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5 feb 2010

How do you say “spaghetti”?



A Cambridge ho visto un bellissimo pub.
Che poi. Non è che il pub fosse bellissimo. Era un classico pub inglese, ma sulla porta di ingresso e sulle finestre aveva delle vetrofanie che dicevano: Sorry, no children.
Fantastico. 
In un altro pub (the porcupine) abbiamo bevuto una Kastel cru rosé lager, fresca e dissetante. Non credo fosse inglese. Ma era buona ugualmente. 
Ho sentito con queste mie povere orecchie ordinare un piatto di spaghetti in un ristorante greco. Quando, di fianco al ristorante greco istesso troneggiava la “Pizzeria San Marco”. Ma brava donna, se proprio non puoi fare a meno degli spaghetti, perché addentrarti in un ristorante greco quando ne hai uno italiano proprio a fianco? Che se tuo marito aveva voglia di melanzane alla parmigiana non è ordinando la moussaka che se la sarà fatta passare. Contenti voi.
In un altro locale, mentre stavamo gustando il nostro filetto a cottura medium rare un essere di sesso maschile, seduto due tavoli più in là, ha chiesto a Paola: “tutto ok?” praticamente urlando da un tavolo all’altro e incurante delle persone sedute nel tavolo in mezzo, che separava i nostri due. Ma chi ti si incula era la risposta esatta. Ma, essendo appena tornate da Cambridge, Paola l’ha guardato perplessa rispondendogli “sì sì”. E lui, imperterrito: “Di dove sei? Quando sei arrivata?”. 
Allora.
A parte il fatto che sei un cafone fatto finito e vestito, vorrei farti presente che, per quanto Paola sia più alta, più bionda, più giovane e più phiga di me, io non sono un frutto della sua fantasia, ovvero non sono la sua amichetta invisibile (anzi). Quindi, se proprio devi attaccare discorso da un lato all’altro della sala, lo fai magari con tutte e due. Buzzurro.
Nell’ultimo pub in cui abbiamo posato i nostri leggiadri culi in compenso un’altra gentile signora ci ha donato bellissimi attimi di ilarità e sconcerto: non si era ancora seduta e già aveva attaccato discorso con la coppia seduta al tavolo a fianco. Che va bene essere espansivi, ma insomma. 
Con un tono di voce di una che è abituata a vendere le angurie al mercato abbiamo così potuto apprendere che lei era di Udine, Friuli, near Venice, do you know? Ma che, se conosceva così bene l’inglese, era perché aveva vissuto in Canada fino all’età di nove anni. (E in effetti aveva la proprietà di linguaggio di una bambina di 9 anni. Che ha sì vissuto in Canada, ma nella parte francese). Ha quindi chiesto ai due nuovi interlocutori da dove venissero. “New Zealand” hanno risposto loro. E lei, prontamente: “Aaaaaaaaaaaah, dall’Australia!”. E certo. Come se, dicendo che vieni dall’Italia, ti rispondessero “Aaaaaaaah, in Austria!”. Imbecille. 
Ha poi voluto a tutti costi far sapere ai suoi nuovi amici (e a tutto il resto della sala, dato il tono della voce) che lo scorso inverno era stata a Vienna, ai “nataly market”. Poi si è corretta sostituendo Nataly con Christmas. Per concludere dicendo che in Italia adesso faceva molto caldo, c’erano almeno 30 “grades”.
Grazie di esistere.

3 set 2009

Appunti sparsi e londinesi.

Credo che il signor Visa e il signor MasterCard dopo questo breve soggiorno londinese saranno molto orgogliosi di me. Che, con quello che ho speso in shopping, potevo permettermi un soggiorno in un resort cinque stelle categoria extra lusso sfacciato e senza scrupoli in Polinesia. Dove, fra l’altro, difficilmente avrei fatto shopping. Ergo, avrei risparmiato. Che giovedì, mentre camminavamo tranquille per Notting Hill (dove NON ho comprato una maglietta con una deliziosa scritta, che potrei anche farmi tatuare da qualche parte: “Peace, Love and Room Service”) mi ha pure telefonato il concessionario per dirmi che è arrivata la mia auto. E porco cazzo, che è sta solerzia? Quindi adesso mi tocca anche organizzarmi per il ritiro. E’ che sono stranamente ancora rilassata. Mi tornano in mente i prati di Cambridge. Che l’unica cosa che avresti voluto fare era toglierti le scarpe e iniziare a calpestarli e a rotolarticisi sopra, dentro, in mezzo. Farti prato. Cosi verdi da sembrar finti, che si vedeva che erano soffici. Ma non si potevano calpestare. Peccato. Perché se avessi potuto rotolarmi nell’erba, ad esempio, non sarei entrata in quel delizioso negozietto a comprarmi e la maglia, e il golfino, e il vestito, e il soprabito. E invece.





1 set 2009

London calling (veloce riassunto di una veloce settimana)


Non mi ricordavo che l’underground fosse così lenta. Sarà che quando sei giovane credi che il tempo non finisca mai, e non ci fai caso. Ma sabato scorso, quando siamo arrivate in città, ci abbiamo messo una vita ad andare da Victoria Station a Paddington. Ma non importa.Sussex Gardens, la strada in cui si trovava il nostro hotel era molto carina. Un susseguirsi di alberghi uno attaccato all’altro, tutti più o meno simili. Il nostro hotel era dignitosamente pulito. La stanza era piccola, ma me l’aspettavo. C’era il lavandino modello vasca da bagno di barbie, e mi aspettavo anche quello. La nostra stanza era al terzo piano senza ascensore, e questo me lo aspettavo un po’ meno. Ho affrontato la full english breakfast come se stessi seguendo una terapia a scalare: la prima mattina l’ho presa effettivamente “full”: 2 uova, bacon, fagioli in umido e un pomodoro pelato intiepidito.La seconda mattina ho chiesto di non portarmi il pomodoro e di portarmi un solo uovo.Il terzo giorno ho rinunciato anche ai fagioli.I restanti tre giorni sono passata ai corn flakes. Il tempo è stato decisamente favorevole. Un solo giorno di pioggia, ma nemmeno troppo intensa, e una temperatura invidiabile. Covent Garden e Camden Town hanno mantenuto inalterato il loro fascino. Anche se la zona di Camden la ricordavo molto più piccola e decadente. Carnaby Street è diventata un’anonima via commerciale come tante altre, e ha perso totalmente il fascino “alternativo” di un tempo. Abbiamo visitato la National Gallery, e la National Portait Gallery per visitare la mostra “Gay Icons”, il British Museum e la Tate Modern. Tutte rigorosamente free. In compenso se volevi visitare l’abbazia di Westminster e la St Paul’s Cathedral dovevi pagare rispettivamente 15 e 11 sterline. Che, mi si perdonerà, per entrare in una chiesa io non sono disposta a spendere. In alternativa noi siamo andate alla cattedrale di Westminster (che sono due cose diverse) e a St Bartholomew the great, la chiesa più antica della città, dove, fra l'altro, hanno girato alcune scene di Shakespeare in Love e Amazing Grace... Abbiamo snobbato la metropolitana preferendole gli autobus, abbiamo fatto un giro sul Tamigi, abbiamo evitato di passare anche solo per sbaglio da Piccadilly Circus, siamo andate al cinema, abbiamo preso treni (puntuali e puliti, bagni compresi), siamo state a Cambridge e a Bath, abbiamo fatto conversazione sul tempo, che da quelle parti è un classico. Ci hanno chiesto almeno due volte indicazioni stradali. Che è una cosa che a me fa piacere. Perché vuol dire che non abbiamo l’aspetto da turiste interdette, se non altro. 
E, per finire, gli inglesi sono gentili. Perché se io fossi stata al posto della commessa del negozio di scarpe in cui due mature italiche signore l’hanno tirata scema a forza di “Signorì, cara, ma che nummero è chisto?” e “Signorì, bella, voglio provare il 37” io le avrei mandate a cagare dopo cinque minuti. In inglese, of course.