28 luglio 2015

beh. boh. bah.


Son giorni tristi: Matthew McConaughey, che campeggiava nell'header di questo blog da quasi due anni, ovvero dai tempi della visione di Mud, ha deciso di abbandonarmi. Così, senza una parola. 
E lo so che essere abbandonata un po' da chiunque è una delle poche costanti della mia vita, che mica son zitella così, tanto per dire. Ma quando ti abbandona pure un jpg... insomma, fatti due domande, signora mia. 
Quindi al momento, in attesa di un'ispirazione, il blog ha questo aspetto un po' così, un po' boh. O meh. O, semplicemente, chissenefrega.
Per il resto procede tutto in maniera molto normale e tranquilla.
Questa mattina sono stata in ospedale per gli esami pre-ricovero, prelievi, elettrocardiogramma, radiografie. E io ogni volta a dire: "Ma c'è scritto da qualche parte che io sarò in ferie all'estero dal 20 settembre al 10 ottobre? Non è che poi questi esami scadono?"
E tutti: "No no, non si preoccupi, durano tre mesi, quindi fino alla fine di ottobre sono validi. E poi se anche passano quindici giorni non succede nulla!".
Mah. Se lo dite voi...
"e comunque se dovessero chiamarla per l'intervento quando lei è in ferie dica che non può venire..."
Ma dai?
Quindi, oggi è il 28 luglio.
Mi hanno prenotato la visita anestesiologica il 28 agosto.
Sono praticamente pronta a scommettere che mi chiameranno per l'intervento il 28 settembre.
Quando, secondo il nostro itinerario che finalmente abbiamo definito, io e la bionda dovremmo essere arrivate a Chiang Mai, nel nord della Thailandia.


Come dicevo, l'itinerario del viaggio in Thailandia è definito, abbiamo prenotato tutti gli hotel, concedendoci una botta di vita nella nostra ultima tappa, ovvero Bangkok.
Ebbene sì, abbiamo prenotato un hotel a 5 stelle.
Cosa che puoi - o meglio, che IO posso - fare giusto nel sud-est asiatico, perché già a Milano, senza andare troppo lontano, mica me lo potrei permettere!
E quindi, al grido di "fanculo al tempo e ai soldi", a Bangkok pernotteremo in un hotel a cinque stelle. E lo so che avremmo potuto tranquillamente dormire in un ostello spendendo meno di 10 euro a notte. Ma... la domanda sorge spontanea: perché dovremmo farlo?
Che negli ostelli pulciosi ci ho dormito quando ero giovane e spiantata, ho visto camere di albergo che voi umani... stanze che spero davvero siano andate perdute nel tempo, o che, in alternativa, sia intervenuto l'ufficio di igiene a chiuderle al pubblico.
L'hotel è il Pullman Bangkok Hotel G, ovvero quello che vedete qua sotto.


E' comodo sia per la metropolitana sia per la BTS, essenziali per muoversi a Bangkok, ha enormi vetrate dal pavimento al soffitto, le camere "standard" sono tra il 18° ed il 26° piano, cosa che dovrebbe assicurare una vista se non mozzafiato sicuramente interessante, e quindi abbiamo deciso che per quattro giorni potevamo concederci il lusso.
Come sempre, quando scegliamo un hotel o un ristorante, ci piace leggere le "opinioni" dei clienti, sia su Tripadvisor, sia sui siti di prenotazione alberghiera. Iniziando da quelle negative, che spesso regalano perle di sconfinata bellezza.
Ovvio che se le recensioni sono tutte negative è facile che ci sia del vero, infatti nel 2013 abbiamo evitato di soggiornare in un hotel nel Mojave in cui praticamente tutte le recensioni parlavano di cimici nelle stanze... Ma torniamo alle perle di saggezza: anni fa, leggendo le opinioni su un hotel di Londra, un ospite si lamentava perché... la TV era troppo piccola.
Ma dico, li hai visti i lavandini? Sembrano la vasca da bagno di Barbie Mendicante, roba che quando ti lavi i denti devi prendere bene la mira per non sputarti il dentifricio sui piedi e tu ti lamenti che la TV è troppo piccola? Ma davvero davvero?
Nello specifico, l'hotel di Bangkok, che per comodità chiamerò Punto G, anche se spero che sia più facile da raggiungere, ha un punteggio medio che si avvicina al 9 (su 10), ma sono riuscita a leggere anche questo:
"Le camere sono buie e cupe"
Considerato che predomina il bianco e hanno una parete di vetro, l'unico momento in cui una stanza del genere potrebbe essere buia è se, alzandoti di notte per andare in bagno senza accendere la luce, sbagli strada e ti chiudi nell'armadio.
Ma il vincitore assoluto e incontrastato è senz'altro quello che si è lamentato del fatto che;
"In ascensore ci sono sempre gli stessi video".
Giuramelo.
I casi sono due: o sei il liftman, o sei un demente.
O tutti e due.




22 luglio 2015

Viaggio a Tokyo

Lo so che il titolo potrebbe trarre in inganno, ma no, non vi parlerò del mio viaggio a Tokyo. Anche perché, essendoci stata nel 2007, arriverei, come dire, un po' in ritardo. Sto per parlarvi di un film che ho visto la settimana scorsa, grazie a una di quelle famose rassegne estive di cui parlavo l'altro giorno. 
Il film in questione, che si intitola appunto Viaggio a Tokyo (東京物語 Tōkyō monogatari) è diretto da Yasujirō Ozu (小津 安二郎 Ozu Yasujirō), è del 1953, dura 136 minuti, in giapponese e in bianco e nero. 
Siccome non faccio mistero della mia ignoranza, non conoscevo il regista giapponese, a differenza di Wim Wenders che - oltre ad avergli dedicato il suo "Tokyo-Ga" - alla domanda su cosa fosse per lui il paradiso rispose "La cosa più simile al paradiso che abbia mai incontrato è il cinema di Ozu".
Essendo molto meno prosaica di Wenders, dovessero farmi la stessa domanda durante un'intervista (ah. ah. ah. ah. scusate) avrei sinceramente delle difficoltà, e credo potrei rispondere con una banalità tipo "la vetrina di Ladurée in Rue Royale a Parigi", ad esempio. 

Ma torniamo al film.
Che inizia con i coniugi Shūkichi e Tomi Hirayama che, superati i sessant'anni, decidono di lasciare Onomichi, paese della prefettura di Hiroshima in cui vivono per andare a trovare i loro figli a Tokio, che non vedono da molto tempo.
Il viaggio in treno è abbastanza lungo e quando arrivano a Tokyo vengono ospitati in casa del loro primogenito Kōichi, medico. Ma l'uomo è troppo impegnato con il suo lavoro per trovare del tempo da dedicare ai genitori, la moglie si comporta con gentilezza ma, non potendo lasciare la casa vuota (?) non può portare i suoceri da nessuna parte, mentre i due nipotini sembrano quasi infastiditi dalla presenza dei nonni che si trasferiscono quindi a casa della figlia Shige, acida come un limone acerbo, che sembra ancora più infastidita del fratello dalla presenza dei genitori.  
L'unica che dimostrerà loro affetto sincero è la giovane Noriko, vedova di un altro figlio degli Hirayama, disperso in guerra, e sicuramente morto, otto anni prima. La donna non esiterà ad assentarsi dal lavoro per portare Shūkichi e Tomi (finalmente!) alla scoperta di Tokyo, mentre i due figli pensano a come "liberarsi" in fretta dei genitori. Sarà la perfida Shige a suggerire a Kōichi di fargli trascorrere qualche giorno alle terme di Atami e i due anziani, un po' perplessi da questa decisione, a malincuore accettano, tentando di credere che i figli lo stiano facendo per il loro bene, visto che per mandarli alle terme hanno speso dei soldi, anche se si rendono benissimo conto che i loro figli sono cambiati, e sono diventati cinici ed egoisti. 
Dopo un paio di notti insonni causate dalla vivacità degli altri ospiti dell'albergo, Shūkichi e Tomi tornano a Tokyo prima del previsto. Tomi accusa un piccolo malore, ma decide di ignorarlo e, dopo aver salutato gli affettuosissimi figlioli, la coppia riprende il treno per tornare a Onomichi. In viaggio Tomi ha un nuovo malore e devono fermarsi ad Osaka, dove vive un terzo figlio, anche lui, manco a dirlo, super impegnato con il lavoro...
A pochi giorni dal ritorno a casa dei genitori, sia Shige sia Kōichi ricevono un telegramma che li informa che la loro madre è malata gravemente, e quindi la raggiungono, assieme a Noriko.
Purtroppo non potranno far altro che riunirsi al capezzale della madre agonizzante fino al momento della sua morte, per andarsene velocemente subito dopo il funerale, con motivi banali e anche un po' fuori luogo (il figlio che vive ad Osaka deve andar via perché c'è la partita di baseball). Sarà sempre Noriko a trattenersi con Shūkichi qualche giorno in più, manifestanto ancora una volta all'uomo quell'affetto che i suoi figli non sono stati in grado di dimostrargli.
Un film lineare, se vogliamo quasi banale, che parla dell'esistenza, della quotidianità, della normalità della vita, appartenente al genere “Shomingeki” (film sulla gente comune) e che, nonostante usi e costumi tipici del Giappone che ci vengono mostrati mentre seguiamo il viaggio di questi due teneri anziani, ci mostra tematiche comunque universali, che riescono a toccare e coinvolgere tutti, e, nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua realizzazione rimane attualissimo. 
Merito di Yasujirō Ozu, ritenuto uno dei più grandi registi giapponesi assieme ad Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi, ma, soprattutto, 'il più giapponese dei registi giapponesi'.


21 luglio 2015

The Reach - Caccia all'uomo

Come consueto, in questa stagione, almeno in Italia, le uscite cinematografiche sono quello che sono, molte sale chiudono per ferie, spuntano qua e là rassegne con titoli più o meno interessanti, nel senso che i più li hai già visti quando era ora, i meno te li sei persi. E, se l'hai fatto, ci sarà stato un motivo abbastanza semplice: non li volevi vedere.
Poi arrivano titoli come questo "the reach", di cui ignoravi l'esistenza e vivevi bene lo stesso, ma finisce che, per la scarsa offerta di cui parlavo poc'anzi, sabato sera ti ritrovi in sala con altri 5 spettatori, a vederlo.
Fra i cinque una coppia di anzianotti che si comportano come fossero stati catapultati direttamente in sala dal loro salotto. Lui che ad ogni inquadratura in cui si vede il deserto (e voi capirete che, essendo interamente ambientato proprio NEL deserto - del Mojave dicono, anche se è stato girato in New Mexico  - di inquadrature del genere ce ne sono un tot) esclama "che meraviglia!", lei per non essere da meno ad ogni inquadratura degli occhioni di Jeremy Irvine se ne esce con un "che occhi!". 
Eh. Tipo due, azzurri. Capirai.
Vogliamo parlare invece del six pack di Jeremy Irvine? No, dai. Pare che l'abbiano già fatto tutte le femmine che hanno sbavat visto il film, quanta banalità. In ogni caso, signore mie, un six pack di tutto rispetto, definito il giusto, non troppo pompato, insomma, una roba bella. E se non ci credete, ve lo dimostro:

Ciao, sono il six pack di Jeremy Irvine. E questa è la scena migliore del film. 
Comunque, siamo in un paesino arido degli Stati Uniti, dove Ben, che si è appena congedato dalla fidanzata che si è trasferita in una qualche città meno arida degli Stati Uniti per frequentare l'università, inizia la sua giornata presentandosi nell'ufficio dello sceriffo, per un lavoro. Già, perché Ben è una guida fra le più esperte della zona. E il suo compito è accompagnare a caccia di bighorn nientemeno che quel gran cornuto di Gordon Gekko. 
Come? Non è Gordon Gekko? Ma dai?
Ok, se lo dite voi.
...E il suo compito è accompagnare a caccia uno squalo della finanza che ha le sembianze di Michael Douglas in versione Gordon Gekko, anche se qua si chiama John Madec (Dantès, se provi a dire "maddeche" ti picchio, sappilo) ed è uno di quegli uomini voglio-posso-pretendo a cui non si può dire di no. Iniziando dallo sceriffo che ha chiuso un occhio (con una mazzetta di verdoni) sul fantomatico permesso di caccia di cui Madec non è in possesso. Ma son dettagli.
Partono, a bordo della superaccessoriata Mercedes G 63 AMG 6x6 di Madec, roba che al confronto un Hummer sembra una Panda 4x4, e si addentrano nel deserto.
Raggiungono la zona prescelta e al mattino sono pronti per la battuta di caccia. 
Che, sfiga vuole, inizia nel peggiore dei modi, infatti Madec, col suo modernissimo fucile di precisione spara e - con un colpo preciso - uccide il vecchio Charlie.
Ben vorrebbe trasportare l'uomo in città, ma Madec pensa a tutte le conseguenze negative che questo incidente potrà procurargli. E da cinico uomo di affari si trasforma in uno spietato psicopatico e per il povero Ben inizia un vero e proprio gioco al massacro, in cui il sadico Madec, dopo averlo fatto spogliare gli intima di incamminarsi in mezzo al deserto.


Tempo di sopravvivenza stimato per un comune mortale che si ritrova a camminare in mutande a 50° all'ombra quando l'ombra non c'è, privato di acqua, senza cappello, senza scarpe e senza protezione solare inseguito da un pazzo a bordo di un condominio a sei ruote con tanto di fucile di precisione? Vogliamo fare un paio d'ore a esagerare?
Io senza scarpe non mi muovo nemmeno dall'ombrellone al bar mentre sono in spiaggia a Rimini alle due di pomeriggio, tanto per farvi un esempio. Dev'essere per questo che il film l'hanno fatto fare a Jeremy Irvine e non a me.
Ben non fa una grinza (un po' di piaghe sì, se non altro) e resiste meglio di un saguaro in serra, e fra un incubo e un flashback sole-cuore-amore si ostina a non voler morire, procurando financo lieve nocumento a Madec, che all'ora dell'aperitivo non rinuncia al suo martini d'ordinanza, mentre il suo piano "diabolico" fa un po' acqua da tutte le parti.
E così, in un susseguirsi di momenti WTF disseminati a spaglio arriviamo al gran finale, e possiamo abbandonare la sala.


E lo so che è un filmetto che ha fatto il pieno di recensioni negative e critiche feroci per tutta una serie di buoni motivi ma basta prenderlo per quello che è, un filmetto, appunto, e alla fine, se non state a fare le pulci ad ogni scena paradossale,  può anche essere un film godibile.
O perlomeno tentare di andarci vicino.
Jeremy Irvine e il suo six pack se la cavano dignitosamente, Michael Douglas - che alla sottoscritta non è mai piaciuto nemmeno quando girava per le strade di San Francisco - fa la sua parte e ha anche prodotto il film, diretto da tal Jean-Baptiste Leonetti. Il regista francese, cresciuto nel mondo della pubblicità (e, pare non averla abbandonata del tutto, visto che a tratti il film sembra un mega spot per la Mercedes), qua è al suo secondo lungometraggio e ha affermato di essersi ispirato a Duel.
Jean-Baptiste, tesoro, ma pisciare più corto no? Che so, dire che ti sei ispirato a BeepBeep e Vilcoyote, magari.
Sborone.





20 luglio 2015

Giovani si diventa

E questa volta, se permettete, il sottotitolo ce lo metto io: "col cazzo!"
Bene.
Mi sento già meglio.
Siccome mi colloco - anagraficamente parlando - a metà strada tra Ruth & Alex e Cornelia & Josh, ho guardato questo film senza aspettarmi chissà quali rivelazioni, se non che - non che mi servisse un film per scoprirlo - c'è un tempo per ogni cosa. O ogni cosa a suo tempo, se vi suona meglio.
Poi è chiaro che ognuno è liberissimo di fare quello che gli pare, ci mancherebbe pure. Se vuole passare tutte le sere in disco a sculettare sui cubi liberissimo di farlo, se la sciatica glielo consente.
Io, ad esempio, ho smesso (*), e senza nemmeno aspettare che fosse la sciatica a decidere per me.

Ultimo lavoro di  Noah Baumbach, che da queste parti si è fatto conoscere con Il calamaro e la balena e  Frances Ha
Lo dico? Lo dico. Sono andata a rileggere quello che avevo scritto a proposito del calamaro, un paio d'anni fa. E, nonostante il ripasso ammetto di averne un ricordo vago. Il che, se stai a vedere, non è esattamente positivo. Ripetete con me: echissenefrega.
Fatto? Andiamo avanti. 
Frances Ha invece lo ricordo meglio. 
E ricordo pure che uscìi dalla sala cantando Modern Love, di David Bowie.
E David Bowie torna ad aprire questo film con un'inedita versione per carillon di Golden Years che fa sottofondo ad un'impacciata Cornelia alle prese con la figlia di pochi mesi della loro coppia di amici Marina e Fletcher (lui è Adam Horovitz dei Beastie Boys. Se non ve li ricordate è perché quando uscì il loro primo LP, Licensed to ill,- di cui io, essendo anziana, possiedo una copia in vinile - era il 1986, e voi eravate troppo piccoli.)
Dicevamo? Ah sì, il film, giusto.


Cornelia e Josh, coppia di quarantequalcosenni, sposati, borghesi, senza figli, benestanti, dopo la visita alla coppia di amici neogenitori tornano a casa disquisendo su quanto la loro condizione di coppia senza figli sia perfetta, rendendoli teoricamente liberi di fare quello che vogliono, quando vogliono.
Peccato che poi, in pratica, non stiano combinando molto. Lei ha il suo lavoro di produttrice, lui è un documentarista il cui primo lavoro ha riscosso un buon successo di pubblico e critica e sta lavorando - ormai da troppi anni - al suo secondo documentario, e, di fatto, questo impedisce ai due anche solo di andare in vacanza. Un giorno Josh fa la conoscenza di Jamie e Darby, due venticinquenni che al termine di una sua lezione come uditori lo riempiono di complimenti, rimanendone letteralmente affascinato e facendosi coinvolgere totalmente dalla loro esuberante (quanto apparente) spontaneità.
Vediamo così Cornelia e Josh affrontare una sorta di seconda giovinezza, tra corsi di hip hop, riti purificatori (no, tutto molto bello, davvero: pagherei per assumere sostanze psicotrope per vomitare in compagnia, sì sì), rollerblade e biciclette e declinare sempre più frequentemente ogni invito dei loro vecchi amici con prole.
Ma.
Josh, il cui suocero - con cui, come da copione, non va d'accordo - è un famoso documentarista, si è offerto di aiutare Jamie, aspirante regista, nella realizzazione di un documentario su un reduce dell'Afghanistan. E qua il film, da commedia amara sfuma quasi nel thriller, quando Josh scopre che Jamie non è esattamente così buono e caro come pensava e, avendo come ideale la sincerità, si sente in qualche modo tradito. O preso per il culo, fa lo stesso.
Chi avrà ragione?
Tutti. O nessuno.
Film che si presta a molteplici interpretazioni, nessuna delle quali consolatoria, che vanno oltre lo scontro generazionale.
Una visione comunque interessante, brava NaomiWatts, Ben Stiller fa Ben Stiller, Adam Driver fa lo stronzo e gli riesce benissimo, Amanda Seyfried chi? di Adam Horovitz ho già detto, colonna sonora notevole, nonostante Eye of the tiger.
Ci sono un paio di scene decisamente divertenti, la visita medica (artrite artrite?) e la festa a casa di Fletcher a cui non sono stati invitati... mentre la battuta vincente la dice il suocero di Josh: "ho appena visto un film di sei ore e mezzo in cui ce n'erano sette di troppo".

(*) ho soltanto smesso di andare in discoteca, perché, come osserva giustamente la Tiz in un commento, io sul cubo non ci ho mai ballato, pur possedendo la stessa sinuosa fisicità.
Del cubo. 

15 luglio 2015

E' arrivata mia figlia

Incuriosite dalla lunga permanenza in sala, la settimana scorsa abbiamo recuperato questo film brasiliano (titolo originale "Que horas ela volta" ovvero "A che ora ritorna", titolo internazionale "The second mother", mentre il titolo di merda italiano... vabbè, dai, lasciamo perdere) che, fra le altre cose, ha raccolto un paio di premi al Sundance e a Berlino.

Siamo a San Paolo, dove Val, che ha lasciato il nord del paese da anni, fa la bambinaia/cameriera/governante a tempo pieno a casa di una facoltosa famiglia composta da marito artista depresso coi soldi, moglie carrierista impegnatissima ed esperta di stile (e qua avrei qualcosa da ridire, che se quella lì è un'esperta di stile io sono Carmen Dell'Orefice, allora), anch'essa coi soldi - del marito, ma son dettagli - e il loro unico figlio Fabinho, che Val ha cresciuto come fosse suo, causa le lunghe assenze lavorative della madre ("a che ora torna", è infatti una delle domande che il piccolo Fabinho, a bordo piscina, rivolge alla sua tata) e quelle del padre, che passa il tempo sdraiato a letto a contemplare il vuoto cosmico.
Passano gli anni e Val, che ha fatto del suo lavoro una missione, svolgendolo con dedizione assoluta, un giorno riceve una telefonata da sua figlia Jessica, con cui non parla da più di 10 anni.
La ragazza le annuncia che, dovendo sostenere il test di ammissione alla facoltà di architettura, sta per arrivare a San Paolo.
La donna chiede ai suoi padroni se può ospitare provvisoriamente la ragazza nella sua stanzetta, e questi, anche se non esattamente entusiasti all'idea, acconsentono.
L'arrivo di Jessica, giovane donna determinata  che dalla madre non ha senz'altro ereditato il carattere dolce e remissivo, stravolge la routine di Val, e la porta lentamente a riconsiderare certi aspetti della sua vita.
Un film semplice che, soffermandosi sui particolari (il gelato di Fabinho, la piscina, il regalo di cui la padrona di casa si vergogna) racconta la realtà brasiliana, dove la differenza fra le classi sociali è molto forte e marcata.