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11 giu 2015

Ho fatto cose, ho visto gente, ho speso soldi, son tornata da Parigi.

Sono un po' in fase apatia portami via, avete presente quando avreste voglia di fare qualcosa (nello specifico scrivere un post) ma allo stesso tempo non sapete bene di cosa parlare e quindi la voglia vi passa? Ecco.
Potrei parlare anch'io della famigerata quanto misteriosa questione dei cookies. ma, a parte non averci capito una beata minchia a quadretti, mi verrebbe da aggiungere che, conoscendomi, se in questo blog ci fossero dei cookies, io me li sarei già mangiati, e, se ne fosse rimasto uno da qualche parte, ormai sarebbe diventato come la Luisona.
Potrei anche raccontarvi che la settimana scorsa ho visto un film tanto tanto carino, che si intitola "Il fascino indiscreto dell'amore".
Si intitola così qua in Italia, ovviamente, perché il titolo originale sarebbe Tokio Fiancée. E' la trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico "Nè di Eva nè di Adamo" di Amélie Nothomb, di cui - nonostante abbia letto interviste e recensioni che mi hanno spesso incuriosito - non ho mai letto nulla. La protagonista è Pauline Etienne, già vista in La religiosa e  2 automnes 3 hivers, e l'ho trovata davvero molto brava. 
Potrei, dicevo, ma siccome non saprei esattamente cosa dire, non dico. Ma io e la bionda siamo uscite dalla sala col sorrisino ebete di quelle che hanno visto un film tanto tanto carino.


Sono stata a Parigi, cosa che non sarà sfuggita ai mie 4 follower(s) su Instagram. 
Sono stata a Parigi, per la settordicesima volta, credo.
E, per quanto potrà sembrare banale, io adoro Parigi. 
Infatti è proprio per questo che ci sono stata per la settordicesima volta. 
Il nostro volo è atterrato sabato alle 12.30, e alle 14.30 stavamo affrontando senza vergogna la nostra prima birra, in accompagnamento all'insalata presa nella prima brasserie trovata vicino al nostro hotel. Che certe abitudini bisogna mantenerle, e la Leffe alla spina è ormai il nostro rituale francese. 
E lo so che la Leffe è una birra belga, e che in Francia sarebbe più corretto bere Kronenbourg, al limite. Ma, potendo scegliere, e, soprattutto, dovendo pagare, io bevo quello che mi piace, soprattutto perché - almeno da queste parti - la Leffe alla spina non si trova facilmente. 
Detto ciò mi piacerebbe raccontarvi un po' di cose, ma cosa c'è ancora da dire su Parigi che la gente non abbia letto un po' ovunque e sappia già a memoria?
Ad esempio che, la prima domenica del mese, la maggior parte dei musei parigini sono ad ingresso gratuito, e noi ne abbiamo approfittato per visitare, nell'ordine:
il Musée Rodin (79 rue de Varenne - Mètro: Varenne linea 13 o Invalides linee 13 e 8 - RER C Invalides)
il Muséè du quai Branly (37 quai Branly - Métro Alma-Marceau o Iéna linea 9, Ecole Militaire linea 8, Bir Hakeim linea 6 - RER C pont de l’Alma oppure Champ de Mars - Tour Eiffel) dove volevo assolutamente vedere la mostra Tatoueurs, Tatoués.


Il museo (delle arti primitive o delle arti e civiltà d'Africa, Asia, Oceania e Americhe) è stato aperto nel 2006, ed è, a prescindere dalle mostre temporanee, molto interessante. Ad esempio, percorrendo la rampa di accesso agli spazi espositivi, si cammina sull'installazione permanente (di Charles Sandison) "The River", un vero e proprio fiume di parole in movimento, e l'effetto - credetemi - è, oltre che fluido, estremamente affascinante. 
Il Musèe d'Orsay, (1 Rue de la Légion d'Honneur - Métro Solferino, linea 12 - RER C, Musée d'Orsay) situato nell'ex stazione ferroviara (la Gare d'Orsay, appunto) dove ci siamo dedicate alla visita del 5° piano, quello dedicato agli impressionisti, e, per conludere, le Centre Pompidou, (place Georges Pompidou - Métro: Rambuteau linea 11, Hôtel de Ville linee 1 e 11, Châtelet–Les Halles linee 1, 4, 7, 11, 14 - RER A-B-D Châtelet–Les Halles)  dove potermi perplimere in tutta scioltezza di fronte all'arte contemporanea. Per quanto certe opere siano indubbiamente affascinanti, altre mi lasciano spesso interdetta, e mi ritrovo a guardarle con la tipica espressione della mucca che guarda il treno, sentendomi anche abbastanza deficiente. e con la convinzione che l'artista mi stia prendendo per il culo. Probabilmente è un mio limite, in quanto di arte, come di un sacco di altre cose, non capisco nulla. 
Ma, siccome non di solo cultura vive l'uomo (o, nel nostro caso, la donna) abbiamo deciso che, avendo risparmiato sull'acquisto di ben 4 biglietti di ingresso, potevamo fare le fighe e concederci il momento "dacci oggi il nostro birrino quotidiano" al bar in terrazza del Centro Pompidou, che, per una botta di fantasia davvero spinta, si chiama  Georges. dove una birra costa solo 9 euro, ovvero il doppio rispetto agli altri posti. Va detto però che per quella cifra ci hanno portato anche 8 olive. 

Portrait de femme algérienne, Marc Garanger. Algérie,
tirages d'exposition négatifs monochromes, 1965
Tatoueurs, tatoués




18 mag 2015

Child 44


Dopo Leviathan, film Russo fatto da Russi che racconta la Russia, sembrava giusto proseguire con Child 44, film altrettanto russo anche se diretto da Daniel Espinosa, uno svedese di origine cilena, che si avvale di una coproduzione USA/Regno Unito/Romania/Repubblica Ceca, dove scopriamo che, anche se "non ci sono delitti in paradiso" i comunisti mangiavano i bambini. 
No, dai. Non è che se li mangiassero sul serio, su.  
In ogni caso, paradiso o no, qualcuno che li uccideva c'era.  
Il film inizia negli anni 30 (carestia, fame, Holodomor, migliaia di orfani, ecc...) dove facciamo conoscenza con il piccolo Leo, che si unisce ad un gruppo di soldati, e in un attimo siamo a Berlino, ed è il 2 maggio del 1945, abbiamo la foto di Evgenij Chaldej e a dimostrarcelo ci sono il nostro Leo Demidov, che nel frattempo è diventato Tom Hardy, in compagnia di Alexei Andreyev (Fares Fares, visto da poco in The Keeper of Lost Causes) a fare da modelli per quel celebre scatto. 


E, mentre nella mia testa risuonava una vecchia canzone dei CCCP, pensavo alle analogie con la foto di Joe Rosenthal, raccontata da Clint Eastwood in Flags of our Fathers.
Già, perché, come molte foto passate alla storia, anche quella di Chaldej è stata "costruita". 
Immagino abbiate già capito - se mi leggete da un po' senz'altro - che quando inizio a parlare della qualunque a discapito del film, significa che questo non mi ha entusiasmato particolarmente, né ha catturato la mia attenzione. Il che non vuol dire necessariamente che il film non mi sia piaciuto. Semplicemente l'ho trovato un po... meh,.. 
Pare si ispiri alla vicenda di Andrej Romanovič Čikatilo, serial killer conosciuto come il mostro (e/o il macellaio) di Rostov. nonostante il film sia ambientato in epoca precedente e le vittime del killer (all'epoca il termine "serial killer" non era ancora in auge, e "in paradiso" non avevano certo bisogno dei profiler dell'FBI) siano diventate dei bambini, mentre nella realtà fra le vittime di Čikatilo c'erano anche molte giovani donne.
Ma tornando al film, avevamo lasciato il giovane Leo Demidov sul tetto del Reichstag, e lo ritroviamo, eroe sovietico, a capo di una squadra dell'MGB, con il suo fedele amico Alexei e l'immancabile pezzo di merda Vasili. Nel frattempo il figlio di Alexei viene ucciso, ma, sempre per il solito motivo (non ci sono crimini in paradiso, esatto) l'omicidio viene fatto passare come incidente, e toccherà proprio a Leo comunicare la cosa ad Alexei. Passa il tempo, succedono cose, e improvvisamente Leo cade in disgrazia per essersi rifiutato di denunciare la moglie Raisa, sospettata di essere una traditrice del regime. 
La coppia viene esiliata trasferita nel ridente villaggio di Volsk e qua Leo, agli ordini del generale Nesterov scoprirà che altri bambini sono stati uccisi esattamente come il filgio di Alexei. Inizierà a indagare e alla fine scoprirà che...fra diffidenza, sospetto, giochi di potere, corruzione, insabbiamenti, paure e tradimenti, il paradiso non è poi tutta sta meraviglia. 


E... non lo so. Alcune scene vengono risolte in maniera un po' troppo frettolosa, altre risultano un po' confuse, e di altre ancora non se ne sente la necessità, ma, nel complesso, quadra più o meno tutto.
Nel cast, oltre a Tom Hardy, abbiamo Noomi Rapace già da ora candidata al premio peggior tinta di capelli del secolo, ancora in coppia con Hardy dopo "The drop", il già citato Fares Fares, Vincent Cassel, Gary Oldman, Paddy Considine, Jason Clarke e, per finire, Joel Kinnaman, che molti di voi, a differenza della sottoscritta, avranno visto interpretare il figlio di Liam Neeson nel recente Run all Night, il figlio di Robocop nel remake di Robocop, e il figlio di puttana in questo film.

12 nov 2014

T(o)ur-ista a Berlino. Ah, no, è sempre Torino.



Domenica novenovembre si celebravano i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. 
E siccome i ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino, la città (di Torino) ha organizzato, nell'ambito della manifestazione "Torino incontra Berlino", che si protrarrà per tutto il 2015,  un po' di eventi sparsi e concatenati, che, se solo il tempo fosse stato più clemente (meteorologicamente parlando, che dopo aver visto Interstellar lo sappiamo tutti che il tempo - inteso come unità di misura - è relativo) avrei seguito con molto piacere. 
E invece mi sono limitata. 
Per modo di dire, perché solo il fatto di uscire dal pigiama prima e da casa poi, di domenica, costituisce un evento quasi sensazionale.
E' che sono stata invitata all'inaugurazione di una mostra.
Questa:



GÖTTERDÄMMERUNG - Il Crepuscolo degli Dei 
Una personale di SVEN MARQUARDT 

La mostra, che si sviluppa in un doppio percorso espositivo, in due differenti sedi, propone una selezione di 60 opere eseguite con tecnica analogica e stampa fotografica “fine-art” in bianco e nero, e racconta, attraverso lo stile inconfondibile di Marquardt, sospeso tra il decadente e il voyeuristico, l'evoluzione e le trasformazioni socioculturali di Berlino, dalla guerra fredda ad oggi. 
Sven Marquardt è nato a Berlino Est nel 1962, vive e lavora a Berlino dove, da fotografo un tempo "clandestino" è diventato un personaggio chiave nella scena underground berlinese, essendo infatti il "temutissimo" buttafuori (anche se lui preferisce definirsi selezionatore) del Berghain, oltre che, naturalmente, un apprezzato fotografo anche nel campo della moda. 
Sven Marquardt è lui:


e domenica, dopo aver visto la prima parte della mostra, inaugurata a mezzogiorno nelle cripte dell'ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, non ho potuto fare a meno di andare da lui a complimentarmi, perché le sue opere - per i miei gusti, ovviamente - sono di una bellezza suggestiva e senza tempo, che spazia tra la vita e la morte, l'angoscia e la passione. 

gente che fotografa (male) fotografie fotografate da fotografi veri.
La seconda parte della mostra (che inaugurava nel pomeriggio) si tiene nell'appartamento padronale di Palazzo Saluzzo Paesana, edificio splendido che ospita molto spesso mostre interessantissime (e che, fra le altre cose, ha contribuito in buona parte al successo del mio "cetriolo") dove vorrei tornare con più calma (e meno gente) per poter ammirare meglio le fotografie esposte, in quanto l'illuminazione artificiale, unita alla folla degli opening, non aiuta certo la visione, Anche se - va detto - il prosecco era ottimo.
La mostra durerà fino al 12 gennaio 2015, e il mio consiglio, come sempre, è di andarla a vedere, sia che siate di Torino, sia che ci capitiate in visita, in particolar modo la sezione ospitata nell'ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, anche perché le cripte sono di indubbio fascino. 
E, anche se non lavoro all'ufficio di promozione turistica, vi do alcune info pratiche.
Orari: dal martedì alla domenica dalle  15.00 alle 19.00 
Biglietto: per singola sede € 5,00, cumulativo per entrambe € 8,00.
Palazzo Saluzzo Paesana: Torino, Via della Consolata 1 bis.
Ex Cimitero di San Pietro in Vincoli: Torino, Via San Pietro in Vincoli, 28.
E' stato il primo cimitero costruito fuori dalla cinta muraria cittadina nel 1777, chiuso al pubblico nel 1829, anche se le sepolture nelle cappelle private sono continuate fino al 1882. 
Abbandonato, vandalizzato e profanato, venne ristrutturato nel 1988 e attualmente ospita tre associazioni culturali. 
Come ogni cimitero che si rispetti, anche questo, vuole la leggenda, pare sia abitato dal fantasma della "velata": statua realizzata per la tomba della principessa russa Barbara Beloselskij morta 28enne e ribattezzata Varvara dagli spiritisti. Si mormora che il suo fantasma passeggi di notte intorno al Cimitero di San Pietro in Vincoli, e che lì porti i suoi inconsapevoli amanti per poi sparire.



10 nov 2014

T(o)ur-ista a To(u)rino







Ci sono week end in cui riesco a sconfiggere la pigrizia con cui convivo da sempre e (ri)esco a fare cose, vedere gente. Quello appena passato è stato uno di questi, in cui la pigrizia è rimasta a casa, ad aspettarmi. Sul divano. Assieme al gatto.
La settimana scorsa, curiosando nella sezione delle fotogallery della Stampa ho scoperto che in Barriera di Milano era stato istituito il bando B.Art, che prevedeva l'ideazione di un concept e la sua realizzazione sulle facciate di 13 edifici sparsi nel quartiere. La gara è stata vinta da Francesco Giorgino, in arte Millo, architetto pugliese trapiantato a Pescara, e. proprio sabato, il Comitato Urban organizzava dei tour alla scoperta dei vari lavori che hanno abbellito le facciate cieche di palazzi più o meno anonimi.
Approfittando anche del meteo favorevole mi sono iscritta, e sono andata alla scoperta delle opere di Millo, che tornerò a vedere con più calma, prima o poi, appena smetterà di piovere, forse. 


Durante il tour urbano era prevista una sosta al Bunker, interessante associazione culturale - di cui ignoravo l'esistenza - che sorge in un'immensa area post-industriale collocata fra Barriera di Milano e lo Scalo Vanchiglia che propone attività culturali e sportive di diversa natura per promuovere l’utilizzo delle aree urbane. Il progetto è caratterizzato da manifestazioni musicali, mostre, eventi sportivi, attività artistiche che vanno dalla street art ad installazioni di varia natura, oltre alla possibilità di coltivare degli orti. Decisamente interessante. Se volete saperne di più, qua trovate tutte le informazioni, io, come al solito, ci metto le figure:




Alla fine del tour ho mangiato una cosa al volo in un bar e ho raggiunto la bionda in centro.
"Ci vediamo in Piazza San Carlo?" chiede lei.
"Facciamo in piazzetta (Piazza Carlo Alberto ndr), che è più piccola e c'è meno casino?" rispondo io.
In Piazza Carlo Alberto (revival mode on: piazzetta è il nome con cui veniva identificata negli anni 80, quando era il nostro luogo di ritrovo preferito. E di stallo, visto che, attorno a quel monumento, ci abbiamo passato interi pomeriggi a decidere cosa fare e dove andare. E il più delle volte si finiva a non fare mai niente, e non si andava da nessuna parte. Revival mode off) il secondo sabato del mese c'è Extravaganza, mercatino del vintage e del modernariato, quindi la piazzetta con meno casino era un tripudio di gente e bancarelle e io e la bionda per trovarci abbiamo dovuto telefonarci, quando eravamo a meno di 10 metri di distanza. 
Ma alla fine ci siamo trovate.
E siamo andate al cinema.
A vedere "io sto con la sposa".
Di cui vi parlerò prossimamente.
Forse. 

3 nov 2014

Cosa fare a New York quando sei povero

Oltre a scoperchiare i portacenere posizionati fuori dagli hotel per cercare mozziconi di sigarette dove ci sia ancora un po' di tabacco (l'ho visto fare tutte le mattine in cui, svegliandomi all'alba, abbandonavo la mia camera e scendevo in strada a fumare, finendo per offrire una sigaretta all'homeless di turno, che mi ringraziava con un sorriso stupito - e te credo: un pacchetto di sigarette da quelle parti costa mediamente sui 10$ - e sincero), si può ovviamente camminare con o senza meta in giro per la città, perdersi a Central Park o spingersi fino a Brooklyn, attraversare il Soldiers' and Sailors' Arch a Grand Army Plaza ed entrare in Prospect Park, probabilmente meno conosciuto ma non per questo privo di fascino, o ancora camminare per quasi 2,5 km lungo i binari dismessi di una parte della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line, che hanno dato vita all'High Line Park, dal suo inizio in Gansevoort Street (nel Meatpacking district) fino alla fine, sulla 30ª strada.


Aperto nel 2009, l'High Line Park regala un'esperienza urbana che consente ai visitatori di passeggiare lungo la vecchia linea ferroviaria, in un paesaggio che ha integrato i vecchi elementi (binari e ringhiere) con spazi di svago, zone relax, installazioni, opere d'arte e viste uniche della città.

 
Partendo dal presupposto che non c'era certo bisogno che ve lo dicessi io, che camminare è gratis, proseguo con le mie divagazioni di pubblica (in)utilità per dirvi che, oltre ai parchi di New York, si possono visitare diversi musei senza dissanguarsi.

Partiamo dal MoMA (Museum of Modern Art) (indirizzo: 11W 53rd St.): normalmente il biglietto di ingresso costa 25$, ma, grazie alla sponsorizzazione di Uniqlo (catena di abbigliamento giapponese che in primavera dovrebbe aprire anche il suo primo negozio a Milano) il venerdì pomeriggio c'è la Uniqlo Free Friday Night e dalle 16.00 si entra gratis. 
Cosa di cui io e la bionda abbiamo ovviamente approfittato, pensando di arrivare all'ingresso e trovarci di fronte una coda chilometrica.
Invece incredibilmente non c'era nessuno, siamo entrate, abbiamo ritirato il nostro biglietto e abbiamo potuto ammirare i capolavori esposti in totale tranquillità fino all'ora di chiusura (ore 20.00)

Dynamism of a soccer player - Umberto Boccioni, 1913

Un altro museo interessante e sempre "free admission" è il NMAI, ovvero National Museum of the American Indian, che in questo periodo ospita, oltre alla collezione permanente, un'interessantissima mostra fotografica di Horace Poolaw.


Il museo è ospitato nell'ex palazzo della Dogana, molto bello da vedere anche dall'esterno, e potete visitarlo ad esempio dopo che avrete percorso - a piedi - il ponte di Brooklyn, da Brooklyn a Manhattan. Si trova nella zona di Battery Park, e a mio parere merita una visita. 


Un discorso a parte lo merita il Metropolitan: a parte che è immenso e che se volete visitarlo tutto tutto tutto dovete prendere in considerazione l'idea di passarci praticamente l'intera giornata, quando entrerete nell'atrio, sopra ogni biglietteria campeggerà la solita tariffa di 25$. 
Ma.
E' recommended, il che significa che voi potete tranquillamente pagare i vostri 25 dollari, e il museo, che tenta di impietosirvi specificando "To help cover the costs of exhibitions, we ask that you please pay the full recommended amount." ne sarà sicuramente felice, ma, volendo, potreste lasciarne semplicemente 1 o 5 o 10 o quello che vi pare. Se entrate al Metropolitan pagando 1$ gli addetti alla biglietteria penseranno che siete dei puricchiosi pezzenti, ma non potranno esternarlo in alcun modo. 
Noi ci siamo andate il giovedì mattina, visto che è stato l'unico momento durante il nostro soggiorno in cui pioveva, e dopo tre ore e mezza di visita la nostra soglia d'attenzione era scesa a livelli infimi, e quindi abbiamo abbandonato l'edificio, e, nella migliore delle tradizioni, abbiamo pranzato con un hot dog acquistato in uno degli innumerevoli baracchini che stazionano in fila davanti alla scalinata del museo, spendendo 6 dollari per due hot dog e due bottiglie d'acqua. 
Io e la bionda, approfittando dell'ospitalità del nostro amico WGB, membro e possessore di un paio di pass, siamo riuscite ad entrare "free" anche al Whitney Museum of American Art, nell'ultimo week end di apertura nella sua sede storica, sulla Madison nell'Upper East Side, dove abbiamo potuto assistere alla fantastica retrospettiva di Jeff Koons, 
Il museo ha chiuso il 19 ottobre, e riaprirà in primavera nella nuova sede progettata da Renzo Piano al 99 di Gansevoort Street, nel Meatpacking District, quartiere un tempo sede di stabilimenti per la lavorazione della carne - da qui il nome - mentre adesso è uno dei quartieri più trendy della città.




19 ago 2014

cronache di una settimana di ferie

L'aspetto "tragico" di tornare al lavoro il 18 agosto principalmente consiste nel (non) trovare un bar aperto vicino all'ufficio in cui fare colazione, se consideri che anche il bar dei cinesi all'angolo quest'anno ha chiuso per ferie. Ma la zona offre una scelta ridotta anche durante il resto dell'anno, quindi, quando il bar che frequento abitualmente chiude per ferie, mi tocca sacrificarmi. Potrei anche fare colazione a casa, adesso che ci penso.
Del resto ho pure comprato del miele. Che quello che avevo in casa era scaduto nel 2011, appena. Secondo me è ancora commestibile, ma, siccome avevo ospiti di un certo livello, mi sembrava brutto mettere in tavola del miele vintage.
Oltretutto il miele che ho comprato si chiama "Hedonist", da non confondersi con l'Hedonism, resort in quel di Negril, Giamaica. Se ve lo state chiedendo, sì, il nome deriva da Negrillo. E se pensate che sia di cattivo gusto chiamare un paese in Giamaica Negril, prendetevela con gli spagnoli, che glielo diedero sul finire del 1400. Sull'origine del nome ci sono due scuole di pensiero. C'è chi dice che faccia riferimento alle nere scogliere che si ergono (ehm) a sud del paese, e chi dice che fosse per la grande diffusione di (ehm) anguille nere che popolavano la zona. Nero -> Negro, Anguilla -> Eel = Negro eel -> Negril.
Dicevo, nel week end ho avuto il piacere di poter finalmente conoscere ed ospitare lei, che è giovane e bella e simpatica, e soprattutto ignorava quanto fossi vecchia matura, e siamo state molto bene. O almeno, io sono stata bene, ma spero anche lei.
Avere ospiti "forestieri" ti consente di poter fare la turista nella tua città, cosa che a me piace sempre molto, così il nostro tour è iniziato venerdì sera con una cena permododidire a base di birra, patatine fritte e granita siciliana con panna. Il sabato, dopo la colazione, ci siamo spostate in città, dove, dopo un giro fra Porta Palazzo ed il Balon, che hanno sempre un certo fascino, approfittando di una giornata con un cielo terso come non se ne vedevano da un pezzo, siamo salite sul Turin Eye, la mongolfiera che si trova in Borgo Dora e che, dall'autunno del 2012, ogni giorno, vento permettendo, sale fino a 150 metri d'altezza regalandoti la visione di Torino da una prospettiva inaspettata ed emozionante. Sabato mattina la visibilità era perfetta, infatti si vedeva addirittura la Sacra di San Michele.


Porta Palazzo
vecchie in mongolfiera
A pranzo ci siamo fermate in uno degli innumerevoli ristorantini che si affacciano su piazza IV Marzo, dove abbiamo dovuto affrontare - oltre ai vari suonatori ambulanti - un primo di proporzioni esagerate, cosa di cui ho osato anche lamentarmi con la cameriera, per il semplice motivo che detesto sprecare il cibo, ma quando è troppo è troppo. In un barlume di saggezza entrambe abbiamo evitato di ordinare l'antipasto. Per fortuna, aggiungerei. Ci siamo quindi spostate a Palazzo Reale per la mostra di David Seymour, che io ho rivisto con piacere. Pochissima gente, vedere le mostre così è una meraviglia. 

Palazzo Reale, Torino
Da Palazzo Reale ci siamo quindi spostate al MAO, dove fino al 21 settembre è ospitata la mostra fotografica di Fosco Maraini "L'incanto delle donne del mare", una selezione di foto realizzate nel 1954, nelle isole Hegura e Mikuriya, al largo delle coste occidentali del Giappone, dove vivevano gli Ama, la cui principale attività e fonte di reddito, nei mesi estivi, era costituita dalla pesca dell'awabi (un particolare tipo di mollusco) e questa attività era compito delle donne, che la praticavano in apnea sui fondali dell'isola, arrivando fino a venti metri di profondità. Per documentare il lavoro delle donne Ama, Maraini fece realizzare delle attrezzature subacquee rudimentali, anch'esse in esposizione. 

Fosco Maraini, "a passeggio tra gli scogli"
Fosco Maraini, "Tegane"

Decisamente interessante. Ovviamente abbiamo dedicato anche uno sguardo ai vari piani del museo, dopo che l'assistente di sala, alla vista del mio calavera sul polpaccio e del nodo tibetano sul collo mi ha chiesto se avessimo già visto, nel reparto dedicato al Tibet, il paramento ornamentale fatto di ossa umane... 
Poi, siccome la cultura non è tutto, ci siamo date ad un po' di sano shopping, per concludere con un aperitivo in zona Quadrilatero e una pizza in centro. Arrivate a casa, siccome c'ho un'età, ho abbandonato l'ospite al suo destino e sono svenuta nel letto in tempo zero. 



La domenica invece ci aspettava la Reggia di Venaria, che al nostro arrivo era stranamente deserta, sempre splendida, con la mostra fotografica che trae spunto dal libro di Mario Calabresi "Ad Occhi Aperti", che è anche il nome della mostra in cui si possono ammirare le opere di Abbas, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Don McCullin, Steve McCurry, Josef Koudelka, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado ed Alex Webb. Se vi capita - la mostra durerà fino al prossimo 8 febbraio - fateci un salto. Io, nonostante avessi già visto molte delle fotografie esposte, non ho potuto evitare di emozionarmi nuovamente, soprattutto di fronte alla sezione di Paul Fusco, che ha documentato il tributo che un milione di americani diede a Bob Kennedy nel viaggio che il treno che trasportava il suo feretro compì attraverso cinque stati, per trasportare la salma da New York al cimitero di Arlington. 


Dopo la mostra un giro nei giardini della Reggia è assolutamente doveroso. E poi sarete liberi di fare un po' quello che vi pare. Noi, tanto per cambiare, pensate un po', siamo andate a mangiare...