19 dicembre 2014

32° TFF: Life after Beth

Ve lo ricordate I ♥ Huckabees? 
Era il 2004, il regista era David O.Russel, ai tempi non ancora famoso come oggi, e lo sceneggiatore era Jeff Baena. Che probabilmente famoso non lo è ancora. 
Sono passati 10 anni, e Baena si è messo dietro la macchina da presa per dirigere una commedia zombie. Cosa ha fatto nel frattempo? Secondo IMDb niente. 
Ma chissenefrega, aggiungerei.
Comunque, per il suo debutto alla regia Jeff decide di avvalersi del sempre valido John C.Reilly, della deliziosa Aubrey Plaza - anche se nello specifico "deliziosa" non credo sia il termine più appropriato - e di Dane DeHaan (chi?) il cui nome a me personalmente diceva poco. Ma l'ho "incontrato" più volte sugli schermi. Ad esempio in Lincoln, in Devil's knot e in The place beyond the pines aka Come un tuono, dove interpretava il figlio di Ryan Gosling. 
Qua invece interpreta Zach, ex fidanzato di Beth Slocum. 
Ex in quanto Beth, durante una passaggiata nel bosco, viene morsicata da un serpente e muore.
Zach è affranto, e inizia a passare molto tempo a casa dei genitori della ragazza, legando in particolar modo con il padre (Reilly). 
Un giorno si presenta a casa dei genitori di Beth ma nessuno gli apre. E a lui sembra di intravedere Beth in casa.
Per qualche inspiegabile ragione Beth è tornata in vita e i genitori non vogliono che si sappia. Zach lo racconta a casa sua ma ovviamente nessuno gli crede, e viene preso per matto soprattutto dal fratello Kyle (Matthew Gray Gubler, il dottor Spencer di Criminal Minds, qua in versione vigilante-paranoico, fantastico).
Quando riuscirà finalmente a entrare in casa degli Slocum e a rivedere Beth, scopre che la ragazza non ricorda praticamente nulla e non sa nemmeno di essere morta.
Ricominceranno così a frequentarsi, ma ben presto Zach si renderà conto che Beth è cambiata, e che la dolce ragazza di un tempo è diventata una belva furiosa e violenta, che riesce a mantenere la calma solo ascoltando smooth jazz.
Zach non sa più cosa fare, ma, quando, tornando a casa, scoprirà che anche i suoi nonni (oltre che ai vecchi proprietari della casa in cui vivono) sono tornati in vita, capirà che non c'è più tempo da perdere.
Commedia leggera, ironica e sagace, di sicuro non rivoluzionaria, ma che si lascia vedere con piacere. 



17 dicembre 2014

ba-ba-ba-dook-dook-dook The babadook

Oh, il diludendo.
Ne avevo letto cose bellissime, la Bolla ci ha fatto un post che definire splendido è riduttivo, gente che del genere ne sa a pacchi (il Bradipo e Lucia, tanto per citarne due) ne aveva parlato benissimo e io, che con gli horror ho un rapporto che definirei "fottesega", visto che era in programma - e financo in concorso - all'ultimo Torino Film Festival, mi sono fatta convincere e ho fatto di tutto per riuscire ad infilarlo tra le mie visioni. 
E niente.
L'ho visto.
E... Siccome sono davvero un essere spregevole e terra terra, posso dire che il film mi ha detto davvero poco.
Sono una brutta persona? Po' esse. Po' esse anche che me ne farò una ragione. 
Sarà che non sono madre, non sono vedova, non sono single... ah no, aspetta, sono sia vedova sia single, ma fa lo stesso. Diciamo che non sono madre e va bene così. Stop.
Amelia, la nostra protagonista, è madre di una splendida creatura di quasi sette anni, venuta al mondo lo stesso giorno in cui il padre, un bel pezzo di marcantonio (e ci credo che ad Amelia le girino i coglioni, dai retta a me) muore in un incidente stradale, mentre sta accompagnando la donna in ospedale a partorire. Ci può essere qualcosa di più tragico e drammatico? Oltre a pensare ad un parto gemellare, con due Samuel al posto di uno, non mi viene in mente nulla. 

Ciao, sono la splendida creatura. Non sono adorabile?


Dopo dieci minuti di Samuel che spacca i maroni ti viene da pensare alla Franzoni. Che sono una brutta persona l'ho detto prima, vero? Allora siamo a posto.
Ma lasciamo perdere per un attimo - come fosse facile - Samuel, che ha una fervida immaginazione oltre che un'ottima manualità e proviamo a focalizzarci sulla povera Amelia, che è, come si suol dire, arrivata alla frutta già da un pezzo. Si divide tra il lavoro in un ospizio (allegria) una casa tetra e un figlio con dei chiari disturbi comportamentali che la ama di un amore quasi morboso, tanta è la paura che ha di perderla. 
Una sera trovano uno strano libro di favole, e iniziano a leggerlo. E da quel momento la vita di madre e figlio - che già non è delle più serene - evoca il mostro (il mr. Babadook del titolo) e scoperchia un vaso di Pandora in cui riposavano sereni l'horror classico, il dramma psicologico, il thriller sovrannaturale, il babau e l'uomo nero e ne fa un mischione che, a mio modestissimo parere, ha dentro così tanta roba che alla fine è pure troppa.
Però il libro è bello, eh?


16 dicembre 2014

Trash



Ogni giorno racconto la favola mia 
La racconto ogni giorno, chiunque tu sia… 
E mi vesto di sogno per darti se vuoi, 
L'illusione di un bimbo che gioca agli eroi!





Se vi piacciono le favole Trash è il film che fa per voi. Di sicuro a Stephen Daldry (Billy Elliott) le favole piacciono parecchio. E qua ce lo dimostra ampiamente.
Siamo a Rio de Janeiro, più precisamente in una delle tante favelas di Rio de Janeiro, e la principale occupazione degli abitanti non sembra sia il crimine organizzato e/o lo spaccio di droga, bensì la raccolta di immondizia in una discarica che è grande come il centro di Torino, roba che al confronto The Millionaire di Danny Boyle sembra ambientato in Rodeo Drive. 
Qua lavora Rafael con l'amico Gardo, e un giorno, smistando rifiuti, trova un portafogli con tanto di documenti, soldi e messaggi in codice. Gran botta di culo? Anche no.
Scopriamo, attraverso un flashback, come quel portafogli sia arrivato fin lì, e il motivo per cui, da quel momento, la polizia inizi a cercare di recuperarlo in ogni modo.
Ovviamente le forze dell'ordine sono cattivissime e corrotte, e, capitanate da un sergente privo di scrupoli, che, dopo aver capito che il portafogli è nelle mani di Rafael, inizierà a braccare il ragazzino e il suo amico, che nel frattempo hanno chiesto aiuto ad un terzo amico, Rato, ancora più sfigato degli altri due da non riuscire a vivere nemmeno nella favelas, ma nelle fogne.
Siccome siamo in una favola succede che i nostri tre piccoli eroi , che, nonostante siano tre piccoli disgraziati cresciuti nel nulla sanno leggere, scrivere e quant'altro, giocando d'astuzia e aiutati da un missionario alcolizzato (Martin Sheen) e da un'operatrice culturale (Rooney Mara, che, grazie all'inqualificabile doppiaggio sembra la cugina inglese dell'ispettore Clouseau) riusciranno a non venire ammazzati nei primi cinque minuti del film e a farci appassionare alla loro impresa.
Film molto naif e al contempo ruffianissimo che riesce comunque, nella sua inverosimilità, a mantenere un buon ritmo.
Se lo affrontate come una favola (qual è) e non come un film di denuncia (che non è) potreste anche apprezzarlo. 
C'è da dire che i tre ragazzini, Rickson Tevez (Rafael), Eduardo Luis (Gardo) e Gabriel Weinstein (Rato) sono bravi, decisamente meglio loro di Martin Sheen e Rooney Mara, pressochè inutile.





11 dicembre 2014

Still Alice


Lo so, dovrei finire di parlare di tutti i film visti al TFF, ma, immagino l'abbiate notato, me la sto prendendo comoda, e il tempo mannaggiallui, non è mai abbastanza per riuscire a far tutto quello che vorrei. Adesso come adesso ad esempio vorrei fare un giro in auto con il tizio barbuto e tatuato che pubblicizza l'Opel Adam qualcosa. Che l'ho visto martedì sera mentre guardavo estasiata la puntata di Junior Masterchef Italia. No, cioè, bambini di età media 10 anni che cucinano robe che io nemmeno se Cracco e Cannavacciuolo si impossessassero di me durante una seduta spiritica. Una bimba di 8 anni che ha preparato delle enchiladas con guacamole che levati, un nazibiondino austriaco che ha presentato un filetto di cervo che lo chef Barbieri ancora un po' e si commuoveva. Io se mi impegno posso farti due spaghetti aglio olio e peperoncino, per dire. E se insisti ti ci gratto su anche il parmigiano, toh.
Comunque, santo google mi dice che modello barbuto tatuato chiamasi Keno Weidner, ha qualcosa come 26 anni - ovvero - shame on me - la metà dei miei e niente. Che divagare mi piace sempre un sacco.
Dicevamo?







Siccome Torino, come diceva uno spot un po' di anni fa, è always on the move, non fa in tempo a finire il Torino Film Festival che una settimana dopo ti inizia il Sottodiciotto Film Festival.
E così domenica io, la bionda, la tiz, la tizsorella e il tizfidanzato ci siamo ritrovati per la visione (gratuita, che i film al Sottodiciotto non si pagano) di Still Alice, passato anche all'ultimo Festival di Roma e che arriverà in sala il prossimo 15 gennaio. 


Diretto da Wash Westmoreland (di cui non so davvero nulla, e l'unica cosa che spero è che Wash sia un nome d'arte) e tratto dall'omonimo libro di Lisa Genova, Still Alice è la storia di Alice Howland, 50 anni, donna realizzata nel lavoro e negli affetti, moglie e madre felice, affermata linguista con cattedra alla Columbia University, che, durante una conferenza, inizia a non ricordarsi alcune parole. Inizialmente non dà peso alla cosa, ma, quando, facendo jogging nel campus perde l'orientamento e non riesce a capire dove si trova, inizia a preoccuparsi.
Consulta un neurologo e, dopo alcuni accertamenti, la diagnosi è di quelle terrificanti: Alzheimer precoce.
Alice (interpretata da una superba Julianne Moore) coadiuvata dal marito e dai figli, cerca di affrontare la malattia con esercizi mnemonici tramite il telefono cellulare, e cercando di mantenere, per quanto possibile, una vita normale, nonostante la malattia avanzi a ritmi sempre più rapidi ed inesorabili, cosa che farà dire alla donna, quando è ancora presente a se stessa, che preferirebbe avere un cancro.
Il film sceglie di non indugiare sulle fasi terminali della malattia, lasciandoci sospesi tra l'emozione e l'angoscia nel poter solo provare ad immaginare cosa significa perdersi, perdere la memoria, perdere ogni ricordo e ritrovarsi a fare i conti con una malattia che "a poco a poco ti strappa via da te stessa", come dirà Alice alla figlia Lydia (interpretata da una convincente - non pensavo che l'avrei mai detto - Kristen Stewart).
Nel cast figurano anche Alec Baldwin nel ruolo del marito di Alice, e Kate Bosworth in quello della figlia Anna.
Delicato e intenso.







9 dicembre 2014

32° TFF: Inupiluk

Inupiluk
(di Sébastien Betbeder - Francia, 2014)


Perché mi è piaciuto tanto Inupiluk?
Per la sua durata ridotta? Per la poesia che riesce a trasmettere? Per la sua ambientazione parigina al cui fascino non riesco a sottrarmi? Per la simpatia e la tenerezza dei suoi protagonisti?
Credo sia un po’ per tutte queste cose messe assieme.
Il cortometraggio (34 minuti) realizzato da Sebastin Betbeder inizia facendoci conoscere Thomas (Thomas Blanchard) intento a passare il pomeriggio in un bar, assillato dall'atroce dubbio se mandare o meno un messaggio alla ragazza che l'ha lasciato. Viene raggiunto dal suo amico Thomas (Thomas Scimeca) distrutto da tre ore di tennis (viste in TV, genio) e i due, essenzialmente due eterni minchioni - ma nel senso buono del termine - iniziano a discutere della caducità delle umane cose, quando Thomas dice a Thomas (come fai a non volergli bene?) di essere preoccupato. Il padre, che vive sei mesi all'anno in Groenlandia, aveva deciso di ospitare due inuit che non si sono mai mossi dal loro paese e che non hanno mai visto il mondo, ma un incidente di caccia non gli consente di potersi prendere cura dei suoi ospiti. I biglietti, che non sono affatto economici, sono già stati acquistati, il viaggio prenotato e i due eschimesi arriveranno in città il giorno successivo, e Thomas ha promesso al padre che se ne sarebbe occupato lui, quindi chiede all'amico Thomas di unirsi a lui per fare da guida agli ospiti di suo padre.
Quando Ole ed Adam arrivano a Parigi inizia l'avventura: i due inuit non parlano una parola di inglese, né tanto meno di francese, e si esprimono soltanto nella loro lingua. I due Thomas pensano quindi di registrare i loro dialoghi per poi farli tradurre via skype al padre. In un contesto surreale i due ragazzi accompagneranno gli inuit allo zoo a fargli vedere animali di cui hanno sempre solo sentito parlare, e, cercando in qualche modo di comprendersi e farsi comprendere vicendevolmente, fra scambi di battute senza possibilità di comprensione accompagneranno i due ospiti fino al mare, dove potranno fare il loro primo bagno.
Quando arriverà il momento dei saluti fra i quattro si sarà instaurato comunque un rapporto di amicizia.
Mezz'ora che scorre senza che capiti chissà che, ma tutto quello che succede è così naturale e spontaneo che a Inupiluk (che significa "gangster" in lingua inuit) non si può non voler bene.

4 dicembre 2014

32° TFF _ I film di sabato 22.11

Dopo l'assaggio iniziale del venerdì si inizia a fare sul serio, e nella giornata ho in programma la visione di quattro film. 
Si inizia leggeri con
Endless escape, eternal return
(di Harutyun Khachatryan - Armenia, 2013)
Titolo originale Anverj Pakhust, Haverzh Veradardz. 

Documentario che, a dispetto del titolo, fortunatamente non era endless, anche se è sembrato parecchio eternal. Soprattutto perché per il primo quarto d'ora i sottotitoli erano totalmente fuori sincrono. E se stai guardando un film armeno, la cosa non ti sarà di alcun aiuto, anzi.
In ogni modo Khachatryan racconta, in questo primo documentario (dovrebbero essere 5, ho letto) suddividendola per anni, la storia Hayk, un uomo che ha abbandonato il suo villaggio e i suoi affetti, destino che accomuna buona parte della popolazione armena, che tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta ha affrontato l'indipendenza dall'Unione Sovietica,la guerra con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh e il terribile terremoto che provocò più di 25.000 vittime e si è poi stabilito a Mosca, in una dolorosa e costante ricerca di se stesso e della libertà.
Interessante, anche se il racconto della sua vita con gli orsi era decisamente troppo lungo. 
Il documentario ha vinto il premio Internazionale.doc con la seguente motivazione: con la sua sensibilità verso gli elementi più autentici del cinema e il loro uso consapevole e attento, il regista avvicina il pubblico al flusso mutevole della Storia e lo porta quasi a contatto fisico con la realtà. Attraverso la profonda bellezza delle immagini, l’uso del tempo, dei suoni atmosferici e della musica, la solitudine dell’essere umano in questo mondo trascende a un livello metafisico che connette il pubblico con la nudità dell’essere umano, la sua ricerca e la sua lotta per la felicità, la libertà e il desiderio di essere comunità.
Vabbè.
Abbandono la sala 2 del Massimo, ho un sacco di tempo a disposizione e mi concedo il lusso di mangiare seduta una roba calda che non sia un panino, una pizzetta, un trancio di farinata o cose simili - che si sa, alla dieta da festival è difficile scappare - e mi sposto al Reposi.

Gentlemen
(di Mikael Marcimain - Svezia, 2014)




Marcimain sì è fatto conoscere al pubblico del TFF due anni fa, dove, con il suo Call Girl, ci aveva raccontato una storiaccia di prostituzione e politica nella civilissima Svezia degli anni settanta, per cui si può facilmente dedurre che il carro di buoi tira meno un po' ovunque nel mondo.
Questa volta il quarantaquattrenne regista svedese porta sul grande schermo un'opera mastodontica, tratta dal romanzo omonimo di Klas Östergren, che ci catapulta a Stoccolma, nel 1978, dove Klas, scrittore che si nasconde dal suo editore conosce casualmente lo stravagante Henry Morgan, un dandy/viveur/musicista/nullafacente che lo ospita nel suo enorme e decadente appartamento ereditato dal facoltoso nonno nel centro cittadino.
E, in un maestoso intreccio di flashback si aprono trame e sottotrame dove non manca davvero nulla, anzi, c'è tanta di quella roba da poterci fare almeno tre film, se stai a vedere.
Tra relazioni clandestine, complotti, droga, musica, intrallazzi politico-criminali si torna indietro fino alla seconda guerra mondiale, per poi tornare alla fine degli anni settanta senza avere il tempo di annoiarsi e/o distrarsi, e riuscire pure ad appassionarsi per le imprese del club dei gentlemen e della loro caccia al tesoro. Bravi i protagonisti, bella la fotografia con quella patina un po' vintage, che sembra di vedere il film con il filtro earlybird di Instagram, dovesse mai capitarvi di trovarlo - che per il momento oltre a Torino si è visto ai festival di Toronto e Stoccolma (ed esce domani in Svezia) - voi dategli un'occhiata.

Big Significant Things
(di Bryan Reisberg - USA, 2014)
Craig sta per andare a convivere con la sua fidanzata a San Francisco, ma, invece di cercare casa con lei si inventa una trasferta di lavoro e parte per un viaggio on the road deciso a far tappa in quei luoghi dove sorgono attrazioni quanto meno bizzarre: il secchio in cedro più grande del mondo, la padella più grande, la più grande sedia a dondolo, cercando di convincere, attraverso insistenti telefonate al fratello, di incontrarsi in Virginia sotto la stella più grande del mondo, luogo dove erano stati da bambini. 
Un viaggio che sembra una specie di fuga dalla realtà, la ricerca delle cose grandi per esorcizzare la paura di diventare grande davvero, cosa che viene messa in risalto nella scena in cui Craig, una sera, nella camera del motel in cui passerà la notte, sente delle voci provenire dalla piscina, e, recuperate delle birre, si inventa un amico invisibile per attaccare bottone con i ragazzi di cui aveva sentito le voci poco prima. 
Il viaggio prosegue, e l'incontro con una splendida ragazza finlandese sembra complicare le cose, ma forse servirà a Craig a capire quello che vuole davvero. 
O forse no.
Film con un discreto potenziale, che però non riesce ad essere incisivo in maniera davvero "significante",

Ogni maledetto natale
(di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo - Italia, 2014)
Ogni maledetto natale arriva un film (uno solo?) di cui non si sentiva alcun bisogno. A volte arriva addirittura un mese prima di natale. Che fortuna, eh?
Il trittico di registi è quello di Boris. Il cast è più o meno quello di Boris, ma... punto.
Per carità, il pubblico in sala rideva, eh? E pure io in almeno un paio di occasioni.
Diciamo che non basta? 
Laura Morante in versione burina è indubbiamente interessante.
Valerio Mastandrea è bravissimo sia in versione burino-coattissima sia in versione borghese integralista cattolico, e se non releghiamo il film nello scaffale dei cinepanettoni lo facciamo solo per l'affetto nei confronti di Boris. 
E allora diciamo che è un cinepandoro.
E ciao. 

1 dicembre 2014

Il 32° TFF è finito, andate in pace.

Che dire?
Questa trentaduesima edizione mi ha entusiasmato? Nì.
Ho visto dei capolavori? No.
Ho visto roba orripilante? Nemmeno, per fortuna. 
Ho visto anche il film che ha vinto, il francese "Mange tes morts".
E non so che dire. A parte che evidentemente di cinema non capisco una fonchia, perché... boh. Prendo atto e me ne faro una ragione, credo. 
Un festival medio. E non ho detto mediocre. Senza infamia e senza lode, molto USA oriented (ho perso il conto dei film visti ambientati a New York, per dire) molte delle pellicole viste arriveranno sicuramente in sala, ed è un bene. Molte sono già arrivate. Molte, come sempre, non arriveranno mai. 
In molti casi sarà sicuramente un peccato, per altri anche no.
Io nel frattempo vi segnalo qualche titolo random, nei prossimi giorni vedrò di scriverne qualcosa, voi memorizzatelo, che non si sa mai:
Infinitely polar bear; The drop; Whiplash; Force Majeure, Gentlemen;71; Wir ware könige; What we do in the shadows.
Per il resto che altro aggiungere?
Che non ho più l'età? Che la confusione si è impossessata dei miei due neuroni (ma anche di quelli della Tiz) e che i nostri dialoghi erano il più delle volte al limite del surreale?
Che ho fatto ore di coda per avere la sicurezza di entrare in sala? Che la riduzione del numero delle sale si è fatta sentire? Che la riduzione del numero delle proiezioni - diretta conseguenza della riduzione del numero delle sale - ha reso complicato vedere tutto quello che si sarebbe voluto? Insomma, i tagli ci sono stati, e, purtroppo, si sono sentiti.
Se non altro è stata eliminata l'inutilissima banda che l'anno scorso introduceva tutti i film presentati da Virzì (purtroppo lui c'era), quindi se ne deduce che non tutti i tagli vengono per nuocere.
Ho avuto conferma - non che ne avessi bisogno - che laggente sono strani:
lunedì sera, proiezione di Cold in july, in sala Joe R.Lansdale e famiglia, produttore, regista ecc. e, come succede in questi casi, un paio di file con i posti riservati.
Arriva una coppia, guarda il cartello "posto riservato" sistemato sullo schienale della poltrona e si siede.
Io e la Tiz, nella fila dietro, pensiamo che quei due non abbiano alcun motivo per sedersi lì, ma non diciamo nulla. 
Prima che finisca la presentazione del film, mentre Lansdale conferma la realizzazione di una serie tv su Hap & Leonard due componenti dello staff si avvicinano ai due signori facendo loro notare che non possono sedersi lì, in quanto quelli sono - scusate se insisto - posti riservati.
I due si scambiano uno sguardo perplesso, come se non gli fosse chiaro il significato di quelle parole e lui, come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo, risponde:
"MA NOI SIAMO ARRIVATI PRESTO".
Anche io e la Tiz, ma, a differenza tua, sappiamo leggere.




24 novembre 2014

Pillole dal 32° TorinoFilmFestival

Sarò breve.
Intanto perché mi manca il tempo materiale.
A seguire perché oggi è l'unico giorno della settimana in cui sono in ufficio e quindi, teoricamente, dovrei lavorare. 
Ma volevo spendere due parole sui primi 3 giorni del Torino Film Festival, iniziato venerdì.
Dopo aver fatto una coda di circa un'ora e mezza venerdì pomeriggio sono entrata in possesso del mio abbonamento, e alle 17.30 ho potuto assistere al primo film di questa edizione:

Diplomatie
(di Volker Schlöndorff - Francia/Germania 2014)
Schlöndorff, palma d'oro e oscar per "Il tamburo di latta" ha introdotto, in un buon italiano, il suo ultimo film che, con il titolo "Diplomacy - Una notte per salvare Parigi" potete trovare già in sala.
Fine agosto 1944, Parigi.
Nella stanza d'albergo divenuto il quartier generale delle truppe tedesche, la capitale francese è ancora nelle mani dei tedeschi comandati dal generale Von Choltitz (Niels Arestrup) che ha ricevuto l'ordine preciso di radere al suolo Parigi, prima di abbandonarla.
Il console svedese Nordling (André Dussollier), recatosi in visita al generale, cerca, con calma e fermezza, di far desistere Choltitz dal suo intento, dando il via ad un dialogo in cui la diplomazia cerca di far breccia in un uomo obbligato ad eseguire gli ordini. 
In giro si sono sentiti pareri contrastanti, io l'ho trovato interessante.

Tokyo Tribe
(di Sion Sono - Giappone 2014)
Ovvero il musical secondo Sion Sono.
Tokyo Tribe è un delirio pop, anzi, un delirio hip hop in salsa teriyaki.
In uno scenario notturno, fluorescente futuristico e post apocalittico, la città è dominata da diverse gang che si sono spartite il territorio e che in qualche modo riescono incredibilmente a convivere. Ma Merra, l'ossigenatissimo capo del quartiere a luci rosse di Bukuro, vuole la testa (si fa per dire, ma non vi dirò nulla) di Kai, il capo dei Musashino Saru, che predica amore e pace e contemporaneamente cerca di difendere la vita di Erika, che, tutto sommato, riesce benissimo a difendersi da sola.
Mescolate vorticosamente tutto a ritmo di rap, aggiungeteci una manciata di citazioni, compreso uno sfottò nei confronti di Tarantino, spargete maschilismo spinto un po' ovunque e vi troverete di fronte all'ennesima opera folle del regista giapponese, da cui, da un film all'altro, non si sa mai a cosa si sta andando incontro, nel momento in cui si spengono le luci e inizia lo spettacolo.
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