Visualizzazione post con etichetta la Poison rispolvera i classici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la Poison rispolvera i classici. Mostra tutti i post

27 mag 2014

Il salario della paura (Sorcerer)

Il cinema Massimo continua a darmi un sacco di soddisfazioni. 
Dopo la retrospettiva su Dito Montiel, per il ciclo "MAGNIFICHE VISIONI. Festival Permanente del Film Restaurato" che ogni mese propone quattro capolavori del cinema, dall'età d'oro del cinema classico, spaziando dal muto fino alle nouvelles vagues degli anni '60 e oltre, in copie restaurate provenienti dalle più importanti cineteche del mondo, martedì scorso è stata la volta della proiezione (della versione restaurata) di "Il salario della paura" film diretto da William Friedkin nel 1977, che all'epoca della sua uscita non riscosse grosso successo, né di pubblico né di critica. 
Il film costò 22 milioni di dollari, incassandone soltanto 12.
In seguito però, come spesso succede, venne rivalutato, e la sua versione restaurata è stata presentata all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, in occasione dell'assegnazione del Leone d'Oro alla carriera a Friedkin.
Si tratta di un remake del film italo-francese "Vite perdute", del 1953, diretto da Henri-Georges Clouzot.
L'interprete principale di questo film è Roy Scheider (Dominguez), che con Friedkin aveva già lavorato nel precedente "il braccio violento della legge", oltre a Bruno Cremer (Serrano), Francisco Rabal (Nilo) e Amidou (Martinez).

Questo posto fighissimo è Bisti Badlands, in New Mexico
Friedkin ci presenta i quattro personaggi in quattro distinti episodi, partendo dal Messico, dove scopriamo che Nilo è un killer di professione, poi la scena si sposta a Gerusalemme, in cui Kassem (Martinez), dopo aver compiuto un attentato, riesce a sfuggire all'esercito israeliano, mentre i suoi complici vengono catturati. Dall'Israele alla Francia, per conoscere Victor Manzon (Serrano), imprenditore parigino in procinto di essere arrestato per bancarotta fraudolenta, che, dopo il suicidio del suo socio, capisce che le cose stanno precipitando, per finire a Elizabeth, in New Jersey, dove quattro rapinatori assaltano una chiesa, nel giorno della raccolta delle offerte. Sparano ad uno dei preti, che è il fratello di un boss della mala italo-americana, e, durante la fuga, hanno un incidente d'auto, in cui Jack Scanlon (Dominguez) riesce a salvarsi, ma aver ferito il prete fratello del boss equivale ad una condanna a morte, quindi, aiutato da un uomo che gli doveva un favore, abbandona il paese.
Siccome il mondo è piccolo, i quattro uomini, con false identità, si ritroveranno nel villaggio di Porvenir - roba che la favela di Rocinha sembra Montecarlo - in un imprecisato stato dell'America Centrale (anche se i colori sono quelli della bandiera Colombiana), a lavorare per una compagnia petrolifera.
Quando a seguito di un attentato viene fatto esplodere un pozzo di petrolio, l'unica soluzione per spegnere l'incendio è utilizzare la dinamite. Ma le scorte accumulate nel villaggio, a seguito della cattiva conservazione hanno rilasciano nitroglicerina, e lo spostamento del carico, a causa dell'instabilità, è pericolosissimo.
Impensabile l'uso dell'elicottero, l'unica soluzione è trasportarle via terra.
Servono autisti esperti, che verranno selezionati fra la popolazione del villaggio, e alla fine la scelta ricade, ovviamente, sui quattro personaggi che già conosciamo. La ricompensa, oltre ad una somma in denaro, prevede il rilascio di documenti regolari.
Verrano predisposti due camion (Sorcerer, titolo originale del film, altro non è che il nome di uno dei due automezzi) che, recuperato il pericoloso carico, inizieranno il viaggio per portare la dinamite a destinazione.
Non aggiungo altro, se no fiinisce che vi racconto tutto il film, ma il viaggio di questi quattro disgraziati, per cui, nonostante non siano propriamente degli stinchi di santo - ti ritrovi a preoccuparti, mette un'angoscia tale - grazie anche alla fantastica colonna sonora dei Tangerine Dream - che al confronto L'esorcista (per restare in ambito Friedkin) sembra una puntata di Peppa Pig.
Io ho passato buona parte del tempo con le mani davanti agli occhi, come nei meglio film de paura.
In estrema sintesi: filmone.


24 nov 2013

31° TFF - day 2

Sabato mattina. Colazione al bar, quello dell'ufficio. Perdi il 72 per un semaforo rosso e aspetti il successivo. Arrivi al Lux e c'è già la bionda. Di Dantès nessuna traccia. Entriamo in sala.
S A L V O (Italia/Francia 2013)
Opera prima di Antonio Piazza  e Fabio Grassadonia, il film, presentato a Cannes, ha vinto il Grand Prix de la Semaine de la Critique, e il Prix Révélation. 
In una Sicilia che sembra il West (splendida la scena finale) Salvo Mancuso (Saleh Bakri) è il laconico è spietato uomo di fiducia di un boss latitante, (Mario Pupella) la faccia come una trasposizione di Klaus Kinski a Villa Palagonia, che - a inizio del film salva da un agguato. Scoperto chi è il mandante, ligio al dovere, si recherà a casa dell'uomo per eliminarlo. Qua troverà Rita, la sorella, cieca dalla nascita. Dopo aver ucciso il fratello decide di rapire la ragazza (che, per qualche strano motivo, con la sola imposizione delle mani dell'assassino di suo fratello sembra abbia ripreso a vedere) per nasconderla in una fabbrica abbandonata.
Mentre le giornate di Salvo si susseguono identiche, ospite/prigioniero di una coppia che gestisce una lavanderia, ogni tanto sparisce per portare da mangiare a Rita.
Ma il paese è piccolo e la gente mormora.
È la voce che Rita sia ancora viva, mentre Salvo gli aveva assicurato di averla uccisa, giunge all'orecchio del boss, che, raggiunto il ragazzo alla fabbrica, gli ordinerà di portare a termine il lavoro.
Due cecità a confronto per un film che potrebbe dire qualcosa, ma lascia spazio ai lunghi silenzi, indugiando su rumori, luci ed ombre e una canzone dei Modà ripetuta all'infinito. Che se fosse partita anche ai titoli di coda mi sarei messa a strillare.
Salvo?
Per me è nì.
Abbandoniamo la sala e ci spostiamo al Reposi per la visione dei primi due episodi, diretti da David Fincher, di
H O U S E   O F   C A R D S   (USA 2013)

Chi mi legge ormai dovrebbe sapere che il mio rapporto con le serie TV  è praticamente inesistente, perché dopo un po' mi rompo i coglioni e le abbandono, ma qua, con Kevin Spacey membro del congresso, a cui viene negato il posto di segretario di stato dopo che gli era stato promesso, e mette in piedi una vendetta avvalendosi di tutti i mezzi più o meno - soprattutto meno - leciti in suo possesso, con l'aiuto di un'ambiziosa giornalista, mi ha invogliato ad andare alla ricerca degli episodi successivi, per vedere cosa riuscirà ad architettare, e fin dove sarà disposto a spingersi...
E adesso una raccomandazione per i turisti giunti in città per il TFF: lo so che la bagna cauda è tanto buona e questa è la stagione giusta e ce l'abbiamo solo noi e la curiosità è una brutta bestia, ma, vi prego, vi scongiuro, vi supplico: se dopo andate al cinema, non la mangiate, per favore! 
Approfitto della retrospettiva "New Hollywood" per rivedere, o trivedere, ma per la prima volta in lingua originale, 
THE LAST PICTURE SHOW (L'ultimo spettacolo) di Peter Bogdanovich. 

Film del 1971, girato in bianco e nero, segna l'esordio di Cybill Shepard, bellissima, qua in versione gatta morta zoccoleggiante, nonché di un giovanissimo Jeff Bridges, qua al suo terzo film, dove, per l'interpretazione di Duane, ottenne la nomination all'oscar come miglior attore non protagonista. 
Se non doveste averlo mai visto, ma non credo, recuperatelo. 
B L U E   R U I N   (USA 2013)

Questo è uno dei pochi film in concorso che vedrò quest'anno. Un revenge movie in salsa indie. 
Dwight vive nella sua Pontiac blu portatrice sana di ruggine, si lava quando capita introducendosi in case vuote, si nutre come e quando capita rovistando nei bidoni della spazzatura e sembra totalmente inoffensivo. Quando gli viene comunicato che l'uomo accusato dell'omicidio dei suoi genitori sta per essere scarcerato, parte alla volta della Virginia deciso a farsi (più) giustizia. 
Peccato che poi sembra quasi che ci prenda gusto, incapace di arrestare la spirale di violenza che ha innescato, in una lotta all'ultimo colpo. 
Tripudio di arsenali casalinghi, un paio di scene da risata amara, una faida familiare che sembra la versione con più sangue di  "shotgun stories" di Nichols. 
Interessante. 
E N O U G H   S A I D   (USA 2013) 

Graziosa commedia sulla difficoltà di iniziare nuove relazioni quando non si è più ragazzini, e di quanto le opinioni altrui  sulle relazioni precedenti possano o meno influenzarci. 
Eva, massaggiatrice divorziata, conosce, ad una festa, Albert. Decidono di rivedersi nonostante inizialmente lei non sia attratta dall'uomo. La stessa sera, alla stessa festa, conosce Marianne, poetessa pseudo alternativa, che diventa sua cliente. Mentre la relazione con Albert prosegue ottimamente, parallelamente anche il rapporto con Marianne si trasforma da professionale ad amicizia, e, un giorno, attraverso alcuni particolari, Eva scopre che Albert è l'ex marito di Marianne, ma decide di non dire nulla all'uomo. Fino ad un imbarazzante incontro in cui giocoforza si scoprono le carte in tavola, che sembra segnare l'inizio della fine. 
Vedere James Gandolfini sullo schermo (questo è il suo ultimo film) mette tanta, tanta tristezza. 
Ma, se vi capita - e non siete più di primo pelo - dategli un'occhiata, ne vale senz'altro la pena. 

(questo post è stato scritto mentre sono in coda per vedere "Big Bad Wolves", definito dal caro vecchio Quentin Tarantino uno dei film dell'anno). Tenetevi pronti. 

30 ago 2013

William Friedkin's celebration:
The French Connection


Visto che ieri, 29 agosto, era il compleanno di William Friedkin, oltre al leone d'oro alla carriera che gli hanno consegnato a Venezia, la fratturata, a modo suo, l'ha celebrato con la visione non di uno, ma di ben due suoi film.
Il primo è un classicone del 1971, "The French Connection" (Il braccio violento della legge) vincitore di 5 premi Oscar, con protagonisti un Gene Hackman in stato di grazia e un compianto Roy Scheider ottimo comprimario. Per Gene Hackman fu oscar come miglior attore, Scheider invece dovette accontentarsi della nomination a miglior attore non protagonista.
Per questo film, girato totalmente in esterni e spesso sui luoghi reali della vicenda su cui si basa il film, un'operazione condotta da diversi reparti della polizia di New York negli anni 60, Friedkin ha detto di essersi ispirato a Fino all'ultimo respiro di Godard e a Z l'orgia del potere di Costa Gavras.
Il film inizia a Marsiglia - all'epoca importante centro per la raffinazione dell'eroina - con l'esecuzione di un agente sotto copertura, per poi spostarsi a Brooklyn dove i due agenti "Popeye" Doyle e "Cloudy" Russo stanno sorvegliando un bar dove si spaccia droga. A fine turno si recano in un locale notturno per una doverosa bevuta, e casualmente notano, ad un tavolo dove sono seduti alcuni fra i maggiori esponenti del crimine della città, un giovane sconosciuto che spende e spande come non ci fosse un domani. Insospettiti, iniziano ad indagare sull'uomo, Sal Boca, e, in qualche modo, riescono a convincere i superiori ad affidare loro l'indagine, nonostante gli elementi in loro possesso siano praticamente inesistenti. Doyle e Russo però avevano visto lungo, infatti Boca è coinvolto in un traffico di droga, con una partita di eroina in arrivo dalla Francia, assieme al misterioso trafficante Charnier (Fernando Rey, scritturato per un equivoco).
Per Doyle il buon esito dell'operazione diventa un'ossessione e inizia un'incessante operazione di sorveglianza, pedinamenti e inseguimenti fra le strade di una New York mai così fredda e desolata.
Un film innovativo, che ancora oggi, nonostante siano passati più di 40 anni dalla sua realizzazione, si fa vedere senza accusare minimamente il peso degli anni.


26 giu 2013

To be or not to be (Vogliamo vivere!)

Quando esci dalla sala soddisfatta perché hai visto un gran film, e il film in questione è del 1942, ti rendi subito conto del motivo per cui ultimamente dopo la visione di ogni pellicola hai quell'espressione a metà strada tra il mpf e il meh. 
Perché i film belli esistono. Solo che ultimamente hanno dimenticato come realizzarli. 
E d'accordo che Lubitsch non è propriamente l'ultimo arrivato e che per lui Billy Wilder coniò l'espressione di "tocco alla Lubitsch", ma, signori miei, qua se non siamo di fronte al capolavoro poco ci manca. (e non mi si venga poi a dire che non accetto consigli)
Sagace satira che - nel 1942 - prende di mira il nazismo e i suoi ideali. 
Siamo a Varsavia, poco prima dell'inizio del conflitto, e la compagnia teatrale di cui fanno parte Maria Tura (Carole Lombard, strepitosa in quello che purtroppo sarebbe stato il suo ultimo ruolo) e suo marito Josef è impegnata nelle prove di un nuovo spettacolo (Gestapo), ma, grazie all'intervento della censura, dovranno riportare in scena l'Amleto. 
E' durante il monologo che l'affascinante Maria riceve in camerino il tenente Sobinsky, aitante pilota e suo appassionato ammiratore. 
Ma l'invasione della Polonia lascia ben presto gli attori senza lavoro, mentre il giovane tenente entrerà a far parte della squadra polacca della Raf impegnata nella resistenza, e sarà proprio lui a scoprire che il professor Siletsky altri non è che una spia nazista.
Per impedire che le sue informazioni arrivino alla Gestapo, Sobinsky cercherà di tornare a Varsavia prima del professore, e, rientrato in contatto con Maria e tutta la compagnia teatrale inizierà, in un meccanismo perfetto dove tutto si incastra alla perfezione, fra dialoghi, battute ironiche e pungenti, equivoci, intrecci e scambi di persona,  un'incredibile quanto rischiosa operazione antinazista.
E se il monologo dell'Amleto accompagna più volte lo spettatore durante il film, il monologo di Shylock arriva nel momento più toccante di tutto il film, dove realtà e finzione si amalgamano alla perfezione con l'ironia e la satira. 

Se ci ferite noi non sanguiniamo? 
Se ci solleticate, noi non ridiamo? 
Se ci avvelenate noi non moriamo?
E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Se noi siamo come voi in tutto 
vi assomiglieremo anche in questo.

14 apr 2013

Britannia Hospital

Al Britannia Hospital, nel giorno in cui è prevista una visita della Regina Madre, invitata ad assistere alla presentazione di una nuova rivoluzionaria scoperta scientifica, i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale per protestare affinché vengano eliminate le camere private per pazienti ricchi. Oltre ai picchetti dei lavoratori, fuori dai cancelli si ingrossa il corteo di protesta composto da militanti che chiedono l’espulsione dal paese del famigerato dittatore Ngami, ospite privato della clinica, appunto. 
Un reporter d’assalto (Malcom McDowell) armato di avveniristica (per l’epoca) cinepresa, con la complicità di un’infermiera, riesce ad entrare nel reparto in cui l’esaltato primario sta portando a termine l’invenzione dell’uomo nuovo e, suo malgrado, si ritroverà a farne parte. 
Il direttore riesce a calmare i manifestanti promettendo ai rappresentanti sindacali di prender parte al banchetto reale, anche se, per scongiurare il black out dell’edificio uccide un operaio a colpi di badile.
Quando la cerimonia sta per iniziare i manifestanti riescono ad entrare nella struttura e il primario, con un discorso da manuale, li invita ad assistere alla presentazione dell’invenzione, spacciandola come l’unica salvezza per l’umanità, che ha battezzato “Genesi”, in quanto macchina suprema. Che inizia addirittura a parlare, ("che sublime capolavoro è l'uomo" - dall'Amleto) ma subito si inceppa.
Black comedy del 1982 che prende di mira il servizio sanitario e la società inglese dell'epoca. Grottesco il giusto, ma  - rivisto ora - un po' datato. 



5 apr 2013

Fronte del porto

Ma tu davvero facevi la boxe?
Sì, una volta.
E come hai cominciato?.
Boh, non lo so, facevo sempre a pugni
ed allora ho pensato di farmi pagare.



Elia Kazan diresse questo film pochi anni dopo aver denunciato alla famigerata Commissione per le attività anti-americane una decina di suoi colleghi. Ed è probabile che si sia molto immedesimato nelle scene del film in cui, dopo che Terry avrà reso la sua testimonianza alla commissione d'inchiesta, tutti gli amici e colleghi gli volteranno le spalle, tentando in questo modo di esorcizzare il suo senso di colpa.  
Detto ciò, proviamo ad andare per ordine.
Che io di fronte ai classici ho sempre un po' di sano timore reverenziale.
Terry Malloy, ex pugile e scaricatore di porto, si rende complice inconsapevole della morte di un collega, in procinto di denunciare i metodi di lavoro di una mafia travestita da sindacato, in cui lavora suo fratello Charley, diventato uno stretto collaboratore di Friendly, il boss dell'organizzazione che tutte le mattine, selezionando gli operai - in quella che è una vera e propria guerra  tra poveri - decreta chi potrà avere il privilegio di lavorare quel giorno. 
Dopo la morte del ragazzo, sua sorella Edie vuole scoprire la verità. Verrà aiutata da padre Barry, un sacerdote combattivo e dai metodi spicci, che, convocata una riunione in chiesa cercherà di convincere i lavoratori a ribellarsi. Ma un gruppo di scagnozzi di Friendly disperde i partecipanti. 
Le parole del prete convincono uno degli operai più anziani a testimoniare. Casualmente il giorno dopo resterà vittima di un incidente sul lavoro, seppellito da un carico di casse di whisky. 
Anche Terry è stato convocato dalla commissione, ma ovviamente, visti i suoi legami con l'organizzazione, si rifiuta di partecipare. 
Ma nel frattempo ha iniziato a frequentare Edie, di cui si sta innamorando, e sia la fermezza della ragazza, sempre determinata a trovare i colpevoli della morte del fratello, sia le parole di padre Barry, iniziano a incrinare la sua apparente indifferenza nei confronti di quello che lo circonda. 
Quando Charley (responsabile di avergli stroncato la carriera di pugile vendendo un incontro che Terry avrebbe sicuramente vinto) incaricato di sopprimere il fratello ormai diventato una minaccia - in una delle scene più toccanti di tutto il film, con Terry che sposta delicatamente con la mano la pistola che Charlie gli sta  puntando contro - non ha il coraggio di portare a termine il suo incarico, pagherà di persona "l'errore", ed il suo cadavere, in pieno stile mafioso, viene fatto ritrovare appeso a un gancio. 
Solo allora Terry decide di reagire.
Dissuaso dal sacerdote a vendicarsi si presenterà davanti alla commissione, e denuncerà Friendly. 
Ma, come detto all'inizio, la confessione di Terry viene interpretata come un tradimento da tutti gli operai, che gli volteranno le spalle. Fino al giorno in cui, al porto, Terry affronterà Friendly nella resa dei conti. 
E, dopo essere stato massacrato dall'intera gang, si rialzerà in piedi, e, barcollando, si avvierà verso lo stabilimento, dove il nuovo padrone li sta aspettando.
E, mentre la saracinesca si abbassa, noi possiamo solo immaginare che, se anche il potere al vertice è cambiato, la condizione degli operai facilmente resterà invariata. 

29 mar 2013

M - Il mostro di Düsseldorf (M - Eine Stadt sucht einen Mörder)

...scap-pa scap-pa 
mo-nel-lac-cio
se no vie-ne
l'uo-mo ne-ro...














Schermo nero e un fischiettare fuoricampo, che si apre poi su un gruppo di bambini che fanno la "conta" recitando la macabra filastrocca. 
E nel frattempo la signora Beckmann attende sempre più terrorizzata che la piccola Elsie faccia ritorno a casa. 
Ma la piccola Elsie non tornerà più.
Ennesima vittima di Hans Beckert, un maniaco omicida seriale che ha già ammazzato 8 bambine.
La polizia non ha indizi, nemmeno dopo che il mostro scrive una lettera che verrà pubblicata dai giornali, nè sembra essere d'aiuto la sostanziosa taglia che pende sulla testa dell'assassino.
Tra la popolazione il sospetto e la paura crescenti scatenano gli istinti più biechi, e tutti pensano di aver riconosciuto l'assassino, arrivando ad accusarsi a vicenda o ad accusare il prossimo, attività sempre di moda.
Le indagini della polizia, che inizia a battere a tappeto i quartieri più malfamati della città iniziano a creare dei problemi alla malavita organizzata, che, per evitare che la polizia mandi a monte i loro traffici, organizzerà una caccia all'uomo parallela, avvalendosi dell'aiuto dei mendicanti che vivono per strada. 
Sarà proprio un mendicante cieco a riconoscerlo, grazie al motivetto fischiato da Beckert, e all'uomo verrà scritta la lettera M (come Mörder, - assassino) con un gessetto sulla schiena. Vistosi scoperto, l'uomo - dall'aspetto tutt'altro che pericoloso, a dispetto di ogni teoria Lombrosiana - troverà rifugio in un palazzo, ma qua verrà raggiunto dai criminali, che - di fronte ad un tribunale estemporaneo, formato da ladri, assassini e prostitute - lo sottoporranno ad un processo improvvisato, dove chi giudica non può certo definirsi migliore di chi sta giudicando. E qua parte lo "splendido" monologo del Mostro, che con un trasporto incredibile spiegherà i motivi che lo portano a compiere crimini di cui sembra non rendersi conto:

"Quando cammino per le strade ho sempre la sensazione che qualcuno mi stia seguendo, ma sono invece io che inseguo me stesso. Silenzioso, ma io lo sento. Spesso ho l'impressione di correre dietro a me stesso. Allora voglio scappare, scappare, ma non posso fuggire! Devo uscire ed essere inseguito. Devo correre, correre per strade senza fine.Voglio andare via, ma con me corrono i fantasmi di madri, di bambini. Non mi lasciano un momento, sono sempre là, sempre, sempre. Soltanto quando uccido, solo allora... E poi non mi ricordo più nulla..."

Il film inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Mörder unter uns" (gli assassini fra noi), ma venne censurato dal  NSDAP. Strano, eh?
Invece in Italia riuscì ad arrivare con appena una trentina d'anni di ritardo. 
Niente di nuovo sotto il sole.
In ogni caso, capolavoro.




15 mar 2013

Full Metal Jacket


Soldato semplice Jocker, tu credi alla vergine Maria?
Signorno, signore!
Soldato Joker, io credo di non aver sentito quello che hai detto!
Signore, il soldato ha risposto no, no signore!
Brutto verme, mi fai venir voglia di vomitare! 
Brutto ateo comunista adesso mi dici immediatamente
che tu vuoi bene alla vergine Maria altrimenti io ti strappo le budella! 
Allora vuoi bene alla vergine Maria, vero o no?!
Signorno, negativo, signore!

Ci sono sere in cui potresti prendere la TV e usarla come vassoio per il sushi, piuttosto che come tagliere per salumi e formaggi, o per appoggiarci il bicchiere di Santa Teresa 1796, o, più semplicemente, ignorare di possederla e dedicarti alla lettura di un libro, di un estratto conto, di un preventivo del carrozziere, e/o usarla per vederti un film in dvd. 
Poi ci sono sere come mercoledì in cui i signori del palinsesto, veri geGni del male, fenomeni della concorrenza sleale, ma a discapito del povero spettatore, si organizzano in maniera per cui il povero spettatore, nella fattispecie la sottoscritta, intenta a fare il solito inutile giro di zapping isterico dopo che il clamore da nuntio vobis gaudim magnum: habemus Papam! si è appena placato, ma soprattutto dopo che, addentando un pomodoro è riuscita ad inghiottire una capsula (le mie sfighe della settimana, con cui non intendo assolutamente sfrancicarvi i maroni - iniziate venerdì sera - si possono riassumere con la legge di Murphy: «Se qualcosa può andar male, lo farà.») cosa ti trova? Full Metal Jacket su un canale, e Winter's bone su un altro. Che tu pensi di essere vittima di una visione mistica, tipo quella che hai avuto mezz'ora prima quando hai ricevuto una foto su what's up e ancora un po' e ti saresti messa a piangere. 
E invece. 
E' tutto vero.
Cioè, no, intendiamoci, anche la foto su what's up era vera. Ma lasciamo stare, che è meglio.
Mi sono fatta prendere un attimo dal dubbio, poi ho deciso che, siccome il ricordo di Winter's bone era relativamente fresco  avendo visto il film un paio di anni fa, era senz'altro meglio rivedere FMJ, che ho sicuramente rivisto dai tempi della sua uscita in sala (1987), ma comunque mancava all'appello da un sacco di anni.
E, come sempre, ho provato una sensazione di fastidio mista a sofferenza nel rivedere l'odioso, nonchè fanatico e invasato, sergente Hartman vessare in maniera terrificante il povero Lawrence "Palla di Lardo", un giovanissimo Vincent D'Onofrio  in quella che è senz'altro la sua interpretazione migliore, durante il periodo nel campo di addestramento dei Marines a Parris Island.
L'altro protagonista su cui Kubrick concentra la sua attenzione è Jocker, (Matthew Modine, che, dopo un inizio carriera scoppiettante, si è un po' perso per strada nel corso degli anni) che, per aver tenuto testa ad Hartman, verrà promosso caposquadra, e si ritroverà ad aiutare Lawrence, preoccupandosi soprattutto per il suo sempre più precario equilibrio mentale.
Sarà proprio Jocker, l'ultima notte di addestramento, a trovare Lawrence nei bagni, con il suo fucile (caricato con proiettili Full Metal Jacket, come gli farà notare lo stesso Lawrence), e a rimanere immobile fino all'arrivo di Hartman, che insulterà per l'ennesima (nonchè ultima) volta Palla di Lardo, che lo ucciderà prima di suicidarsi, sotto lo sguardo terrorizzato e impotente di Jocker.
Ritroviamo poi Jocker in Vietnam, ma a De Nang, lontano dal fronte, impiegato come giornalista assieme al fotografo Rafterman. Stanchi di quella tranquillità riusciranno a farsi mandare al fronte, dove troveranno quei Marines addestrati secondo i desideri di Hartman (Il corpo dei Marines non vuole dei robot. Il corpo dei Marines vuole dei killer!), ormai completamente avvezzi agli orrori della guerra.
Un film sul Vietnam dove quasi il Vietnam scompare, un film sulla malvagità e sulla violenza dell'uomo, sulla sua irrazionalità.
La guerra.
L'orrore.
L'orrore della guerra.
E della nostra natura.

11 mar 2013

The night of the hunter (La morte corre sul fiume)

E/O la Poison rispolvera i classici. Sabato sera ero già d'accordo con la bionda per andare al cinema (a vedere "just like a woman") più perché era in programmazione nella sala che noi frequentiamo al sabato che per reale interesse, ma, dopo una sontuosa cena a base di bresaola e un pacchetto di cracker, una fastidiosa sensazione di nausea, come se avessi inghiottito una cassapanca in rovere, ma senza masticarla bene,  si è impossessata della sottoscritta, e solo l'idea di mettersi in macchina non faceva che aumentare il malessere. Telefonata in extremis alla bionda, naturalmente comprensiva, e riappropriazione del divano, dopo aver scelto un film dallo scaffale.
E ho deciso di vedere un'altra opera unica. Nel senso che, come Dalton Trumbo, anche Charles Laughton ha diretto un unico film, con protagonista un Robert Mitchum - con le nocche delle mani tatuate con "love" e "hate" - in grande spolvero nella parte di Harry Powell, un sedicente predicatore, a suo modo carismatico, con una particolare predilezione  nei confronti delle vedove. Non propriamente un inno al femminismo, perché, eccezion fatta per Rachel Cooper (Lilian Gish, che io ricordo per la sua interpretazione in quello che credo sia il suo ultimo film, Le balene di agosto), le donne sono rappresentate generalmente come superficiali, volubili e mediamente stupide.
In ogni modo, condannato a 30 giorni di carcere, Powell si ritrova a dividere la cella con Ben Harper (no, non il cantante), condannato a morte per rapina e omicidio. Prima di essere arrestato Ben dice ai suoi figli, John e Pearl, dove ha nascosto il bottino della rapina, facendoli giurare di non rivelarlo a nessuno. Ma l'uomo, parlando nel sonno, citerà un passo della Bibbia, e questo sarà sufficiente ad Harry per convincerlo che i figli sanno dov'è nascosto il denaro. Uscito dal carcere - a differenza di Ben - si metterà in cerca di Willa, la vedova, e la sposerà. Mentre la piccola Pearl, alla ricerca di una figura paterna, si mostrerà subito ben disposta nei confronti dell'uomo, John è giustamente sospettoso.
Quando anche Willa scoprirà le reali intenzioni dell'uomo, Harry la uccide, raccontando a tutti che la donna se n'è andata. E i due ragazzini fuggono, in barca, sul fiume. Arriveranno alla fattoria di Rachel Cooper, che si prenderà amorevolmente cura di loro. Powell, come il più feroce dei predatori, riesce comunque a trovarli. Ma Rachel sa il fatto suo, e non si farà abbindolare dalle parole dell'uomo e dai suoi modi suadenti, riuscendo finalmente a farlo catturare. Durante il processo per l'omicidio di Willa si scoprirà quante sono le vittime di Powell, e l'uomo rischierà il linciaggio da parte di quelle stesse persone che, affascinate dalla sua parlantina, fino al giorno prima lo consideravano come una specie di nuovo messia.
Esattamente come le parole che Rachel, citando Matteo, pronuncia a inizio film, "guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi"
E Harry Powell è quel lupo.


10 mar 2013

Johnny got his gun (e Johnny prese il fucile)

"Quando il paese chiama, si deve andare"
"Nessuno dovrebbe farlo"

Tutti invece dovrebbero vedere questo film.
Dalton Trumbo ha scritto l'omonimo romanzo (che io, tanto per cambiare, non ho letto) nel 1939, e nel 1971 ne diresse l'adattamento cinematografico. Fu il suo unico film da regista, mentre come sceneggiatore spesso sotto falso nome, in quanto sospettato di essere anti-americano nonché comunista (!) nell'America maccartista, ha firmato cose come Exodus, Spartacus, Papillon, giusto per citarne alcune. Suo è il soggetto di "vacanze romane", per il quale vinse l'Oscar.
Con questo film ci consegna uno dei più importanti manifesti pacifisti di tutti i tempi.
Joe Bonham, vittima di guerra, viene portato in ospedale. Sordo, cieco, privato dell'uso della parola, senza più né braccia né gambe, ma incredibilmente vivo, é, contrariamente a quello che pensano i dottori che lo credono soltanto un vegetale che respira, ancora in grado di pensare, e soprattutto di capire quello che succede attorno a lui, ma non può comunicarlo a nessuno.
Viene sistemato in un ripostiglio dell'ospedale, dove nessuno possa vederlo. Si affida pertanto all'unica cosa che gli rimane: i suoi pensieri, alternando momenti felici della sua vita, a sogni in cui non riesce a capire se è lui a dominarli o se sono i sogni stessi a condizionarlo. E sarà grazie a uno di questi sogni che troverà il modo di comunicare con l'esterno, tramite l'alfabeto Morse. La sua "gioia" ha vita breve, perché dopo aver comunicato allo staff medico il suo desiderio di essere mostrato al mondo affinché tutti possano vedere gli orrori generati dalla guerra, capisce che i dottori non lo accontenteranno mai, preferendo mantenere il segreto. Chiederà inutilmente di venire ucciso, ma anche questa volta le sue richieste non verranno esaudite.


6 mar 2013

Le iene


L'altra sera è passato a trovarmi un amico.
Che io ho accolto in pigiama, pantofole e copertina di pile. Insomma, in tenuta da divano. Mancava solo il gatto, ma tranquilli: è arrivato in un secondo momento. 
Che una volta mi sarei fatta trovare avvolta solo nella copertina di pile, per dire. E forse nemmeno. Che io abbia raggiunto la pace dei sensi? Perché sto rimbalzando bellamente anche un altro paio di maschietti, che mi stimolano gli ormoni tanto quanto una puntata di un giorno in pretura. 
Considerato che la mia non-vita sessuale annoia me per prima, figuriamoci quanto possa interessare a voi, fra l'altro.
Dicevo, è venuto a trovarmi un amico.
Che - orrrrrrrore - non aveva MAI visto LE IENE.
E allora la Poison, in versione benefattrice, invece di dispensare amorevoli pompini come avrebbe fatto un tempo, ha infilato il dvd nel lettore ed è partita la visione del film. 
Non lo vedevo da così tanto tempo che quasi non me lo ricordavo, e vedere Tim Roth e Steve Buscemi così giovani mi ha fatto quasi tenerezza.
Per non parlare di quanto era figo Michael Madsen, all'epoca. 
Che scopro aver fatto una delle sue ultime apparizioni in un video di Justin Bieber. Cioè, no, ma stiamo scherzando? Un minuto di raccoglimento, please. 
Che dire su Le iene che non si sappia già? Niente, appunto.
Ma io ve lo dico lo stesso. 
Esordio nel lungometraggio di Quentin Tarantino, che inizia subito col botto: violenza, dialoghi scoppiettanti, humour nero, sangue a secchiate. 
Il vecchio Joe, affiancato dal figlio Eddie il bello (Chris Penn, R.I.P.) organizza un colpo ai danni di un grossista di diamanti. Per compierlo ingaggia una mezza dozzina di uomini che, come regola, non dovranno mai chiamarsi per nome né rivelare alcunché della loro vita agli altri.
E' per questo che li vediamo all'inizio del film mentre, in una tavola calda, Joe "battezza" il gruppo, impegnato in un'imperdibile disquisizione sul pezzo "Like a virgin" di Madonna che, secondo Mr.Brown (Tarantino) è una chiara allusione alla fava grossa. Per poi passare a Mr.Pink e alla sua avversione a lasciare la mancia.
E poi ritroviamo Mr.White e Mr.Orange (ferito) nel luogo dell'incontro post-colpo, dove si capisce che, nonostante fosse tutto pianificato alla perfezione, la teoria e la pratica spesso sono due cose totalmente diverse. E da lì, in un vortice di flash back ci viene spiegato per filo e per segno cos'è successo. 
Ma mica dovrò raccontarvelo io, no? 

Prova a dire che questo film fa schifo, se hai il coraggio!

12 gen 2013

The grapes of wrath (Furore)

La Tiz ieri mattina mi manda una mail dicendo: stasera al Massimo danno Furore in versione originale allo spettacolo delle 20.30, ci andiamo?
Che fai, le dici di no?
No. E così ieri sera, per la terza volta nella settimana, sono andata al cinema. Anche perché io Furore l'avrò visto (ovviamente in tv) almeno vent'anni fa, e l'idea di vederlo sul grande schermo, e in lingua originale, era decisamente allettante.
Immagino che il film non abbia bisogno di molte spiegazioni, perché è davvero un classico. Tratto dall'omonimo romanzo di Steinbeck, fu diretto da John Ford che per questo film vinse l'oscar alla regia nel 1941, come lo vinse, come migliore attrice non protagonista, Jane Darwell, per la sua toccante interpretazione di mamma Joad.
Tom Joad, dopo aver scontato 4 anni in carcere per un omicidio, torna a casa con la condizionale, nonostante tutti, fra parenti e amici, credano sia evaso. L'Oklahoma è devastato dalla crisi e la famiglia Joad, dopo aver abbandonato la casa e i terreni aridi, confiscati dalla banca, inizieranno un viaggio della speranza verso la California, dove si vocifera ci sia lavoro per tutti. Con un camion che sembra sempre sul punto di ribaltarsi o cadere a pezzi e invece, sfidando ogni legge della fisica, riesce in qualche modo a portarli a destinazione. I due anziani nonni non riusciranno a vedere la California, e, considerato quello che la famiglia Toad troverà, una volta giunta a destinazione, ovvero altra miseria, meglio così.
Il film è potente nella sua toccante crudeltà, ed il personaggio di mamma Joad, con il suo concetto di unità e di famiglia e il discorso finale "perché noi siamo il popolo, e non moriremo mai", è pura bellezza.
Senza bisogno di effetti speciali.

27 nov 2012

Whisky Galore!

Ho inserito nel programma questo film del 1949 perché l'alcolizzata che è in me non poteva non rimanere affascinata dal titolo.
In una sperduta isola scozzese, nel 1943, gli abitanti vivono sereni, occupandosi di pesca, allevamento di bestiame and so on. Ma sulla comunità si abbatte una tragedia. Non è la guerra, non è la fame, non è la povertà. È l'esaurimento delle scorte di whisky.
L'isola è in lutto, gli uomini si ammalano e tutto va a rotoli, finché, in una notte piena solo di nebbia, una nave fa naufragio vicino alle coste. Ben presto gli isolani scopriranno che trasportava un carico preziosissimo: 50.000 casse di whisky.
Da quel momento scatta l'operazione recupero, ostacolata dal perfido servitore della legge Waggett, che, per impedire un atto illegale, non esiterà a chiamare il fisco.
Nonostante il film sia addirittura più vecchio di me, si gusta davvero con divertito piacere. Come un ottimo whisky invecchiato.