13 febbraio 2017

A United Kingdom


A United Kingdom è diretto da Amma Asante e ha per protagonisti David Oyelowo (Selma) e Rosamund Pike (Gone Girl), più un sacco di altra gente, ovviamente, e, pensate un po', tanto per cambiare anche questo è tratto da una storia vera. Che non necessariamente le storie vere devono essere per forza belle ed edificanti come il recente Lion, ma ci raccontano pagine della storia che sarebbe meglio, più che dimenticare, che non fossero mai esistite. Ma la storia non si può cambiare, anche se a qualcuno piacerebbe un sacco.
Il film ci parla dell'erede al trono del Botswana, e di come il suo matrimonio con una donna inglese, ma soprattutto bianca, non piacque ad un sacco di gente, a partire dal confinante Sudafrica che aveva appena stabilito l'apartheid. Ma anche la famiglia dello stesso Seretse Khama osteggiò apertamente il suo matrimonio.
Siamo nell'immediato dopoguerra, e Kahma sta completando i suoi studi a Londra. Rimasto orfano da bambino, è stato cresciuto dallo zio, che ha provveduto alla sua istruzione mandandolo a studiare a Londra. Durante un ballo incontra Ruth e tra i due scoppia il classico colpo di fulmine.
Ma il ritorno a casa di Khama è prossimo, e, per non separarsi dalla donna le chiede di seguirlo in Bechuanaland  (diventerà repubblica del Botswana nel 1966, all'epoca era ancora un protettorato britannico) e, mettendosi contro la sua famiglia, Ruth decide di seguirlo.
Il suo arrivo nel Bechuanaland non viene accolto benissimo dalla popolazione locale, e Ruth si ritrova praticamente sola anche in casa sua, dove non è accettata nemmeno dai parenti di suo marito.
Il matrimonio del re diventa un affare di stato, e il governo laburista inglese - che ha appena perso l'India e non vuole perdere la supremazia su quel territorio - tenta in ogni modo di ostacolare Khama, e, dopo averlo fatto tornare in Inghilterra con false promesse lo condanna all'esilio, mentre Ruth rimane da sola in Africa ad aspettarlo per anni. Tra promesse tradite e ricatti la coppia riuscirà alla fine, grazie all'aiuto di un giornalista, a risolvere la complicata situazione, riuscendo a mettere le basi per il cammino verso l'indipendenza e la democrazia del paese.




A Oyelowo - che qua offre un'altra buona prova - il progetto del film è piaciuto al punto di volerlo produrre. Bravissima la Pike, a dare vita ad un personaggio che combatte la sua battaglia contro i pregiudizi senza mai una caduta di stile.
A United Kingdom è un film che racconta la lotta contro il razzismo non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello privato, evidenziando - ancora una volta - l'assurdità e l'arroganza di un sistema che pretende di classificare le persone a seconda del colore della loro pelle. 

1 febbraio 2017

lion

Lo dico subito, così non ci pensiamo più: Dev Patel mi ha messo su un fisichino che, signore mie, è davvero un bel vedere. 
Peccato che praticamente lo si intraveda soltanto. 
Tra l'altro - non sempre, ma in certe inquadrature sì - somiglia parecchio ad un'altra mia passione: Naveen Andrews (il Sayid di Lost, per capirci). 



Comunque, dai tempi del suo esordio in The Millionaire (2008), Patev ha fatto un gran bel cambiamento. E poi dai, oltre che tanto bellino è pure bravino, che, se fai l'attore, ad esempio, non guasta. 
Abbiamo recuperato Lion per cercare di tamponare la grossa lacuna riguardante i film candidati ai prossimi Oscar, che quest'anno tardano ad arrivare, al punto che, dei 9 film candidati alla statuetta, in sala da noi ne sono arrivati appena 3 (escludendo Hell or high water, che tanto son mesi che gira in clandestinità) (e di questi tre io ho visto solo Arrival e sono al momento molto combattuta sul vedere o meno La La Land).


Lion, nello specifico, è candidato in 6 categorie: film, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, fotografia e colonna sonora (molto carina). A mio parere difficilmente porterà a casa qualcosa, ma alla fine che ci frega? Aggiungo, non richiesta come sempre, la mia opinione: la candidatura a Nicole Kidman - che interpreta (assieme ad un'acconciatura che non dona a lei, figuriamoci alle persone normali) la madre adottiva di Saroo - tra le attrici non protagoniste mi sembra un tantino esagerata, ma va detto che la sua è l'unica interpretazione che ho visto, dato che i film dove sono candidate le altre quattro attrici non sono ancora usciti. 

Come ormai sapranno anche gli acari del mio scendiletto, il film è tratto da una storia vera. Che potete leggere nel libro "A long way home", o, molto più sinteticamente, in questo articolo del Sidney Morning Herald. Se mi leggete con una certa frequenza, saprete anche che le storie vere mi appassionano sempre un bel po'. Salvo i casi in cui la storia vera diventa un film di fantasia che con la realtà c'entra una mazza fionda. Qualcuno ha detto Revenant? Ecco, appunto.
Comunque, la storia è quella di Saroo, un bimbo di 5 anni (più o meno) povero e analfabeta, che vive con la povera madre, il povero fratello maggiore ed una povera sorellina, in un piccolo (e povero) villaggio del Khandwa, nello stato del Madhya Pradesh (in cui si trova la città di Bhopal, teatro, nel 1984, di un terribile incidente industriale, che provocò migliaia di morti), nel centro dell'India, come potete vedere nell'immagine a fianco.
Siamo a metà degli anni 80 e il piccolo Saroo cerca di contribuire in qualche modo al sostentamento della famiglia (che sono poveri l'ho già detto?), aiutando il fratello Guddu a cercare di guadagnare qualcosa con lavori di ogni genere, o anche rivendendo carbone rubato dai treni merci in transito.
Quando Guddu parte per un non meglio precisato lavoro notturno Saroo lo vuole seguire perché anche lui è in grado di lavorare. Guddu si lascia convincere, e col fratellino raggiunge la stazione di Khandwa. Ma Saroo si addormenta, allora il fratello lo lascia su una panchina dicendo di non muoversi ed aspettarlo lì.
Saroo si risveglia, da solo, su quella panchina. Guddu non c'è, Guddu non risponde. Quante ore saranno passate?
Saroo sale su un treno che è fermo in stazione, a cercare Guddu. E il treno parte. Con Saroo sopra.
E viene giorno, e viene notte, e poi di nuovo giorno. E Saroo urla, disperato, e alla fine riesce a scendere dal treno. Ed è a Calcutta, lontanissimo da casa sua, come potete vedere nella cartina qua sotto. E parla hindi, in una città in cui si parla il bengali, e nessuno lo capisce.




Succedono cose, che ovviamente non vi racconto altrimenti vi spiego tutto il film finché il bambino viene adottato da una famiglia australiana e Saroo, da bimbo sporco e abbandonato si trasforma nel Saroo adulto, studente di successo, che non ricorda nulla della sua vita precedente. Lo troviamo mentre è in procinto di lasciare la Tasmania, dove vive con i suoi genitori adottivi, per andare a studiare a Melbourne, dove incontrerà una ragazza e si innamorerà di lei. Tutto procede come sempre nella vita di Saroo, quando, ad una cena indiana, di fronte ad una padella di jalebi che stanno friggendo ha un'epifania e inizia a ricordare quello che incredibilmente aveva rimosso.
Da quel momento l'unica cosa che conta per Saroo è ritrovare la sua casa e la sua famiglia.

Film che riesce a non essere stucchevole come si potrebbe pensare, ma che pecca forse di una durata eccessiva. La prima parte, quella dell'infanzia di Saroo e soprattutto della sua sopravvivenza in una Calcutta brutta sporca e pericolosa è particolarmente dettagliata (forse troppo?), mentre nella seconda parte il film si concentra su Saroo adulto e il suo uso spasmodico di Google Earth, e anche lì, probabilmente, qualche manciata di minuti in meno non avrebbe fatto male. Ma, considerato che il regista Garth Davis è alla sua prima regia cinematografica, direi che possiamo senz'altro perdonarlo. 

20 gennaio 2017

SPLIT
(vedo la gente ottupla)

Nonostante il mio rapporto con M.Night Shyamalan shalalallalallà non sia dei più idilliaci, la mia religione non mi permette di rifiutare la visione di un'anteprima filmica aggratis e per giunta in v.o., quindi l'altra sera io e le socie siamo andate a vedere Split, che arriverà in sala... non mi è chiaro se la prossima settimana o all'inizio di marzo. Vabbè, ce ne accorgeremo presto direi. 
Il protagonista è un bravissimo James McAvoy, anche se temo che col doppiaggio non lo si potrà apprezzare fino in fondo (etcetera). Poi io sono schifosamente di parte, in quanto adoro McAvoy da sempre, quindi potrei anche non essere obiettiva. 

James McAvoy è Kevin "Wendell" Crumb (e Dennis, Patricia, Hedwig, Barry, ecc.ecc.),ed è affetto dalla DID (Dissociative identity disorder). Lui e le altre 23 personalità in cui si splitta sono seguiti amorevolmente dalla dottoressa Fletcher, ma una ventiquattresima potentissima personalità sta cercando di emergere e predominare sulle altre. Tutto inizia quando Kevin (o forse Dennis) rapisce, dopo una festa di compleanno, Claire e Marcia, mentre con loro c'è, per un caso fortuito, anche Casey, l'outsider della classe, emarginata ed ignorata da tutti. Le tre ragazze vengono imprigionate in una stanza senza finestre, e faranno di tutto per riuscire a liberarsi. 

La.storia, a grandi linee, è questa. Ovviamente, trattandosi di un thriller non vi racconto nulla, anche se, come potrete facilmente immaginare, l'assassino è il maggiordomo.
In origine la parte era destinata a Joaquin Phoenix, ma poi l'attore ha abbandonato il progetto. Nel cast, oltre a McAvoy ci sono Betty Buckley nel ruolo della dottoressa Fletcher, Anya Taylor-Joy nel ruolo di Casey (Izzie Coffey interpreta Casey bambina) e Haley Lu Richardson e Jessica Sula nella parte di Claire e Marcia.
Detto ciò Shyamalan si è documentato sul disturbo dissociativo di identità, tema peraltro trattato molto spesso al cinema, da Psycho in poi.  Il disturbo, per essere diagnosticato, richiede la "presenza" di almeno due personalità, ed implica che queste identità separate agiscano in maniera individuale, quindi può succedere, ad esempio, che una abbia il diabete e l'altra le doppie punte, o la erre moscia. Si presume che chi ne soffre abbia subito abusi durante l'infanzia ed è diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti che negli altri paesi.
Nonostante nella realtà si scoprì che Billy Milligan (arrestato nel 1972 con l'accusa di aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse) soffrisse di DID con ben 24 personalità differenti, M.Night Shyamalan ha affermato di non essersi ispirato alla sua storia. né al libro "una stanza piena di gente" scritto da Daniel Keyes. Resta il fatto che del film "The Crowded Room" tratto dal libro, che avrebbe dovuto essere diretto da Joel Schumacher con Leonardo DiCaprio protagonista si è persa ogni traccia. 
Ammetto di essere partita con l'idea di vedere un'immensa cazzata, e invece, guarda un po', ho dovuto ricredermi. 

18 gennaio 2017

Silence
(a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio)

Vows are spoken
To be broken
Feelings are intense
Words are trivial



.
Ho letto che Guglielmo Latini (uno con un PhD in Cinema studies, non un cretino come la sottoscritta, per dire) a proposito di questo film ha scomodato il torture porn.
Io, priva di PhD di qualsivoglia natura, nei 161 minuti del film al torture porn non ho pensato nemmeno per mezzo secondo. Perché, se vai a vedere un film ambientato in Giappone durante il periodo Tokugawa, che faceva della politica di isolamento un punto di forza, dove gli shoghun consideravano l'operato dei gesuiti una minaccia al loro potere, arrivando a proclamare un editto che, di fatto, intimava ad ogni missionario straniero di abbandonare il paese, ci sta che se ti ritrovi i gesuiti che operano in clandestinità ti si inchianino i cazzi a mandorla e scatti la persecuzione. Che, si sa, è sempre un po' cruenta, e sì, prevede anche l'uso della tortura. Ma da lì a definire torture porn l'ultimo film di Scorsese direi che ce ne passa.


Comunque.
Se fossi stata un gesuita all'epoca mi sarei comportata probabilmente come Kichijiro, che ricorreva allo yefumi tutte le volte in cui veniva beccato, perché, sì, sono una brutta persona, e se fossi nata nel 1600 lo sarei stata ancora di più.
Detto ciò resto dell'idea che ognuno debba essere libero di professare la religione che preferisce senza che qualcuno che la pensa diversamente tenti ogni volta di ostacolarlo. Ma va anche detto che non mi è chiara la ragione per cui si debba fare proselitismo ad ogni costo, e mi sfugge il motivo per cui i gesuiti (in questo caso specifico) volessero evangelizzare i giapponesi a tutti i costi. Che per carità, non è che come popolo siano poi tutto sto kawaii: in fondo c'hanno la pena di morte, ammazzano le balene e discriminano i tatuati, tra le altre cose.  






Martin Scorsese - che in un certo periodo della sua vita aveva pensato di farsi prete, frequentando per qualche tempo il seminario e che del suo essere cattolico non ha mai fatto mistero - dirige un film epico e coraggioso. Coraggioso perché parla di un pezzo di storia per anni "dimenticata" e che probabilmente ai più nemmeno interessa ricordare. E lo fa con questo film, che si basa sul romanzo omonimo di Shusaku Endo, raccontandoci il viaggio intrapreso da due giovani gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver) che si fanno mandare in Giappone alla ricerca del loro maestro, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui si sono perse le tracce. C'è chi dice che sia morto e c'è chi dice che - ancora peggio della morte - Ferreira abbia abiurato, convertendosi alla religione del "nemico". Rodrigues e Garupe non vogliono credere a questa ipotesi, e si mettono in viaggio, consapevoli dei rischi a cui stanno andando incontro. 
Hanno dalla loro parte la certezza assoluta della fede, oltre - diciamolo - all'arroganza tipica di chi si crede unico depositario della verità assoluta, ma quando arriveranno in Giappone, la loro fede, le loro certezze, verranno messe a dura prova, vedendo quello che i cristiani (kakure kirishitan: cristiani nascosti) sono disposti a sopportare per poter continuare a confessare una religione bandita dallo stato, pronti a morire per proteggere i due "padri" venuti a salvarli, pronti a nasconderli dagli uomini dell'inquisitore Inoue (Issei Ogata, era Hiroito ne "il sole" di Sokurov). 




Se.mi leggete abitualmente non vi sarà certo sfuggito quanto io sia gretta e prosaica, quindi, quali saranno stati i miei sentimenti durante la visione? 
Stranamente il film mi è piaciuto, anche se personalmente non amo i tempi così dilatati e una ventina di minuti in meno li avrei sicuramente apprezzati, e sono certa che il film non avrebbe comunque perso un grammo della sua forza. Diciamo che il mio atteggiamento sarebbe stato probabilmente molto più filo-Ferreira, che, in estrema sintesi si riduce a: se non puoi batterli, unisciti a loro. Ovvero abiura e continua a credere. Mentre Rodrigues è pronto a subire, votato al martirio pur di non rinnegare i suoi principi.
Visto in lingua originale, peccato che i padri portoghesi parlassero in inglese. 
E' tutto, andate in pace.