29 maggio 2015

La spacciatrice di informazioni

Siccome mi piace diffondere informazioni anche su argomenti di cui non capisco notoriamente una mazza, vi segnalo che a Torino ha inaugurato ieri - e noi, che siam peggio del prezzemolo ovviamente c'eravamo - e durerà fino al 21 giugno, la mostra SPACE ART, dove si possono ammirare - e volendo anche acquistare - una cinquantina di opere del maestro Leiji Matsumoto
Che, per chi non lo sapesse è, fra le altre cose, il papà di Capitan Harlock.
Che, essendo notoriamente un emarginato con tanto di cicatrice, alla poison adolescente piaceva tantissimo.


Ci sono bozzetti, studi, litografie, una Jolly Roger tridimensionale e poi c'è pure lui, Torajima no Miime che mi sarebbe tanto piaciuto portarmi a casa. 
Ma costava troppo. 



































Dove: Temporary Art Cafè - via S.Agostino 25 (Quadrilatero Romano) Torino
Ingresso libero.


28 maggio 2015

Youth

Youth has gone
I heard you say
It doesn't matter anyway
Don't hide the photos
Or turn off the lights
I'm quite sure we've both seen
Funnier sights
Youth
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Youth has gone
Though we're still young
It's hard I know to believe
That I was somebody's son
The memories
Of what you once were
The memories of what
We both were
Youth has gone
Though don't think
I don't cry
We let ourselves slip
And now
I ask myself why
I'm on my own
And don't think I really mind
When after all
The years have been fairly kind
Youth
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Youth... Youth... Sleep!



e/o la grande giovinezza
e/o di cosa parliamo quando parliamo di vecchiaia.
Sorrentino torna in Svizzera.
Dalle conseguenze dell'amore alle conseguenze della prostatite. Sono passati dieci (undici, a voler essere pignoli) anni e 4 film, alcuni cortometraggi, un libro, un Oscar, dei ringraziamenti a cazzo, e un nuovo omaggio (?) a Maradona. 
Paolo, dai, abbiamo capito che Diego ti è rimasto nel cuore, ma adesso basta.
Mi è dispiaciuto non essere riuscita a vedere Youth in versione originale, perché secondo me il monologo di Lena (Rachel Weisz, sempre bellissima) mentre fa i fanghi con il padre, e il discorso di Brenda (Jane Fonda) a partire da quel "Che cazzo è quello? Sembra un incidente!" probabilmente da soli giustificavano i 92 17 minuti di applausi che il film ha ricevuto a Cannes (dove, per inciso, non ha vinto nemmeno un dattero).
Detto ciò, Youth, se si esclude la colonna sonora - a mio personalissimo parere - di una bruttezza da Oscar, mi è piaciuto. E -  a parte la bellezza (grandissima) di alcune scene, su tutte Caine che cammina in Piazza San Marco sulle passerelle di una Venezia invasa dall'acqua alta) non saprei nemmeno spiegarne i motivi.
Molto meno frammentario di La grande bellezza, dove valeva la proprietà commutativa delle addizioni, per cui cambiando l'ordine degli addendi la somma non cambia. e tu avresti potuto prendere le scene ad una ad una, mischiarle a caso, ricomporle e non sarebbe cambiato nulla, in Youth c'è la parvenza di un filo conduttore, fosse anche solo l'ansioso emissario della regina. 
E, fra la solita miriade di personaggi spesso inutili e scene che potevano esserci come no (e il risultato non sarebbe cambiato anche in questo caso) abbiamo una coppia di grandi "vecchi" del cinema, Michael Caine e Harvey Keitel, ospiti di un lussuoso lager centro benessere svizzero che disquisiscono e filosofeggiano su tutto e su tutti, in maniera a volte banale, a volte meno, sulla vita che è stata, su quella che verrà, aggrappandosi a ricordi dolorosi per giustificare l'apatia, cercando di credere (o far credere) che le emozioni sono sopravvalutate per credere (o far credere) che alla fine non si soffre più. 
Amici di vecchia data, affrontano la vita che resta appoggiandosi alla vita che è stata, relazionandosi quotidianamente sulle rispettive minzioni, e mentre Fred Ballinger (Caine) talentuoso direttore d'orchestra ritiratosi dalle scene non vuole più saperne di tornare a dirigere, Mick Boyle (Keitel) è un regista ancora in attività che sta lavorando al suo ultimo film, nella speranza che diventi il suo "testamento artistico".
E se è vero che solo chi cade può risorgere, in questo caso è vero il contrario: cade uno e risorge l'altro. 


25 maggio 2015

La vita non è un gioco. È sopravvivenza.

La frase che dà il titolo al post è di Mike Tyson. 
Ma, siccome ogni tanto mi piace esagerare, la faccio mia.
Anche la caccia al tesoro non è stata una passeggiata, ma siamo sopravvissuti. Che, a vedermi sabato sera mentre tornavo a casa non si sarebbe detto. Ero agile e scattante come un pangolino sotto bromuro, più o meno.
Comunque.
Nonostante io abbia un'età da madaminchia in cui sarebbe senz'altro più consigliato trascorrere il pomeriggio bevendo tè e mangiando pasticcini da Baratti & Milano questo non mi ha impedito di ritrovarmi, sabato mattina, alle 8.45, abbigliata come la mamma di uno dei Village People, in piazza Solferino, dove, addormentato appoggiato a un cartello di divieto di sosta c'era lui


Sono poi arrivate la Tiz e la Tiz-sorella, e abbiamo iniziato la nostra interminabile giornata con un caffè al bar. Quindi, assieme a tutte le altre squadre partecipanti, ci siamo spostati sul luogo incriminato. Quando hanno aperto il banchetto siamo andati a registrarci. E, siccome al peggio non c'è mai fine, ci hanno scritto il numero della squadra in fronte e fornito il "kit sopravvivenza". 
Consistente in un pollo di plastica un paio di micropanini, una mela e una lattina di Mole-Cola, famosa bevanda al gusto di Coca Cola ma made in Torino. Questo se eravate fortunati. Nel kit di sopravvivenza della Tiz, ad esempio, il panino era uno solo. 
Per iniziare la "cacc(i)a" bisognava entrare in un recinto dove c'erano tantissimi palloncini contenenti all'interno il numero della squadra. Quando lo si trovava si tornava al banco, e veniva fornito il primo indizio.
Una serie di domande logico/matematiche in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra ignoranza, roba che se A beautiful mind è morto, forse è anche un po' colpa nostra. Siamo riusciti, pietendo aiuti esterni, a risolverne il minimo sindacale che ci consentisse di superare la prova. Rischiando di non farcela. Con le nostre risposte ci siamo presentati al Politecnico dove ci hanno consegnato la prova successiva: costruire una macchina di cartone e simularne la marcia nel traffico.
Giuro. 
Dopo aver assemblato una roba che se la vede Marchionne la fa sua tempo zero, abbiamo effettuato una prova su strada, e abbiamo raggiunto la stazione di Porta Susa per documentare il tutto.

Gente senza vergogna

La prova successiva consisteva nel formare una catena di vestiti al parco della Tesoriera, in un tratto compreso tra due panchine.
Siamo rimasti tutti e quattro in mutande. La Tiz per la causa si è levata pure la maglietta. Ma, siccome al peggio non c'è mai fine, nella tappa successiva bisognava simulare l'effetto spiaggia al Parco Dora, con tanto di teli mare e costume.
Quindi i quattro deficienti si sono spogliati - e non ci sarà nessuna immagine a documentare tanto disdoro - il Dantés ha fatto pure una doccia sotto la fontana mentre la sottoscritta si è tuffata da un similtrampolino su un gonfiabile. Ci dev'essere un video ad imperitura memoria del gesto atletico, ma fidatevi, son robe brutte. 
Da lì, con un bus - sul quale ho potuto degustare il mio prelibato kit sopravvivenza -  abbiamo raggiunto il parcheggio del Basic Village dove bisognava dire "si vede la Mole e pure Superga" mentre la prova successiva consisteva nel cercare un'auto parcheggiata nei dintorni conoscendone la targa. Al ritrovamento bisognava telefonare cantando una canzone che contenesse la parola "città" nel testo, e quindi recarsi alla tappa successiva con la parola d'ordine. Qua, mentre ormai avevo perso - oltre alla lucidità - pure la forza per lamentarmi, ci hanno consegnato una lista di "cose" da portare alla tappa successiva, ognuna delle quali con un determinato punteggio. Cose di uso comune e trasportabilissime per una squadra di mentecatti a piedi: un divano, la cuccia di un cane, uno scolapasta giallo, ecc. 
In qualche modo siamo riusciti a racimolare i punti necessari, la Tiz ha comprato pure un vaso di gerani per l'occasione e Dantés dei cerotti, io mi sono sacrificata comprando una tortina che andava morsicata su quattro lati... Poi, dopo aver fotografato un tizio con le mutande rosse siamo andate a Porta Nuova, dove ci hanno consegnato dei fogli A4 con i quali scrivere il nome di un piatto tipico piemontese di almeno 8 lettere. Se sullo sfondo ci fosse stato uno dei due orribili grattacieli che hanno modificato lo skyline di Torino si aveva diritto al bonus. 

Ridendo e scherzando ci siamo trascinati a fatica sul tetto del Lingotto, dove, con mezzi come palloni elastici, sedie da ufficio con le rotelle, trattorini a pedali e monopattini, bisognava scendere lungo la rampa del Lingotto stesso medesimo. E qua io e Tiz-Sorella abbiamo atteso che gli altri due effettuassero la prova. Quando ci hanno detto che avremmo dovuto andare in Piazza d'Armi a formare una piramide umana di dieci persone abbiamo deciso che si era fatta una certa, e che per noi la caccia al tesoro poteva anche concludersi lì. 
Quel sant'uomo del Tiz-fidanzato ci ha recuperato, e finalmente abbiamo potuto raggiungere Baladin dove avevamo sapientemente prenotato un tavolo per gustarci un paio di meritatissime birre, evitando pure di presentarci - inutilmente - alla premiazione.




22 maggio 2015

Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio.

La risposta è sempre la stessa, da anni. 
Sono io.
Questa volta no, questa volta il mandante è qualcun altro. 
Anzi, altrA. 
Nello specifico la Tiz.
Infatti è grazie a lei che domani, una squadra composta da quattro deficienti con tanto di elmetto antinfortunistico e tappi per le orecchie - no, ma davvero, parliamone - si ritroverà in piazza Solferino, alle 9 (nove) di mattina per partecipare alla Caccia al Tesoro organizzata da Urban Center Metropolitano.
Nella migliore delle ipotesi arriveremo ultimi.
Nella peggiore, qualcuno di voi, affezionati lettori, mercoledì contatti la redazione di Chi l'ha visto.


18 maggio 2015

Child 44


Dopo Leviathan, film Russo fatto da Russi che racconta la Russia, sembrava giusto proseguire con Child 44, film altrettanto russo anche se diretto da Daniel Espinosa, uno svedese di origine cilena, che si avvale di una coproduzione USA/Regno Unito/Romania/Repubblica Ceca, dove scopriamo che, anche se "non ci sono delitti in paradiso" i comunisti mangiavano i bambini. 
No, dai. Non è che se li mangiassero sul serio, su.  
In ogni caso, paradiso o no, qualcuno che li uccideva c'era.  
Il film inizia negli anni 30 (carestia, fame, Holodomor, migliaia di orfani, ecc...) dove facciamo conoscenza con il piccolo Leo, che si unisce ad un gruppo di soldati, e in un attimo siamo a Berlino, ed è il 2 maggio del 1945, abbiamo la foto di Evgenij Chaldej e a dimostrarcelo ci sono il nostro Leo Demidov, che nel frattempo è diventato Tom Hardy, in compagnia di Alexei Andreyev (Fares Fares, visto da poco in The Keeper of Lost Causes) a fare da modelli per quel celebre scatto. 


E, mentre nella mia testa risuonava una vecchia canzone dei CCCP, pensavo alle analogie con la foto di Joe Rosenthal, raccontata da Clint Eastwood in Flags of our Fathers.
Già, perché, come molte foto passate alla storia, anche quella di Chaldej è stata "costruita". 
Immagino abbiate già capito - se mi leggete da un po' senz'altro - che quando inizio a parlare della qualunque a discapito del film, significa che questo non mi ha entusiasmato particolarmente, né ha catturato la mia attenzione. Il che non vuol dire necessariamente che il film non mi sia piaciuto. Semplicemente l'ho trovato un po... meh,.. 
Pare si ispiri alla vicenda di Andrej Romanovič Čikatilo, serial killer conosciuto come il mostro (e/o il macellaio) di Rostov. nonostante il film sia ambientato in epoca precedente e le vittime del killer (all'epoca il termine "serial killer" non era ancora in auge, e "in paradiso" non avevano certo bisogno dei profiler dell'FBI) siano diventate dei bambini, mentre nella realtà fra le vittime di Čikatilo c'erano anche molte giovani donne.
Ma tornando al film, avevamo lasciato il giovane Leo Demidov sul tetto del Reichstag, e lo ritroviamo, eroe sovietico, a capo di una squadra dell'MGB, con il suo fedele amico Alexei e l'immancabile pezzo di merda Vasili. Nel frattempo il figlio di Alexei viene ucciso, ma, sempre per il solito motivo (non ci sono crimini in paradiso, esatto) l'omicidio viene fatto passare come incidente, e toccherà proprio a Leo comunicare la cosa ad Alexei. Passa il tempo, succedono cose, e improvvisamente Leo cade in disgrazia per essersi rifiutato di denunciare la moglie Raisa, sospettata di essere una traditrice del regime. 
La coppia viene esiliata trasferita nel ridente villaggio di Volsk e qua Leo, agli ordini del generale Nesterov scoprirà che altri bambini sono stati uccisi esattamente come il filgio di Alexei. Inizierà a indagare e alla fine scoprirà che...fra diffidenza, sospetto, giochi di potere, corruzione, insabbiamenti, paure e tradimenti, il paradiso non è poi tutta sta meraviglia. 




E... non lo so. Alcune scene vengono risolte in maniera un po' troppo frettolosa, altre risultano un po' confuse, e di altre ancora non se ne sente la necessità, ma, nel complesso, quadra più o meno tutto.
Nel cast, oltre a Tom Hardy, abbiamo Noomi Rapace già da ora candidata al premio peggior tinta di capelli del secolo, ancora in coppia con Hardy dopo "The drop", il già citato Fares Fares, Vincent Cassel, Gary Oldman, Paddy Considine, Jason Clarke e, per finire, Joel Kinnaman, che molti di voi, a differenza della sottoscritta, avranno visto interpretare il figlio di Liam Neeson nel recente Run all Night, il figlio di Robocop nel remake di Robocop, e il figlio di puttana in questo film.