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8 mag 2014

Flawless
(e altre cose, more or less)


Martedì, giornata conclusiva del TGLFF, sono uscita dall'ufficio presto per andare a vedere, allo spettacolo delle 18.00, un vecchio (1999) film di Joel Schumacher, interpretato da Robert De Niro e Philip Seymour Hoffman.
Per la cronaca, i film vincitori di questa edizione del festival sono stati: 
Lungometraggi:
Der Kreis (The Circle) di Stefan Haupt (Svizzera, 2014): premio "Ottavio Mai" per il miglior lungometraggio;
La partida (The Last Match) di Antonio Hens (Cuba, 2013): menzione speciale della giuria;
Hoje eu quero voltar sozinho (The Way He Looks) di Daniel Ribeiro(Brasile, 2014): premio del pubblico.
Documentari:
Violette Leduc: la chasse à l'amour (Violette Leduc, in Pursuit of Love) di Esther Hoffenberg (Francia, 2013);
Rebel Menopause di Adele Tulli (Regno Unito, 2014): menzione speciale della giuria;
Rebel Menopause di Adele Tulli (Regno Unito, 2014): premio del pubblico.
Cortometraggi:
For Dorian di Rodrigo Barriuso (Canada, 2012);
Das Phallometer (The Phallometer) di Tor Iben (Germania, 2013): menzione speciale della giuria;
Ett Sista Farväl (A Last Farewell) di Casper Andreas (Svezia, 2013): premio del pubblico.
Premio Queer Award a: Ich fühl mich Disco (I Feel Like Disco) di Alex Ranisch (Germania, 2013).
Premio DAMS – Sguardi sul Festival a: 20 leugens, 4 ouders en een scharrelei (20 Lies, 4 Parents and a Little Egg) di Hanro Smitsman (Paesi Bassi, 2013).
Aggiungo anche che la sigla del Festival di quest'anno era davvero molto molto carina.
Putin, mi leggi? 


Purtroppo il film - di cui non avevo memoria alcuna - era in versione doppiata, cosa che ha provocato parecchio diludendo & sconforto alla povera Tiz, che ha dovuto venir meno al suo giuramento di non guardare alcun film in cui c'è Robert De Niro (doppiato, ça va sans dire).
Come sempre ce ne siamo fatte una ragione, visto che avevamo pagato il biglietto ed eravamo già sedute in sala.
Per farvela breve, siamo a New York, in un fatiscente hotel/condominio del Lower East Side, abitato da un'umanità eterogenea. Fra loro Walt Koontz (Robert De Niro), ex poliziotto ormai in pensione, pluridecorato ed "eroe" per aver salvato due colleghi e un tot di ostaggi durante una rapina in banca, appassionato di tango, frequentatore di signorine a pagamento (ma non sono puttane, perché lui non va a puttane, sia chiaro, non ne ha bisogno), probabilmente non razzista, ma sicuramente omofobo, e, suo dirimpettaio, Rusty Zimmerman (Philip Seymour Hoffman), leader di un gruppo di travestiti che si sta preparando per l'annuale concorso "Flawless" (senza difetti) e tutti i giorni si ritrovano nel bilocale per le prove di canto, cosa che scatena le ire di Walt dando vita a quotidiani scambi di insulti dalle finestre dei due appartamenti.
Una notte, cercando di portare aiuto ad un'altra coppia di inquilini che ha rubato dei soldi ad uno spacciatore della zona, Walt viene colpito da un ictus. I due poveracci muoiono, ma Walt si salva, nonostante l'emiparesi e la difficoltà ad esprimersi. La dottoressa che l'ha curato gli suggerisce, oltre alla fisioterapia per la riabilitazione motoria, di prendere lezioni di canto per poter migliorare il modo di parlare, e così Walt finisce per rivolgersi proprio a Rusty.
L'antipatia reciproca e le differenze di vedute lasceranno inevitabilmente presto il posto ad un'improbabile amicizia, che darà modo ai due uomini di confrontarsi sulle reciproche paure.
Ma c'è sempre in sospeso la questione dei soldi rubati, che lo spacciatore rivuole ad ogni costo.
Dove sono finiti?
Chi li ha?
Il film patisce (oltre al doppiaggio, vabbè) un'evoluzione abbastanza fin troppo prevedibile e qualche esasperazione di troppo dei comprimari, ma tutto sommato si può sopportare. Soprattutto per la presenza di Philip Seymour Hoffman.


Uscite dal cinema la Tiz mi ha convinto ad andare con lei alla presentazione, al Borgo Medievale, dell'ultimo libro di Wu Ming, "l'armata dei sonnambuli".
Erano presenti Wu Ming 1 (Roberto Bui) e Wu Ming 5 (Riccardo Pedrini, gran bel tipo, fra l'altro), e, siccome nel libro, ambientato in Francia durante il regime del Terrore si parla anche (ma non solo) di mesmerismo e magnetismo, era presente anche Mariano Tomatis, che, nel pomeriggio, (mentre noi eravamo al cinema) ha dato vita ad un Laboratorio di Mesmerismo Rivoluzionario, e quindi la sera ha proposto un giochino/esperimento per cui alla fine tutto il pubblico, compiendo percorsi diversi, si è ritrovato a compiere la stessa azione:


Del libro ovviamente non dico niente, A) perché non l'ho (ancora) letto, B) perché sono notoriamente ignorante come una capra e rischierei di dire soltanto immense cazzate. Cosa che faccio abitualmente, del resto, ma ogni tanto riconosco i miei limiti e riesco a fermarmi in tempo.
Posso dire che però i due Wu Ming mi hanno fatto venir voglia di leggere L'armata dei sonnambuli. 
Se siete curiosi, potete leggere questa recensione che io ho trovato molto interessante.
O andare direttamente sul sito del Collettivo.


7 mag 2014

Rosie

Quest'anno ho disertato il festival, vuoi per altri impegni, vuoi per pigrizia, vuoi perché i film che mi sembravano interessanti erano alle 22.30 e io a quell'ora ho sonno (sono anziana, che ci volete fare?), ma, siccome mi sembrava brutto "snobbarlo" in toto, sabato pomeriggio, dopo aver visto la mostra "Belle Epoque" al museo del Risorgimento, e la retrospettiva di David Seymour a Palazzo Reale; la prima ormai è conclusa, ma la retrospettiva di Seymour dura fino a metà settembre, quindi, se riuscite, andatela a vedere perchè è davvero interessante, e soltanto la sezione con le foto facenti parte del progetto "i bambini della guerra", realizzate per l'Unicef negli anni del dopoguerra, così toccanti, varrebbe la visita. 
Terezka (David Seymour/Magnum Photos)
Siccome a Palazzo Chiablese per i Preraffaelliti c'era coda (e a noi le code non piacciono), abbiamo deciso di rimandare la visita ad un altro momento e, sbirciando il programma del festival, il film svizzero (svizzero?) delle 18.00 non sembrava male, così ci siamo dirette verso il (cinema) Massimo, mentre la pioggia - che in questo lungo week end comprensivo di ponte ha rotto i coglioni spesso e volentieri, iniziava a farci compagnia.
Rosie, come ho già detto, è un film svizzero, programmato in una quindicina di festival cinematografici sparsi per il mondo, da Osaka a Tallin, e vincitore di un po' di premi sparsi qua e là:
  • Genève, Bundesamt für Kultur, Swiss Film Award, Best Actress 2013
  • Ljubljana, Ljubljana Gay and Lesbian Film Festival, Audience Award for Best Film 2013
  • Prague, Mezipatra Queer Film Festival Prague, Main Jury Award for Best Feature Fiction 2013
  • Zürich, Pink Apple Schwullesbisches Filmfestival, Publikumspreis: Bester Spielfilm 2013
  • Zürich, Präsidialdepartement der Stadt Zürich, Zürcher Filmpreis 2013
La storia è quella di Lorenz, scrittore affermato, che, dopo l'uscita del suo ultimo libro, deve lasciare Berlino, dove si è trasferito ormai da anni, per tornare nel suo paese natale (in Svizzera) in quanto l'anziana madre, Rosie, ha avuto un ictus. 
Rosie ha piglio deciso e carattere forte, e già dal letto dell'ospedale fa intendere ai figli (oltre a Lorenz c'è sua sorella Sophie, che trascina stancamente un matrimonio costantemente in crisi) che non vede l'ora di tornare a casa, per poter riacquistare la sua indipendenza, ma soprattutto per poter continuare a bere e fumare, incurante dei pareri dei medici.
La permanenza di Lorenz in Svizzera è quindi destinata a protrarsi, e, fra un colpo della strega e un giro al supermercato conosce Mario, il giovane nipote di un'amica di Rosie. Mario ha abbandonato gli studi per assistere i due nonni anziani, e nutre una profonda ammirazione per Lorenz, ma l'uomo non è sicuro di poter ricambiare i sentimenti del ragazzo, finché un giorno, all'ennesimo malore di Rosie, la donna si lascia sfuggire una frase. E Lorenz si ritroverà a fare i conti con il suo passato, cosa che probabilmente gli consentirà di mettere ordine anche nel suo futuro.
A metà strada tra commedia e melò, Rosie è un film che parla di famiglia, di vecchiaia, di relazioni, e lo fa in maniera lieve, grazie anche a dialoghi freschi e vivaci e grazie soprattutto all'ottima Sibylle Brunner nel ruolo della caparbia protagonista.