27 marzo 2015

Ho ucciso Napoleone

Io invece, tornando a casa dopo la visione del film, ho ucciso la mia Clio.
Perché l'altro automobilista ha ben pensato di girare a sinistra mentre io, con il mio bel semaforo verde, attraversavo l'incrocio. Io ho ragione, lui ha torto. In compenso non ho più una macchina, ma fa lo stesso. Tanto avevo intenzione di cambiarla.
Il prossimo anno, però.
Siccome sono pur sempre una donna di classe, ho omesso tutti i vaffanculo del caso, ma voi fate conto che ci siano. 


La cosa migliore di "Ho ucciso Napoleone", oltre al fatto di averlo visto gratis (se non consideriamo il fatto che dovrò spendere almeno 15.000 euro per comprarmi una nuova auto, ma che sarà mai?) è indubbiamente la colonna sonora, con pezzi di Violent Femmes, Goldfrapp, The Thrashmen...
Micaela Ramazzotti è Anita, una donna single dalla carriera in ascesa, sufficientemente austera, anaffettiva, asociale, antipatica, astronza, che scopre di essere incinta di quattro mesi, quando è ormai troppo tardi per ricorrere all'interruzione di gravidanza. Il figlio è del suo capo, ovviamente già sposato e con prole. Ma questo non è che il primo dei problemi, perché dopo un paio di giorni dalla scoperta della gravidanza, Anita riceve anche una lettera di licenziamento.
E, mentre riflette sul da farsi seduta sull'altalena di un parco fa la conoscenza di un ex assistente di uno studio medico che, dopo essere rimasta senza lavoro, spaccia farmaci. Fra le sue "clienti" c'è un'avvocatessa che la convince a fare causa all'azienda, ma Anita ha in mente una piano, e, con l'aiuto di un ex-collega, il timido e impacciato avvocato Biagio, riuscirà a compiere la sua vendetta.
Ma non avrebbe mai creduto che...

Se escludiamo la caterva di momenti WTF con situazioni alquanto improbabili e/o improponibili, il film è comunque scorrevole e si lascia guardare. Micaela Ramazzotti se la cava dignitosamente, e anche il resto del cast (Adriano Giannini, Libero De Rienzo, Elena Sofia Ricci, Iaia Forte ecc.) merita la sufficienza. O forse no, e io sto scrivendo sotto l'effetto del gas degli airbag.

26 marzo 2015

En chance til (A second chance)
e/o giovedì gnocchi

L'ultimo film di Susanne Bier arriverà in sala il prossimo 2 aprile, e, avendolo visto al Torino Film Festival, ve ne parlo brevemente.
Brevemente perché il rischio spoiler è altissimo. 
Quello che vi posso dire è che, come sempre, ho visto il film motivata dalla presenza di Nikolaj Coster-Waldau nel cast. 
E, sinceramente, sto iniziando a preoccuparmi. Perché a me i biondi NON sono mai piaciuti. Mentre ultimamente lui e Matthias Schoenaerts sono fra i pochi a smuovere i miei ormoncini moribondi...



(non capisco come mai, fra l'altro...) 


Comunque, l'ultimo film di Susanne Bier, ha per protagonista appunto Nikolaj Coster-Waldau (che io, non avendo mai visto una puntata di Games of Thrones, ho scoperto casualmente in Oblivion), nei panni di Andreas, poliziotto modello nonché marito perfetto e da pochi mesi padre amorevole, che un giorno, durante un sopralluogo di routine, si imbatte nello spregevole Tristan, tossico e violento, che, come lui, da poco ha avuto un bimbo dalla compagna Sanne (May Anderson: io vi dico solo che riesce ad essere figa anche truccata da eroinomane strafatta, fate voi). Il neonato è coperto di escrementi ed abbandonato a se stesso, l'esatto contrario del figlio di Andreas, amato e coccolato come ogni neonato meriterebbe. 
Ma il destino porco e bastardo è in agguato, e Andreas si ritroverà a fare i conti con etica e morale.
E questa volta mi fermo davvero qua, perché non voglio spoilerarvi un film che mescola sapientemente thriller e dramma familiare. 
Se volete saperne di più, non vi resta che aspettare la settimana prossima. 




25 marzo 2015

Abbiamo una meta

Ogni tanto questo blog cazzaro torna alle origini e diventa uno pseudo travel-blog.
Chiaro che, come non mi reputo una cinefila, non mi reputo nemmeno una travelblogger, per quanto viaggiare sia una delle cose che amo più fare nella vita. L'anno scorso in questo periodo sapevo già da quasi tre mesi quale sarebbe stata la destinazione delle nostre vacanze e avevo già il biglietto aereo in tasca. Aggiungo anche che per quanto riguarda il 2014, a livello di viaggi, non mi posso certo lamentare, perché davvero non mi sono fatta mancare nulla: il Vietnam a giugno, Formentera a settembre, New York ad ottobre. Quest'anno invece la bionda ed io ce la siamo prese un po' più comoda per tutta una serie di motivi logistico-organizzativi.
Sapevamo solo che saremmo andate da qualche parte, prima o poi. 
Il che lo ammetto, è abbastanza vago. 
Poi abbiamo iniziato a restringere il campo, finché le mete possibili/papabili sono rimaste un paio.
Un giro da qualche parte negli States, o la Thailandia.
A mali estremi io ho da anni pronto un piano B nell'eventualità che non si trovi un biglietto aereo conveniente: un giro della Spagna in auto. E prima o poi farò anche quello.
Il recente impoverimento dell'€uro nei confronti del dollaro ci ha però spinte a depennare - almeno per quest'anno - gli USA. Poi si vedrà.
La settimana scorsa mi arriva una delle tante mail da una delle tante compagnie aeree, e io simulo l'acquisto di un volo (simulare l'acquisto di un biglietto aereo mi gratifica più che simulare un orgasmo, per dire). E lo mando via mail alla bionda.
Che - quella donna mi dà sempre un sacco di soddisfazioni - si mostra interessata, mi chiede di vedere se, partendo una settimana dopo il prezzo - a nostro parere decisamente interessante - è lo stesso. 
Affermativo.
L'offerta è valida fino al 23 marzo.
Che facciamo, andiamo, stiamo, ci pensiamo, tempo per pensarci alla fine non ce n'è tantissimo. Venerdì ci salutiamo dicendo "ci pensiamo nel week end". 
Nel week end ci abbiamo pensato, ma tanto sapevamo già benissimo cosa avremmo fatto, e, infatti, lunedì 23 marzo abbiamo comprato i biglietti aerei.
Destinazione: THAILANDIA.
Partenza: il 20 settembre.
T r a.
S e i.
M e s i.
Che sono un'eternità, ma sono fiduciosa.
Sono anche consapevole che potrei morire stasera, tipo. 
E so anche che non è esattamente la stagione migliore per visitare il paese, ma, come al solito, ci aggiungo il solito echissenefrega, ché quando sono partita per il Vietnam in teoria avrei dovuto trovare pioggia pioggia pioggia pioggia. L'ho trovata, sì, ma al mio rientro a Torino. 
In ogni caso adesso che ve l'ho detto prometto di non sfrancicarvi più le gonadi per almeno i prossimi tre mesi, poi, magari, verso luglio, inizieremo a dare forma al viaggio.
Però, nel frattempo, tutti i consigli che mi vorrete dare su cose da fare, da evitare, da vedere assolutamente e quelle che anche no, saranno bene accetti. 



24 marzo 2015

Una nuova amica

E un vecchio film.
O di quando La legge del desiderio incontra Tacchi a spillo e Ozon fa l'Almodovar del bel tempo che fu, ovvero con almeno vent'anni di ritardo. 
Avevamo lasciato Ozon con l'ottimo "Nella casa" e lo ritroviamo con questa commedia pseudo-morbosa che boh? Un film che indubbiamente tocca temi importanti, ma che - ripeto, a me - sembra anacronistico. E hai voglia a dire che c'è bisogno che certe cose si sappiano e che vadano raccontate. Tanto chi vuole sapere già sa, mentre chi ha paura del "diverso" continuerà ad averne e non sarà sicuramente un film a fargli cambiare idea. Anche perché, facilmente il commento sarà "io non lo guardo un film di ricchioni!", ma, insisto, è semplicemente il mio pensiero.  
Magari nello specifico è un problema mio che sono cresciuta appunto con l'Almodovar dei primi anni 80 - mica quello stucchevole di "gli amanti passeggeri" - e che, vivendo a Torino, ho frequentato il TGLFF quando ancora si chiamava "da Sodoma a Hollywood", e di film così ne ho visti a pacchi, ma il senso di "meh" al termine della visione era tangibilmente stampato sia sul mio volto sia su quello della bionda. 


Nella locandina, come sempre, ci sono delle frasi ad effetto totalmente a muzzo: si parte da quel "diabolico, sensuale, travolgente" 
Adesso, siccome si sa, son cagacazzo, prendiamo il dizionario e leggiamo:
diabolico
[dia-bò-li-co] agg. (pl.m. -ci, f. -che)
1 Del diavolo SIN demoniaco: tentazioni d.
2 estens. Paragonabile al diavolo e alla sua eccellenza nel male SIN malvagio,maligno, perfido: animo d.; escogitare un piano d.
Signori miei, non so come dirvelo, ma qua del diavolo non c'è nemmeno l'ombra.
sensuale
[sen-su-à-le] agg.
1 Relativo ai sensi, al piacere dei sensi: appetiti s.
2 Particolarmente incline al piacere dei sensi: donna s.
3 Che denota sensualità; che eccita i sensi: sguardo, voce s.
• avv. sensualmente, in modo s.
Tutto è relativo, si sa. 
travolgente
[tra-vol-gèn-te] agg.
• fig. Che coinvolge in maniera irresistibile: passione t.
Come dire, anche no.
"Almodovar incontra Hitchcock".
Come ho detto all'inizio, che sia un film molto almodovariano anni 80 lo capirebbe anche il mio gatto. Ma se la smettessimo una buona volta di scomodare Hitchock ogni 3 x 2, che a forza di rigirarsi nella tomba sarà diventato magro come Fassino? 

In estrema sintesi il film inizia con la scena qua sopra . Quella che riposa in eterno nella bara è Laura, e durante la cerimonia funebre la sua migliore amica Claire ripercorre le tappe di un'amicizia profonda, nata sui banchi della scuola elementare (che potrebbe essere praticamente quella che lega me e la Lu, amiche dalla prima elementare, con la differenza che entrambe siamo ancora in vita) e protrattasi fino alla fine prematura di una delle due, dai nomi incisi sul tronco di un albero, al patto di sangue, ai primi flirt in discoteca, al matrimonio prima di Laura con David, poi di Claire con Gilles, alla nascita della piccola Lucy, poi la malattia, la morte, il vuoto.
La disperazione di quando viene a mancare una persona cara, che non è soltanto un'amica (o amico), ma una parte di te.
Claire ha promesso a Laura che si sarebbe presa cura del marito David e della piccola Lucy, ma sa che rivederlo innescherebbe un'inevitabile serie di ricordi ancora troppo dolorosi da affrontare. Finché un giorno si decide, e, mentre sta facendo jogging, arriva fino alla casa di David.
Suona, nessuno risponde.
Quasi sollevata se ne va, ma poi sente il pianto della bimba e decide di entrare in casa.
La porta è aperta.
Claire arriva in salotto e vede una signora bionda che tiene in braccio la bimba.
Ma, quando la signora si volta, scopre che si tratta di David.
Momento di enorme imbarazzo da parte di entrambi, lei fa per andarsene, lui che prova a spiegarle, lei che si ferma ad ascoltare, e da lì in poi si snoda la vicenda, con lei che promette di mantenere il segreto, e, pian piano, inizia ad accettare la situazione, e, in un crescendo di complicità via via sempre più intima, scopre che della "nuova amica" non può più fare a meno.
Io al contrario, potevo tranquillamente fare a meno di questo film, che - nonostante non sia affatto brutto, e dove i protagonisti se la cavano egregiamente - alla fine, nonostante l'inizio sembri davvero promettente, sembra girare in tondo senza trovare la giusta direzione.




23 marzo 2015

Foxcatcher




Ero un po' titubante ad affrontare la visione di Foxcatcher, ma alla fine mi sono decisa. Non so nemmeno se l'avvertenza di spoiler sia corretta, parlando di un film che tratta essenzialmente di un fatto di cronaca. Comunque, nel dubbio, metto le mani avanti.
E non so nemmeno quanto possa essere corretta la definizione di "film sportivo", nonostante lo sport sia indubbiamente presente, e la scena del primo allenamento dei due fratelli nella piccola palestra di Dave, che ricorda una danza e un rituale di accoppiamento animale al tempo stesso è qualcosa di magistralmente sublime.
L'estensione italiana del titolo è "una storia americana". 
Ma Foxcatcher, che è anche una storia vera, o meglio, l'adattamento cinematografico di una storia vera, è, soprattutto, una storia malata, che racconta quello che successe ai fratelli Schultz, Mark e Dave, dopo il loro incontro con John Eleuthère du Pont, un problematico miliardario, figlio minore di una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, da sempre definito "eccentrico". Potere dei soldi, fosse stato un morto di fame al posto di eccentrico avremmo letto pazzo furioso. 
Un uomo alla costante ricerca di affermazione e di un suo posto nel mondo, cresciuto senza amici, e, siccome era un bimbo goffo e impacciato, che non riusciva a socializzare con nessuno, la madre arrivò al punto di pagare un ragazzino, tale Hugh Cherry, affinché fosse amico del figlio, salvo allontanarlo dopo aver scoperto che quando John era a casa dei Cherry, mangiava junk food. Un uomo che, all'apice della sua follia (questo nel film non c'è) fece allontanare gli atleti di colore dalla tenuta in quanto il nero era il colore della morte, e fece levare tutti i tapis roulant in quanto credeva che avrebbero potuto portarlo indietro nel tempo...

E così John si ritrovò a crescere senza amici, succube della madre, dedicandosi alle attività più disparate (lavorare mai, eh?), ornitologo, filatelico, pentatleta dallo scarso successo e, inevitabilmente patriota. Al punto da costruire un poligono nella sua tenuta dove la polizia andava ad esercitarsi liberamente. Così patriota da comprarsi un carrarmato con cui andava in giro nel suo immenso parco. 
Un giorno DuPont decide che, non potendo diventare, per evidenti limiti, un campione sportivo, farà in modo di diventare il padrone di una squadra di lotta libera, e cosi telefona a Mark Schultz. 
Siamo nel 1987, tre anni prima Mark ha vinto l'oro olimpico a Los Angeles, assieme al fratello Dave, e adesso continua ad allenarsi assieme a lui nella piccola palestra di Dave, che è fratello maggiore, amico, allenatore, padre (nonostante fra i due ci sia solo un anno e mezzo di differenza) da quando i genitori si sono separati. 
Dave è un uomo buono e tranquillo è realizzato, ha una moglie, due figli, e per lui va bene così. Mark non se la passa molto bene, e deve ancora capire cosa farà da grande. Così, quando riceve la telefonata di DuPont, pur ignorando chi sia, si reca a casa dell'uomo che gli spiega cosa ha in mente. Mark accetta e, dopo aver tentato inutilmente di coinvolgere anche Dave nel progetto, si trasferisce a Foxcatcher. Qua fra allenamenti, tornei e vittorie il rapporto con John si fa un po' ambiguo (nonostante il vero Mark Schultz abbia sempre negato fermamente le voci riguardanti l'omosessualità) e il ragazzo inizierà a bere e assumere cocaina, cosa che influirà negativamente sui suoi risultati sportivi. DuPont a quel punto chiama Dave alla tenuta e lui, per poter stare vicino al fratello questa volta accetta di trasferirsi.
Mark con l'aiuto di Dave torna alla vittoria, il prossimo obbiettivo è l'olimpiade di Seul. Nel frattempo l'anziana madre di DuPont muore e John è totalmente destabilizzato e fuori controllo.
Dopo le olimpiadi, dove Mark non riuscirà a salire sul podio, capisce che se vuole crescere deve imparare a cavarsela da solo, e abbandona la tenuta, lasciando di fatto, per l'ennesima volta, John DuPont da solo. Lo vediamo osservare apparentemente impassibile, il furgone di Mark che abbandona la tenuta.
Nella realtà le cose andarono un po' diversamente, passeranno degli anni, che nel film per ovvi motivi si riducono a pochi mesi, quando, un mattino di gennaio DuPont salirà in macchina per raggiungere l'abitazione di Dave, dove, al grido di "“You got a problem with me?” gli sparerà tre colpi a bruciapelo.
Dave Schultz morirà poco dopo, sul vialetto di casa, a 36 anni.
John DuPont molti anni dopo, in carcere, nel 2010. Solo. Come sempre.

Foxcatcher è un film potente, dove i lunghi silenzi dicono molto di più degli scarni dialoghi, con un paio di scene che da sole valgono tutto il film. Oltre a quella dell'allenamento di cui ho già parlato all'inizio, le altre sono quelle in cui compare Vanessa Redgrave (nel ruolo dell'anziana madre di DuPont): quando il figlio le porta pieno di orgoglio il trofeo vinto ad un campionato master, anche se per ottenerlo abbia dovuto comprarsi l'avversario, e quando la donna fa la sua apparizione in palestra, e immediatamente John si atteggia ad allenatore. Più che un aquila, come amava farsi chiamare, un pavone che tenta invano di fare la ruota.
Ma la ruota è bucata.
Bravissimo Steve Carrell (e notevole la somiglianza con il vero DuPont), Mark Ruffalo non ha bisogno di elogi, in quanto ogni sua interpretazione è sempre incredibilmente impeccabile e sentita. Channing Tatum punta tutto sulla fisicità e riesce ad essere abbastanza convincente, soprattutto quando DuPont lo definisce "scimmione ingrato",
E meno male che ci hanno pensato a Cannes a dare il giusto riconoscimento a questo film, premiando Bennett Miller per la miglior regia.