Non so quanti di voi leggano Vanity Fair, sicuramente - trattandosi di un settimanale femminile - più femminucce che maschietti, ma, siccome sulla rivista ci scrive un sacco di bella gente, (Gabriele Romagnoli, Michele Serra, Pino Corrias, tanto per citare i primi tre che mi vengono in mente), volevo condividere con voi questo articolo (un gran bell'articolo) di Michele Serra.
Buona lettura.
L’etica di un popolo inizia dove finisce l’odio per la multa
di Michele
Serra
Il mercato coperto di piazza
Wagner, a Milano, è un gran bel mercato. Ci vado quando capita, anche in
memoria di una lunghissima frequentazione, almeno dalla metà degli anni
Settanta. Che saranno anche stati di piombo, ma in piazza Wagner, con i miei
compagni di liceo, si comperava una focaccia memorabile, leggerissima.
L’altro giorno ci sono passato
quasi per caso. Il tempo di una piccola spesa e di qualche ricordo. Le quattro
del pomeriggio, pochi clienti, buoni cibi bene esposti per sedurre lo sguardo,
quell'atmosfera di indomita qualità che gli italiani riescono ancora, quasi
misteriosamente, a opporre alla crisi che incalza. A un tratto qualcuno che
corre. Un fremito di agitazione tra le botteghe e i banconi. Negozianti e
clienti che si danno la voce: “Occhio, stanno facendo le multe!”. In parecchi
corrono fuori per spostare la macchina o il furgone: sono decine i veicoli
lasciati in divieto di sosta.
Il breve, concitato contrappunto
dei commenti – peccato non averlo registrato – è un capolavoro di italianità,
quanto le mozzarelle di bufala, le alici marinate, il profumo di salumi
affettati. Si va dal classico “vaffanculo”, secco e irato, alla rimostranza più
elaborata (“ma non hanno di meglio da fare?”), dal malumore politico indistinto
(“se la smettessero di rubare, invece di fare le multe a noi che lavoriamo”)
alla polemica più spicciola (“quel pirla del Pisapia”). Nel breve svolgersi
della controffensiva – tutti fuori a spostare la macchina, o a dare spiegazioni
al vigile perché abbia indulgenza – si dispiega ogni possibile umore dell’italiano
di fronte alla legge: si va dal malanimo torvo all’allegra renitenza, dalla
ribellione allo sfottò. Manca del tutto, nella pur ampia gamma delle reazioni,
la sola che parrebbe congrua: la cognizione, cioè, che se un veicolo viene
multato per divieto di sosta, in genere questo accade perché il veicolo è in
divieto di sosta. Esiste, cioè, un rapporto di causa ed effetto tra un’infrazione
e una punizione. Ma se questo rapporto non è del tutto chiaro, o addirittura
non lo è affatto, ecco che prendere una multa diventa, in mezzo a quella brava
gente, qualcosa di simile a un effetto sprovvisto di causa: qualcosa di esagerato
e di persecutorio, di umiliante e di inspiegabile, il cui innesco è reso opaco,
o del tutto occultato, da una specie di irremovibile rifiuto non tanto di
questa o quella regola; ma dall'idea stessa che le regole abbiano una loro
logica, una loro ragione, soprattutto una
loro utilità. E in questo senso il fruttivendolo indignato perché multano per
divieto di sosta il suo furgone in divieto di sosta riflette, pari pari, il
famoso leader politico che avendo portato illegalmente capitali all'estero è
stato condannato per avere portato illegalmente capitali all'estero.
Tornando in piazza Wagner: a
Milano, magari, questo anteporre i propri comodi, o i propri interessi, agli
impicci delle regole, ha una venatura più ”laburista” rispetto al resto del
Paese. Dire “guardi che io sto lavorando”, a Milano, è una specie di
passe-partout per il furgone in doppia fila, per il taxista che blocca la
strada pur di non fermarsi venti metri più in la, per chiunque abbia fretta, e
non lo si deve scocciare con questioni che esulano dal suo personale daffare:
uno che ha appena scaricato quattro cassette di spigole e di polpi, per
esempio, cosa vengono a rompergli le balle con il divieto di sosta? Ma è una
variante locale, questa, di un tratto decisamente nazionale del carattere
italiano. Provate a cliccare su Google “carattere italiano”: da Leopardi in
poi, troverete una tale quantità di materiali letterari, storici, sociologici,
filosofici, che vi servirebbe un mese filato per farvene un’idea. E un po’ di
ansiolitici, alla fine, per non cadere in depressione, perché è quasi univoca,
almeno da due secoli, l’idea che siamo un popolo sveglio, ma storicamente
incapace di rapportarsi agli altri, alla società, a una comunità che non sia la
sola riconosciuta, cioè la famiglia. Giacomo Leopardi, già nel 1824,
distribuiva equamente tra le mediocrissime élite e il popolo il medesimo vizio:
“Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle
altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de’ popolacci… Unisce la
vivacità naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all'indifferenza
acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla
mancanza di società”. Nel suo Apologo sull'onestà (1980), Italo Calvino definisce gli onesti coloro che “in un
paese di gente con la coscienza a posto sono i soli a farsi sempre degli
scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare”. Etica,
dunque, è chiedersi “ogni momento che cosa dovremmo fare”. Ho l’impressione che
questa fatica, non poi così sovrumana, sia evitata anche per un equivoco del quale
porta la colpa non solo il “popolaccio” leopardiano, ma anche i grandi
moralisti che concionano con il dito alzato. Si dice “etica” e si pensa a
grandi costruzioni filosofiche e politiche, a qualcosa che incute soggezione,
come la Kultura, come tutto ciò che incombe sulla vita dei semplici, e la
complica. Ma l’etica è essa stessa una cosa semplice, alla portata di chiunque
abbia comprendonio, indipendentemente dal titolo di studio. L’etica è un abc. E’
domandarsi, appunto, se quello che stiamo facendo è giusto o ingiusto. Non ci
vuole la laurea. E nemmeno essere in odore di santità, o di martirio.
Uno dei grandi scrittori civili italiani dei nostri anni, Ermanno Rea, mi disse un giorno: “C’è una sola via per battere la camorra: ridipingere per bene tutte le strisce pedonali di Napoli. Una città che ha tutte le strisce pedonali cancellate non può neanche cominciare a parlare di legalità”. Parafrasando: un popolo che non capisce perché esiste il codice della strada non può permettersi di affrontare nessun altro argomento.
Uno dei grandi scrittori civili italiani dei nostri anni, Ermanno Rea, mi disse un giorno: “C’è una sola via per battere la camorra: ridipingere per bene tutte le strisce pedonali di Napoli. Una città che ha tutte le strisce pedonali cancellate non può neanche cominciare a parlare di legalità”. Parafrasando: un popolo che non capisce perché esiste il codice della strada non può permettersi di affrontare nessun altro argomento.

