12 dicembre 2017

#TFF35 - day 3 (domenica)

Nonostante quest'anno abbia scelto di vedere pochi film, non sono riuscita ad evitare di inserire nella mia scarna programmazione un film che inizia alle 9.30 di mattina. 
Si tratta di BEAST, opera prima dell'inglese Michael Pearce. 

Siamo sull'isola di Jersey (dove Pearce è nato), dove vive Moll, ragazza che, a causa di un "incidente" avvenuto qualche anno prima, non è più andata a scuola, ed è stata educata in casa dalla rigida madre. La sera del suo compleanno, durante la festa in giardino, Moll se ne va, Passa la notte in discoteca in compagnia di un ragazzo. Li vediamo poi all'alba, camminare nei prati, e dopo poco Moll cerca di sottrarsi alle avances un po' troppo insistenti del ragazzo. In quel momento appare dal nulla Pascal, che mette in fuga il giovane. 
E' il classico bad boy dal passato misterioso, e Moll, succube della madre e dell'ambiente chiuso e bigotto in cui è cresciuta, ne rimane subito affascinata. 
I due iniziano a frequentarsi, nonostante il disappunto dell'austera genitrice, e nonostante Pascal sia il maggior indiziato per dei casi di rapina/stupro/omicidio di quattro ragazze avvenuti sull'isola, cosa che,ovviamente, Moll si rifiuta di credere.
Thriller dai risvolti psicologici, decisamente interessante, e molto brava Jessie Buckley nel ruolo di Moll. Film che mantiene alta la tensione fino ad un certo punto, perché la parte meno convincente - e probabilmente anche un po' troppo "già vista" - è proprio il finale. Ma, insomma, per essere un esordio direi che non ci possiamo lamentare troppo. 



Siccome il prossimo film che vedrò è alle 14.30, ne approfitto per tornare a casa e concedermi un pranzo degno di questo nome. Due coccole a Gattabusiva e via, si torna al cinema per quella che, sulla carta, sembra una cazzatona, se mi passate il termine tecnico
Si tratta di REVENGE, altra opera prima della regista francese Coralie Fargeat. Il film, ce lo suggerisce già il titolo, si colloca nella lunga lista dei rape and revenge movie (sottocategoria exploitation). E, se si sospende l'incredulità per tutta la sua durata (108 minuti), alla fine ci si diverte pure. La protagonista è Jennifer (Matilda Lutz), che sta trascorrendo una vacanza con Richard, il suo ricco amante, in una megavilla sperduta nel deserto (Grand Canyon?). Quando arrivano i due amici dell'uomo, per la tradizionale battuta di caccia annuale, le cose prendono una brutta piega per la donna, che viene molestata da uno dei due amici di Richard, approfittando della sua assenza. Al suo ritorno, invece di sistemare le cose, Richard, preoccupato per quello che potrà dire la ragazza, decide di scaraventarla giù da un burrone. E tu pensi. Ok, Jennifer muore e finisce il film. E invece, sospensione dell'incredulità #1, Jennifer, non solo non muore sul colpo/dissanguata/paralizzata e/o per setticemia ma:
a) sopravvive
b) si rialza
c) si sutura le ferite che al confronto Rambo sembra una ricamatrice di Burano.
e poi si mette in cammino alla ricerca dei suoi carnefici.
Film volutamente eccessivo, che, al netto dei momenti WTF e di un consumo di sangue finto che basterebbe per almeno 3/4 film horror non mi è nemmeno dispiaciuto. 


E' poi la volta di un (brutto) film di Tom Espinoza, regista venezuelano naturalizzato argentino, intitolato Arpón, che, mi dicono, significa "fiocina". Detta fiocina, nel (brutto) film, si vede in un paio di episodi marginali. Il protagonista fa il preside in una scuola (superiore? media? che ci frega?) e tutte le mattine passa in rassegna gli zaini delle studentesse alla ricerca di droga. Che tu ti chiedi "ma che cazzo?" Che è un po' il pensiero di Cata, che viene rincorsa dal preside fino ai bagni perché si rifiuta di farsi ispezionare lo zaino (qua ci sta il "ma che cazzo?" n. 2), ma alla fine l'uomo ci riesce, trovando delle siringhe, che la ragazza usa per gonfiare le labbra alle amiche. E poi, sempre non capendo il why e il because di quello che sta succedendo, dopo una gita al mare in cui la ragazza ha un malore, non trovandosi i suoi genitori il preside decide di portarla a casa sua:

L'uomo ha una sorta di relazione con una puttana che sta per smettere di lavorare, ma per farlo deve presentare una sostituta, e la mattina non ci sono più né lei né Cata, quindi il preside parte alla ricerca del protettore e poi boh. 
Insomma, se per un film come Revenge la sospensione dell'incredulità ha comunque un senso, in un film come Arpón, che ha altre pretese, anche se non mi è chiaro quali possano essere, si susseguono, per un'ora e venti minuti, situazioni e avvenimenti che non stanno né in cielo né in terra, a partire dal rapporto tra il preside e la ragazza, che non ha alcuna ragione di esistere, per arrivare ad un finale talmente inutile che anche se mi torturassero, non riuscirei comunque a ricordare.

Per fortuna la giornata si conclude con il film di Armando Iannucci, The Death of Stalin.
Grazie a I Wonder Pictures il film arriverà in sala l'11 gennaio. Peccato che si intitolerà "Morto Stalin, se ne fa un altro". Voi provate a far finta di niente e guardatelo comunque. Armando Iannucci è lo stesso regista di quel capolavoro di satira che fu "In the loop", purtroppo mai arrivato in questo paese. Nel cast, oltre a Steve Buscemi nella parte di Nikita Khrushchev, ci sono, tra gli altri, Michael Palin, Paddy Considine e Jason Isaacs. Quello che succede nel film lo si capisce già dal titolo, ovvero cosa si ritrovarono a fare i membri del partito a seguito dell'improvvisa morte di Stalin, avvenuta per emorragia cerebrale il 2 marzo 1953.
Ho letto che il film non è piaciuto ai critici seri perché non sarebbe lecito né di buon gusto ironizzare sui crimini compiuti da Stalin e dal suo braccio destro Beria. Quindi, fatemi capire, Charlie Hebdo sì e Armando Iannucci no? Signori miei, che noia. 
Detto ciò, riporta il Guardian, in Russia stavano considerando l'idea di vietare il film in quanto si potrebbe pensare a "un complotto occidentale per destabilizzare la Russia causando fratture nella società", mentre il politico russo Nikolai Starikov, ha definito il film di Iannucci un "atto ostile della classe intellettuale britannica, facente parte di una guerra anti-russa di informazione volta a screditare la figura di Stalin". 
Мои лорды, что за скука.


5 dicembre 2017

#TFF35 - day 2 (sabato)

Avevo in programma la visione di un film russo (Tesnota / Closeness), di cui tra l'altro ho sentito parlare molto bene, ma poi ho deciso di partecipare ad un glassblowing workshop con un maestro basco che ha portato l'arte del vetro soffiato da Murano ad un laboratorio in un cortile del centro cittadino. 
Mi sono molto divertita e ho addirittura realizzato un paio di fermacarte. Ovviamente di vetro trasparente, che non è che ti metti a sprecare bacchette di vetro colorato dandole in mano a delle principianti un po' impedite. 
In ogni modo soffiare il vetro è affascinante, anche se non l'hai mai fatto prima e probabilmente non lo farai mai più. Mi sento molto DFW in "Una cosa divertente che non farò mai più", ma intanto l'ho fatto, e va bene così. 
Una volta finito il workshop sono tornata a casa a coccolare Gattabusiva e poi sono uscita per affrontare i due film della giornata.
Il primo è finlandese e si intitola Lauri Mäntyvvaaran tuuhet ripset, o, per dirla all'inglese, Thick lashes of Laurii Mantyvaara. Un'idea di partenza carina, con due amiche (Satu e Heidi) che si presentano ai matrimoni sabotandoli con rappresaglie da guerriglia urbana (bouquet esplosivi, rapimento dello sposo ecc.)  per condannare la deriva commerciale di un evento che dovrebbe riguardare soltanto i sentimenti, Tutto fila liscio fino al momento in cui Heidi si innamora del campioncino di hockey, e la loro amicizia inizia a risentirne. Satu si sente tradita, sopratutto perchè ad Heidi sembra piaccia tutto quello che fino ad allora avevano osteggiato. E poi ci sono un po' troppi momenti WTF per farne un film perfettamente riuscito, ma ciononostante  l'ho trovato comunque carino.
Ma temo solo grazie alla presenza dei GATTIIINIIII.


Uscita dalla sala ho mangiato una cosa al volo e mi sono messa in coda per entrare a vedere l'ultima (o forse no, considerato quanto è prolifico quell'uomo) fatica di James Franco come regista, attore, produttore e forse anche altro che al momento mi sfugge, ovvero THE DISASTER ARTIST.

Parte del divertimento è chiedersi: "Chi è questo tizio? Da dove viene? Perché ha girato con il green screen anziché andare su un vero tetto?" (David Wain)
The disaster artist si concentra sulla vita di Tommy Wiseau e sulla realizzazione del suo film The room, definito da Entertainment Weekly "il Quarto Potere dei film brutti".
James Franco interpreta Wiseau, mentre suo fratello Dave ha il ruolo di Greg Sestero, amico di Wiseau e autore del libro "the disaster artist", da cui è stato appunto tratto il film.
E il film parte proprio dall'incontro, a un corso di recitazione, tra Greg e Tommy. I due, che cercano (inutilmente) di sfondare, diventano amici e decidono di trasferirsi a L.A.,
Tommy è un uomo dall'età incerta e dalle origini misteriose, nonostante asserisca di essere di New Orleans (come io sono di Stoccarda, più o meno) e dalle illimitate quanto inspiegabili disponibilità economiche. E, proprio grazie (anche se sarebbe meglio dire "per colpa") a queste risorse decide che un film lo dirigerà lui. E lo interpreterà assieme a Greg. Parte così il casting per la realizzazione del film "the room", che io non ho visto. In compenso l'ha visto Giuseppe, e ve ne (s)parla qui.
Franco riprende fedelmente (e i titoli di coda, in cui scorrono appaiate scene di The Room e scene del film che si vedono in The Disaster Artist, ne sono la prova) quello che avvenne durante la lavorazione del film peggio diretto e peggio recitato di tutti i tempi. Ovviamente al momento della sua uscita fu un insuccesso clamoroso, incassando 1800 dollari a fronte di un budget (più volte sforato) che raggiunse l'astronomica cifra di 6 milioni di dollari.
James Franco è fantastico, con quel bizzarro accento di "new orleans", e quel modo di parlare senza preposizioni e articoli. Non vorrei sembrarvi monotona, ma questo è un film da vedere necessariamente in lingua originale, perché il doppiaggio lo penalizzerà. Poi non venite a dire che non ve l'avevo detto.

È come un film realizzato da un alieno che non ha mai visto un film, ma a cui è stato spiegato meticolosamente che cos'è un film. (Tom Bissell)

29 novembre 2017

#TFF35 - day 1 (venerdì)

Incredibilmente quest'anno non vi ho (ancora) frantumato i maroni con le mie solite inutili cronache dal Torino Film Festival. Che, per la cronaca, è arrivato alla sua 35° edizione. 
E io pure.
Quest'anno, per i soliti problemi di budget, le sale in cui assistere alle proiezioni sono diminuite, sono tre in meno rispetto agli anni precedenti. Siccome non credo sia diminuito anche il pubblico, la conseguenza è che sono aumentate le code. Che io, pensa che strano, detesto.
Comunque.

Ho iniziato con Sion Sono, che ormai è una costante del TFF. 
Quest'anno il regista giapponese arriva a Torino con l'adattamento cinematografico della sua prima serie TV: Tokyo Vampire Hotel infatti nasce come mini serie di 9 puntate - dalla durata variabile di 30/50 minuti - per Amazon (Japan), ed è stato rimontato in versione ridotta (appena 142 minuti) appositamente per il grande schermo.
Ambientato nel 2021 in un bizzarro hotel, è una storia di vampiri e di rivalità tra i diretti discendenti di Dracula e la famiglia Corvin, che cercano di catturare, poco prima del suo ventiduesimo compleanno, la giovane Manami, nata durante un perfetto allineamento dei pianeti verificatosi nel 1999. Scene splatter e un uso del colore ipersaturo e super pop, oltre ad una colonna sonora che alterna musica classica, heavy metal e canzoncine rumene che ti entrano in testa, fanno in modo che il film riesca a divertire, lasciandoti la curiosità di scoprire cosa succede nella serie.
Spero che abbiate apprezzato il mio condensare 142 minuti di film in sei righe.


E' poi stata la volta del coreano Jang Hoon con il suo Taeksi Woonjunsa (A Taxi Driver), interpretato da Song Kang Ho. Il film racconta la storia vera del tassista Kim Sa Bok, che nel 1980 accetta - ignaro di cosa stia accadendo nel paese - di portare il reporter tedesco Jürgen Hinzpeter (Thomas Kretschmann) da Seul a Gwangju, dove i cittadini si stavano ribellando alla dittatura di Chun Doo-hwan, e l'esercito reprimeva con violenza le dimostrazioni, riportando, tramite gli organi di informazioni, notizie false sulla vicenza.
Film di stampo classico, che inizia con toni da commedia facendosi man mano sempre più drammatico, l'ho trovato interessante.



20 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Nel 2049, gli umani biologici chiamati replicanti sono stati integrati nella società come servi e schiavi. K, un replicante di nuova generazione, creato per obbedire, è un blade runner che lavora per il LAPD. Il suo compito è cercare e "ritirare" i replicanti Nexus ribelli. 
Dopo aver rintracciato - e ritirato - Sapper Morton, che vive in una fattoria isolata, K ritrova una scatola sepolta ai piedi di un albero  Al suo interno c'è uno scheletro, e si scopre che apparteneva ad una replicante donna, morta in seguito alle complicazioni dovute ad un taglio cesareo. La scoperta è sconvolgente, in quanto fino a quel momento non si pensava che i replicanti potessero riprodursi. Il capo di K gli ordina di trovare e ritirare il figlio, di cui non si è mai saputo nulla, e di cui non ci sono tracce.



C'era davvero bisogno che pure io vi parlassi di Blade Runner 2049, dopo che ne hanno già parlato tutti, ma proprio tutti tutti tutti? Probabilmente no, anche perché in giro ci sono fior fiore di recensioni, e di questo film si sa già tutto e il contrario di tutto. E quindi quello che vi dirò io di sicuro non aggiunge nulla di interessante a quello che è già stato detto. 
Che Denis Villeneuve sia bravo credo sia un dato di fatto, che la fotografia di Roger Deakins (che ha lavorato con Villeneuve già in Prisoners e Sicario) sia fantastica è sotto gli occhi di tutti, che Ryan Gosling sia bello di quella bellezza non convenzionale ve lo dico io, perché vi vedo un po' scettici, soprattutto voi maschietti.
E sì, questo Blade Runner 2049 è il sequel di quel Blade Runner diretto da Ridley Scott nel 1982, quello per cui tutti, almeno una volta nella vita avrete detto "Io ne ho viste cose che voi umani...".
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.
Prima di essere considerato uno dei più bei film di fantascienza di sempre e assurgere al ruolo di "cult" va detto che quando uscì nelle sale l'accoglienza fu un po' freddina, gli incassi deludenti e la critica divisa. C'era chi lo considerava troppo lento e chi invece ne esaltava la complessità tematica. Poi, come sappiamo, il tempo (e le successive versioni) hanno fatto il resto.
Ma torniamo a questo sequel, che, come il suo illustre predecessore, ha un ritmo lento e dolente. Le immagini ti affascinano e la storia in qualche modo ti conquista, mentre segui K, che, nonostante sia programmato all'obbedienza, comunque si ribella. E quando vedi che l'ologramma di Joi, la fidanzata virtuale di K, si materializza e rimane affasicnata dalla pioggia che le cade addosso e la bagna,  beh, rimani affascinato anche tu. E non puoi non apprezzare il personaggio di Mariette, chiaro omaggio alla Pris di Daryl Hannah. Il coinvolgimento visivo è forte, quello emotivo un po' altalenante, nonostante quel cavallino di legno, che ad un certo punto riflette l'ombra di un unicorno.

Villeneuve ha dichiarato che il ruolo di K è stato scritto pensando espressamente a Ryan Gosling, mentre Jared Leto - che gli è stato presentato da Jean Marc Vallée - è stato un "ripiego", in quanto David Bowie, scelto inizialmente per il ruolo di Wallace, purtroppo è mancato prima dell'inizio delle riprese. 
Per coprire il divario di 30 anni  - Blade runner si concludeva nel 2019 - che separa i due film sono stati girati tre cortometraggi che spiegano cosa è successo nel frattempo. Nell'improbabile caso non li abbiate ancora visti, dategli un'occhiata.

Black Out 2022 di Shinichirô Watanabe

2036; Nexus Dawn by Luke Scott
 

2049: Nowhere to run by Luke Scott

Concludo dicendo che a me, nonostante tutto, 2049 è piaciuto. Non so se sia destinato a diventare un cult al pari del film di Ridley Scott, perché, probabilmente, non è altrettanto innovativo, e che ultimamente l'uso del termine "capolavoro" viene usato troppo e - spesso - a sproposito. Per me Blade Runner 2049 non è un capolavoro, ma resta comunque un bel film.
Temo però che, tra trent'anni, faremo fatica a ricordarcelo.

19 ottobre 2017

L'uomo di neve

L'unico consiglio che mi sento di darvi è quello di risparmiare i soldi del biglietto, e investirli nell'acquisto del libro.

Lo sceneggiatore? 

Ma se, come la sottoscritta amate Nesbø, e ogni volta che esce un romanzo con Harry Hole lo divorate in due giorni, ma al contempo siete comunque un po' curiosi, un po' masochisti e, diciamolo, anche un po' cretini, potete anche andare a vedere il film. 
Poi però non venite a lamentarvi perché non ve l'avevo detto, ok?