia (di ebrei con discrezione) trascorrono l'estate nella grande (e bellissima) villa di famiglia. E, come ogni anno, il professore invita uno studente a trascorrere con loro un periodo di sei settimane, per aiutarlo nella tesi.
Elio, il figlio diciassettenne, attende quell'arrivo con una punta di fastidio, in quanto sa che per le prossime sei settimane dovrà cedere la sua camera all'ospite, che infatti chiama "l'usurpateur".
Ma.
Nell'estate del 1983 ad "usurpare" la sua camera (e non solo quella) arriva Oliver: bello, affascinante, disponibile, disinvolto. insomma, adorabile.
E infatti è adorato da tutti, a cominciare proprio da Elio, che scopre nei confronti dell'americano una forte attrazione. che maschera inizialmente (non lo abbiamo forse fatto tutti?) con indifferenza e strafottenza. Tra lunghi giri in bicicletta, passeggiate nei prati, nuotate negli stagni (momento in tutti i luoghi in tutti i laghi) e lunghe discussioni sul senso della vita, a un bel punto Oliver capisce (come lo capiscono i signori Perlman) e tra i due nasce - anzi, diciamo esplode - una passione travolgente che Guadagnino riesce a trasmettere senza mai mostrare troppo, o, più che altro, decidendo di mostrare altro. Che sia il monumento ai caduti nella piazza del paese, o le foglie degli alberi.
Ma come tutte le cose, anche le sei settimane finiscono. E, nonostante quegli ultimi giorni trascorsi a rincorrere il vento, a chiedersi un bacio e volerne altri cento, Oliver torna alla sua vita, lasciando Elio a vivere la sua.

"Kiss me" "Later"
Personalmente avrei dato qualche sforbiciata qua e là, che due ore e dieci sono un po' troppe, per quello che il film ha da dire, in quanto ci riuscirebbe benissimo anche con venti minuti di meno. Ma, a parte questo, il discorso che il padre di Elio gli fa alla fine, è una delle cose più belle del film. E sarebbe bellissimo se ogni genitore fosse così illuminato da accettare l'orientamento sessuale del figlio senza doverne fare una tragedia. Ma l'ho detto all'inizio, sono un'inguaribile ottimista.


E, siccome oltre che ottimista sono pure anziana, della tanto decantata colonna sonora, il mio pezzo preferito non è Mistery of love, bensì Love my way.