30 aprile 2015

Onthakan

Che - anche se potrebbe sembrare - non è un insulto in un vecchio dialetto calabro/veneto, bensì il titolo di un film del 30° TGLFF, iniziato ieri. 
Anzi, del film che la nostra Tiz ha avuto il piacere di vedere, per noi, per voi, per tutti. 
Io quest'anno del festival non vedrò nemmeno un film, complice la gita fuori porta di cui parlavo ieri, il fatto che ieri sera non avevo voglia e che questa sera c'ho da fare.
Adesso vi metto la scheda "ufficiale" del film, poi, alla fine, troverete la recensione della Tiz.
Onthakan (The Blue Hour)
Thailandia, 2015, HD, 99', col. - regia: Anucha Boonyawatana
Per il timido Tam la vita è un vero inferno: a scuola è vittima del bullismo dei compagni e a casa il padre si accanisce su di lui in modo violento. Quando online conosce Phum, decisamente più scafato, gli dà appuntamento per un po' di sesso. Sorprendentemente non solo funziona l'attrazione fisica ma nasce anche un Thai mood, un onirico, mutuo stato d'animo che coinvolge entrambi: Tam, per la prima volta, si sente al sicuro tra le braccia di qualcun altro, trovandovi il rifugio che per lungo tempo ha cercato. I loro incontri si svolgono in una discarica e in una piscina derelitta, disturbante universo parallelo, popolato di spiriti e incontri pericolosi, sempre in bilico sul filo sottile che separa il sogno dall'incubo. Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror. Sorprendente debutto alla regia di un regista thailandese poco più che trentenne, che mescola con abilità generi e convenzioni cinematografiche.
Ecco. 
Solo a leggere "Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror" ho provato un brivido. Colpa di "immaginifico", fondamentalmente.
Ma, siccome il film non l'ho visto, ecco cosa ci dice la Tiz al proposito:
■ ■ ■ ■ ■
Primo film al Tglff del 2015!
Sappiate che, mentre ero in coda per la sala 3, mi è passato vicino Fassino, son emozioni! 
Allora, questo film vince il premio della Peggiore ambientazione in un paese magnifico (la Thailandia).
I due ragazzi protagonisti, Phum e Tam, il primo un po' più scafato, mentre il secondo è vittima di bullismo e oppresso da una famiglia che non lo capisce, si trovano per il primo appuntamento in una casa fatiscente e in orribile cemento, con una piscina semipiena di acqua piovana sporca. La piscina è vecchia e incrostata, e sulle sue pareti le incrostazioni hanno una vaga forma umana, quasi dei Banskj fatti male.
I due ragazzi comunque non ci fanno caso e si piacciono abbastanza, fanno un po' di tenero sesso e anche il bagno nell'acqua sporca e si immergono, per guardare il cielo da sott'acqua.
Qualche giorno dopo Phum va a prendere Tam e lo porta in una.... discarica. La colonna sonora è il ronzare delle mosche. Qui Tam vede un cadavere e colpisce in testa uno che gli stava sparando. (??) I due comunque amoreggiano sotto i tendoni lerci di una sottospecie di casupola, sempre nella discarica. 
Poi, piuttosto confusamente, con andirivieni nel tempo buoni solo a confondere, l'azione si sposta in dei cessi in disuso, dove alle pareti ci sono gli stessi pseudo-banskj vagamente horror in sottofondo. 
Accadono cose con una lentezza esasperante, sfioro l'abbiocco più volte, Tam torna a casa e scopre che la sua famiglia è stata sterminata, e noi capiamo che il tizio che gli sparava nella discarica era il padre...
Però i ragazzi alla fine fanno il bagno nell'acqua limpida del mare.... NO! 
Lo fanno nell'acqua marron-fangosa di uno specchio d'acqua non ben identificato. 
Film inutile, noioso, confuso, ambientato nella peggiore Thailandia mai vista.
Voto 1.


29 aprile 2015

On y va

Venerdì io e la bionda ci concediamo un breve week end fuori porta. 
Così posso collaudare Clio 5th e sfoggiare i suoi orribili cerchi in lega anche fuori confine. Sperando che non mi arrestino per oltraggio al paesaggio.
E tornare a parlare un po' di viaggi, che anche se non sono una travelblogger col pedigree, il fatto che mi piaccia viaggiare credo non sia un segreto per nessuno. 
L'idea mi/ci è venuta all'inizio di febbraio, quando il mio CRAL mandò una mail in cui proponeva una "gita in Camargue". Il fatto che nell'oggetto avessero scritto CamarQue non l'ho fatto pesare, ma l'idea di partire intruppate in un autobus con una miriade di colleghi a fare il GruppoVacanzePiemonte nella mia personale classifica di gradimento si posiziona all'incirca fra l'ascoltare un comizio di Salvini e il leggere un libro di Federico Moccia. 
Però.
Considerato il nostro amore per la Francia, ci siamo dette "perché non facciamo anche noi un giro simile, senza autobus e sbattimenti di maroni vari?".
Detto, fatto.
Fra le altre cose il mio Cral ha poi annullato la gita. Forse perché quando è stata ora di cercare una sistemazione alberghiera, alla voce camarQue non ha trovato nulla, va a sapere. 
Abbiamo prenotato 3 notti in 3 (apparentemente) deliziosi B&B di, nell'ordine, Avignone, Montpellier e Arles, tutti con parcheggio e colazione compresa, che si sa, ci piace  trattarci bene.
Venerdì partiamo, lunedì torniamo. 
So già che non vedrò un fenicottero nemmeno a pagarlo, ma immagino che riuscirò a sopravvivere.
Nel frattempo ho un appuntamento con i chirurghi plastici dell'Ospedale Mauriziano di cui per ora non dico nulla perché non so esattamente cosa aspettarmi. Ma, siccome lo so che siete una banda di malpensanti, sappiate che:
a) non ho intenzione di farmi le labbra come due canotti, 
b) non mi rifaccio le tette, 
c) non mi faccio liposucchiare la cellulite, per quanto quest'ultima non sarebbe nemmeno un'idea malvagia. 
Su Instagram avrò modo di sfrancicare i maroni con un tripudio di paesaggi francesi a tutti quelli che mi seguono, mentre tutti gli altri dovranno aspettare il mio ritorno. 
O iniziare a seguirmi su Instagram.

27 aprile 2015

Sarà il mio tipo?

Vedendo il trailer di questo film, il cui titolo originale è "Pas son genre", si può facilmente pensare - grazie anche all'italica traduzione del titolo - di trovarsi di fronte all'ennesima commedia sentimentale francese divertente e leggera.
E invece no.
Nel senso che sì, è una commedia sentimentale francese, ma non così divertente, e non così leggera.
Il regista belga Lucas Belvaux, la cui filmografia mi è totalmente sconosciuta, dirige questo film sulla coppia e le sue dinamiche, partendo da due figure diametralmente opposte.
Da una parte il giovane Clement, parigino DOC, insegnante di filosofia, impegnato, insegnante (di filosofia, ça va sans dire), che non crede nella coppia e disquisisce di Kant e Zola come fosse Antani, dall'altra Jennifer, dolce parrucchiera che legge romanzi rosa e rotocalchi, sa tutto su Jennifer Aniston e nei week end si diverte al karaoke con le amiche. 
Clement viene improvvisamente trasferito dalla sua amata Parigi ad Arras, nel nord della Francia. Tenta invano di opporsi spiegando che lui lontano da Parigi si sente morire, ma inutilmente.
Complice un taglio di capelli conosce Jennifer, e non sappiamo se per noia o per curiosità, l'uomo la invita ad uscire. 
Assistiamo così all'incontro di due esistenze che non hanno nulla in comune, se escludiamo quella strana chimica dei corpi che notoriamente se ne frega di estrazioni sociali, convinzioni politiche, credo religiosi e affinità elettive. 
Ma può la sola passione superare queste differenze?
Ovviamente Belvaux non ha la risposta (e nemmeno io, aggiungo).
E, mentre osserviamo l'evolversi (o l'involversi) della storia tra Clement e Jennifer, proviamo ad immedesimarci in entrambi, arrivando alla fine con un po' di amaro in bocca.
I protagonisti sono bravi e convincenti, Clement è interpretato da Loic Corbery (de la Comedie Francaise), mentre Jennifer è Emilie Dequenne, ovvero la Rosetta dei Fratelli Dardenne. 



Go on now go, walk out the door, 
Just turn around now, 
'cause you're not welcome anymore, 
Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye, 
You think I'd crumble? 
You think I'd lay down and die? 
Oh no not I, I will survive, 

22 aprile 2015

CITIZENFOUR

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Questa recensione è stata criptata per impedire che la National Security Agency possa accedervi, scoprendo chi sono, da dove digito, quando, come, perché, con chi e cosa ho mangiato questa sera, e quanto ho pagato. Ma soprattutto, potrebbero scoprire cosa ho visto al cinema. 
Perché, dopo la visione di Citizenfour, documentario con cui Laura Poitras ha vinto l'Oscar all'ultima edizione, qualche paranoia inevitabilmente ti viene.
Citizenfour è lo pseudonimo usato da Edward Snowden per mettersi in contatto con la regista all'inizio del 2013, attraverso messaggi criptati, in quanto la donna era già sotto controllo per i suoi precedenti lavori: un film sulla guerra in Iraq nel 2006 e un altro su Guantanamo nel 2010.
Promettendole rivelazioni sconcertanti sulla violazione dei diritti alla privacy perpetrati dalla NSA ai danni della popolazione americana e non solo, la talpa e la regista riuscirono ad incontrarsi in una stanza di albergo di Hong Kong, dove, assieme al reporter del Guardian Glenn Greenwald, Edward Snowden, per una settimana, racconterà, documenti alla mano, il sistema con cui l'NSA controlla telefonate, sms, e.mail non solo degli americani, ma di cittadini (e governi) di tutto il mondo. Il "grande fratello" globale che Snowden, dipendente della Booz Allen Hamilton prestato alla NSA vuole rendere pubblico.
Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Guardian scoppia lo scandalo (che ben presto si ripercuote in Europa quando si scopre che anche la Merkel era stata intercettata) e Snowden,  in base ad una legge risalente alla prima guerra mondiale, viene incriminato con l'accusa di spionaggio, ma, grazie all'intervento di Julian Assange - che cerca inutilmente di farlo arrivare in Ecuador - riesce ad ottenere paradossalmente asilo politico a Mosca.
Un documentario con la tensione di un thriller.
Assolutamente da vedere. 

21 aprile 2015

habemus clio

Domenica a Torino è iniziata l'ostensione della Sindone, e, siccome non mi piace essere da meno, ieri sera sua ex bionditudine mi ha accompagnato alla concessionaria a ritirare l'automobile nuova, arrivata - come promessomi - prima della fine del mese, in modo che pure io possa esibirmi nell'ostensione nell'ostentazione della mia nuova (e quinta) Clio.
Ostentazione in quanto essa, di un sobrio ed elegante grigio "cassiopea" come si addice ad ogni donnino di classe come la sottoscritta, è dotata di quattro orribilissimi cerchi in lega che farebbero la gioia di ogni tamarro con la T maiuscola che popola questa città e le zone limitrofe. 
Allora.
La mitologia vuole che Cassiopea, oltre ad essere la mamma di Andromeda, fosse molto vanitosa. 
L'astronomia insegna invece che Cassiopea è una costellazione settentrionale, di facile riconoscimento grazie alla sua figura a zig-zag (che non credo sia un termine altamente scientifico, ma non importa) ecc,ecc.
Qualcuno adesso sarebbe così gentile da spiegarmi cosa cazzo c'entra Cassiopea con il colore grigio? Così, giusto per capire. 
E, già che ci siamo, visto che io  non ne ho mai riconosciuto l'appeal né ne comprendo l'utilità intriseca e/o estrinseca, mi spiegate il valore aggiunto di un cerchio in lega, non necessariamente zarro come quelli di cui da ieri dispongo pure io? 
Se qualcuno si stesse per caso domandando per quale motivo io abbia voluto i cerchi in lega non fregandomene una fonchia, vengo e mi spiego: io ho "scelto" tra le vetture in pronta consegna. quella che più si avvicinava alle mie necessità, perché se avessi ordinato quella che volevo e come la volevo, la consegna slittava drammaticamente a fine maggio/metà giugno. E non avevo nessuna voglia di aspettare tutto quel tempo. 
Quindi, considerato che il modello con caratteristiche e motorizzazione, cazzi, mazzi e palazzi che più si avvicinava ai miei desideri aveva pure i cerchi in lega, ho deciso che in fondo, ok, che sarà mai?
Ma voi non potete capire quanto siano tamarri. 
Quindi, se vedete una signora di mezza età alla guida di una Clio color grigio cassiopea con dei cerchi in lega degni di Jersey Shore, ecco, sono io.
E l'ostentazione della Clio.