1 dicembre 2020

38° Torino Film Festival in pillole


A festival finito, vi faccio un breve riassunto di quello che ho visto in questa "pandemic edition" fruibile in streaming tramite la piattaforma MyMovies. Tutto molto bello, ma la sala è un'altra cosa.

SIN SEÑAS PARTICULARES (Identifying features) di Fernanda Valdez, una storia tragica e triste, ma senza dubbio affascinante. La storia di Magdalena, madre coraggio che, dopo che il figlio e un suo amico sono scomparsi mentre tentavano di raggiungere gli Stati Uniti, decide di intraprendere lo stesso viaggio dopo che l'amico viene ritrovato morto. Vuole sapere, deve sapere, se suo figlio è ancora vivo.
Il viaggio di Magdalena si intreccerà con quello di altre persone, come lei alla ricerca di una risposta, lungo un confine dove la violenza e le sparizioni sono all'ordine del giorno.
Crudo, potente, privo di retorica.

THE EVENING HOUR di Braden King
Storie da un America ai margini, tra disoccupazione e degrado.
Basato sull'omonimo romanzo di Carter Sickels il film ci porta nella provincia americana, tra pastori ossessionati dal maligno, versi della bibbia e una comunità che si arrabatta come può nonostante la crisi mineraria e la chiusura delle fabbriche. Tra loro c'è Cole, che fa l'assistente sanitario e arrotonda le sue entrate spacciando antidolorifici, attività che viene tollerata da Everett, il trafficante locale.
Ma quando Terry, amico d'infanzia di Cole, torna in paese dopo aver perso il lavoro, e decide di allargare il piccolo giro di spaccio, inevitabilmente le cose per Cole inizieranno a complicarsi.
The evening hour è un film pieno di desolazione, che racconta il declino di vite senza una prospettiva, di gente che non ce l'ha fatta nonostante ci abbia provato, di gente che guarda al futuro con mestizia, accompagnato da una colonna sonora struggente al punto giusto.

LAS NIÑAS (Schoolgirls) di Pilar Palomero
Un racconto intimo e scarno di una ragazzina che cresce nella Spagna degli anni 90, tra i primi dubbi ed i primi turbamenti, tra educazione religiosa e nuove scoperte tipiche di quell'età, quando non sei più una bambina e cerchi di scoprire chi sei e cosa vuoi diventare, tra una sigaretta fumata in gruppo con le amiche, la discoteca di nascosto e le prime, timide, ribellioni a scuola.
"come facciamo a sapere che Dio esiste?"
"perchè sì.

MICKEY ON THE ROAD, film taiwanese diretto da Mian Mian Lu: la storia di Mickey e Gin Gin, amiche inseparabili che decidono di mettersi in viaggio alla volta di Guangzhou, la prima alla ricerca del padre, e la seconda alla ricerca di Jay, ragazzo che lei considera il suo fidanzato.
Tra incontri improbabili e piccole disavventure il film scorre (si fa per dire) in maniera fin troppo prevedibile, senza fare alcuno sforzo per farsi ricordare.
Per fortuna con WILDFIRE di Cathy Brady, le cose vanno un po' meglio.
Siamo in Irlanda, ed i troubles rimangono sullo sfondo, ma sono comunque protagonisti di quello che è successo a Lauren e Kelly, due sorelle che si ritrovano quando Kelly riappare improvvisamente, dopo essere scomparsa senza dare più sue notizie.
Dopo la tensione iniziale (Lauren è rimasta molto turbata a causa della sparizione della sorella) il rapporto tra le due donne si fa man mano più forte, ed assieme cercano di fare chiarezza sul loro passato, nonostante tutti, nel piccolo paese in cui sono cresciute, fingano di non ricordare quello che è successo.
CALIBRO 9 di Toni d'Angelo, sequel di Milano calibro 9, film del 1972 di Fernando Di Leo.
Abbiamo l'avvocato Piazza (Marco Bocci) che ha dirottato su un suo conto offshore un trasferimento fondi con l'aiuto di una hacker, peccato che i soldi appartengano alla 'ndrina degli Scarfò, e che, con il suo gesto abbia innescato una guerra tra le 'ndrine rivali degli Scarfò e dei Corapi, che provoca morti a catena da Toronto a Mosca. In suo aiuto interverrà Maia Corapi, che ha ricevuto l'incarico di proteggerlo.
Tutto molto bello, ma a me è sembrata un'occasione un po' sprecata.

MOVING ON, di Dan-bi yoon, che tu dici Corea del Sud e vai un po' sulla fiducia, no?
Insomma, nì.
Moving on è un film che racconta una vicenda familiare del tutto normale: un giorno il padre di Okju e Dongju, in difficoltà economiche dopo il divorzio, carica i figli in macchina e si trasferisce a vivere nella casa del padre. Inizialmente i ragazzi credono si tratti di trascorrere le vacanze estive a casa del nonno, ma ben presto si renderanno conto che il loro è stato un vero e proprio trasloco, e dovranno adattarsi alla nuova vita. Dopo poco tempo, si trasferisce nella stessa casa anche la zia, anche lei in procinto di divorziare.
Un film che racconta le dinamiche familiari con tutte le difficoltà del caso, tra scontri generazionali e rapporti da ricostruire.
Dalla Corea del Sud arriviamo in Iran, con BOTOX, di Kaveh Mazaheri.
Altra storia di rapporti familiari complicati, questa volta decisamente più nera e cattiva, amplificata dalle difficoltà che la convivenza con un familiare disagiato comporta, in Iran come ovunque nel mondo.
Azar e Akram sono due sorelle che, per nascondere la verità sulla scomparsa del fratello, si inventano una palla colossale, raccontando a tutti che è emigrato in Germania.
Ma riuscire a mantenere il segreto diventa sempre più difficile, soprattutto considerando il fatto che Akran ha qualche problema psichico che Azar tenta inutilmente di tenere sotto controllo, sperando di riuscire a portare a termine il suo progetto di convertire un'ala della casa in una serra per la coltivazione di funghi allucinogeni.

MÃES DO DERICK di Dê Kelm è un interessante documentario con tanto di colonna sonora rap, che ci mostra Derick, bimbo di 9 anni che viene cresciuto in un villaggio nello stato del Paranà, nel Brasile meridionale, dalle sue quattro madri, che stanno tentando di costruire, in un'area occupata, una casa in cui vivere.
Sono lesbiche, anarchiche, determinate, e praticano un femminismo quotidiano, dove si dà importanza al rispetto per la differenza, alla natura, si lotta per il diritto alla casa e contro il patriarcato e l'oppressione maschile.

HELMUT NEWTON: THE BAD AND THE BEAUTIFUL di Gero von Boehm è una delle cose più belle viste durante questo TFF.
E Grace Jones e Charlotte Rampling ti lasciano senza fiato ancora oggi.
Il fatto che sia marchiato
Movies Inspired
fa ben sperare per un prossimo (?) arrivo in sala.
Forse.
Un giorno.
Chissà.

EYIMOFE / THIS IS MY DESIRE, esordio al lungometraggio dei fratelli Esiri, che ci racconta due storie parallele di disperazione e vana ricerca di riscatto da parte di Mofe e Rosa, che sognano di abbandonare Lagos, uno alla volta della Spagna, l'altra dell'Italia. Che poi, Rosa, senti a me, non è che qua il destino ti avrebbe prospettato chissà quale futuro, sai? E lo so che la vita a Lagos non è una passeggiata, soprattutto se sei povera e devi farti carico di un sacco di incombenze che non sai nemmeno da che parte girarti.
Lo stesso vale per Mofe, tecnico addetto alla manutenzione dello scalcagnato impianto elettrico di una fabbrica, che ha già pronti i documenti con il suo nuovo nome, ma che deve improvvisamente farsi carico delle spese per il funerale della famiglia della sorella, morta a seguito di guasto ad un generatore, come quelli che Mofe ripara ogni giorno.
Un film che racconta la realtà, senza fronzoli e senza mai cadere nel vittimismo, ma mostrandoci la sopportazione silenziosa di un destino già scritto, dove i tuoi sogni sono destinati ad infrangersi.
Decisamente interessante.
E' stata poi la volta del francese UN SOUPÇON D'AMOUR, di Paul Vecchiali, che, lo ammetto, ho seguito distrattamente. infatti, non per vantarmi, non ci ho capito una mazza fionda, e quindi direi che faccio più bella figura a stare zitta.
Dalla Francia alla Romania. con CAMP DE MACI/ POPPY FIELD di Eugen Jebeleanu.
Cristi fa un lavoro che poco si addice al suo essere omosessuale. No, non è un calciatore, ma un poliziotto. Un giorno, dopo aver lasciato a casa il suo compagno, che è arrivato dalla Francia per trascorrere qualche giorno con lui (esclusivamente all'interno del suo appartamento, perché uscire potrebbe essere sconveniente) si ritrova, con la sua squadra, all'interno di un cinema, dove un gruppo di (a me viene da dire coglioni, scusatemi) nazionalisti omofobi, sventolando immagini sacre, tenta di impedire la visione di un film a tematica omosessuale.
Dopo aver aggredito un ragazzo che lo ha riconosciuto, minacciando di sputtanarlo, Cristi viene chiuso all'interno della sala dai suoi colleghi, per evitare che la cosa degeneri, e in questo periodo, come fosse un prigioniero in ostaggio (soprattutto di sé stesso) si ritrova a fare i conti con la sua natura, con quello che è, e con quello che finge di essere, soprattutto agli occhi dei compagni di lavoro.
Un film per certi versi coraggioso, ma che mette un sacco di carne al fuoco, e poi se ne dimentica.
In FUNNY FACE di Tim Sutton, dove ci sono Saul, giovane incazzato che tifa per i Knicks e vive con i nonni, che si vedono espropriare la casa per la costruzione di un nuovo parcheggio, e Zama, ragazza musulmana che vive con gli zii che la vorrebbero meno libera ed emancipata, che una sera si incontrano e decidono di mettere assieme i loro disagi iniziando a girovagare per la città a bordo di un'auto. E poi c'è l'oggetto della rabbia di Saul, il costruttore avido e senza scrupoli alla ricerca di denaro per il suo nuovo progetto speculativo. Ad un certo punto, senza un motivo, lo vediamo assistere ad un threesome lesbico, che tu ti chiedi un po' il why ed il because, e continui a guardare il film, che prosegue tra un trancio di pizza e una radiocronaca della partita di basket. E tu, che le anime disagiate ti hanno sfrancicato le gonadi da una dozzina di anni almeno, sei lì, a cercare di capire cosa cazzo hai appena visto.

HOCHWALD (WHY NOT YOU) di Evi Romen.
Hochwald è un ridente paesino tirolese, un posto di confine che non è Italia e non è Austria, in cui vive Mario, anche lui uno che sul confine tra ciò che si può fare e ciò che si fa ma è meglio non farlo sapere, sembra aver basato la sua esistenza. Mario è sicuramente “scomodo”, nella piccola realtà di Hochwald. Intanto balla, e ciò diciamo che è tollerato, ma fino ad un certo punto. Poi è gay, ma non lo sa nessuno (o meglio, nessuno lo vuole sapere), si droga, ma "solo a natale" ed ha uno splendido rapporto con Lenz, il ragazzo di cui tutto il paese sembra andar fiero. Quando i due vanno a Roma, e Lenz rimane vittima di un attentato in un locale gay cittadino, tutta la comunità è convinta che sia morta la persona sbagliata (e da qua il perfetto "why not you" del titolo inglese) e Mario deve farsi carico della colpa di essere sopravvissuto, tra gli sguardi ostili della piccola comunità in cui vive. In uno dei suoi giri in città incontra un vecchio amico che si è convertito all'Islam, e, spinto dalla curiosità, si avvicinerà all'islamismo.
Anche qua, spunto molto interessante, ma con un sacco di cose lasciate in sospeso.
Non mi ha convinto del tutto.
UNE DERNIÈRE FOIS di Olympe de G. ci racconta la scelta di Salomè, che, arrivata alla soglia dei 70 anni, decide di ricorrere al suicidio assistito, ma, prima di andarsene, vuole fare l'amore per l'ultima volta. E lo fa mettendo un annuncio sul giornale, a cui risponde una varietà eterogenea di personaggi, tra cui la donna dovrà scegliere con chi consumare il suo ultimo amplesso.
Più noioso che morboso.
THE OAK ROOM, di Cody Calahan, è un film canadese di indubbio fascino, con una signora sceneggiatura dai dialoghi avvincenti, presentato fuori concorso nella sezione “le stanze di Rol”.
In una notte di tormenta, Paul sta chiudendo il suo locale, quando all’ultimo minuto nel bar entra un ragazzo. L’uomo sta per aggredirlo, poi riconosce Steve, figlio di un vecchio amico, e – solo per questo – decide di farlo entrare. Fra i due sembra ci siano vecchi rancori, e, mentre attendono l’arrivo di una terza persona, chiamata da Paul al telefono, il ragazzo inizia a raccontare una storia successa in un locale (The Oak Room, appunto) di un paese vicino. E dalla storia parte un’altra storia che finisce in un’altra storia e via andare, e poi non vi dico più niente se non di cercarlo e vederlo, perché merita assolutamente.
Concludiamo con BILLIE, di James Erskine, documentario che ci racconta la vita di Billie Holyday, basandosi sulle interviste fatte dalla giornalista Linda Lipnack Kuehl alla fine degli anni 60. L’intenzione di Linda era quella di scrivere la biografia definitiva dell’artista, ma il lavoro non venne mai ultimato in quanto, nel 1978, la giornalista venne trovata morta su un marciapiede di Washington. La polizia archiviò il caso come suicidio, stabilendo che la donna si era gettata dalla finestra della sua camera di hotel, nonostante la famiglia della Kuehl non abbia mai creduto a questa ipotesi.




24 agosto 2020

Di pandemie e altre cose che (non) sono successe in questi ultimi mesi


Non mi posso distrarre un attimo che Blogger rivoluziona tutte cose. 
Di cui, sia chiaro, facevo volentieri a meno.

Come state?
Non giriamoci troppo attorno. Questo 2020 vince a mani basse il premio per l'anno più di merda evah.
Sia chiaro, io sto bene, ho ancora il mio lavoro (e ho scoperto che lo smart working mi piace davvero parecchio), nessuna delle persone a cui voglio bene si è ammalata, anzi, non si è ammalato proprio nessuno che io conosca, compresi quelli che mi stanno sul culo, e direi che tutto sommato va bene così.
Quando questa cosa è iniziata io me ne stavo, ignara e felice, a Berlino. Le notizie che mi arrivavano dall'Italia erano, più o meno, "compra l'Amuchinaaaaaaaa". Ovviamente la mia reazione, in una città in cui nemmeno gli orientali che - come me - prendevano parte alla Berlinale indossavano la mascherina, si poteva riassumere in "ma sticazzi dell'Amuchina", e finita lì. Poi sono rientrata in Italia, in aeroporto all'arrivo mi hanno misurato la temperatura e sono tornata in ufficio, dove, più o meno fino a metà marzo, ho continuato la mia vita quasi come niente fosse, nonostante le notizie che arrivavano fossero sempre meno divertenti. Il resto è storia (recente). Le prime zone rosse in Italia, poi l'immensa zona arancione, poi l'OMS ha decretato "E' pandemia". 
Io non guardo i film catastrofici, appunto perché sono catastrofici, quindi immaginatevi come fossi rilassata all'idea di vivere in una pandemia. 
Non  ho mai avuto paura di ammalarmi, non perché io pensi di essere immortale o cose del genere, semplicemente l'idea di contrarre il virus non mi ha mai spaventato, non saprei  nemmeno spiegare perché. Questo non significa che io me ne sia fregata delle regole. Tutt'altro. Ancora oggi esco di casa il minimo indispensabile, le mani, a differenza di molti, me le lavavo anche prima, quando esco metto la mascherina, ed evito la gente. Cosa che bene  o male ho sempre fatto, quindi non è che la cosa mi turbi molto, anzi, non per vantarmi, ma sono abbastanza bravina.
A tal proposito leggo di gente che critica lo smart working (o lavoro agile, come preferite) perché ti impedirebbe di socializzare. Mettiamo subito le cose in chiaro. Io non ho la necessità di socializzare con i miei colleghi. Io i miei colleghi li tollero perché sono costretta a farlo. Punto,
Ho avuto del tempo libero, tra ferie più o meno obbligate, cassa integrazione e quant'altro, e l'ho impiegato facendo... una beata mazza. Non ho contribuito ad esaurire le scorte di lievito, uova, farina etc. Non ho guardato molti film, non mi sono messa a correre o fare zumba via skype, né sono stata colta da particolari impulsi creativi. Insomma, non ho combinato niente.
In compenso c'è voluto il lockdown per farmi entrare nel magico mondo delle videochiamate, che ovviamente non avevo MAI preso in considerazione. Invece, tra chiamate nazionali ed internazionali via whatsapp e aperitivi con le amiche su Zoom, la videochiamata è quasi entrata a far parte della quotidianità. Quando mi ha videochiamato anche il mio capo ho capito che la cosa era un po' sfuggita di mano a tutti.
Ho letto - soprattutto all'inizio - di molti che sostenevano che questa cosa "ci avrebbe reso migliori". Ma io sono sempre stata scettica al proposito. Non mi è chiaro perché un virus che ci lascerà in ginocchio - sempre parlandone da vivi - dovrebbe farci diventare più bravi e farci capire quali sono le cose che contano "veramente".  Magari per un paio di settimane, poi torneremo tutti a essere quelli di prima, e a comportarci nello stesso identico modo. Se non peggio. 
Chi mi segue su Facebook sa che l'unica cosa che mi manca davvero è - pensa un po' l'originalità - poter viaggiare.
Avrei dovuto partire il 1° maggio. Ovviamente non sono andata da nessuna parte, né so quando potrò farlo. Ho poche speranze di poter partire entro la fine del 2020, anche se, sotto sotto, un po' ci spero.
Quindi, per farmi del male, ho fatto una piccola lista di cose che vorrei fare-vedere e posti dove vorrei andare prima di morire, in ordine casuale.
  • vedere un caracal
  • fare un giro in barca sul lago Kariba
  • vedere la parte di Australia che mi manca
  • riuscire a partire per il Sudafrica, dove avrei dovuto appunto andare il 1° maggio
  • vedere il Salar de Uyuni
  • tornare a New York
  • andare a Shangai
  • riabbracciare E.M.
Nel frattempo è finito il lockdown, il lievito è probabilmente tornato al suo posto sugli scaffali dei supermercati. le cose non è che vadano proprio benissimo (tu pensah) e, com'è. come non è, sta finendo anche agosto. Tra un po' la città si ripopolerà di tutta la gente che moriva di fame, ma che è comunque andata in ferie. Io sono tornata al cinema, con moderazione, sono andata a cena fuori, con moderazione, ho compiuto gli anni (anche quest'anno), ho bevuto  birra, con moderazione,  sono andata sul Monte Bianco, ho passato serate divertenti in compagnia di Simona, giocando a carte  e a Jenga, e tra un po' partirò per la mia vacanza (italiana). 
Non so cosa ci riserverà questo autunno, né tantomeno l'inverno, ma sono anni che ho imparato che fare programmi a lunga scadenza non serve ad una beata fonchia, e credo che, come sempre, me ne preoccuperò quando sarà il momento. Non sono propriamente ottimista, perché ho ampiamente sottostimato il numero di teste di minchia che popolano questo paese. 


17 febbraio 2020

Flusso d'i(n)coscienza

e nuovi scampoli d'assenza.

Ciao a tutti e buon anno, tra le altre cose. 
State tutti bene? Qualcuno passa ancora da queste parti? No, ma infatti, perché dovreste? Non ci passo nemmeno io con lo swiffer a togliere la polvere, figuriamoci voi. 

Comunque. 
Sono viva e vegeta.
E vegeto. 
E niente, giovedì vado a Berlino per la Berlinale. Che io mi dicevo, che bello, quest'anno la fanno due settimane dopo, il tempo sarà migliore.
Un beato cazzo.
Le previsioni danno pioggia tutta la settimana.
Ma non importa. Ormai ho un approccio così zen sulla qualunque che se mi vede il Dalai Lama gli girano i coglioni. 
Detto ciò stamattina hanno aperto le vendite online dei biglietti e io alle 10.00 ero pronta e scattante con la mia Mastercard (che è partner della Berlinale e per ogni acquisto effettuato ti rimborsa un euro. Non che io aspiri alla ricchezza, ma, un euro oggi, uno domani, alla fine un pacchetto di chewingum finisce che riesci a comprartelo). 
Metto i miei quattro biglietti nel carrello, compilo tutti i campi, e clicco su "paga". 
E mi appare un messaggio di errore.
Torno indietro, inserisco la mia data di nascita che avevo distrattamente omesso e rifaccio la procedura.
Clicco su "paga".
Altro messaggio di errore.
Riprovo una terza volta. 
Indovina?

Comunque, grazie all'approccio zen, cambio carta di credito, nel frattempo un biglietto è già sold out, e, con la mia Visa, completo l'acquisto senza il minimo sforzo. Ok, con tre biglietti al posto di quattro, ma sai che c'è? sticazzi. 

Però questa cosa della carta di credito non mi convinceva, e così sono andata sul sito della banca. Dopo aver immesso il codice segreto, la password segreta, aspettato la notifica segreta sul cellulare segreto, sono riuscita ad accedere all'home banking. Per scoprire che la Mastercard risultava...
B L O C C A T A.

Tra me e me ho pensato ma chi ma come macheccazzo, e ho composto il numero verde.
Dopo aver digitato il codice segreto, la password segreta, dichiarato la mia data di nascita, il cognome da nubile di mia madre, e aver giurato che la prima regola dell'home banking è non parlare dell'home banking, una gentile impiegata che risponde dall'Italia mi ha detto "ma questa carta è bloccata dal.... 30 novembre!".

Ah.

Ad un certo punto il neurone che sta morendo di solitudine ha avuto un sussulto. Un giorno - direi il 30 novembre, a questo punto - volevo prelevare da un ATM. Inserisco la carta di credito, digito il pin del bancomat e niente. Insisto.
Al quarto tentativo realizzo che se avessi inserito il bancomat al posto della carta di credito forse sarei riuscita a prelevare. E infatti. 
Ignorando che, pur digitando il pin corretto, ma usando la carta sbagliata, essa si risente e si blocca. 

La signorina mi comunica che trasferirà la mia chiamata all'addetto agli sblocchi. 
Che si chiama Daniele e risponde dall'Albania.
Dopo avermi chiesto la data di nascita ed il cognome da nubile di mia madre (GIURO) mi chiede come mai ho bloccato la carta. Alla mia risposta "perché sono una deficiente" Daniele dall'Albania si mette a ridere e conclude dicendo "la carta è sbloccata". 

Ma questo lo vedremo domani.