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1 nov 2013

L’etica di un popolo inizia dove finisce l’odio per la multa

Non so quanti di voi leggano Vanity Fair, sicuramente - trattandosi di un settimanale femminile - più femminucce che maschietti, ma, siccome sulla rivista ci scrive un sacco di bella gente, (Gabriele Romagnoli, Michele Serra, Pino Corrias, tanto per citare i primi tre che mi vengono in mente), volevo condividere con voi questo articolo (un gran bell'articolo) di Michele Serra. 
Buona lettura.


L’etica di un popolo inizia dove finisce l’odio per la multa
di Michele Serra
Il mercato coperto di piazza Wagner, a Milano, è un gran bel mercato. Ci vado quando capita, anche in memoria di una lunghissima frequentazione, almeno dalla metà degli anni Settanta. Che saranno anche stati di piombo, ma in piazza Wagner, con i miei compagni di liceo, si comperava una focaccia memorabile, leggerissima.
L’altro giorno ci sono passato quasi per caso. Il tempo di una piccola spesa e di qualche ricordo. Le quattro del pomeriggio, pochi clienti, buoni cibi bene esposti per sedurre lo sguardo, quell'atmosfera di indomita qualità che gli italiani riescono ancora, quasi misteriosamente, a opporre alla crisi che incalza. A un tratto qualcuno che corre. Un fremito di agitazione tra le botteghe e i banconi. Negozianti e clienti che si danno la voce: “Occhio, stanno facendo le multe!”. In parecchi corrono fuori per spostare la macchina o il furgone: sono decine i veicoli lasciati in divieto di sosta.
Il breve, concitato contrappunto dei commenti – peccato non averlo registrato – è un capolavoro di italianità, quanto le mozzarelle di bufala, le alici marinate, il profumo di salumi affettati. Si va dal classico “vaffanculo”, secco e irato, alla rimostranza più elaborata (“ma non hanno di meglio da fare?”), dal malumore politico indistinto (“se la smettessero di rubare, invece di fare le multe a noi che lavoriamo”) alla polemica più spicciola (“quel pirla del Pisapia”). Nel breve svolgersi della controffensiva – tutti fuori a spostare la macchina, o a dare spiegazioni al vigile perché abbia indulgenza – si dispiega ogni possibile umore dell’italiano di fronte alla legge: si va dal malanimo torvo all’allegra renitenza, dalla ribellione allo sfottò. Manca del tutto, nella pur ampia gamma delle reazioni, la sola che parrebbe congrua: la cognizione, cioè, che se un veicolo viene multato per divieto di sosta, in genere questo accade perché il veicolo è in divieto di sosta. Esiste, cioè, un rapporto di causa ed effetto tra un’infrazione e una punizione. Ma se questo rapporto non è del tutto chiaro, o addirittura non lo è affatto, ecco che prendere una multa diventa, in mezzo a quella brava gente, qualcosa di simile a un effetto sprovvisto di causa: qualcosa di esagerato e di persecutorio, di umiliante e di inspiegabile, il cui innesco è reso opaco, o del tutto occultato, da una specie di irremovibile rifiuto non tanto di questa o quella regola; ma dall'idea stessa che le regole abbiano una loro logica, una loro ragione, soprattutto una loro utilità. E in questo senso il fruttivendolo indignato perché multano per divieto di sosta il suo furgone in divieto di sosta riflette, pari pari, il famoso leader politico che avendo portato illegalmente capitali all'estero è stato condannato per avere portato illegalmente capitali all'estero.
Tornando in piazza Wagner: a Milano, magari, questo anteporre i propri comodi, o i propri interessi, agli impicci delle regole, ha una venatura più ”laburista” rispetto al resto del Paese. Dire “guardi che io sto lavorando”, a Milano, è una specie di passe-partout per il furgone in doppia fila, per il taxista che blocca la strada pur di non fermarsi venti metri più in la, per chiunque abbia fretta, e non lo si deve scocciare con questioni che esulano dal suo personale daffare: uno che ha appena scaricato quattro cassette di spigole e di polpi, per esempio, cosa vengono a rompergli le balle con il divieto di sosta? Ma è una variante locale, questa, di un tratto decisamente nazionale del carattere italiano. Provate a cliccare su Google “carattere italiano”: da Leopardi in poi, troverete una tale quantità di materiali letterari, storici, sociologici, filosofici, che vi servirebbe un mese filato per farvene un’idea. E un po’ di ansiolitici, alla fine, per non cadere in depressione, perché è quasi univoca, almeno da due secoli, l’idea che siamo un popolo sveglio, ma storicamente incapace di rapportarsi agli altri, alla società, a una comunità che non sia la sola riconosciuta, cioè la famiglia. Giacomo Leopardi, già nel 1824, distribuiva equamente tra le mediocrissime élite e il popolo il medesimo vizio: “Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de’ popolacci… Unisce la vivacità naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all'indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla mancanza di società”. Nel suo Apologo sull'onestà (1980), Italo Calvino definisce gli onesti coloro che “in un paese di gente con la coscienza a posto sono i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare”. Etica, dunque, è chiedersi “ogni momento che cosa dovremmo fare”. Ho l’impressione che questa fatica, non poi così sovrumana, sia evitata anche per un equivoco del quale porta la colpa non solo il “popolaccio” leopardiano, ma anche i grandi moralisti che concionano con il dito alzato. Si dice “etica” e si pensa a grandi costruzioni filosofiche e politiche, a qualcosa che incute soggezione, come la Kultura, come tutto ciò che incombe sulla vita dei semplici, e la complica. Ma l’etica è essa stessa una cosa semplice, alla portata di chiunque abbia comprendonio, indipendentemente dal titolo di studio. L’etica è un abc. E’ domandarsi, appunto, se quello che stiamo facendo è giusto o ingiusto. Non ci vuole la laurea. E nemmeno essere in odore di santità, o di martirio.
Uno dei grandi scrittori civili italiani dei nostri anni, Ermanno Rea, mi disse un giorno: “C’è una sola via per battere la camorra: ridipingere per bene tutte le strisce pedonali di Napoli. Una città che ha tutte le strisce pedonali cancellate non può neanche cominciare a parlare di legalità”. Parafrasando: un popolo che non capisce perché esiste il codice della strada non può permettersi di affrontare nessun altro argomento. 

8 dic 2012

Cose che dovrei sapere

E che in teoria so.
Perché la teoria la so sempre tutta.
Ovvero che bere un gin tonic molto gin e poco tonic all'ora dell'aperitivo, quando per tutto il giorno tutto quello che hai messo nello stomaco è stato un trittico di baiocchi, può portarti all'ubriachezza devastante nel giro di due bicchieri, soprattutto se la seconda roba che bevi è un intruglio dal colore improponibile e dal contenuto misterioso.
Barcollando raggiungerai il ristorante, dove ti accartoccerai su una sedia estraniandoti dal mondo, captando frammenti di voci amiche e discorsi vari.
E ti renderai conto di essere anziana.
Anziana e patetica.
(foto di Aria)


22 ott 2012

La materia dei sogni

 
"mi piace lasciare la strada vecchia per la nuova"
 
Mostra fotografica di Nino Migliori.
Dal 19 ottobre al 6 gennaio.
Allo spazio Forma.
Che è un posto che adoro.

1 ott 2012

ho degli attacchi di pigrizia che non ho voglia di combattere

Sabato ho larvato tutto il giorno sul divano.
Ma tipo che mi sono svegliata verso le 10.00, mi sono fatta il caffè e mi sono traslata sul divano. Dove sono rimasta praticamente fino alla sera. Come se qualcuno mi avesse messa in castigo dicendo "e guai a te se ti muovi da lì".
Non ho pulito casa, non sono andata a fare la spesa, non ho. Qualunque cosa vogliate aggiungere ci prendete. Che io sono pigra, e comunque di sicuro non l'ho fatta.
I programmi per la sera prevedevano la visione di un film con la bionda.
Le ho mandato questo messaggio: "ciao amica bionda, quanta voglia hai di uscire?" sperando che lei riuscisse in qualche modo a darmi la forza se non di truccarmi, almeno di vestirmi e uscire.
Infatti.
Risposta: "da 0 a 10 forse arrivo a 4, ma se tu ci tieni io mi sforzo..."
Eh.
Così è finita che ognuna è rimasta a casa sua. Avviluppata sul proprio divano.
Sarei uscita soltanto se qualcuno mi avesse detto "ti passo a prendere e ti porto allo stadio a vedere Juventus-Roma", per dire. Ma, siccome non me l'ha detto nessuno, il divano mi ha tenuto compagnia per tutta la sera. E io a lui.
Nel pomeriggio la mia cuginetta divorzianda mi aveva mandato un messaggio, per chiedermi se il giorno dopo sarei andata alle terme con lei. E io, che mi faccio sempre prendere dall'entusiasmo, le ho risposto che non mi sembrava una pessima idea e che probabilmente sì. Per poi pentirmene nell'esatto momento in cui ho dato l'invio.
Come al solito mi sono addormentata sul divano, mi sono svegliata, sono andata a letto, ma solo dopo aver cercato di scoprire il risultato della partita che nessuno mi aveva portato a vedere.
E domenica mattina mi sono svegliata. E c'era un tempo di merda. E sono partita lo stesso per Milano. E in tangenziale a Milano c'era il sole e io avevo caldo.
E poi niente. Siamo entrate alle terme. Che io devo capire perchè, assieme a quelle immonde tisane non facciano anche il caffè.
Comunque fra un idromassaggio e un grissino al cioccolato, uno scrub al bicarbonato e un grappolo d'uva, una doccia e una carota, il fresh-time e uno yogurt alla vaniglia, abbiamo fatto arrivare l'ora dell'aperitivo. Che per carità, va tutto bene, ma insomma, con quello che fate pagare l'ingresso potreste anche servire del vino di qualità superiore, eh?

Sapessi com'è strano trovarsi alle terme... a Milano.

28 dic 2011

Se qualcosa sembra andar bene, hai detto bene, sembra.

Dopo quattro giorni in casa con madre singhiozzante, ieri andare a Milano al funerale di mia zia mi è sembrata una liberazione. Lo so che detta così sembra brutta e fa di me una persona orribile. Non orribile al punto di dirvi “provate voi!”, perché non vi voglio male fino a questo punto. Giovedì pomeriggio la telefonata di mia cugina mi aveva avvisato che le condizioni di salute della zia si erano aggravate in maniera drammatica, e difficilmente sarebbe arrivata a natale. Ho pensato subito all'altra mia cugina, sua figlia, che compie gli anni il 26 dicembre. E ho sperato che, per quanto può valere, la vita, o meglio, la morte, le risparmiasse un regalo così macabro e beffardo. Così è stato. Venerdì pomeriggio, mentre mi aggiravo controvoglia tra le corsie del supermercato, hai ricevuto la sua telefonata, quella che tanto ormai lo sapevi che sarebbe arrivata.
E con lei che se n’è andata così in fretta, hai esaurito la tua riserva di zie. Lei mi piaceva, carattere schietto e piglio deciso. Ti diceva le cose senza girarci attorno. E mi chiamava “belè”. Come solo una zia milanese sa fare...
Torni a casa, e avvisi madre singhiozzante. Le chiedi se, quando sarà, verrà al funerale. Inizia a dirti no, che non riesce a camminare, che fa freddo, che non sta bene, che il mondo è quadrato e saltella e che lei non se la sente. Decidi che non è il caso di insistere, e cerchi di porre fine alla prima giornata di riposo forzato. Te ne mancano tre.
Il sabato è trascorso, sempre troppo lentamente. Il giorno di natale passi il pomeriggio a casa della Lu, con caffè e tiramisù e passeggiata di 10 km su strade di campagna. Il lunedì guardi la tua orchidea, ormai agonizzante (che quando dicevo che difficilmente sarebbe arrivata a natale mica lo dicevo tanto per dire...) e decidi di uscire. Provi ad avvicinarti al castello di Rivoli, ma la scarsità di parcheggio ti fa cambiare destinazione. Vai alla GAM, dove avrai modo di vedere “Firmament”, un’esposizione di James Brown (non il cantante, suppongo) che ti affascina. Torni a casa. Per l’occasione sfoggi un nuovo raffreddore, molto più fastidioso del precedente. Mandi un messaggio alla tua collega, chiedendole se l’indomani può andare in ufficio al posto tuo, visto che tu non potrai esserci. Prima di addormentarti scambi un po’ di pensieri a distanza con la sister, che riesce pure a farti sorridere. E il giorno dopo, parti presto, per andare a Milano. Il tuo cuginetto di 189 centimetri ti accompagna alla camera mortuaria dell’IRCCS, saluti zio, cugina ed inutile marito di quest’ultima. Che già avere un finanziere in famiglia ti provocava irritazione, vederlo indossare un incommentabile stivaletto in vernice ti fa sperare in una prossima separazione. Torni a casa, pranzate e nel pomeriggio vi avviate verso il paese dello zio, per la cerimonia funebre. Saluti un po’ di parenti che non vedevi da anni, spiegando a chi ti guarda con curiosità che sei la figlia della Dina, e tutti a dirti “somigli proprio alla tua mamma”, che, allo stato attuale, non è che ti faccia esattamente piacere. Prima di tornare a Milano passate a “salutare” nonna Agnese e nonno Giovanni, che sono anni che non andavi in quel cimitero. E poi, visto che sei in pieno tripudio amarcord, prima di tornare a casa decidi di fare una deviazione a Sesto San Giovanni, per salutare la tua ultima ex suocera. 
No, non la megera che mi definiva “chillallàthutthasofisthicatha”. 
Trovo parcheggio proprio sotto casa, e suono il citofono. Quando sente chi sono quasi non ci crede. Mi chiede se deve scendere a prendermi, ma le dico che ho ancora le chiavi dell’ascensore (del resto io e suo figlio ci siam lasciati da appena 9 anni, perché liberarsene?) e salgo.
E’ davvero felice di vedermi e mi racconta tutto quello che è successo negli ultimi tempi. Anche questa volta non esita a dirmi che io sono l’unica donna che andava bene per suo figlio e lo so che non lo dice per compiacermi. Infatti, quando arriva suo figlio (nonché ex moroso) lo dice anche a lui. 
Torno a casa e posso andare a dormire, sapendo che domani (oggi) sarà finalmente un altro giorno.

2 feb 2011

Minchia, che problema!



Sempre sabato, sempre a Milano, visto che con la cultura non abbiamo avuto troppa fortuna, ci siamo dedicate allo shopping.
Lo so, son drammi che segnano.
Per farla breve, son tornata a casa con un delizioso tailleur blu di Les Copains, che sua bionditudine ha definito da "vecchia signora".
Per poi ricredersi quando l'ha visto indossato.
Ma veniamo al problema.
Di che colore metto le calze???

31 gen 2011

Provinciali in gita

E’ sabato.
Approfittando del fatto che ho trascorso la settimana a fare la badante a mezzo servizio alla poison.mamma, mi sono “ritagliata” un sabato libero e, d’accordo con sua bionditudine, abbiamo programmato una trasferta milanese. Che noi torinesi farlocche, checché se ne dica, il fascino di Milano un po’ lo subiamo.
Dal cielo scende qualche fiocco bianco con la parvenza di neve, ma Paolo Sottocorona mi ha detto di stare tranquilla, che oggi non nevicherà. Quindi parto. Recupero s.b. sulla Torino-Milano e si va.
Che noi torinesi farlocche a Milano ci sappiamo muovere, ma a piedi. Perciò dopo aver parcheggiato e preso la metropolitana, arriviamo in San Babila. Perchè c’abbiamo dei programmi, noi. E essi programmi consistono in: perlustrazione di Gap e Banana Republic, spostamento a Palazzo Reale per vedere la mostra di Dalì prima che chiuda e poi, eventualmente, anche un giro al vicino museo del 900 approfittando del fatto che è a ingresso gratuito fino alla fine di febbraio.
Pranzo in Brera, mostra di Mick Jagger e Marco Anelli allo spazio Forma e ritorno a casa.
Mentre attraversiamo piazza del Duomo vediamo che al museo del 900 c’è parecchia coda, ma, paragonata al serpentone di folla che attende paziente (o ibernato?) davanti a Palazzo Reale, non è nulla. Ho già visto altre mostre a Palazzo Reale ma una fila come quella di sabato mattina io non la ricordo. Ma, soprattutto, non sono disposta ad affrontarla. Che la mia pazienza si è esaurita nel 1998, dopo aver passato un pomeriggio novembrino intrisa di umidità veneziana in attesa di entrare a Palazzo Grazssi per vedere la mostra sui Maya. E all’epoca ero pure più giouvine.
Cambio programma in corsa, si va a vedere Mick Jagger alla Forma. Una settantina di scatti che ritraggono l’istrionico Mick dagli anni 60’ ai giorni nostri, fotografato un po’ da tutti: Cecil Beaton, Anton Corbjin, Annie Leibovitz, Peter Lindbergh, Herb Ritts, Karl Lagerfeld, Bryan Adams.
Usciamo di lì e andiamo a pranzo. Ho mangiato – anche - una fetta di torta di latte e mele, spolverata di cannella, davvero fantastica. Che non c’è nulla che mi dia più soddisfazione di ordinare un dolce e scoprire che non solo è bello da vedere, ma pure buonissimo...
Per scrupolo ripassiamo davanti a Palazzo Reale. Se possibile la coda è ancora più lunga che al mattino.
Desistiamo. Sono certa che Dalì se ne farà una ragione.
Io del resto me la sono già fatta.
Magari, visto che la mostra aveva inaugurato a settembre, la prossima volta mi sveglio prima.

15 nov 2010

Non ci sono più certezze, nemmeno a Milano.

Sono un donnino metodico, io. Ho i miei rituali, le mie fissazioni, i miei percorsi, i miei parcheggi, le mie abitudini. Una di queste abitudini è, ogni volta che si va a visitare una mostra allo Spazio Forma, fermarsi a pranzo nell’adiacente ristorante che, per una cifra irrisoria, soprattutto se consideri che siamo pur sempre a Milano, ti propone un menu assolutamente dignitoso. E invece sabato, arrivate là di fronte, la delusione: “il ristorante dello spazio forma è aperto a pranzo dal lunedì al venerdì”.  Ecco. Dopo il primo attimo di sconforto ci siamo ricordate della trattoria “Madonnina”, che ogni volta sorpassiamo dicendoci che dovremmo provarla, prima o poi. E sabato è venuto il momento. Soffitti bassi e vecchi poster alle pareti, atmosfera rilassata e tavoli gremiti da gente che sembrava residente nel quartiere. Abbiamo intravisto anche il pergolato, sicuramente d’estate mangiare all’aperto, circondati dalle case di ringhiera, non dev’essere male. E magari – sempre prima o poi – ci toglieremo anche questa curiosità. Sei a Milano, a pranzo, di sabato, cosa prendi? La cotolEtta, per forza. E la cotolEtta è arrivata, con il suo osso regolamentare e le patate al forno a far da contorno. Poi siamo andate a vederci la mostra di Robert Doisneau, come da programma. Al mattino invece abbiamo passeggiato per Brera, che ha sempre il suo fascino. E devo ancora capire se quel vecchietto coi capelli bianchi che si credeva il nonno di Heidi e che, coadiuvato da un vecchio registratore, cantava assieme ad Elisabetta Viviani “ti sorridono i monti” mi ha messo più tristezza o allegria.
 

3 ago 2010

‘na botta de vita

Sabato scorso io e s.b. siamo state a Milano. L’occasione (o il pretesto) era visitare le due mostre fotografiche allo Spazio Forma, "sulla scena" di Phil Stern e "vite private" di Erwin Olaf. Così siamo partite, e, percorrendo un’autostrada trafficata nella direzione opposta, siamo arrivate a Milano. Raggiunto come di consueto il parcheggio di Lampugnano, visti i precedenti, ho avuto l’accortezza di parcheggiare lontano da pilastri, cancelli, muri e oggetti contundenti. Quindi, con in sottofondo un matto che inveiva contro questo mondo e quell’altro, ci siamo dirette in metropolitana. Abbiamo fatto un giro in corso Vercelli, per variare un po’ le nostre prospettive di shopping, quindi, raggiunta Cadorna, siamo arrivate in Duomo e da lì, prendendo LA 3 (prima che il dottor Piazza mi corregga di nuovo) siamo arrivate al Forma, e, visto che erano le 13.30 passate già da un pezzo, abbiamo pranzato. Perchè da Forma si mangia, bene, spendendo poco. Abbiamo preso un piatto di gnocchi burro e salvia, praticamente perfetti. Poi ci siamo dedicate alle mostre, dando modo ai nostri apparati digerenti di fare il loro lavoro al fresco dell’aria condizionata. Gli scatti di P.Stern sono un tuffo nella storia, foto in bianco e nero di celebrities del passato, da Marylin Monroe a Louis Armstrong, passando per Frank Sinatra, Dizzy Gillespie e James Dean. Sua è infatti la famosa foto di Dean col maglione sugli occhi. Erwin Olaf mi ha lasciata un po’ perplessa. Le foto sono indubbiamente belle, stilisticamente perfette, con una cura del particolare quasi maniacale. Ma fin troppo artefatte, fredde, quasi senz’anima (ovviamente questa è l’opinione della sottoscritta che – notoriamente – di fotografia non capisce nulla). Uscite da lì abbiamo ripreso il/la 3. Com’è, come non è, ogni volta che saliamo su un tram succede qualcosa. La volta scorsa una sosta prolungata alle colonne di San Lorenzo, questa volta la vettura che precedeva la nostra ha avuto un guasto. Siccome a milano i tram deragliano, ma non sorpassano, ci han fatto scendere lì dove eravamo, praticamente in piazza XXIV maggio. Così – con la passeggiata fuori programma - ci siamo quasi sentite in obbligo di intervallare il nostro cammino entrando e uscendo dai negozi di Porta Ticinese. Che mi stavo pure comprando un delizioso vestito da Custo. Ma, non so perchè, mi tenni. Per il momento.

8 feb 2010

I sabati milanesi della poison (quattro peppie alla riscossa)

Sabato la poison e le sue amiche erano in trasferta a Milano.
L’occasione (‘na botta de curtura) era data dalla mostra di Steve McCurry al Palazzo della Ragione, un romantico angolo di medioevo a due passi dal Duomo, prorogata fino al 28 febbraio. Se non avete ancora avuto occasione di vederla, sapevatelo.
Per l’occorrenza la poison, la bionda, la tiz e la tiz-sorella, in tenuta da sommossa passeggiata sui marciapiedi ghiacciati, verso le 10.20 di sabato mattina varcavano, garrule e gaie, l’ingresso della metropolitana a Lampugnano, dopo aver lasciato l’auto nell’omonimo parcheggio. Dove, fra l’altro, erano riuscite ad accedere solo grazie al provvidenziale intervento di un addetto in carne ed ossa, in quanto, giunte alla sbarra emettitrice di tessera magnetica, il display ha dato un codice di errore, e la sbarra non si è alzata. Per dissimulare il nervosismo che si stava creando all’interno della poison-mobile al pensiero che gli altri automobilisti - al cui passaggio la sbarra si alzava senza il minimo intoppo – stessero esprimendo opinioni che andavano a rimpolpare la sfilza dei luoghi comuni sull’atavica incapacità delle femmine al volante, noi quattro si rideva, più o meno istericamente. Dopo essere state “liberate” dalla costrizione delle sbarre abbiamo parcheggiato, agevolmente, in uno spazioso posto a lato delle colonne.Scese a Cordusio siamo arrivate al Palazzo della Ragione, a quell’ora ancora semi deserto, e siamo riuscite a visitare la mostra agevolmente, senza subire la ressa davanti alle splendide immagini esposte. Una volta uscite ci siamo concesse un piacevole momento di futile ammirazione delle vetrine, anche se pensare adesso ai sandali mi sembra vagamente prematuro.Siamo quindi salite sul 3. Che è un tram. Salire su un tram a Milano potrebbe essere un’esperienza pericolosa, vista la frequenza con cui essi tendono a schiantarsi fra loro e/o a deragliare. Ma, a parte un semaforo guasto alle Colonne di San Lorenzo, che ci ha tenute lì – immobili - per quasi 20 minuti, siamo riuscite a scendere sane e salve in via San Gottardo.Che poi, durante la sosta forzata alle colonne, il tram si è praticamente svuotato, perché i milanesi, che notoriamente hanno fretta comunque, anche se non devono fare un cazzo, sono scesi per andare a piedi. Quasi tutti. A parte noi quattro e un suonatore di contrabbasso. Che sicuramente è in quelle occasioni che maledice di non aver voluto imparare a suonare il flauto traverso. Abbiamo raggiunto lo Spazio Forma e ci siamo viste la mostra Passaggi, figure e paesaggi, con opere di Franco Fontana, Ferdinando Scianna e Giorgia Fiorio. Ho apprezzato particolarmente i paesaggi siciliani di Franco Fontana, davvero notevoli. Abbiamo pranzato lì, ottimo, abbondante ed economico, e, sempre con il 3 – temerarie – abbiamo raggiunto la galleria di Carla Sozzani, per vedere la mostra dedicata a Tim Walker, giovane fotografo inglese, che, fra le altre cose, è stato assistente di Richard Avedon. Abbiamo finito, possiamo tornare a casa. Sì, alla triennale c’è ROY LICHTENSTEIN , ma abbiamo tempo fino al 30 di maggio, quando camminare lungo Viale Alemagna sarà senz’altro più piacevole.

E magari nel frattempo avrò fatto riparare l’auto.
Che, uscendo da quello spazioso parcheggio di fianco alle colonne ho pensato bene di appoggiarmicisivi con la portiera. Alla colonna. Che era lì anche prima. E che, fortunatamente, è rimasta lì anche dopo. Per carità, anche la portiera della mia auto è rimasta lì, ma ha perso un po' in aerodinamicità. Porca di quella puttana lurida e zozza. Conoscete un bravo carrozziere?