12 dicembre 2017

#TFF35 - day 3 (domenica)

Nonostante quest'anno abbia scelto di vedere pochi film, non sono riuscita ad evitare di inserire nella mia scarna programmazione un film che inizia alle 9.30 di mattina. 
Si tratta di BEAST, opera prima dell'inglese Michael Pearce. 

Siamo sull'isola di Jersey (dove Pearce è nato), dove vive Moll, ragazza che, a causa di un "incidente" avvenuto qualche anno prima, non è più andata a scuola, ed è stata educata in casa dalla rigida madre. La sera del suo compleanno, durante la festa in giardino, Moll se ne va, Passa la notte in discoteca in compagnia di un ragazzo. Li vediamo poi all'alba, camminare nei prati, e dopo poco Moll cerca di sottrarsi alle avances un po' troppo insistenti del ragazzo. In quel momento appare dal nulla Pascal, che mette in fuga il giovane. 
E' il classico bad boy dal passato misterioso, e Moll, succube della madre e dell'ambiente chiuso e bigotto in cui è cresciuta, ne rimane subito affascinata. 
I due iniziano a frequentarsi, nonostante il disappunto dell'austera genitrice, e nonostante Pascal sia il maggior indiziato per dei casi di rapina/stupro/omicidio di quattro ragazze avvenuti sull'isola, cosa che,ovviamente, Moll si rifiuta di credere.
Thriller dai risvolti psicologici, decisamente interessante, e molto brava Jessie Buckley nel ruolo di Moll. Film che mantiene alta la tensione fino ad un certo punto, perché la parte meno convincente - e probabilmente anche un po' troppo "già vista" - è proprio il finale. Ma, insomma, per essere un esordio direi che non ci possiamo lamentare troppo. 



Siccome il prossimo film che vedrò è alle 14.30, ne approfitto per tornare a casa e concedermi un pranzo degno di questo nome. Due coccole a Gattabusiva e via, si torna al cinema per quella che, sulla carta, sembra una cazzatona, se mi passate il termine tecnico
Si tratta di REVENGE, altra opera prima della regista francese Coralie Fargeat. Il film, ce lo suggerisce già il titolo, si colloca nella lunga lista dei rape and revenge movie (sottocategoria exploitation). E, se si sospende l'incredulità per tutta la sua durata (108 minuti), alla fine ci si diverte pure. La protagonista è Jennifer (Matilda Lutz), che sta trascorrendo una vacanza con Richard, il suo ricco amante, in una megavilla sperduta nel deserto (Grand Canyon?). Quando arrivano i due amici dell'uomo, per la tradizionale battuta di caccia annuale, le cose prendono una brutta piega per la donna, che viene molestata da uno dei due amici di Richard, approfittando della sua assenza. Al suo ritorno, invece di sistemare le cose, Richard, preoccupato per quello che potrà dire la ragazza, decide di scaraventarla giù da un burrone. E tu pensi. Ok, Jennifer muore e finisce il film. E invece, sospensione dell'incredulità #1, Jennifer, non solo non muore sul colpo/dissanguata/paralizzata e/o per setticemia ma:
a) sopravvive
b) si rialza
c) si sutura le ferite che al confronto Rambo sembra una ricamatrice di Burano.
e poi si mette in cammino alla ricerca dei suoi carnefici.
Film volutamente eccessivo, che, al netto dei momenti WTF e di un consumo di sangue finto che basterebbe per almeno 3/4 film horror non mi è nemmeno dispiaciuto. 


E' poi la volta di un (brutto) film di Tom Espinoza, regista venezuelano naturalizzato argentino, intitolato Arpón, che, mi dicono, significa "fiocina". Detta fiocina, nel (brutto) film, si vede in un paio di episodi marginali. Il protagonista fa il preside in una scuola (superiore? media? che ci frega?) e tutte le mattine passa in rassegna gli zaini delle studentesse alla ricerca di droga. Che tu ti chiedi "ma che cazzo?" Che è un po' il pensiero di Cata, che viene rincorsa dal preside fino ai bagni perché si rifiuta di farsi ispezionare lo zaino (qua ci sta il "ma che cazzo?" n. 2), ma alla fine l'uomo ci riesce, trovando delle siringhe, che la ragazza usa per gonfiare le labbra alle amiche. E poi, sempre non capendo il why e il because di quello che sta succedendo, dopo una gita al mare in cui la ragazza ha un malore, non trovandosi i suoi genitori il preside decide di portarla a casa sua:

L'uomo ha una sorta di relazione con una puttana che sta per smettere di lavorare, ma per farlo deve presentare una sostituta, e la mattina non ci sono più né lei né Cata, quindi il preside parte alla ricerca del protettore e poi boh. 
Insomma, se per un film come Revenge la sospensione dell'incredulità ha comunque un senso, in un film come Arpón, che ha altre pretese, anche se non mi è chiaro quali possano essere, si susseguono, per un'ora e venti minuti, situazioni e avvenimenti che non stanno né in cielo né in terra, a partire dal rapporto tra il preside e la ragazza, che non ha alcuna ragione di esistere, per arrivare ad un finale talmente inutile che anche se mi torturassero, non riuscirei comunque a ricordare.

Per fortuna la giornata si conclude con il film di Armando Iannucci, The Death of Stalin.
Grazie a I Wonder Pictures il film arriverà in sala l'11 gennaio. Peccato che si intitolerà "Morto Stalin, se ne fa un altro". Voi provate a far finta di niente e guardatelo comunque. Armando Iannucci è lo stesso regista di quel capolavoro di satira che fu "In the loop", purtroppo mai arrivato in questo paese. Nel cast, oltre a Steve Buscemi nella parte di Nikita Khrushchev, ci sono, tra gli altri, Michael Palin, Paddy Considine e Jason Isaacs. Quello che succede nel film lo si capisce già dal titolo, ovvero cosa si ritrovarono a fare i membri del partito a seguito dell'improvvisa morte di Stalin, avvenuta per emorragia cerebrale il 2 marzo 1953.
Ho letto che il film non è piaciuto ai critici seri perché non sarebbe lecito né di buon gusto ironizzare sui crimini compiuti da Stalin e dal suo braccio destro Beria. Quindi, fatemi capire, Charlie Hebdo sì e Armando Iannucci no? Signori miei, che noia. 
Detto ciò, riporta il Guardian, in Russia stavano considerando l'idea di vietare il film in quanto si potrebbe pensare a "un complotto occidentale per destabilizzare la Russia causando fratture nella società", mentre il politico russo Nikolai Starikov, ha definito il film di Iannucci un "atto ostile della classe intellettuale britannica, facente parte di una guerra anti-russa di informazione volta a screditare la figura di Stalin". 
Мои лорды, что за скука.


5 dicembre 2017

#TFF35 - day 2 (sabato)

Avevo in programma la visione di un film russo (Tesnota / Closeness), di cui tra l'altro ho sentito parlare molto bene, ma poi ho deciso di partecipare ad un glassblowing workshop con un maestro basco che ha portato l'arte del vetro soffiato da Murano ad un laboratorio in un cortile del centro cittadino. 
Mi sono molto divertita e ho addirittura realizzato un paio di fermacarte. Ovviamente di vetro trasparente, che non è che ti metti a sprecare bacchette di vetro colorato dandole in mano a delle principianti un po' impedite. 
In ogni modo soffiare il vetro è affascinante, anche se non l'hai mai fatto prima e probabilmente non lo farai mai più. Mi sento molto DFW in "Una cosa divertente che non farò mai più", ma intanto l'ho fatto, e va bene così. 
Una volta finito il workshop sono tornata a casa a coccolare Gattabusiva e poi sono uscita per affrontare i due film della giornata.
Il primo è finlandese e si intitola Lauri Mäntyvvaaran tuuhet ripset, o, per dirla all'inglese, Thick lashes of Laurii Mantyvaara. Un'idea di partenza carina, con due amiche (Satu e Heidi) che si presentano ai matrimoni sabotandoli con rappresaglie da guerriglia urbana (bouquet esplosivi, rapimento dello sposo ecc.)  per condannare la deriva commerciale di un evento che dovrebbe riguardare soltanto i sentimenti, Tutto fila liscio fino al momento in cui Heidi si innamora del campioncino di hockey, e la loro amicizia inizia a risentirne. Satu si sente tradita, sopratutto perchè ad Heidi sembra piaccia tutto quello che fino ad allora avevano osteggiato. E poi ci sono un po' troppi momenti WTF per farne un film perfettamente riuscito, ma ciononostante  l'ho trovato comunque carino.
Ma temo solo grazie alla presenza dei GATTIIINIIII.


Uscita dalla sala ho mangiato una cosa al volo e mi sono messa in coda per entrare a vedere l'ultima (o forse no, considerato quanto è prolifico quell'uomo) fatica di James Franco come regista, attore, produttore e forse anche altro che al momento mi sfugge, ovvero THE DISASTER ARTIST.

Parte del divertimento è chiedersi: "Chi è questo tizio? Da dove viene? Perché ha girato con il green screen anziché andare su un vero tetto?" (David Wain)
The disaster artist si concentra sulla vita di Tommy Wiseau e sulla realizzazione del suo film The room, definito da Entertainment Weekly "il Quarto Potere dei film brutti".
James Franco interpreta Wiseau, mentre suo fratello Dave ha il ruolo di Greg Sestero, amico di Wiseau e autore del libro "the disaster artist", da cui è stato appunto tratto il film.
E il film parte proprio dall'incontro, a un corso di recitazione, tra Greg e Tommy. I due, che cercano (inutilmente) di sfondare, diventano amici e decidono di trasferirsi a L.A.,
Tommy è un uomo dall'età incerta e dalle origini misteriose, nonostante asserisca di essere di New Orleans (come io sono di Stoccarda, più o meno) e dalle illimitate quanto inspiegabili disponibilità economiche. E, proprio grazie (anche se sarebbe meglio dire "per colpa") a queste risorse decide che un film lo dirigerà lui. E lo interpreterà assieme a Greg. Parte così il casting per la realizzazione del film "the room", che io non ho visto. In compenso l'ha visto Giuseppe, e ve ne (s)parla qui.
Franco riprende fedelmente (e i titoli di coda, in cui scorrono appaiate scene di The Room e scene del film che si vedono in The Disaster Artist, ne sono la prova) quello che avvenne durante la lavorazione del film peggio diretto e peggio recitato di tutti i tempi. Ovviamente al momento della sua uscita fu un insuccesso clamoroso, incassando 1800 dollari a fronte di un budget (più volte sforato) che raggiunse l'astronomica cifra di 6 milioni di dollari.
James Franco è fantastico, con quel bizzarro accento di "new orleans", e quel modo di parlare senza preposizioni e articoli. Non vorrei sembrarvi monotona, ma questo è un film da vedere necessariamente in lingua originale, perché il doppiaggio lo penalizzerà. Poi non venite a dire che non ve l'avevo detto.

È come un film realizzato da un alieno che non ha mai visto un film, ma a cui è stato spiegato meticolosamente che cos'è un film. (Tom Bissell)

29 novembre 2017

#TFF35 - day 1 (venerdì)

Incredibilmente quest'anno non vi ho (ancora) frantumato i maroni con le mie solite inutili cronache dal Torino Film Festival. Che, per la cronaca, è arrivato alla sua 35° edizione. 
E io pure.
Quest'anno, per i soliti problemi di budget, le sale in cui assistere alle proiezioni sono diminuite, sono tre in meno rispetto agli anni precedenti. Siccome non credo sia diminuito anche il pubblico, la conseguenza è che sono aumentate le code. Che io, pensa che strano, detesto.
Comunque.

Ho iniziato con Sion Sono, che ormai è una costante del TFF. 
Quest'anno il regista giapponese arriva a Torino con l'adattamento cinematografico della sua prima serie TV: Tokyo Vampire Hotel infatti nasce come mini serie di 9 puntate - dalla durata variabile di 30/50 minuti - per Amazon (Japan), ed è stato rimontato in versione ridotta (appena 142 minuti) appositamente per il grande schermo.
Ambientato nel 2021 in un bizzarro hotel, è una storia di vampiri e di rivalità tra i diretti discendenti di Dracula e la famiglia Corvin, che cercano di catturare, poco prima del suo ventiduesimo compleanno, la giovane Manami, nata durante un perfetto allineamento dei pianeti verificatosi nel 1999. Scene splatter e un uso del colore ipersaturo e super pop, oltre ad una colonna sonora che alterna musica classica, heavy metal e canzoncine rumene che ti entrano in testa, fanno in modo che il film riesca a divertire, lasciandoti la curiosità di scoprire cosa succede nella serie.
Spero che abbiate apprezzato il mio condensare 142 minuti di film in sei righe.


E' poi stata la volta del coreano Jang Hoon con il suo Taeksi Woonjunsa (A Taxi Driver), interpretato da Song Kang Ho. Il film racconta la storia vera del tassista Kim Sa Bok, che nel 1980 accetta - ignaro di cosa stia accadendo nel paese - di portare il reporter tedesco Jürgen Hinzpeter (Thomas Kretschmann) da Seul a Gwangju, dove i cittadini si stavano ribellando alla dittatura di Chun Doo-hwan, e l'esercito reprimeva con violenza le dimostrazioni, riportando, tramite gli organi di informazioni, notizie false sulla vicenza.
Film di stampo classico, che inizia con toni da commedia facendosi man mano sempre più drammatico, l'ho trovato interessante.



20 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Nel 2049, gli umani biologici chiamati replicanti sono stati integrati nella società come servi e schiavi. K, un replicante di nuova generazione, creato per obbedire, è un blade runner che lavora per il LAPD. Il suo compito è cercare e "ritirare" i replicanti Nexus ribelli. 
Dopo aver rintracciato - e ritirato - Sapper Morton, che vive in una fattoria isolata, K ritrova una scatola sepolta ai piedi di un albero  Al suo interno c'è uno scheletro, e si scopre che apparteneva ad una replicante donna, morta in seguito alle complicazioni dovute ad un taglio cesareo. La scoperta è sconvolgente, in quanto fino a quel momento non si pensava che i replicanti potessero riprodursi. Il capo di K gli ordina di trovare e ritirare il figlio, di cui non si è mai saputo nulla, e di cui non ci sono tracce.



C'era davvero bisogno che pure io vi parlassi di Blade Runner 2049, dopo che ne hanno già parlato tutti, ma proprio tutti tutti tutti? Probabilmente no, anche perché in giro ci sono fior fiore di recensioni, e di questo film si sa già tutto e il contrario di tutto. E quindi quello che vi dirò io di sicuro non aggiunge nulla di interessante a quello che è già stato detto. 
Che Denis Villeneuve sia bravo credo sia un dato di fatto, che la fotografia di Roger Deakins (che ha lavorato con Villeneuve già in Prisoners e Sicario) sia fantastica è sotto gli occhi di tutti, che Ryan Gosling sia bello di quella bellezza non convenzionale ve lo dico io, perché vi vedo un po' scettici, soprattutto voi maschietti.
E sì, questo Blade Runner 2049 è il sequel di quel Blade Runner diretto da Ridley Scott nel 1982, quello per cui tutti, almeno una volta nella vita avrete detto "Io ne ho viste cose che voi umani...".
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.
Prima di essere considerato uno dei più bei film di fantascienza di sempre e assurgere al ruolo di "cult" va detto che quando uscì nelle sale l'accoglienza fu un po' freddina, gli incassi deludenti e la critica divisa. C'era chi lo considerava troppo lento e chi invece ne esaltava la complessità tematica. Poi, come sappiamo, il tempo (e le successive versioni) hanno fatto il resto.
Ma torniamo a questo sequel, che, come il suo illustre predecessore, ha un ritmo lento e dolente. Le immagini ti affascinano e la storia in qualche modo ti conquista, mentre segui K, che, nonostante sia programmato all'obbedienza, comunque si ribella. E quando vedi che l'ologramma di Joi, la fidanzata virtuale di K, si materializza e rimane affasicnata dalla pioggia che le cade addosso e la bagna,  beh, rimani affascinato anche tu. E non puoi non apprezzare il personaggio di Mariette, chiaro omaggio alla Pris di Daryl Hannah. Il coinvolgimento visivo è forte, quello emotivo un po' altalenante, nonostante quel cavallino di legno, che ad un certo punto riflette l'ombra di un unicorno.

Villeneuve ha dichiarato che il ruolo di K è stato scritto pensando espressamente a Ryan Gosling, mentre Jared Leto - che gli è stato presentato da Jean Marc Vallée - è stato un "ripiego", in quanto David Bowie, scelto inizialmente per il ruolo di Wallace, purtroppo è mancato prima dell'inizio delle riprese. 
Per coprire il divario di 30 anni  - Blade runner si concludeva nel 2019 - che separa i due film sono stati girati tre cortometraggi che spiegano cosa è successo nel frattempo. Nell'improbabile caso non li abbiate ancora visti, dategli un'occhiata.

Black Out 2022 di Shinichirô Watanabe

2036; Nexus Dawn by Luke Scott
 

2049: Nowhere to run by Luke Scott

Concludo dicendo che a me, nonostante tutto, 2049 è piaciuto. Non so se sia destinato a diventare un cult al pari del film di Ridley Scott, perché, probabilmente, non è altrettanto innovativo, e che ultimamente l'uso del termine "capolavoro" viene usato troppo e - spesso - a sproposito. Per me Blade Runner 2049 non è un capolavoro, ma resta comunque un bel film.
Temo però che, tra trent'anni, faremo fatica a ricordarcelo.

19 ottobre 2017

L'uomo di neve

L'unico consiglio che mi sento di darvi è quello di risparmiare i soldi del biglietto, e investirli nell'acquisto del libro.

Lo sceneggiatore? 

Ma se, come la sottoscritta amate Nesbø, e ogni volta che esce un romanzo con Harry Hole lo divorate in due giorni, ma al contempo siete comunque un po' curiosi, un po' masochisti e, diciamolo, anche un po' cretini, potete anche andare a vedere il film. 
Poi però non venite a lamentarvi perché non ve l'avevo detto, ok? 


18 ottobre 2017

L'incredibile vita di Norman.

Dove, tanto per cambiare, parlerò poco del film, e molto dei cazzi miei (come praticamente sempre, quindi). 
Perché, come ho già scritto da un altra parte, il problema del film è l'anziano. E no, non sto parlando di Richard Gere.


Capisco che tradurre letteralmente Norman: the moderate rise and tragic fall of a New York fixer sarebbe stato chiedere troppo, ma insomma, qualcosa di un po' meno banale e filosupereroistico lo si poteva trovare, no?
No, appunto.
La regia è di Joseph Cedar, regista israeliano a me sconosciuto, come sconosciuti sono tutti i suoi lavori precedenti. Ma, a parte questo, il film, con protagonista un ottimo Richard Gere, è molto interessante e sagace al punto giusto.
Il motto di Norman Opphennaimer è "se le serve qualcosa, io gliela trovo!". E, in questo modo, Norman ha dedicato la sua vita ad intrecciare tutta una rete di conoscenze più o meno importanti (e più o meno reali): nella spasmodica attesa dell'affare della vita, trama e briga per concludere accordi che gli frutteranno qualcosa, anche se sembra che a spingerlo, nonostante il suo modo di fare insistente e spesso fastidioso, sia il desiderio di riuscire a fare del bene al prossimo. Le cose sembrano andare finalmente per il verso giusto quando conoscerà un uomo politico israeliano, destinato a diventare Primo Ministro. 
Sarà davvero così? 
Naturalmente non ve lo dirò, ma vi basti sapere che sono uscita dalla sala molto soddisfatta.
O meglio, sarei uscita dalla sala molto soddisfatta se non avessi visto il film al cinema Romano.
Il cinema Romano, spiego per i non torinesi, è la sala cittadina dove si è creato, per motivi a me sconosciuti, l'habitat naturale della madaminchia torinese. Dicesi madaminchia - sempre per i non torinesi - una signora più imborghesita che borghese, verosimilmente agée quando non incartapecorita, spesso e volentieri con la puzza sotto il naso e il sorriso di circostanza, sovente avvolta in una nuvola di violetta di parma e naftalina, Ella è adusa frequentare il cinema Romano al primo spettacolo pomeridiano, o, talvolta al secondo. Comportandosi esattamente come stesse guardando la tv nel salotto di casa. Quelle che non hanno la fortuna di essere rimaste vedove, vengono al cinema con il consorte (che chiameremo con affetto madaminchione), Siccome - non ho dati ufficiali, ma credo che le statistiche non mi smentiranno - l'uomo diventa maturo più tardi rispetto alla donna, ma in compenso rincoglionisce prima, li vedi un po' spaesati seguire con aria succube la madaminchia, che, durante la proiezione, tempesteranno di domande, che vanno dal semplice "eh?" al più articolato "cosa ha detto?" oltre a commentare a voce alta quello che sta succedendo sullo schermo. Richard Gere mangia una fetta biscottata con le aringhe? Sentirai quello accanto a te esclamare "le aringheeeeeeee!". Richard Gere regala un paio di scarpe al futuro primo ministro israeliano? "Ma gliele ha regalate????".  Quando non commentano l'ovvio, si lanciano a predire il futuro, anticipando quello che accadrà da lì a poco sullo schermo. Ma, siccome il più delle volte non capiscono quello che sta succedendo nel film, senza riuscirci.
Taccio sui cellulari a cui non tolgono la suoneria, perché probabilmente nessuno gli ha spiegato come si fa. Immancabilmente detto cellulare suona. Prima che l'anziano realizzi che quel rumore proviene dalla sua tasca, passano i secondi. Poi, finalmente, capisce. E, invece che spegnere il cellulare cosa fa? Risponde. Alla fine, siccome ha perso il filo, si farà raccontare cos'è successo nel frattempo.


A parte gli scherzi, il film mi è piaciuto molto, se vi capita dategli una chance. Ne approfitto per precisare che nessun anziano è stato maltrattato durante la visione del film. Soprattutto perché, in previsione di diventare una madaminchia fatta e finita (ci vorranno un paio d'anni al massimo) il Romano allo spettacolo pomeridiano io lo frequento già da un pezzo. E il sorriso di circostanza lo uso da anni. Se però dovessi iniziare ad usare la violetta di parma, vi chiedo un favore: abbattetemi.

5 ottobre 2017

Glory (non c'è tempo per gli onesti)

Titolo originale: Slava
Regia: Kristina Grozeva - Petar Valchanov

Siccome tutti, volenti o nolenti, siamo vittime dei pregiudizi, se dici "film bulgaro" vedrai - anche solo per un istante - il terrore negli occhi del tuo interlocutore. Posso capirlo, a me succede ogni volta che sento dire "cinepanettone", "best-seller", "apericena", "influencer", "fashion blogger".  A dirla tutta non sono nemmeno sicura che esistano ancora, i fashion blogger. E, ciò nonostante, continuo a vivere benissimo, sia chiaro.
Comunque.
Un paio di settimane fa, l'unica cosa che sembrava degna di visione era - pensa un po' - proprio il film bulgaro, di cui avevo visto il trailer parecchie volte, trovandolo da subito interessante.
E così sono entrata in sala, e, quando sono uscita, ho realizzato di aver visto il film più bello degli ultimi mesi.
Perché Glory, ma soprattutto il suo protagonista, Tsanko Petrov, non ti lasciano indifferente, e ti ritrovi a soffrire ed incazzarti per lui e con lui, uomo gentile che accarezza i suoi conigli, e che si ritrova stritolato tra le maglie di un sistema corrotto, dove passa da eroe del popolo ad agnello sacrificale senza nemmeno passare dal via.

Siamo da qualche parte in Bulgaria, e Tsanko Petrov lavora alla manutenzione delle ferrovie sotto il diretto controllo del Ministero dei Trasporti. Non riceve lo stipendio da mesi, perché il Ministero è in deficit (e il ministro accusato di corruzione), ma lui fa comunque il suo lavoro. Conduce una vita modesta, vive in una casa spartana, parla poco - anche perchè è affetto da una grave forma di balbuzie - e le sue giornate iniziano mentre al telefono ascolta il segnale dell'ora esatta controllando il suo vecchio orologio, ricordo di suo padre, che non perde un secondo. Poi esce, e va a controllare i binari con una grande chiave del peso di 6 kg.
Passa davanti ai colleghi che rubano gasolio, fatto da lui inutilmente denunciato più volte, e un giorno, durante il suo giro, trova una banconota per terra. Poi un'altra. E un'altra ancora. E ancora. Finché arriva ad una grossa sacca di denaro, abbandonata lungo i binari. E Tsanko cosa fa? Chiama la polizia per denunciare il ritrovamento di tutti quei soldi. Da lì a farne un eroe nazionale il passo è breve. L'ambiziosa Julia Staykova, addetta alle Pubbliche Relazioni del Ministero lo invita ad una cerimonia ufficiale in cui il Ministro stesso ringrazia pubblicamente Tsanko, regalandogli un orologio di plastica. Per questo, pochi minuti prima della "premiazione", Julia si è fatta consegnare da Tsanko il suo vecchio orologio.
Peccato che quella patacca non funzioni, e che Julia abbia perso l'orologio di Tsanko.
L'uomo cerca in ogni modo di tornare in possesso del suo orologio, e inizia così una vicenda quasi surreale, che mette in luce tutte le contraddizioni di una società dove, tra corrotti e corruttori, il più debole e indifeso, nonostante sia nel giusto, sembra quasi colpevole di essere onesto.
Sarcastico e grottesco, pungente in maniera sottile, Glory riesce comunque - anche - a far sorridere. Perchè, semplicemente, Tsanko Petrov alla fine siamo tutti noi.




3 ottobre 2017

il colore nascosto delle cose

Di Silvio Soldini mi era piaciuto Pane e tulipani, ho dei vaghi ricordi di Agata e la tempesta, avevo patito Cosa voglio di più (un buon film, suvvia!) e credo di aver bellamente ignorato gli altri suoi lavori. Va da sé che non stiamo quindi parlando del mio regista preferito. Avrei potuto continuare ad ignorarlo, e invece...

...sono andata a vedere Il colore nascosto delle cose.
Va detto che dal trailer non sembrava malvagio, Valeria Golino mi è sempre piaciuta, e, diciamocelo, Adriano Giannini, nonostante non sia bello quanto suo padre, ha quell'aria un po' così, un po' stropicciata, che a me piace. 

Mi sembrava quindi ci fossero motivi più che sufficienti per vedere il film. Che, in breve, racconta la storia d'amore tra Teo ed Emma. 
Che, visti dall'esterno, sono quanto di più distante possa esistere in natura. 
Abbiamo Teo, quarantenne, pubblicitario, sempre indaffarato, fidanzato con Nadia, che tradisce regolarmente con un'altra donna. Insomma, quello che, per farla breve, negli anni 60 avrebbero definito "farfallone", ma che al giorno d'oggi riassumi con "emerito stronzo" per rendere molto meglio l'idea. 
E poi c'è Emma, osteopata, non vedente da quando aveva 17 anni. I due si conoscono - per modo di dire - ad uno di quegli eventi/"percorsi al buio", organizzati solitamente dalle associazioni di non vedenti, in cui gente dotata della vista si trova in piccoli gruppi a compiere un percorso nel buio della durata di un’ora e 15 minuti. Si passa per alcune ambientazioni che richiamano situazioni di vita quotidiana, tutte diverse, da scoprire attraverso i sensi e il dialogo con la guida non vedente, svelando «un altro modo di vedere». e alla fine ognuno torna alla sua vita.
Ma un giorno in un negozio Teo riconosce Emma dalla voce, scopre che è una gran bella donna e, in quanto farfallone emerito stronzo decide di avvicinarsi e attaccare bottone. Dopo aver inanellato una compilation di figure di merda, dal "ci siamo VISTI a..." al tenderle la mano per presentarsi e via dicendo scopre appunto che la donna fa l'osteopata e realizza in quel preciso istante di avere assolutamente bisogno di essere trattato da lei.
Inizia così una storia tra due persone che non potrebbero essere più diverse, con Teo che si ritaglia del tempo da passare con Emma, inventando scuse su scuse al lavoro, con la fidanzata, ecc. fino al momento in cui, vedendo una scena dalla finestra del suo appartamento, inizia ad avvertire una specie di disagio, e smetterà di cercare Emma, ma soprattutto di farsi trovare dalla donna. Del resto, se sei emerito stronzo è quello che ci si aspetta.
Cosa succederà alla fine?


Com'è, come non è, il film si dilunga un po' troppo (115 minuti) per raccontare una storia che fortunatamente non cede al pietismo e alla retorica, ma che si poteva tranquillamente contenere in 90 minuti.
Molto brava la Golino nell'interpretare una donna comunque forte, Giannini credibile nella parte del 40enne sfuggente e superficiale e ottima Arianna Scommegna nella parte di Patti, l'amica di Emma. 

21 settembre 2017

the teacher


C'era una volta un paese lontano dove i bambini che non venivano mangiati, raggiunta una certa età, andavano a scuola. E lì imparavano a loro spese come girava il mondo, in quel paese, in quegli anni. Dove le diseguaglianze sociali e la corruzione nemmeno troppo strisciante erano la regola, e la scuola rappresentava un microcosmo che rifletteva perfettamente i meccanismi della società negli anni 80, nello specifico nella Cecoslovacchia, ma - credo - un po' in tutti i paesi della cortina di ferro, almeno fino all'avvento di Gorbaciov, della perestrojka e della caduta del muro di Berlino.

La vicenda è ambientata nella periferia di Bratislava. dal momento in cui nella scuola fa il suo ingresso la nuova insegnante Maria Drazdechová, vedova di un ufficiale comunista e rappresentante del partito. Dall'aspetto rassicurante e frivolo, con le gonne a fiori e le scarpette da ballo, (mai fidarsi delle apparenze!) si inizia a capire dove andrà a parare nel momento stesso in cui chiede ai ragazzi, al momento dell'appello, di dire che mestiere fanno i genitori.
La Drazdechová instaura ben presto un regime basato sul do ut des, in cui il rendimento ed i voti dei ragazzini vengono pesantemente influenzati dai favori che i genitori degli stessi, a seconda della loro professione, riescono (o non riescono) a fare alla crudele ed ingiusta insegnante. 
Approfittando del suo ruolo, che maschera abilmente sotto le spoglie della povera vedova bisognosa di aiuto (dai ragazzini che le puliscono casa, ai genitori che le vanno a fare la spesa, le fanno la piega gratis, le aggiustano la lavatrice, le procurano medicine, portano dolci alla sorella che vive in Russia ecc.) la Drazdechová, sgranando gli occhioni, è il lupo travestito da agnello, che fa della violenza psicologica un modus vivendi, perché "dove andremmo a finire se non ci aiutassimo tra di noi?"
Il film viaggia su due livelli temporali, mostrandoci, oltre al quotidiano scolastico, un'assemblea indetta dalla preside, su richiesta dei genitori della piccola Danuska, l'alunna maggiormente vessata dalla Drazdechová, in quanto il padre, che lavora all'aeroporto, si è rifiutato di "aiutare" la professoressa. Ovviamente gli altri genitori li prendono per visionari, affermando, appunto, che non c'è niente di male a fare dei piccoli favori alla donna, insinuando che se la ragazzina prende brutti voti, è perché, poverina, è limitata.

Jan Hrebejk, basandosi su fatti realmente accaduti, dirige un film che ha il sapore amaro della commedia grottesca, ma che è, di fatto, una denuncia: ai soprusi, ad un certo modo di fare, che fa del compromesso (etico e morale) uno stile di vita, che si mantiene tra favori e favoritismi.


20 settembre 2017

baby driver

They call me Baby Driver
And once upon a pair of wheels
I hit the road and I'm gone


Edgar Wright è quel fottutissimo genio a cui noi tutti siamo grati per averci regalato la trilogia del cornetto. (The Three Flavours Cornetto Trilogy). Se non sapete di cosa sto parlando, beh, documentatevi, wikipedia esiste (anche) per questo.
Come non bastasse, il buon Edgar mi ha prodotto quel gioiellino di Attack the block. Ok, ok. anche quella merda di Killer in viaggio. Di quello gli sono un po' meno grata, ma si sa, nessuno è perfetto. 
Comunque, ho visto Baby Driver l'altra settimana, approfittando del fatto che al Centrale il film fosse in v.o. Mi sono perduta il fatto che Bats diventasse "Pazzo". E ovviamente  mi chiedo perché, dato che Buddy, Darling, Doc e Baby hanno mantenuto i loro nomi nella versione doppiata. Ma fa lo stesso.
Il film è uscito in anteprima nelle sale all'inizio di agosto, e la bionda mi ha detto "ho visto il trailer di un film con un sacco di gente, Kevin Spacey, Jon Hamm, ecc.ecc., sembra carino..." salvo poi non trovarlo più e realizzare che era un'anteprima di agosto. Abbiamo aspettato pazientemente che uscisse fino a quando siamo andate a vedere Atomica Bionda, quando ad un certo punto parte il trailer del film. Ma dura così tanto (praticamente la scena iniziale della rapina alla banca) che io e la bionda ci guardiamo dicendo "ma abbiamo sbagliato sala?" Improbabile, dato che Baby Driver non è ancora in programmazione, ma il dubbio ci viene. In ogni caso, nel trailer si vede appunto questo ragazzino (Baby, pensa un po') che, nel gruppo dei rapinatori, è l'autista. Che insomma, definirlo autista è riduttivo, è più un incrocio tra Bullitt e Holer Togni. E con queste premesse figuriamoci se la fine tamarra che è in me non desiderasse vederlo.

Detto fatto.
La storia ci presenta Baby perennemente con gli auricolari collegati ad un iPod, ad ascoltare musica praticamente h24. Scopriamo man mano che il film procede che è legato a Doc (Kevin Spacey)  per ripagare un debito in seguito ad un "errore" di gioventù, quando ha rubato la macchina sbagliata alla persona sbagliata. Ma, invece di finire a guardare i fiori dalla parte della radice, grazie alla sua abilità, viene "salvato" appunto da Doc, che lo userà come autista per i suoi colpi fino al momento in cui il debito sarà interamente ripagato.  Scopriamo anche che quel rifugiarsi nella (bella) musica in ogni momento della sua giornata è dovuto un po' al ricordo dell'amata mamma cantante, ma soprattutto al terribile incidente stradale che lo fece diventare orfano e affetto da acufene.
La vita di Baby - quando non è impegnato a lavorare per Doc - procede normalmente. Vive con il padre affidatario, un anziano signore quasi muto e acciaccato, e un giorno, nella tavola calda che frequenta abitualmente, conosce Debora, la cameriera, di cui si innamora. Quando crede sia giunto il momento di cambiare vita, in quanto ha interamente saldato il suo debito, Doc lo richiama per un ultimo colpo alle Poste. Ma, nonostante un sopralluogo effettuato con il nipotino di Doc (semplicemente strepitoso!)  qualcosa va storto, e tra i componenti della banda iniziano presto gli scazzi. Baby, che ha sempre fatto quel lavoro come fosse la cosa più normale del mondo, non vuole avere a che fare con la violenza, e quindi lavorare con Bats (un bravissimo Jamie Foxx volutamente sopra le righe) non è esattamente il massimo. Dallo scazzo al tutti contro tutti il passo è breve, e ben presto il film, che fino a quel momento aveva mantenuto dei toni abbastanza cazzari, come in fondo ci si aspetta da Wright, si trasforma quasi in un revenge movie, con Baby che cerca di proteggere la povera Debora (che, diciamocelo, è fin troppo scafata per essere un'ingenua cameriera trovatasi per caso nel mezzo di una guerra tra cattivi) dall'incazzatissimo Buddy (Jon Hamm, che - si sappia - ha sempre il suo porco perchè), che non ha più niente da perdere.

Baby driver è un film che nella prima parte avvince e convince senza fare alcuna fatica, mentre perde un po' di mordente nella seconda parte, dove il ritmo cala, e la storia si fa (un po') più banale. Ma resta comunque un film godibile, grazie ad un cast che funziona e ad una colonna sonora che lascia il segno.

I Got the Feelin' JAMES BROWN
Nowhere to Run BOGA
Bellbottoms THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION
Harlem Shuffle BOB & EARL
Egyptian Reggae JONATHAN RICHMAN & THE MODERN LOVERS
Secondo intermezzino pop ENNIO MORRICONE
Smokey Joe's La La GOOGIE RENE
You Are So Beautiful BUG HALL
The Original Five HANS ZIMMER & HEITOR PEREIRA
Randall's Attack RANDY NEWMAN
"Was He Slow?" KID KOALA
Let's Go Away for Awhile THE BEACH BOYS
B-A-B-Y CARLA THOMAS
Kashmere KASHMERE STAGE BAND
Unsquare Dance THE DAVE BRUBECK QUARTET
NEAT NEAT NEAT THE DAMNED
Harlem Shuffle THE FOUNDATIONS
Easy THE COMMODORES
Baby, I'm Yours BARBARA LEWIS
Debora T. REX
Debra BECK
Bongolia INCREDIBLE BONGO BAND
Baby Let Me Take You (In My Arms) THE DETROIT EMERALDS
Cry Baby Cry UNLOVED
Early In the Morning Threshold STEVE MILLER BAND
Holy Calamity (Bear Witness II) HANDSOME BOY MODELING SCHOOL
Brighton Rock QUEEN
Edge DAVID MCCALLUM
Nowhere to Run MARTHA REEVES & THE VANDELLAS
Tequila BUTTON DOWN BRASS
Run the Jewels RUN THE JEWELS
Intermission BLUR
Hocus Pocus FOCUS
Radar Love GOLDEN EARRING
New Orleans Instrumental No. 1 R.E.M.
Never, Never Gonna Give Ya Up BARRY WHITE
Ready Lets Go BOARDS OF CANADA
Know How YOUNG MC
Easy SKY FERREIRA
Baby Driver SIMON & GARFUNKEL
Chase Me DANGER MOUSE
Every Little Bit Hurts BRENDA HOLLOWAY
When Something Is Wrong With My Baby SAM & DAVE
Blue Song MINT ROYALE
Hollaback Girl GWEN STEFANI
Got No Soul THE SHAKE

14 settembre 2017

dunque... dunkerque... dunkirk

Una settimana un giorno solamente un'ora,
a volte vale una vita intera.


Non sono una di quelle che stravede per Christopher Nolan. Non sono una di quelle che stravede per nessuno, probabilmente. Resta il fatto che quando a luglio ho iniziato a vedere i primi trailer di Dunkirk mi sono incuriosita. Poi ho iniziato a leggere qualcosa qua e la di un fatto che ignoravo. Già, perché a scuola ero bravina, se escludiamo storia, l'unica materia in cui ho avuto un 4 fisso dal primo giorno di scuola media all'ultimo delle superiori. Son cose, lo so.
Quindi io dei millemila soldati inglesi che verso la fine del maggio 1940 furono costretti alla ritirata sulle spiagge di Dunkirk (Dunkuerque) non sapevo una mazza fionda. Ma poi è arrivato Nolan a raccontarmelo, alla sua maniera. 
Il film racconta appunto di come questi poveri soldati - nessun eroe, solo ragazzi il più delle volte terrorizzati (com'è giusto che sia) - cercassero un modo per tornare a casa, mentre il nemico incalzava. La citazione di Bennato, lassù in alto, è perfetta, in quanto il film si svolge lungo tre linee narrative e temporali, tanto care a Christopher: la spiaggia (e/o il molo): una settimana, il mare: un giorno; il cielo: un'ora. Le tre linee si intrecciano lungo tutta la - breve - durata del film. Già, perché incredibilmente, alla fine, mi è sembrato che il tempo - un'ora, un giorno, una settimana - fosse volato. 
E dunque non ve la farò lunga nemmeno io. Fatto sta che questi poveri uomini non potevano lasciare la costa dato che  le navi della marina non potevano attraccare a causa del fondo sabbioso, ma non potevano nemmeno restare lì a morire, e quindi bisognava ritirarsi. Ma come? 
Con l'aiuto dei civili, che, dietro ordine della Royal Navy, lungo le coste meridionali della Gran Bretagna, ovvero a "casa". lasciarono i loro porti e con piccole imbarcazioni da diporto, pescherecci, barchette e tutto quanto galleggiasse, attraversarono il canale della Manica per andare a riprendere i loro soldati. 
Questo è quello a grandi linee successe a Dunkirk. Nolan ha realizzato questo film come una sorta di omaggio al nonno, morto in guerra, e dopo aver compiuto lui stesso quella traversata, di cui dice "Fu molto difficoltoso e non ci piovevamo bombe addosso. Cosa fecero, nel maggio del 1940 quei coraggiosi pescatori inglesi è davvero incredibile”.

24 agosto 2017

Atomica bionda

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Poi non dite che non ve l'avevo detto, ok?


Allora. 
Ho visto Atomica Bionda, dove la bionda atomica del titolo (e mai descrizione fu più azzeccata), nello specifico, è Charlize Theron. Che ci volete fare, noi nate il 7 agosto abbiamo questa maledizione, di essere fighe fighe in modo assurdo. 
Come? io non sono figa nemmeno chiusa in un armadio in una stanza buia? Eh, vabbè, anche voi, come la fate lunga! 
A parte gli scherzi, l'unica cosa che ho in comune con la Theron è il compleanno, anche perché, e so di darvi una notizia abbastanza sconvolgente, non so recitare. 
Detto ciò, Atomica Bionda è una spy story di mazzate. Ben date. Molto ben date. 
In alcuni punti il film ricorda (ombrelli neri, pulitori, bla bla bla) John Wick (il primo ovviamente, perchè il secondo - diciamocelo - è un film totalmente inutile che a malapena ricordo) e questo grazie al fatto che il regista (David Leitch) del primo Johm Wick era codirettore, anche se non accreditato. E, lasciatemelo dire, ma la mano si vede. In quanto stuntman ed esperto di arti marziali sembra quasi che i combattimenti abbiano una coreografia precisa ed elegante. Vuoi anche perché la bionda è elegante di suo, e combatte abbigliata come fosse reduce dalla Milano Fashion Week. 



Comunque. Siamo a Berlino, nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del muro, e il film inizia con l'inseguimento di un uomo che viene freddato con un colpo in testa e lanciato nelle acque dello Sprea. La scena si sposta negli uffici dell'MI6, dove l'agente Lorraine Broughton, tumefatta e con un occhio nero si sta sottoponendo ad un interrogatorio.a cui partecipa anche un pezzo abbastanza grosso della CIA. Scopriamo così che il morto ammazzato era un agente del MI6  a cui è stata sottratta LA LISTA. Che non è quella della spesa, ma un elenco dettagliato di tutte le spie sul campo, compresi i doppio/triplo/quadro/pentagiochisti. E se quella lista dovesse finire in mani nemiche (leggi KGB, perché il muro è ancora su, e anche la guerra fredda non si è ancora intiepidita) sarebbe una traggedia. E chi mandiamo a Berlino a recuperare la lista? Ma che domande, la Broughton. Quindi il film flashbecca alla settimana precedente, dall'arrivo di Lorraine in aeroporto fino al momento in cui viene convocata nella stanza in cui l'abbiamo vista all'inizio. Nel frattempo saranno passate quasi 2 ore, lei avrà avuto il tempo di fare un tot di bagni nella vasca piena di cubetti di ghiaccio, perculare l'agente di zona Percival (James McAvoy, ambiguo il giusto), farsi l'agente dei servizi segreti francesi Delphine (Sofia Boutella), oltre a corcare di mazzate un tot di persone.E poi. No, niente, dai. Non vi spoilero il finale.
Nel cast, oltre ai già citati McAvoy e Bourella ci sono John Goodman (il pezzo grosso della CIA) e Bill Skarsgård (fratellino di Alexander).

Aggiungo che il film si apre sulle note martellanti di Blue Monday, e che la colonna sonora, che ci riporta negli anni 80 è uno spettacolo:

Blue Monday ’88 – New Order
Blue Monday – Health
Sweet Dreams (Are Made of This) – Eurytmics
Under Pressure – Queen and David Bowie
Cat People (putting Out Fire) – David Bowie
Father Figure – George Michael
Behind the Wheel – Depeche Mode
I Ran (So Far Away) – A Flock of Seagulls
London Calling – The Clash
Voices Carry – ‘Til Tuesday
Fight the Power – Public Enemy
As Time Goes By – Michael Pernell
The Politics of Dancing – Re-Flex
Cities in Dust – Siouxsie and the Banshees
Major Tom (Vollig Losgelost) – Peter Schiling
99 Luftballons – Nena
Der Komissar – After the Fire
Kack Zukunft – AuSSchlag


21 agosto 2017

ferie d'agosto

Ebbene sì, anch'io sono stata in ferie la settimana scorsa. Non è stata una mia scelta, ma l'ufficio ha chiuso, e quindi non potevo entrare. E no, non sono andata da nessuna parte, se non al cinema, Approfittando di una rassegna, sua bionditudine ed io abbiamo recuperato alcuni titoli persi in stagione, tra gli altri In viaggio con Jaqueline, Sing Street, The Founder, più alcuni titoli più datati, come Potiche e Janis. 
In breve, ho trovato molto teneri sia In viaggio con Jaqueline che Sing Street. Il primo parla di un contadino algerino che alleva con amore la sua mucca - Jaqueline - e sogna di portarla all'esposizione dell'agricoltura a Parigi. Viene invitato e si mette in viaggio, a piedi, dall'Algeria a Parigi. Nulla di nuovo e/o sconvolgente, ma davvero tenero e carino. E Jaqueline è bellissima. 
Sing Street è un tuffo nostalgico negli anni 80, quando in Irlanda un ragazzino sfigato decide, per conquistare una ragazza, di mettere su un gruppo, ispirandosi alle band che stanno emergendo in quegli anni, dai Duran Duran ai Cure. 
The Founder è interpretato da Michael Keaton, che io detesto da... direi sempre. Sarà anche un bravo attore, non discuto, ma trovo che abbia una faccia da cazzo senza eguali. Per dire, nemmeno Nicolas Cage mi sta così sui coglioni. Detto ciò, il film di John Lee Hancock racconta di come Ray Kroc, mentre sta lavorando senza troppa fortuna come rappresentante di frullatori, incontra i fratelli McDonald, che a San Bernardino hanno aperto un ristorante con un'innovativo sistema di preparazione e distribuzione del cibo. Folgorato da quella visita decide di entrare in società con i due fratelli, finendo per sottrargli anche l'uso del nome. Uomo senza scrupoli, sicuramente lungimirante nel vedere le potenzialità del progetto creato dai due fratelli, a cui non interessava espandersi, ma semplicemente far bene il loro lavoro servendo cibo di qualità, cosa che a Kroc non sembrava interessare minimamente, riuscì a creare un impero grazie anche alla buona fede di Richard e Maurice McDonald, che non si videro mai riconoscere la percentuale sui diritti relativi all'uso del nome. Non so quanto il film sia romanzato, ma nella finzione i due fratelli sembrano davvero due persone tanto brave quanto ingenue. E mi hanno fatto tanta pena. 

Ma, in questo agosto fortunatamente e piacevolmente ancora caldo, c'è stato spazio anche per le nuove uscite, ovvero The Dark Tower. Ok, l'ho visto una settimana dopo, ma attendevo che uscisse in v.o., e il Centrale, come sempre, mi ha accontentata. 
Premessa: ho letto un sacco di Stephen King, ho letto anche i romanzi scritti con lo pseudonimo di Richard Bachman, poi, improvvisamente, senza nessun motivo, ho smesso di comprare i suoi romanzi, da Cuori in Atlantide in poi.
Della serie della Torre Nera avevo i tre primi volumi (di ventordici otto), ovvero L'ultimo cavaliere, Terre desolate, La chiamata dei tre. Ecco, questi non li ho mai mai mai letti. Quindi, nonostante del film di  Nikolaj Arcel - da queste parti molto apprezzato per quel Royal Affair di qualche anno fa - avessi letto maluccio più o meno ovunque, ho affrontato la visione incredibilmente scevra da ogni pregiudizio, ma, soprattutto, non sapendo una beata minchia della storia.
E quindi non so nemmeno se questo film sia il primo di una serie o se sia un film a sé stante che lo vedi e finisce lì. Diciamo che se da 8 volumi mi esci un film di 1 ora e 35 a me viene da pensare che di film ce ne saranno altri, magari non 7 ma un altro paio almeno?  In ogni caso direi che al momento la cosa non ci interessa e veniamo al film.
Iniziamo dal fatto che se sei il cattivo più cattivo del mondo (stop breathe e quelli me morono al volo è bellissima e non mi dispiacerebbe usarlo, a volte) e ti chiami Walter perdi un po' di credibilità. Che cazzo, Walter? Seriously? Vabbè. Nonostante si chiami uolter, Matthew McConaughey nelle vesti nere dell'uomo in nero è fighissimo, ma, visto che è il cattivo non vale. Il buono della situazione è Roland, ultimo dei gunslingers, che dà la caccia a Walter da sempre e che ad un certo punto si ritrova tra i piedi Jack, che arriva dal mondo cardine, in quanto possiede poteri fortissimi che servirebbero molto a uolter per i suoi piani distruttivi.
Tra un giro nel mondo di qua e un giro nel mondo di là, ad un certo punto scopriamo che Roland è meglio di John Wick e che New York possiede un sacco di porte temporali.
Concludendo: per quelle come me, ignoranti totali del romanzo/i il film, per quanto frettoloso, regge senza infamia (ma soprattutto senza lode) e si lascia vedere senza grossi problemi. Del resto dura talmente poco da essere quasi indolore.  Ma credo che i lettori della saga non lo abbiano apprezzato manco un pochino, in questo mondo e in quell'altro..

9 agosto 2017

fiori nuovi, stasera esco, ho un anno di più..

E niente. 
Anche quest'anno ho compiuto gli anni. 
E mi sono regalata, oltre ad un nuovo tatuaggio, un principio di ipertiroidismo, quindi una nuova cura, un sacco di esami da fare, oltre a quelli basici già fatti, un po' di ambulatori da visitare e nuove madonne da bestemmiare. Perché invecchiare ti regala, oltre a un sacco di saggezza, anche un numero variabile di magagne e acciacchi vari. La fortuna, si sa. è cieca, ma la sfiga continua imperterrita a vederci benissimo. 
Ma andiamo per ordine.
Ho deciso di tatuarmi il 5 agosto, mossa oltremodo intelligente, lo so. E, per non smentirmi, ho deciso di partire per Rimini durante l'unico week end da bollino nero per il traffico e bollino incandescente per il caldo.
Venerdì pomeriggio - ferma in tangenziale a Bologna - il termometro segnava 42 gradi. Alla fine il viaggio non è stato nemmeno poi così drammatico, invece di 4 ore ce ne ho messe appena 5 e mezza, insomma, poteva andare pure  peggio.
Quando sono finalmente giunta a destinazione ho riabbracciato lei, che è sempre uno splendore, e che non vedevo da più di un anno. E poi, dopo essermi un po' ripresa dal viaggio, abbiamo aspettato lui e siamo usciti per una cena veloce a base di piadina, perché se sei in Romagna le tradizioni vanno rispettate. 



Non paghi abbiamo concluso la serata con un cocktail al Tiki Comber, che si sa, l'alcool con il caldo lo raccomandano un po' tutti. 
E poi, sovrastati dalle nostre nuvole di umidità, che non ci hanno abbandonato un momento, siamo tornati a casa.
Il sabato ci siamo spostate a Rimini, dove sono finalmente riuscita a farmi tatuare da Miss Arianna. che, non serve che ve lo dica io, è bravissima. 
Il risultato finale è questo splendido maneki neko

di cui sono completamente e totalmente soddisfatta, lo trovo davvero bellissimo. Quindi, me felice. 
La sera, sempre perché la temperatura era adeguata, ci aspettava una cena in spiaggia a Cervia a base di churrasco. Ottimo, tra l'altro. Ma faceva così caldo che mi sudavano anche le orecchie. Per fortuna abbiamo concluso la serata in spiagga - perché la sabbia fa bene ai tatuaggi freschi, lo sanno tutti - e lì il caldo ci ha finalmente dato un po' di tregua. 
La domenica l'abbiamo trascorsa tranquillamente a casa, siamo uscite soltanto per far colazione e poi Mareva mi ha portato a vedere anche il mare. O meglio, una miriade di persone a mollo, quindi l'acqua non l'ho quasi vista. Abbiamo mangiato, chiacchierato, e poi è arrivato il momento di salutarci, e sono tornata a casa. Mettendoci, questa volta, quattro ore scarse. 
Nonostante abbia sudato tantissimo, sono stata bene. 
E non vedo l'ora di tornare.

20 luglio 2017

lo so, lo so...

...sono una vecchia rompicoglioni a cui non va mai bene niente.


Il punto è che ho visto il trailer de "L'uomo di neve". 
Che, come saprete, è tratto dall'omonimo romanzo di Jo Nesbø, con protagonista il detective Harry Hole.
Non avendo letto i romanzi  di Nesbø con Hole protagonista, ovvero - nell'ordine - questi: 

Il pipistrello, Einaudi, 2014 (Flaggermusmannen / The Bat, 1997)
Scarafaggi, Einaudi, 2015 (Kakerlakkene / The Cockroaches, 1998)
Il pettirosso, Piemme, 2006; Einaudi, 2015 (Rødstrupe / The Redbreast, 2000)
Nemesi, Piemme, 2007; Einaudi, 2015 (Sorgenfri / Nemesis, 2002)
La stella del diavolo, Piemme, 2008; Einaudi, 2015 (Marekors / The Devil's Star, 2003)
La ragazza senza volto, Piemme, 2009; Einaudi, 2015 (Frelseren / The Redeemer, 2005)
L'uomo di neve, Piemme, 2010; Einaudi, 2017 (Snømannen / The Snowman, 2007)
Il leopardo, Einaudi, 2011 (Panserhjerte / The Leopard, 2009)
Lo spettro, Einaudi, 2012 (Gjenferd / Phantom, 2011)
Polizia, Einaudi, 2013 (Politi / Police, 2013)
Sete, Einaudi, 2017 (Tørst / The Thirst, 2017)

alla visione del trailer i più (anzi, LE più) avranno esclamato: "ooooooooooooooooooh, che figo, un film con Fassbender!" (quelle più in confidenza al posto di Fassbender avranno detto Fassy)
Io, invece, che i libri li ho letti tutti, e di Harry Hole, poliziotto rude, alcolizzato e occasionalmente drogato, dai metodi poco ortodossi, alto 1.93, biondo e fisicamente forte, mi sono fatta un'idea precisa, e, quando ho visto il trailer ho pensato: 

"Ma che cazzo c'entra Michael Fassbender con Harry Hole?" 

Quindi, caro il mio Tomas Alfredson, sappi che io verrò a vedere il tuo film portandomi dietro, al posto dei pop corn, un barattolo di pregiudizi. 


13 luglio 2017

Jackie

I want them to see what they have done to Jack

(Questo post giaceva impolverato nelle bozze da circa 5 mesi.)

Il mio rapporto con Pablo Larrain è iniziato nel peggiore dei modi. 
Con quel Tony Manero che nel lontano 2008 vinse il Torino Film Festival. Film fastidioso che mi fece scegliere, due anni dopo, di evitare la visione di Post Morten. Poi, grazie a Gael Garcia Bernal, da NO in poi, ho visto tutti i suoi film. E credo che il mio preferito rimanga, su tutti, IL CLUB. 
Con Jackie, per la prima volta, Larrain si trova a dirigere un film con una protagonista femminile, cosa che non aveva ancora fatto. E si avvale di Natalie Portman che interpreta una delle figure più controverse della storia recente americana. L'iconica Jacqueline Bouvier in Kennedy (e poi in Onassis, ma questa è un'altra storia). 
Larrain si concentra sui  giorni immediatamente successivi all'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963, quando Jackie era moglie del presidente degli Stati Uniti da nemmeno tre anni.
Nel cast, oltre alla Portman, ci sono Greta Gerwig nel ruolo dell'assistente Nancy, Peter Sarsgaard nel ruolo di Bob e John Hurt - che ci ha lasciato qualche mese fa - nella sua ultima interpretazione, nel ruolo di padre McSorley.
Purtroppo non sono riuscita a vedere il film in v.o., ma so che la Portman ha fatto un gran lavoro per impostare la voce e riprodurre l'accento della Bouvier. Quindi le mie impressioni si basano su un film doppiato. In cui Natalie Portman (o meglio, la doppiatrice di NP) ha una voce piuttosto monocorde e alquanto fastidiosa. Molto fastidiosa. Pure troppo.
Magari l'avrei trovata altrettanto fastidiosa anche sentendola in v.o., ma... who knows? 
Detto ciò quello che ci viene mostrato è, oltre allo smarrimento di Jackie, ritrovatasi improvvisamente vedova e madre di due bimbi ancora piccoli, quello che avvenne ai funerali, grandi funerali pubblici organizzati contro il volere di tutti come quelli di Lincoln, per fare entrare suo marito nella leggenda,  e quello che Jackie disse durante l'intervista che l'ex First Lady concesse, nella sua villa di Hyannis Port nel Massachusetts,a Theodore H. White,giornalista della rivista Life.
L'intervista uscì il 6 dicembre con il titolo «For the President Kennedy: An Epilogue»
In quell'occasione una Jackie più vittima di un ruolo pieno di ipocrisie che sofferente per il lutto regalerà a White citazioni bibliche sul marito che andava nel deserto per essere tentato ma poi tornava sempre a casa. consapevole dei ripetuti tradimenti di John, ma determinata a sopportarli, travestendo le bugie da favole, e fingendo di vivere in quel luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot.
E, ipocrisia su ipocrisia, in una specie di gioco perverso in cui era al contempo succube e complice, tutto questo lo racconterà fumando, e affermando candidamente "io non fumo".