21 novembre 2014

Tenghi il panettone, Fantozzi!

Con mia estrema gioia, fra le varie cose di cui mi devo occupare da quando siedo dietro questa scrivania, c'è anche il "pacchetto natale". Che consiste nell'ordinare i biglietti di auguri per tutta la società, il panettone/pandoro da omaggiare ad ogni dipendente, oltre ad annessi e connessi, compreso il famigerato rinfresco di natale di cui parlai tempo addietro.  
Non si tratta di panettone artigianale di pasticceria, ché la classe non è acqua, ma nemmeno la pezzentaggine. 
Comunque.
Siccome non badiamo a spese, solitamente viene stipulato un accordo con importante ditta produttrice che a un prezzo concorrenziale ci propone la preziosissima confezione di pandoro/panettone corredato di bottiglia di spumante. 
Scadente. Credo sia stampigliato anche sull'etichetta: "spumantescadente". Un'unica parola.
Non so voi, ma io personalmente credo di non conoscere un essere umano che abbia mai avuto il coraggio di stappare una di quelle bottiglie e berne il contenuto. 
Quindi, visto che esiste la possibilità di acquistare anche la confezione di dolce natalizio scevro di bottiglia, io ho buttato lì là proposta, se qualcuno fosse interessato a ricevere il panettone/pandoro senza inutile bottiglia.
Non.
L'avessi.
Mai.
Fatto.
Gente che, lo giuro sulle mie povere orecchie che hanno dovuto ascoltare, se ne è uscita con un "Ma figurati se c'è qualcuno che non beve! E poi il panettone da solo costa meno, no no, io voglio anche la bottiglia!" 
Allora.
Te lo dico con affetto: immensa cretina.
A parte che al mondo c'è un sacco di gente che NON beve. E sia chiaro che non sto parlando di me.
Io bevo, ma, solitamente, non bevo quella merda.
Poi, non ti ho detto che non ti do il panettone con la bottiglia, ti ho semplicemente detto che, volendo, puoi anche farne a meno. Anche perché, dato 4 il valore del panettone e 7 il valore di panettone + bottiglia, immaginati quanto buona può essere una bottiglia che vale 3. Ma io te la do, ci mancherebbe altro.
Che se ti manca quella bottiglia poi non puoi fare il brindisi.
Anche se faccio fatica a capire, con quelle braccine corte che ti ritrovi, come cazzo farai a stapparla. 

18 novembre 2014

32° Torino Film Festival

Anche quest'anno siamo arrivati alla settimana del Torino Film Festival, giunto alla sua 32ª edizione.
Per la gioia della sottoscritta si inizia alla grande venerdì sera con Tokyo Tribe di Sion Sono, e questa è una delle poche certezze che ho al momento.
Per il resto sto riempendo fogli excel tentando di definire un programma, cercando, con il solito impossibile gioco di incastri, di riuscire a vedere tutto quello che, sulla carta, mi sembra interessante. E come sempre, sembra di trovarsi davanti a un puzzle a cui mancano un paio di tessere.
Oltre a Sion Sono ci sono alcune cose che non voglio perdermi, ad esempio la retrospettiva su Jim Mickle, i cui titoli, principalmente Cold in July e Stake Land mi incuriosiscono, anche se ammetto che "we are what we are", che si trovava facilmente in giro e che alcuni di voi hanno recensito, non mi ispirasse poi granché. Ma si sa, solo gli sciocchi non cambiano mai idea, e quindi retrospettiva di Jim Mickle sia, tanto i titoli sono pochi e, combinazione, riesco a "collocarli" tutti. 

TitleYearMetacriticRotten Tomatoes
2006
N/A
70%
2010
66/100
75%
2013
69/100
87%
2014
N/A
90%

Poi sarà la volta di Bruno Dumont con "P'tit Quinquin", miniserie montata in un'unico film già passata all'ultimo Festival di Cannes, e (lo attendo da un anno, più o meno) 20.000 days on Earth, con Nick Cave, che è rimasto - da quando si sono sciolti i REM - l'unico artista di cui ancora compro i dischi a scatola chiusa. Fate un po' voi.
Insomma, come sempre tanta roba, e per tutti i gusti. 
Volendo si possono rivedere anche Lo Squalo, Profondo Rosso e La conversazione, tanto per dirne tre a caso. 
Ma avendo due vite a disposizione, probabilmente. 
Le sedi per il pubblico "normale" quest'anno sono soltanto due: quelle del Reposi (5) e quelle del Massimo (3), mentre le proiezioni stampa saranno al Classico, quello che una volta era il cinema Empire di Piazza Vittorio Veneto, riaperto da un paio di mesi. 
Rispetto alle passate edizioni sembra ci siano pellicole più mainstream del solito, cosa che probabilmente farà storcere il naso a più di una persona.
E no. Non guardate me. Io non ho nulla contro il cinema mainstream. Sì, cioè, insomma, più o meno, ecco.
Se volete saperne di più, il sito del festival è: http://www.torinofilmfest.org/, mentre cliccando QUI (o nel box che trovate nella colonna in alto a destra) verrete catapultati direttamente nel programma senza passare dal via. 
Se qualcuno dei miei 5 lettori (esclusi il Dantès e la Tiz) si trovasse a Torino e avesse voglia di farsi riconoscere me lo faccia sapere... 

17 novembre 2014

Lo sciacallo _ Nightcrawler

Ciao, sono uno sciacallo. E al confronto di Lou Bloom sembro più buono di Lassie.

Lou Bloom è un giovane disoccupato. Ah, ma dai? E hanno fatto un film su un giovane disoccupato? Minchia che storia, ma è ambientato in Italia?
No.
Lou Bloom è un giovane disoccupato che per tirar su qualche soldo ruba rame, tombini e quant'altro e li rivende in nero ad impresari senza troppi scrupoli. Ah, ma dai? E hanno fatto un film su un ladro di rame? Minchia che storia, anche in Italia rubano rame ogni 3 x 2. Machedaverodavero non è ambientato in Italia?
No.




Oltre ad essere disoccupato e ladro, (o, se preferite, disoccupato perché ladro, visto che il "ladro", in quanto tale non rientra in nessuna categoria protetta, e risulta spesso e volentieri di difficile collocazione nel mondo del lavoro. Ho detto lavoro, non politica, che sennò son capaci tutti.) Lou Bloom è smanioso di diventare "qualcuno", ovviamente - che ve lo dico a fare - senza guardare in faccia nessuno. 
Per farvela breve, Lou Bloom è uno che venderebbe sua madre a Jeffrey Dahmer, negoziando sul prezzo. 
Perché, oltre che un essere spregevole, scaltro, cinico, subdolo, manipolatore, bugiardo, opportunista, alienato, asociale, amorale, astronzo, Lou è un uomo che passa le notti al computer ad apprendere  e assorbire tecniche di management, strategia aziendale, manuali di self-help e tutto quello che può in qualche modo tornargli utile. 
Una sera, in auto, vede un incidente. Si ferma, e mentre due agenti stanno tentando di estrarre il conducente dalla vettura in fiamme sopraggiunge un reporter che inizia a filmare l'accaduto.
Folgorato sulla via di Damasco, Bloom decide che anche lui vuole diventare uno stringer (videoreporter freelance perennemente sintonizzati sulle frequenze radio della polizia che girano di notte alla ricerca di uno scoop da vendere al miglior offerente). Si procura una fotocamera e uno scanner radio, barattandoli con una bici appena rubata, e inizia la sua "carriera". 
Il suo primo lavoro (un uomo ucciso durante una sparatoria) viene acquistato da Nina, caporedattrice ossessionata dall'audience di un network locale, una versione un po' più splatter di studioaperto, che vede in Lou delle potenzialità e lo sprona a portargli altri pezzi altrettanto validi.
Forte di questo incoraggiamento Lou perde ogni freno inibitore - ammesso ne abbia mai avuto uno - e inizia la sua inarrestabile scalata verso la sua personalissima idea di successo.
Il sogno americano nella sua versione sociopatica.
Jake Gyllenhaal, dimagrito di parecchi chili per il ruolo, è bravissimo. Viso scavato, occhi sgranati e sguardo fisso, movenze sincopate, parlata da automa, dà vita ad un personaggio che è la quintessenza dell'antieroe. Privo di etica, di morale o di un qualsiasi sentimento che possa provocare un minimo di empatia lui si muove seguendo le sue personalissime regole, ovvero ottenere il massimo da qualsiasi situazione, non importa come. 
Renè Russo (nella vita reale moglie del regista del film, Dan Gilroy) nel ruolo di Nina è il vampiro che vende il sangue al pubblico, perchè ha capito che più un servizio è truculento più gli ascolti aumentano.
Riz Ahmed (The road to Guantanamo, Four Lions, Il fondamentalista riluttante) è Rick, l'ingenuo aiutante di Bloom, l'unico che sembra in possesso di una dotazione base di sentimenti.
Il film è crudo e feroce, e, nonostante un paio di situazioni un po' machecazzo, riesce a mantenere la tensione su un livello costante. Mentre l'odio verso il protagonista aumenta. 
Insomma, il "volemose bene" tanto caro agli americani questa volta non si è presentato ai provini. 


12 novembre 2014

T(o)ur-ista a Berlino. Ah, no, è sempre Torino.



Domenica novenovembre si celebravano i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. 
E siccome i ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino, la città (di Torino) ha organizzato, nell'ambito della manifestazione "Torino incontra Berlino", che si protrarrà per tutto il 2015,  un po' di eventi sparsi e concatenati, che, se solo il tempo fosse stato più clemente (meteorologicamente parlando, che dopo aver visto Interstellar lo sappiamo tutti che il tempo - inteso come unità di misura - è relativo) avrei seguito con molto piacere. 
E invece mi sono limitata. 
Per modo di dire, perché solo il fatto di uscire dal pigiama prima e da casa poi, di domenica, costituisce un evento quasi sensazionale.
E' che sono stata invitata all'inaugurazione di una mostra.
Questa:



GÖTTERDÄMMERUNG - Il Crepuscolo degli Dei 
Una personale di SVEN MARQUARDT 

La mostra, che si sviluppa in un doppio percorso espositivo, in due differenti sedi, propone una selezione di 60 opere eseguite con tecnica analogica e stampa fotografica “fine-art” in bianco e nero, e racconta, attraverso lo stile inconfondibile di Marquardt, sospeso tra il decadente e il voyeuristico, l'evoluzione e le trasformazioni socioculturali di Berlino, dalla guerra fredda ad oggi. 
Sven Marquardt è nato a Berlino Est nel 1962, vive e lavora a Berlino dove, da fotografo un tempo "clandestino" è diventato un personaggio chiave nella scena underground berlinese, essendo infatti il "temutissimo" buttafuori (anche se lui preferisce definirsi selezionatore) del Berghain, oltre che, naturalmente, un apprezzato fotografo anche nel campo della moda. 
Sven Marquardt è lui:


e domenica, dopo aver visto la prima parte della mostra, inaugurata a mezzogiorno nelle cripte dell'ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, non ho potuto fare a meno di andare da lui a complimentarmi, perché le sue opere - per i miei gusti, ovviamente - sono di una bellezza suggestiva e senza tempo, che spazia tra la vita e la morte, l'angoscia e la passione. 

gente che fotografa (male) fotografie fotografate da fotografi veri.


La seconda parte della mostra (che inaugurava nel pomeriggio) si tiene nell'appartamento padronale di Palazzo Saluzzo Paesana, edificio splendido che ospita molto spesso mostre interessantissime (e che, fra le altre cose, ha contribuito in buona parte al successo del mio "cetriolo") dove vorrei tornare con più calma (e meno gente) per poter ammirare meglio le fotografie esposte, in quanto l'illuminazione artificiale, unita alla folla degli opening, non aiuta certo la visione, Anche se - va detto - il prosecco era ottimo.
La mostra durerà fino al 12 gennaio 2015, e il mio consiglio, come sempre, è di andarla a vedere, sia che siate di Torino, sia che ci capitiate in visita, in particolar modo la sezione ospitata nell'ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, anche perché le cripte sono di indubbio fascino. 
E, anche se non lavoro all'ufficio di promozione turistica, vi do alcune info pratiche.
Orari: dal martedì alla domenica dalle  15.00 alle 19.00 
Biglietto: per singola sede € 5,00, cumulativo per entrambe € 8,00.
Palazzo Saluzzo Paesana: Torino, Via della Consolata 1 bis.
Ex Cimitero di San Pietro in Vincoli: Torino, Via San Pietro in Vincoli, 28.
E' stato il primo cimitero costruito fuori dalla cinta muraria cittadina nel 1777, chiuso al pubblico nel 1829, anche se le sepolture nelle cappelle private sono continuate fino al 1882. 
Abbandonato, vandalizzato e profanato, venne ristrutturato nel 1988 e attualmente ospita tre associazioni culturali. 
Come ogni cimitero che si rispetti, anche questo, vuole la leggenda, pare sia abitato dal fantasma della "velata": statua realizzata per la tomba della principessa russa Barbara Beloselskij morta 28enne e ribattezzata Varvara dagli spiritisti. Si mormora che il suo fantasma passeggi di notte intorno al Cimitero di San Pietro in Vincoli, e che lì porti i suoi inconsapevoli amanti per poi sparire.



10 novembre 2014

T(o)ur-ista a To(u)rino




Ci sono week end in cui riesco a sconfiggere la pigrizia con cui convivo da sempre e (ri)esco a fare cose, vedere gente. Quello appena passato è stato uno di questi, in cui la pigrizia è rimasta a casa, ad aspettarmi. Sul divano. Assieme al gatto.
La settimana scorsa, curiosando nella sezione delle fotogallery della Stampa ho scoperto che in Barriera di Milano era stato istituito il bando B.Art, che prevedeva l'ideazione di un concept e la sua realizzazione sulle facciate di 13 edifici sparsi nel quartiere. La gara è stata vinta da Francesco Giorgino, in arte Millo, architetto pugliese trapiantato a Pescara, e. proprio sabato, il Comitato Urban organizzava dei tour alla scoperta dei vari lavori che hanno abbellito le facciate cieche di palazzi più o meno anonimi.
Approfittando anche del meteo favorevole mi sono iscritta, e sono andata alla scoperta delle opere di Millo, che tornerò a vedere con più calma, prima o poi, appena smetterà di piovere, forse. 


Durante il tour urbano era prevista una sosta al Bunker, interessante associazione culturale - di cui ignoravo l'esistenza - che sorge in un'immensa area post-industriale collocata fra Barriera di Milano e lo Scalo Vanchiglia che propone attività culturali e sportive di diversa natura per promuovere l’utilizzo delle aree urbane. Il progetto è caratterizzato da manifestazioni musicali, mostre, eventi sportivi, attività artistiche che vanno dalla street art ad installazioni di varia natura, oltre alla possibilità di coltivare degli orti. Decisamente interessante. Se volete saperne di più, qua trovate tutte le informazioni, io, come al solito, ci metto le figure:


 
Alla fine del tour ho mangiato una cosa al volo in un bar e ho raggiunto la bionda in centro.
"Ci vediamo in Piazza San Carlo?" chiede lei.
"Facciamo in piazzetta (Piazza Carlo Alberto ndr), che è più piccola e c'è meno casino?" rispondo io.
In Piazza Carlo Alberto (revival mode on: piazzetta è il nome con cui veniva identificata negli anni 80, quando era il nostro luogo di ritrovo preferito. E di stallo, visto che, attorno a quel monumento, ci abbiamo passato interi pomeriggi a decidere cosa fare e dove andare. E il più delle volte si finiva a non fare mai niente, e non si andava da nessuna parte. Revival mode off) il secondo sabato del mese c'è Extravaganza, mercatino del vintage e del modernariato, quindi la piazzetta con meno casino era un tripudio di gente e bancarelle e io e la bionda per trovarci abbiamo dovuto telefonarci, quando eravamo a meno di 10 metri di distanza. 
Ma alla fine ci siamo trovate.
E siamo andate al cinema.
A vedere "io sto con la sposa".
Di cui vi parlerò prossimamente.
Forse. 

07 novembre 2014

Interstellar

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta,
perché dalle loro parole non diramarono fulmini
non se ne vanno docili in quella buona notte,
i probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
l'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.
Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire
s'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.


Il tempo è relativo, e il buon Nolan non perde occasione di ricordarcelo, ma il suo ultimo film dura 169 minuti che - alla faccia della relatività - mettili come vuoi, restano pur sempre 169 minuti. 
Per questo motivo io e la bionda, ieri, abbiamo affrontato il film allo spettacolo delle 18.30.


Lo ammetto, partivo con la mia bella manciata di pregiudizi, intanto perché il genere non ha mai incontrato i miei favori, ma soprattutto perché, dal trailer, il film non prometteva davvero nulla di buono.
Ma, siccome tutto è relativo, va detto che il trailer non rende affatto giustizia all'opera, anzi.
E io, che temevo di dover affrontare una rottura di maroni cosmica, ho dovuto ricredermi. Se non altro qua nessuno ad un certo punto si permette di saltare in groppa ad un estintore, per dire. 

Siccome nasco cretina, quando la Brand (Hataway) [da non confondersi con il Brand (Caine)] nomina "loro" e Cooper (McConaughey) chiede perplesso "loro chi?" ho risposto io: "i mimimmi!"
E, se qualcuno ancora aveva dei dubbi, a questo punto avrà capito che quella che sta leggendo non è una recensione seria. Quelle le trovate un po' ovunque, ma qua no, qua. No.
Ve la faccio breve: siamo nel solito futuro prossimo, e il pianeta terra sta agonizzando. Piove sabbia, le coltivazioni a poco a poco stanno scomparendo. Solo il mais - ma ancora per quanto? - sembra resistere. In una fattoria circondata da campi di mais vive Cooper, ex pilota della Nasa prestato all'agricoltura, vedovo, con due figli e il padre. La ragazzina, Murph, attraverso dei segnali da parte di un "fantasma" porterà Cooper fino alla segretissima base della Nasa, dove un gruppo di scienziati sta per iniziare un viaggio spaziale che, attraverso un wormhole, cercherà di raggiungere altri pianeti dove il genere umano potrà iniziare una nuova vita. 
Combinazione mancava giusto un pilota.


Cooper decide così di indossare la maglietta da salvatore del mondo, e parte: per salvare il mondo, ma, soprattutto, per salvare i suoi figli. 
E fra scienza, fantascienza, effetti speciali, colonna sonora incisiva, universi paralleli, equazioni e formule mai risolte, fisica dei quanti e teoria della relatività, alla fine sembra che il messaggio che Nolan tenta di veicolare è che è l'amore a far girare il mondo. 
Ovvero quando 2001 odissea nello spazio incontra l'uomo dei sogni. 


E qua mi fermo. 
Perchè non vorrei correre il rischio di dire troppo.
Quindi vi butto lì due parole sul cast.
Matthew McConaughey nel ruolo di Cooper. Che dire? Niente, non serve.
Anne Hataway nel ruolo della dottoressa Brand. Nonostante l'attrice non sia tra le mie favorite devo ammettere che qua non se la cava male.
Michael Caine nel ruolo del professor Brand. Impeccabile, come sempre.
Jessica Chastain nel ruolo di Murph, figlia di Cooper, adulta. Brava, as usual, e, per restare in tema, gran figa spaziale. 
Mackenzie Foy, nel ruolo di Murph bambina. Promettente.
Casey Affleck nel ruolo di Tom (figlio di Cooper) adulto. 
Matt Damon nel ruolo del dottor Mann. Posso? Uno stronzo galattico.
Ecco, l'ho detto.



Quindi, in ultima analisi, posso dire che Interstellar non delude. Anzi, ad un certo punto io mi sono pure commossa, già. E' tanta roba, e forse, qua e là, ci sono anche un paio di incongruenze, ma credo che, nel complesso, si possano perdonare. 

04 novembre 2014

The judge

Ci sono almeno un paio di buoni motivi per andare a vedere The Judge.
Ed entrambi si chiamano Robert. Ovvero Robert Duvall e Robert Downey jr.
Poi ce ne sono almeno un altro paio per non andarlo a vedere, sia chiaro.
The judge è un drammone familiare americano, che ogni tanto indossa la divisa da legal thriller, e per fare questo buta e gava, gava e buta impiega 141 minuti, che, oggettivamente, sono un po' troppi.
La storia - se vogliamo - è abbastanza scontata, ma le schermaglie tra Downey e Duvall fanno sì che la visione non risulti fastidiosa come un gatto attaccato ai maroni. 
Per farvela breve (a differenza della pellicola) Downey jr. interpreta Hank Palmer, un avvocato senza scrupoli e senza morale che, nel bel mezzo di un processo viene informato della morte della madre. 
Torna in Indiana per il funerale e ritrova i suoi fratelli: Glen (Vincent D'Onofrio, una volta tanto nel ruolo di un uomo normale) e Dale, il più piccolo, lievemente ritardato e che non si separa mai dalla sua cinepresa. Il padre Joseph è lo stimato ed incorruttibile giudice del paese, e i rapporti tra i due sono freddissimi e di circostanza. 
Mentre è sul volo che lo riporterà a Chicago, poco prima del decollo, una telefonata di Glen lo informa che il padre è sospettato di aver ucciso un uomo, investendolo con l'auto. 
La vittima è Mark Blackwell, che era stato condannato proprio dal giudice anni prima e che era tornato in libertà da poco. Hank si troverà a dover difendere il padre dall'accusa di omicidio, confrontandosi in aula con l'avvocato Dickham (il sempre affascinante Billy Bob Thornton), sua vecchia conoscenza, e, contemporaneamente, a riallacciare - volente o nolente - i rapporti, prima come avvocato, poi come figlio, con il padre, la sua famiglia ed il suo passato. 


Nonostante nel finale ceda un po' troppo facilmente al patetismo più spudorato e alla retorica ridondante il film di David Dobkin, nel complesso, grazie soprattutto alle interpretazioni magistrali di Downey e Duvall e ai dialoghi serrati, oltre ad una manciata di battute al vetriolo sparse qua e là, riesce ad arrivare alla fine senza annoiare (ma se chiedete un parere alla bionda, difficilmente concorderà con me).
E, comunque, nonostante tutto (ovvero la parte patetico-retorica-sentimental-familiare-unpo'menoandavabeneuguale) a me è piaciuto. 




03 novembre 2014

Cosa fare a New York quando sei povero

Oltre a scoperchiare i portacenere posizionati fuori dagli hotel per cercare mozziconi di sigarette dove ci sia ancora un po' di tabacco (l'ho visto fare tutte le mattine in cui, svegliandomi all'alba, abbandonavo la mia camera e scendevo in strada a fumare, finendo per offrire una sigaretta all'homeless di turno, che mi ringraziava con un sorriso stupito - e te credo: un pacchetto di sigarette da quelle parti costa mediamente sui 10$ - e sincero), si può ovviamente camminare con o senza meta in giro per la città, perdersi a Central Park o spingersi fino a Brooklyn, attraversare il Soldiers' and Sailors' Arch a Grand Army Plaza ed entrare in Prospect Park, probabilmente meno conosciuto ma non per questo privo di fascino, o ancora camminare per quasi 2,5 km lungo i binari dismessi di una parte della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line, che hanno dato vita all'High Line Park, dal suo inizio in Gansevoort Street (nel Meatpacking district) fino alla fine, sulla 30ª strada.


Aperto nel 2009, l'High Line Park regala un'esperienza urbana che consente ai visitatori di passeggiare lungo la vecchia linea ferroviaria, in un paesaggio che ha integrato i vecchi elementi (binari e ringhiere) con spazi di svago, zone relax, installazioni, opere d'arte e viste uniche della città.

 
Partendo dal presupposto che non c'era certo bisogno che ve lo dicessi io, che camminare è gratis, proseguo con le mie divagazioni di pubblica (in)utilità per dirvi che, oltre ai parchi di New York, si possono visitare diversi musei senza dissanguarsi.

Partiamo dal MoMA (Museum of Modern Art) (indirizzo: 11W 53rd St.): normalmente il biglietto di ingresso costa 25$, ma, grazie alla sponsorizzazione di Uniqlo (catena di abbigliamento giapponese che in primavera dovrebbe aprire anche il suo primo negozio a Milano) il venerdì pomeriggio c'è la Uniqlo Free Friday Night e dalle 16.00 si entra gratis. 
Cosa di cui io e la bionda abbiamo ovviamente approfittato, pensando di arrivare all'ingresso e trovarci di fronte una coda chilometrica.
Invece incredibilmente non c'era nessuno, siamo entrate, abbiamo ritirato il nostro biglietto e abbiamo potuto ammirare i capolavori esposti in totale tranquillità fino all'ora di chiusura (ore 20.00)

Dynamism of a soccer player - Umberto Boccioni, 1913

Un altro museo interessante e sempre "free admission" è il NMAI, ovvero National Museum of the American Indian, che in questo periodo ospita, oltre alla collezione permanente, un'interessantissima mostra fotografica di Horace Poolaw.


Il museo è ospitato nell'ex palazzo della Dogana, molto bello da vedere anche dall'esterno, e potete visitarlo ad esempio dopo che avrete percorso - a piedi - il ponte di Brooklyn, da Brooklyn a Manhattan. Si trova nella zona di Battery Park, e a mio parere merita una visita. 


Un discorso a parte lo merita il Metropolitan: a parte che è immenso e che se volete visitarlo tutto tutto tutto dovete prendere in considerazione l'idea di passarci praticamente l'intera giornata, quando entrerete nell'atrio, sopra ogni biglietteria campeggerà la solita tariffa di 25$. 
Ma.
E' recommended, il che significa che voi potete tranquillamente pagare i vostri 25 dollari, e il museo, che tenta di impietosirvi specificando "To help cover the costs of exhibitions, we ask that you please pay the full recommended amount." ne sarà sicuramente felice, ma, volendo, potreste lasciarne semplicemente 1 o 5 o 10 o quello che vi pare. Se entrate al Metropolitan pagando 1$ gli addetti alla biglietteria penseranno che siete dei puricchiosi pezzenti, ma non potranno esternarlo in alcun modo. 
Noi ci siamo andate il giovedì mattina, visto che è stato l'unico momento durante il nostro soggiorno in cui pioveva, e dopo tre ore e mezza di visita la nostra soglia d'attenzione era scesa a livelli infimi, e quindi abbiamo abbandonato l'edificio, e, nella migliore delle tradizioni, abbiamo pranzato con un hot dog acquistato in uno degli innumerevoli baracchini che stazionano in fila davanti alla scalinata del museo, spendendo 6 dollari per due hot dog e due bottiglie d'acqua. 
Io e la bionda, approfittando dell'ospitalità del nostro amico WGB, membro e possessore di un paio di pass, siamo riuscite ad entrare "free" anche al Whitney Museum of American Art, nell'ultimo week end di apertura nella sua sede storica, sulla Madison nell'Upper East Side, dove abbiamo potuto assistere alla fantastica retrospettiva di Jeff Koons, 
Il museo ha chiuso il 19 ottobre, e riaprirà in primavera nella nuova sede progettata da Renzo Piano al 99 di Gansevoort Street, nel Meatpacking District, quartiere un tempo sede di stabilimenti per la lavorazione della carne - da qui il nome - mentre adesso è uno dei quartieri più trendy della città.




30 ottobre 2014

Frank

Ci tengo innanzitutto ad avvisare i/le eventuali fans di Fassbender: un po' come succede in "i due volti di gennaio", dove non si vede il culo di Viggo Mortensen manco per sbaglio, anche in FRANK Fassbender non mostra (ma quanto siete maliziosi? Non parlavo dell'appendice per cui George Clooney ha detto che quell'uomo potrebbe giocare a golf con le mani dietro la schiena) il suo bel visino, perché per (quasi) tutta la durata del film recita con una maschera di cartapesta calata sul volto. Sì, proprio quella che vedete lì sopra.
Comunque.
Martedì sera a Torino c'è stata l'anteprima ad inviti per la visione dell'ultimo film del regista irlandese Lenny Abrahamson, di cui, scopro ora, ho visto ben due film. Considerando che ne ha girati 4 direi che conosco quasi tutta la sua filmografia.
Il primo è stato "Garage" che, a leggere quello che ne scrissi 5 anni fa, non mi aveva entusiasmato tantissimo... Poi è stata la volta di "What Richard did" e anche qua, a livello di entusiasmo, avrei qualcosa da recriminare.
C'è da dire che martedì è stata la giornata conclusiva del cetriolo, io sono rientrata in ufficio alle 14.45 sprizzando la stessa vitalità di uno straccio da pavimenti (usato) e sono andata al cinema con la convinzione che mi sarei addormentata per tutta la durata del film, invece mi sono assopita solo per una manciata di minuti. Il che significa che, tutto sommato, il film è riuscito a piacermi, in qualche modo.
Il film si ispira liberamente alla vita di Chris Sievey, di cui, se avete voglia, potete leggere la storia qui, e al suo personaggio, Frank Sidebottom, oltre a quella di Daniel Johnston e Captain Beefheart,




La storia ci viene raccontata attraverso Jon (Domhnall Gleeson, visto ad esempio in "never let me go", "shadow dancer", "about time" ecc.) aspirante musicista che un giorno, in maniera del tutto fortuita, viene ingaggiato dal gruppo dei Soronprfbs, il cui leader, Frank, indossa sempre una maschera di cartapesta sul viso. Il gruppo è formato da una serie di casi umani psichiatrici più o meno preoccupanti: Nana, la tastierista che non parla mai, Baraque, bassista che parla in francese, Clara, nevrotica suonatrice di theremin, probabilmente - e segretamente - innamorata di Frank, e Don, manager del gruppo.
La band si isola in un capanno per registrare un album e Jon, che Frank ha preso in simpatia scatenando l'ostilità di Clara, di nascosto dagli altri componenti del gruppo, attraverso Twitter e YouTube(i tweet di Jon appaiono sullo schermo) pubblica i bizzarri esperimenti del gruppo, che a poco a poco diventa un piccolo fenomeno.
Storia bizzarra e surreale, che mischia divertimento e dramma, con un cast che, diversamente dai Soronprfbs, funziona e convince. 


29 ottobre 2014

nuntio vobis gaudium magnum removimus cucumeris



Eviterò il proclama a reti unificate, ma ci tenevo a dirvi che la pratica cetriolo è finalmente stata archiviata.
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