27 agosto 2014

La ricostruzione


L'Argentina, in fatto di film, riserva sempre piacevoli sorprese. 
E' il caso di questo La ricostruzione (Titolo originale La Reconstrucción, una volta tanto non abbiamo pisciato fuori dal vaso), diretto da Juan Taratuto, con protagonista Diego Peretti (visto da poco in "The German Doctor") che qua dà vita ad Eduardo, personaggio senza affetti, chiuso e taciturno, al limite dello sgradevole, che lavora in un oleodotto, si esprime a monosillabi, il più delle volte non risponde nemmeno al telefono (in effetti si fa quasi fatica a credere che ci sia qualcuno che lo cerca), quando un suo collega lo invita a cena a casa sua gli risponde "Perchè?", vive in una casa senza elettricità, dorme in una brandina senza lenzuola e mangia senza posate. Un cavernicolo senza caverna.
Siamo alla vigilia della sua settimana di ferie in cui, stranamente, ha risposto alla telefonata dell'amico Mario, che deve sottoporsi ad una delicata operazione al cuore, e gli chiede di occuparsi del suo negozio durante la sua assenza. Incredibilmente Eduardo accetta, e si mette in viaggio verso Ushuaia. 
Al suo arrivo i suoi modi bruschi e distaccati verranno scambiati per menefreghismo dalla moglie e dalle due figlie adolescenti di Mario, ma, quando la situazione precipita in maniera drammatica, Eduardo capisce che tocca a lui prendersi cura di quella famiglia ritrovatasi improvvisamente allo sbando. 
E, aiutando gli altri a superare il dolore, Eduardo riuscirà ad uscire dalla stagnante abulia in cui si era rifugiato, per cercare di sfuggire al suo, di dolore. 
Film essenziale ma toccante, scarno e laconico, che, con pochi dialoghi riesce comunque a colpire, grazie - oltre alla bravura dei protagonisti - anche alla colonna sonora e agli sconfinati paesaggi offerti dalla Terra del Fuoco. 


26 agosto 2014

Cattivi vicini

So di ripetermi, ma non importa: sono troppo vecchia per queste stronzate.
Però, nonostante la vecchiaia, la curiosità non mi abbandona. E dopo aver letto un paio di recensioni letteralmente agli antipodi (questa è una e questa è l'altra) ho deciso di guardare Cattivi Vicini.


Mac e Kelly (Seth Rogen e Rose Byrne) si sono trasferiti da poco in un nuovo quartiere con Stella, la loro piccola bimba di pochi mesi (interpretata dalle gemelle Elise e Zoey Vargas, semplicemente deliziose). Sono in quell'età in cui - essendosi riprodotti - non possono più permettersi di fare i cazzoni in giro e si rendono conto di avere delle responsabilità che prima non avevano (ah, quanta profondità) e sembra che cerchino di autoconvincersene, ripetendolo fino alla noia. 
Ma un giorno nella casa a fianco alla loro arriva la confraternita Delta Psi Beta, capitanata da Teddy (Zac Efron) e Pete (Dave Franco). E - come nella migliore tradizione - la confraternita inizia a fare gran bordello, con feste e musica a tutto volume che va avanti per tutta la notte, compromettendo i sonni tranquilli dei due sposini e della loro bimba. 
Mac e Kelly tentano inizialmente un approccio pacifico chiedendo ai ragazzi di fare poco rumore, ma ovviamente i membri della confraternita, che li considerano "vecchi", non daranno ascolto alla coppia, che deciderà quindi di boicottarli con ogni mezzo, dando vita ad una carrellata di cliché che vanno dal sesso droga e rock and roll ai funghetti allucinogeni, passando per la vendita di dildo fatti in casa per raccogliere fondi, fino a riflessioni della profondità di una pozzanghera su quant’è bella giovinezza (che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza) piazzando qua e là citazioni a minchia di segugio, fra i Batman di Bale o Keaton, Robert de Niro e Samuel Jackson, Kevin James e pure Walter White e Don Draper. 
Ciliegina sulla torta: il finale pseudo-moralista. Poteva forse mancare?
Il risultato? Non si ride praticamente mai, anzi, ci si deve sforzare per non annoiarsi. 


25 agosto 2014

Sir Richard Attenborough

(Cambridge, 29 agosto 1923 – Londra, 24 agosto2014)

Se n'è andato cinque giorni prima di compiere 91 anni, e dopo aver diretto alcune "cosette" come Gandhi, A Chorus line, Cry Freedom e Chaplin. 

The Angriest Man in Brooklyn


Questo film - di cui probabilmente non si sentiva alcun bisogno - ancora inedito in Italia (e spero rimanga tale), in cui i soliti ge(g)ni hanno letto i soliti messaggi subliminali e premonitori per il fatto che ad un certo punto il protagonista dice che sulla sua lapide appariranno le date 1951-2014, è uno degli ultimi girati da Robin Williams, che sarà possibile vedere ancora sul grande schermo in "A merry friggin' Christmas", nel terzo capitolo di  "Una Notte al Museo" nonché nell'ultimo lavoro di Dito Montiel, "Boulevard".
La prima battuta pronunciata da Robin Williams in The Angriest Man in Brooklyn è "Sono felice!", e a pensarci fa un po' effetto, anche se ti fa capire - casomai ce ne fosse bisogno - che il cinema è, soprattutto, finzione.
Detto ciò, a costo di sembrare la solita vecchia stronza cinica ed insensibile, posso dire che questo film, remake di un film israeliano del 1997, Mar Baum, è parecchio brutto. Girato nel 2012, è uscito nelle sale americane nel maggio di quest'anno, ed è stato un vero e proprio flop ai botteghini, roba che se già sei depresso di certo non aiuta. 
Dalla scena iniziale in cui Henry Altmann pronuncia quella frase passano 20 anni, ed Henry, che si sta recando ad una visita medica, è diventato un uomo arrabbiato ed intollerante. 
All'arrivo in ospedale al posto del suo medico trova la dottoressa Sharon Gill (Mila Kunis), che ha avuto una pessima giornata ed è ancora sconvolta per il suicidio del suo gatto. Quando lo riceve gli diagnostica un aneurisma cerebrale ma la reazione arrabbiata dell'uomo le fa perdere la pazienza e, in un momento di rabbia lo informa che gli restano soltanto 90 minuti di vita. 
Henry è sconvolto (ma va?) e fugge dallo studio. 
Sharon si rende conto di quello che ha fatto e si mette alla ricerca di Henry, che nel frattempo sta cercando di sistemare, come può e nel poco tempo che gli resta, tutto quello che non va nella sua vita, cercando di riconciliarsi con la sua famiglia, a partire dal figlio minore Tommy, che non è diventato avvocato come lui avrebbe desiderato, ma ha aperto una scuola di danza. 
Il film riesce a strappare qualche risata qua e là (ok, sono una brutta persona, se consideri che ho un gatto sono davvero pessima, ma alla scena del suicidio del gatto della Kunis io ho riso, lo ammetto), per poi precipitare in un'antologia di situazioni prevedibili e al limite dello stucchevole senza possibilità di salvezza. 
Carina l'idea dei titoli di testa, che, usando lettere colorate sparse qua va a formare parole di senso compiuto, come anger, sob, mess, spleen, maniacal, rude, ire. 
Ma nel complesso è un po' poco. 

Questo post fa parte del tributo che la solita congrega di blogger dedica a Robin Williams, scomparso un paio di settimane fa. 
In un'intervista pubblicata sul Guardian nel 2010 alla domanda della giornalista che gli chiedeva se fosse felice, Williams rispose "Credo di sì. E comunque non ho più paura di essere infelice. Va bene anche quello. Se accetti l'infelicità, puoi dire che va tutto bene".
Puoi dirlo, certo. 
Ma non significa che sia vero.

Bollalmanacco - Al di là dei sogni
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Whiterussian vs Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
Combinazione casuale - Jumanji
Director's Cult - Toys
Il leone di Oscar (ecc) - Flubber
Recensioni Ribelli - L'attimo fuggente
Solaris - L'uomo bicentenario
La fabbrica dei sogni - One Hour Photo
In Central Perk - Will Hunting - Genio ribelle

22 agosto 2014

Song 'e Napule

Lo ammetto. Quando il film dei Manetti Bros è arrivato in sala, questa primavera, l'ho snobbato alla grande, non so esattamente per quale motivo. Ma l'altra sera, complice la programmazione estiva fatta di rassegne e di ripescaggi e le amiche che mi proponevano la visione di "Tutto sua madre", ho deciso che era l'occasione buona per andare a vedere il film che proiettavano nell'altra sala, ovvero Song 'e Napule
Perché alla fine è sempre una questione di scelte, e, nonostante a me Guillaume Gallienne sia pure simpatico, non avevo voglia di affrontare "Les garçons et Guillaume, à table!" in quanto, durante un tentativo di visione casalinga, mi sfrancicai i coglioni nel giro di 10 minuti il tedio si impossessò di me e del mio divano dopo dieci minuti di visione. Per la cronaca, alle amiche, il film di Gallienne è piaciuto. Proverò a concedergli una seconda chance, magari. 
E quindi. 

I fratelli Manetti si trasferiscono a Napoli e realizzano una commedia poliziesca dove, se proprio vogliamo trovare un difetto, il minutaggio risulta un po' eccessivo, ma in cui tutto funziona alla grande, a partire dalle interpretazioni degli attori, davvero perfetti per i ruoli.
Si inizia con il protagonista, Paco Stillo (Alessandro Roja), pianista diplomato al conservatorio che si presenta nell'ufficio del questore, in quanto sua madre, grazie alla conoscenza dell'Assessore Puglisi, è riuscita ad  ottenere una raccomandazione. Di fronte all'ennesimo raccomandato il questore (Carlo Buccirosso) sbotta in una filippica da antologia sui mali dell'Italia, e, mentre il povero Paco, mortificato, sta per andarsene fra mille ringraziamenti, lo deve trattenere - all'Assessore Puglisi non si può comunque dire di no - e convincerlo a restare. Passano due anni e il povero Paco, che non sa nemmeno usare una pistola, è relegato nel deposito giudiziario a catalogare la merce sottoposta a sequestro.
Mentre sta suonando un pianoforte (sequestrato), arriva nel magazzino l'incazzatissimo commissario Cammarota (Paolo Sassanelli, quello che nell'Ubaldo Terzani Horror Show si sarebbe trombato anche le statuine del presepe) per interrogare un sospettato che potrebbe condurlo sulle tracce di uno spietato camorrista latitante, Ciro Serracane detto o' fantasma perché nessuno sa che faccia abbia.
E mo' viene il bello. Cammarota scopre che a breve la figlia di uno degli uomini di Serracane, "mazz'e ferro" Scornaienco si sposa, e al matrimonio suonerà uno dei cantanti neomelodici più acclamati in città, Lollo Love (Gianpaolo Morelli, davvero bravo e convincente). Decide così di far arrestare con un pretesto il tastierista del gruppo, per infiltrare sotto falso nome proprio Stillo. 
Che, con taglio di capelli e abbigliamento da tamarro DOCG, diventa Pino Dinamite, riuscendo a guadagnarsi la fiducia e il rispetto di Lollo Love, il cui sogno è riuscire ad arrivare a SanRemo, ma, complice un impresario truffatore, è costretto a suonare a matrimoni, battesimi, compleanni e serenate (non manca niente). Le canzoni sono tutte un programma (ti conosco da bambina, eri come mia cugina...), e le fans lo tempestano di telefonate. 
Con un piano che sulla carta appare perfetto tutto dovrebbe filare liscio, ma fra imprevisti ed equivoci di ogni genere le cose sembrano mettersi molto male per il povero poliziotto infiltrato.
Film di genere, grande ironia, dialoghi divertenti e sceneggiatura senza sbavature, nel finale ti sembra di essere finito in un poliziottesco anni 70, con tanto di inseguimento a bordo di un Alfa Romeo per i vicoli di Napoli.
E alla fine la musica neomelodica napoletana non vi sembrerà neppure troppo molesta.
Insomma, solo un pochino. 





21 agosto 2014

We are the best

E siamo ancora alle prese con i recuperi estivi. Stavolta è toccato a questo film svedese di Lukas Moodysson, nome rivelatosi al grande pubblico una quindicina di anni fa, grazie al successo del suo primo lungometraggio, Fucking Åmål, campione di incassi in Svezia nel 1998. 
Siamo a Stoccolma, nel 1982.
Il punk è morto, ma Klara se ne frega. E assieme alla sua amica Bobo passa il tempo fra la scuola e il centro ricreativo. I genitori di Klara passano il tempo a litigare sui massimi sistemi (chi doveva portare cosa in lavanderia), mentre la madre di Bobo è una 40enne (no, dai, parliamone) separata un po' sfatta e vagamente zoccola insoddisfatta, che può ritenersi fortunata se, dopo aver  chiamato la figlia Bobo, questa non si prostituisce per comprarsi la droga, ma è semplicemente una ragazzina punk.
Klara e Bobo per il loro aspetto vengono derise ed emarginate da tutti, e questa non è una novità. Ricordo che (versione nonna mode on) ai miei tempi, quando, con la Tiz e la Bionda si andava in giro facendo le piccole emule di Siouxsie, la cosa più gentile che ci veniva detta era "ma vi è morto il gatto? ah. ah. ah." (versione nonna mode off).
Un giorno, mentre si stanno annoiando al circolo ricreativo decidono di formare un gruppo musicale, nonostante non sappiano né suonare né cantare. Come i Sex Pistols, praticamente. Dopo aver provato e riprovato un pezzo coinvolgono nel loro progetto Hedvig, una ragazza bionda e timida, molto religiosa e senza amiche, ma che suona benissimo la chitarra.
Il film, come i precedenti lavori di Moodysson, si concentra principalmente sul rapporto di amicizia tra Bobo e Klara, che, come nelle migliori tradizioni, viene messo a dura prova quando conosceranno il cantante di una punk-band locale, e di cui tutte e due si innamoreranno come ci si innamora a 13 anni. Sarà solo grazie a Hedvig che le due amiche si riappacificheranno, pronte ad affrontare il mondo che le aspetta con tutte le difficoltà che essere adolescenti, punk o no, comporta.

20 agosto 2014

Vita di Pi(g)

Co-produzione franco-belga-tedesca del 2011, ingiustamente snobbato nonostante la vittoria di un Cesar come miglior film d'esordio, il titolo originale è "Le cochon de Gaza", in inglese si trasforma in "When pigs have wings", che già non c'entra una beata fonchia, ma al suo arrivo in Italia, nel giugno di quest'anno, plagia spudoratamente la Wertmuller e diventa, come per magi(ll)a, "Un insolito naufrago nell'inquieto mare d'Oriente". 

Si tratta di una commedia tragicomica dal sapore agrodolce, reso ovviamente molto più agro dai fatti di cronaca che ci arrivano da Gaza in questi giorni, per cui il finale, che pecca un po' di retorica e di eccessivo e utopico buonismo, purtroppo ha un sapore ancora più fantascientifico di quanto non lo sarebbe in tempi normali. Ammesso e non concesso che quella dei civili di Gaza possa considerarsi una vita normale. Ma questa è un'opera di fantasia, quindi è inutile cercare di attribuirle risvolti e significati geopolitici più o meno intrinsechi e accusarla di irrispettosa superficialità.
O meglio, liberissimi di farlo, ci mancherebbe, ma resta il fatto che stiamo sempre e solo parlando di un film, e non di un'opera di denuncia sociale.
Jafaar (Sasson Gabai, già visto in "la banda") è un pescatore di Gaza, la cui casa sorge nei pressi di una colonia e, per questo motivo, sul tetto di casa sua stazionano perennemente due soldati israeliani. Tutti i giorni esce in mare con la sua barca, ma, a parte ciabatte spaiate e rifiuti di ogni genere, di pesci se ne vedono sempre meno. Fino al giorno in cui, dalle sue reti, spunta un... maiale.
Terrorizzato da quell'animale considerato impuro inizialmente cercherà di sbarazzarsene in ogni modo, ma, venuto a conoscenza che, nella colonia adiacente a casa sua una ragazza alleva maiali, cercherà di sfruttare quella pesca poco miracolosa per trarne un vantaggio economico e poter finalmente saldare tutti i suoi debiti.
Ovviamente tutto deve avvenire di nascosto e nessuno deve scoprire l'esistenza del maiale, animale impuro sia per i musulmani sia per gli ebrei. Il tutto in un clima di ironia (più o meno) sottile dove, fra sotterfugi ed equivoci ogni situazione sottolinea l'assurdità dei comportamenti umani e dei fondamentalismi religiosi, che viene rappresentata perfettamente dai dialoghi quotidiani tra la moglie di Jafaar e uno dei soldati che ogni pomeriggio commentano una telenovela brasiliana, dove la complicata storia d'amore altro non è se non la metafora dell'incessante conflitto tra i due popoli.


19 agosto 2014

cronache di una settimana di ferie

L'aspetto "tragico" di tornare al lavoro il 18 agosto principalmente consiste nel (non) trovare un bar aperto vicino all'ufficio in cui fare colazione, se consideri che anche il bar dei cinesi all'angolo quest'anno ha chiuso per ferie. Ma la zona offre una scelta ridotta anche durante il resto dell'anno, quindi, quando il bar che frequento abitualmente chiude per ferie, mi tocca sacrificarmi. Potrei anche fare colazione a casa, adesso che ci penso.
Del resto ho pure comprato del miele. Che quello che avevo in casa era scaduto nel 2011, appena. Secondo me è ancora commestibile, ma, siccome avevo ospiti di un certo livello, mi sembrava brutto mettere in tavola del miele vintage.
Oltretutto il miele che ho comprato si chiama "Hedonist", da non confondersi con l'Hedonism, resort in quel di Negril, Giamaica. Se ve lo state chiedendo, sì, il nome deriva da Negrillo. E se pensate che sia di cattivo gusto chiamare un paese in Giamaica Negril, prendetevela con gli spagnoli, che glielo diedero sul finire del 1400. Sull'origine del nome ci sono due scuole di pensiero. C'è chi dice che faccia riferimento alle nere scogliere che si ergono (ehm) a sud del paese, e chi dice che fosse per la grande diffusione di (ehm) anguille nere che popolavano la zona. Nero -> Negro, Anguilla -> Eel = Negro eel -> Negril.
Dicevo, nel week end ho avuto il piacere di poter finalmente conoscere ed ospitare lei, che è giovane e bella e simpatica, e soprattutto ignorava quanto fossi vecchia matura, e siamo state molto bene. O almeno, io sono stata bene, ma spero anche lei.
Avere ospiti "forestieri" ti consente di poter fare la turista nella tua città, cosa che a me piace sempre molto, così il nostro tour è iniziato venerdì sera con una cena permododidire a base di birra, patatine fritte e granita siciliana con panna. Il sabato, dopo la colazione, ci siamo spostate in città, dove, dopo un giro fra Porta Palazzo ed il Balon, che hanno sempre un certo fascino, approfittando di una giornata con un cielo terso come non se ne vedevano da un pezzo, siamo salite sul Turin Eye, la mongolfiera che si trova in Borgo Dora e che, dall'autunno del 2012, ogni giorno, vento permettendo, sale fino a 150 metri d'altezza regalandoti la visione di Torino da una prospettiva inaspettata ed emozionante. Sabato mattina la visibilità era perfetta, infatti si vedeva addirittura la Sacra di San Michele.


Porta Palazzo
vecchie in mongolfiera
A pranzo ci siamo fermate in uno degli innumerevoli ristorantini che si affacciano su piazza IV Marzo, dove abbiamo dovuto affrontare - oltre ai vari suonatori ambulanti - un primo di proporzioni esagerate, cosa di cui ho osato anche lamentarmi con la cameriera, per il semplice motivo che detesto sprecare il cibo, ma quando è troppo è troppo. In un barlume di saggezza entrambe abbiamo evitato di ordinare l'antipasto. Per fortuna, aggiungerei. Ci siamo quindi spostate a Palazzo Reale per la mostra di David Seymour, che io ho rivisto con piacere. Pochissima gente, vedere le mostre così è una meraviglia. 

Palazzo Reale, Torino
Da Palazzo Reale ci siamo quindi spostate al MAO, dove fino al 21 settembre è ospitata la mostra fotografica di Fosco Maraini "L'incanto delle donne del mare", una selezione di foto realizzate nel 1954, nelle isole Hegura e Mikuriya, al largo delle coste occidentali del Giappone, dove vivevano gli Ama, la cui principale attività e fonte di reddito, nei mesi estivi, era costituita dalla pesca dell'awabi (un particolare tipo di mollusco) e questa attività era compito delle donne, che la praticavano in apnea sui fondali dell'isola, arrivando fino a venti metri di profondità. Per documentare il lavoro delle donne Ama, Maraini fece realizzare delle attrezzature subacquee rudimentali, anch'esse in esposizione. 

Fosco Maraini, "a passeggio tra gli scogli"
Fosco Maraini, "Tegane"

Decisamente interessante. Ovviamente abbiamo dedicato anche uno sguardo ai vari piani del museo, dopo che l'assistente di sala, alla vista del mio calavera sul polpaccio e del nodo tibetano sul collo mi ha chiesto se avessimo già visto, nel reparto dedicato al Tibet, il paramento ornamentale fatto di ossa umane... 
Poi, siccome la cultura non è tutto, ci siamo date ad un po' di sano shopping, per concludere con un aperitivo in zona Quadrilatero e una pizza in centro. Arrivate a casa, siccome c'ho un'età, ho abbandonato l'ospite al suo destino e sono svenuta nel letto in tempo zero. 



La domenica invece ci aspettava la Reggia di Venaria, che al nostro arrivo era stranamente deserta, sempre splendida, con la mostra fotografica che trae spunto dal libro di Mario Calabresi "Ad Occhi Aperti", che è anche il nome della mostra in cui si possono ammirare le opere di Abbas, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Don McCullin, Steve McCurry, Josef Koudelka, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado ed Alex Webb. Se vi capita - la mostra durerà fino al prossimo 8 febbraio - fateci un salto. Io, nonostante avessi già visto molte delle fotografie esposte, non ho potuto evitare di emozionarmi nuovamente, soprattutto di fronte alla sezione di Paul Fusco, che ha documentato il tributo che un milione di americani diede a Bob Kennedy nel viaggio che il treno che trasportava il suo feretro compì attraverso cinque stati, per trasportare la salma da New York al cimitero di Arlington. 


Dopo la mostra un giro nei giardini della Reggia è assolutamente doveroso. E poi sarete liberi di fare un po' quello che vi pare. Noi, tanto per cambiare, pensate un po', siamo andate a mangiare... 



18 agosto 2014

La jaula de oro (La gabbia dorata)

Opera prima di Diego Quemada-Diez, recuperata grazie ad una rassegna cinematografica estiva, La gabbia dorata - titolo che concentra in due parole quello che alla fine è, per gli immigrati latino-americani  che tentano di arrivare negli USA, il sogno americano: una prigione, in quanto difficilmente riusciranno ad uscire dalla loro condizione di emarginati e clandestini - è un classico film di denuncia, doloroso nella sua scarna essenzialità. Uno di quei film che quando partono i titoli di coda, ti fa inevitabilmente pensare a quanto sei stata fortunata a nascere dove sei nata e ad avere la vita che hai. Uno di quei film che andrebbe fatto vedere a tutti quelli che si ostinano a dire "se ne stessero a casa loro"... 

"casa loro"

Juan, Samuel e Sara, che vediamo nelle scene iniziali entrare in un bagno, tagliarsi i capelli e fasciarsi il seno per travestirsi da ragazzo, abbandonano la ridente zona 3 di Città del Guatemala - quella dove esiste la più grande discarica del Centro America, dove migliaia di persone lavorano al recupero e alla separazione dei rifiuti - per inseguire un sogno: raggiungere gli Stati Uniti ed iniziare una nuova vita. Viaggiando principalmente sui tetti dei vagoni dei lentissimi treni merci che attraversano il paese riusciranno ad arrivare, non senza difficoltà, al confine con il Messico, dove Samuel ci ripensa e decide di fermarsi. A Juan e Sara si unirà Chauk, un indio del Chiapas che non parla spagnolo. Nonostante la difficoltà nel comprendersi, Sara si dimostrerà subito amichevole nei suoi confronti, mentre Juan, complice la gelosia, cerca in ogni modo di allontanare, inutilmente, il nuovo arrivato. Il viaggio, fra mille pericoli, prosegue, e i tre ragazzi dovranno affrontare situazioni di ogni tipo, cercando di sfuggire alla polizia, lavorando duramente nelle piantagioni di canna da zucchero, finendo preda di bande di predoni che non esitano a derubare gente che non ha niente, e che, essendosi accorti che Sara è una ragazza, non esiteranno a sequestrarla. Rimasti soli, fra Juan e Chauk si instaurerà un rapporto di solidarietà che riuscirà a farli arrivare fino al confine tra il Messico e gli Usa, dove bande di spacciatori di droga li utilizzeranno per far loro attraversare il muro della vergogna (l'ennesimo) che divide i due stati. 
Il sogno sta davvero per realizzarsi?
Film doloroso, che fa riflettere. 

13 agosto 2014

Ferie d'agosto

Da lunedì sono in ferie. Non per scelta mia, che si sa, ad agosto sto benissimo in ufficio, ma, siccome la base di partenza erano TRE settimane, direi che essere riuscita a farne soltanto una è giù un buon risultato, quindi, vorrei che fosse chiaro che: Non. Mi. Sto. Lamentando.
Più che la settimana di ferragosto il clima sembra da settimana bianca, stamattina ci saranno, a esagerare, 16 gradi. Ha smesso di piovere da 10 minuti, più o meno. 
E' tutto molto bello, davvero. 
Mi sto dedicando, con totale devozione e ottimi risultati, alla pratica dell'ozio. Per spiegarvi il livello di abbruttimento raggiunto vi basti sapere che sto guardando Wolff - un poliziotto a Berlino. Credo che guardare telefilm tedeschi sia una forma di perversione, ma non credo sia il caso di approfondire il discorso.
In un impeto di iperattività l'altro pomeriggio mi sono spinta alla campana per buttare il vetro. Risultato: mi ha punto una vespa. Ho il dito indice della mano sinistra che sembra un wurstel. Son cose. Da bestemmia carpiata. 
A parte queste cazzate di poco conto, sabato scorso, io e sua bionditudine siamo finalmente andate a pranzo a Villa Crespi per festeggiare il (mio) giubileo.
La villa si trova sulla strada che conduce allo splendido borgo di Orta San Giulio (non ci siete mai stati? Rimediate!) e non potete non notarla, vuoi perché è una costruzione in stile moresco, che da queste parti non è esattamente molto diffuso - vuoi per il minareto che la sovrasta. 
La villa, che in origine si chiamava Villa Pia, nome della moglie del proprietario, è stata fatta costruire verso la fine del 1800 dall'industriale tessile Benigno Crespi, originario di Busto Arsizio, che voleva una casetta per le vacanze.
Al grido di "la voglio sobria", pare che il Crespi si ispirò ai suoi numerosi viaggi e al fascino di Baghdad, e fece arrivare manodopera direttamente dai luoghi in cui il moresco era di casa. 
Dopo vari passaggi di proprietà e un periodo in cui la villa rimase abbandonata, recentemente è entrata a far parte del circuito Relais & Château dove, dal 1999, lo chef Antonino Cannavacciuolo gestisce il ristorante, che ha ricevuto la prima stella Michelin nel 2003 e la seconda nel 2006.
Altre due sono arrivate, come già sapete, sabato a pranzo.
Metto le mani avanti: recensire cibo non è il mio mestiere, quindi prendete quella che segue con tutte le riserve del caso. 
Prendiamo posto e scegliamo prima l'acqua, poi il vino.
Diciamo subito che la lista delle acque minerali è un insulto al buon senso, ma sai bene che le stelle te le faranno pagare un po' ovunque, acqua compresa. Quindi, inutile star qua a lamentarsi. 
Abbiamo scelto un Vintage Collection Satèn di Ca' del Bosco e quindi il menu "Carpe Diem".
Il personale di sala è presente e professionale, ma sorridente e cordiale. 
Dopo averci chiesto se fossimo intolleranti o allergici a qualche cibo o se ci fosse qualcosa che non fosse di nostro gradimento, abbiamo iniziato con il giro di appetizers, fra cui gnocco fritto di grano arso con ripieno di burrata e ovviamente prosciutto crudo, focaccine liguri buonissime, e delicatissimi macaron al foie gras.
Quindi abbiamo iniziato a fare sul serio, con l'ostrica in salsa al ravanello. Abbinamento un po' azzardato, in quanto il ravanello sovrasta un po' il sapore dell'ostrica, ma il risultato non è affatto malvagio. E ve lo dice una che non mangia ravanelli. 

Tartare di tonno, lime, acqua di mozzarella e cocco

Il lime con il tonno crudo si sposa alla perfezione, il cocco - appena accennato - si sente solo in sottofondo e l'abbinamento con l'acqua di mozzarella, che viene versata nel piatto quando arriva al tavolo, lo rende un piatto dove i sapori si amalgamano magnificamente. Fantastico.

“Pasta e fiori”, crema fresca di capra, crudo di seppie, colatura di insalata di pomodoro
Oltre alla bellezza cromatica del piatto (anche qua la colatura di pomodoro verrà versata al tavolo) ci troviamo di fronte ad un tripudio di sapori dove la crema fresca di capra viene smorzata dalla delicatezza della seppia cruda - e tenerissima - completata dal pomodoro. Il risultato, che ve lo dico a fare, è ottimo.

Spezzatino di pesce, crema tiepida di zucchine alla scapece
Qua ho fatto ridere i camerieri facendo notare che l'aspetto del piatto fosse quantomeno inquietante. Ma solo l'aspetto, perché lo spezzatino, dove ogni tipo di pesce (cozze, spada, gamberi, rombo e non mi sbilancio oltre in quanto inizierei a citare pesci ad minchiam) era cotto alla perfezione, mantenendo intatte le sue caratteristiche. La schiumetta aveva il profumo (e il sapore) del mare, e la crema di zucchine si abbinava alla perfezione.

Pre dessert

Trattasi di una rivisitazione della mia amata Piña Colada racchiusa in un bicchierino di cioccolato bianco. Quindi funziona al contrario di un mangia & bevi. Prima bevi (il contenuto) poi mangi (il bicchiere). E no, la cannuccia non è commestibile.
L'amore al primo sorso.

Dessert Villa Crespi

Lo so, questa foto non è AFFATTO seria. 
Ma immagino sappiate tutti quanto io NON sia golosa. E quando è arrivato questo bunet rielaborato in chiave napoletana, appoggiato su una crema di caramello e rhum, con sfoglietta alla cannella, ecco. Io l'ho assalito. Salvo poi ricordarmi che dovevo "documentare" il pranzo. Quindi, non potendo dire che la foto è venuta mossa, vi dico che è venuta moRsa. 
E niente. Voi non potete capire. O forse sì.

Il caffè, accompagnato dalla "piccola" pasticceria (la sfogliatella napoletana di piccolo non aveva nulla), che non abbiamo nemmeno terminato, l'abbiamo preso in giardino. E, al momento di andare a pagare ci siamo trovate davanti Cannavacciuolo in persona, che ci ha stretto la mano chiedendoci se fosse andato tutto bene. Ovviamente sì, ma, metti caso che no, chi oserebbe dirgli di no? Gli ho detto che ero lì per festeggiare il mio compleanno e mi ha fatto gli auguri, stringendomi nuovamente la mano. Che, si sa, basta poco per farmi contenta. 
Per smaltire il pranzo, sulla strada del ritorno ci siamo fermate all'outlet di Vicolungo, dove le boutiques di Ixos e Liviana Conti ci regalano sempre tante soddisfazioni.
Perchè si sa, non di solo pane vive l'uomo. 
Figurati la donna. 

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