01 settembre 2014

One on One

Sabato sera io e la bionda siamo andate a vedere l'ultimo film di Kim Ki-Duk, quello che ha aperto le Giornate degli Autori a Venezia.
Ah, e di cosa parla?
Eeeh, di... vendetta.
Ma dai? Che originalità, chi l'avrebbe mai detto? Un coreano che fa un film in cui si parla di vendetta: non si era mai visto!!! 
Già. 
La vendetta è un concetto inossidabile. Che porta a braccetto l'altro concetto per cui violenza genera violenza. 
E se smettessi di scrivere adesso potrei comunque dire di avervi raccontato il film in due parole.
Ma.
Ve ne dico ancora qualcuna. 


Se avete visto il trailer del film, in cui una ragazzina viene brutalmente uccisa da un gruppo di uomini mascherati, sappiate che quella è la scena iniziale del film, da cui si dipana, per le due ore successive la storia. Dopo l'aggressione assistiamo ad un giro di telefonate tra personaggi misteriosi in cui, come in un passaparola, viene comunicato il buon esito dell'operazione.
Passa del tempo e un gruppo composto da sette uomini, ogni volta usando travestimenti diversi, inizia a catturare ad uno ad uno i responsabili dell'omicidio, costringendoli, sotto tortura, a confessare il loro crimine.
In un'escalation di violenza che mira più a confondere che a spiegare, il capo del gruppo "eversivo" diventa di volta in volta più feroce, e di fronte a torture sempre più efferate qualche appartenente al gruppo - composto da persone che, per qualche motivo, vivono ai margini della società - inizia a chiedersi fino a che punto sia giusto quello che stanno facendo.
Dubbio che sembra non scalfire minimamente gli assassini della ragazza, che si giustificano dicendo che loro stavano semplicemente eseguendo degli ordini (questa mi sembra sia già stata usata in passato, da qualche parte in Europa, correggetemi se sbaglio).
In un mosaico di situazioni in cui la quotidianità del gruppo mostra una vita fatta di umiliazioni e soprusi, sembra che a Kim Ki-Duk non interessi spiegare il chi, il come, il perché, limitandosi a fare il punto (interrogativo) sul malessere di una società democratica sulla carta (ad un certo punto viene fatto notare al capo del gruppo eversivo che "in Corea del Nord stanno peggio!") ma comunque allo sbando, fra corruzione e un concetto di morale sempre più approssimativo.
Cupo e senza speranza. 


30 agosto 2014

Tu sei il mio sole

Buona giornata! Te come sta?
Sono io, ricordati di me, eravamo incontrato, ti hai dato la tua e-mail, dispiace il ritardo di risposta. Speriamo di poter arrivare a conoscersi piu da vicino? Posso imparare un po' di piu su di te? Io sono Anastasia. Ho donna con molti interessi e femminile, dolce e sensibile, quella che farebbe di tutto per le persone che ama. Ho molte passioni tra cui l'arte e non sto mai ferma. Sono curiosa femminile e curata. Piace vestirmi bene e molto serio dettagli. Adoro vestirmi con la gonna e le scarpe tacco alto. Vorrei una bella persona dentro e fuori con la quale parlare della vita di tutti i giorni e che possa comprendermi... e magari avere la fortuna di incontrare un uomo che ami ridere, scherzare, col senso di umorismo, determinato, e che sappia sorprendere me. Voglio incontrarmi con te, spero di vedere la tua lettera. Ti mando le mie foto e mando a voi. Sarete in grado di vedere me.
Saluto!

Anastasia, me sta bene, grazie.
Non ti preoccupare per il ritardo di risposta, sono cose che succedono, immagino tu sia davvero indaffarata a mandare mail ovunque.
Mi fa anche piacere sapere che tu abbia una donna con molti interessi, spero che ti faccia anche le pulizie di casa, mentre tu passi il tempo a scrivere. Cosa che, non stando mai ferma, potrebbe essere più complicato di quanto si possa pensare. Pure io adoro vestirmi con la gonna e le scarpe tacco alto, anche se da quando mi sono rotta il malleolo ho dovuto accantonare il tacco 12. In genere sopra la gonna ho la bizzarra abitudine di mettere una maglia e il reggiseno, tu no? Chissà i raffreddori che ti prenderai, povera stella. 
Anche io vorrei una bella persona dentro e fuori (e anche un po' sui fianchi, nella zona degli addominali obliqui, per intenderci). Se ti capita la fortuna di trovare un uomo che ami ridere, scherzare, col senso di umorismo, determinato e che sappia sorprenderti (naturalmente che sia bella persona dentro e fuori, altrimenti son capaci tutti) sei pregata di farmi sapere dove l'hai trovato, che magari - visto che sono anni che ne cerco uno così anch'io - vado a fare un giro da quelle parti. Metti mai che la fortuna decida di guardare anche dalla mia parte. 
Purtroppo le foto non sono arrivate, quindi non sono stata in grado di vederti. 
Non sai quanto la cosa mi dispiaccia. 
Ciao, Anastasia, ciao. 


29 agosto 2014

dubbi e dilemmi in un venerdì di fine agosto

Non parlerò del tempo di merda infame che ha caratterizzato quest'estate, in cui - pare a causa di un'area depressionaria situata sulla Penisola scandinava che richiama aria fredda direttamente dal Polo - l'anticiclone delle Azzorre ha deciso che quest'anno non avrebbe trascorso le sue vacanze nel nostro paese e noi siam rimasti qua a inumidirci e a guardare la pioggia cadere.
Non parlerò nemmeno di film, nonostante mercoledì sia andata al cinema.
E esserci andata di mercoledì invece che di giovedì come mio solito mi ha destabilizzato: ieri ho passato l'intera giornata convinta che fosse venerdì. E invece no.
Oggi - che è davvero venerdì - è il mio ultimo giorno seduta a questa scrivania, da lunedì cambierò ufficio.
L'ho scoperto ieri pomeriggio, e, sinceramente, un po' mi dispiace. Ho tutta una parete di foto alle mie spalle che dubito potrò trasferire nel nuovo ufficio, ma qualcosa di sicuro porterò con me. 
Ho già detto alla collega C che non voglio che la BCSdTR si sieda alla mia scrivania (cosa che dubitò farà, altrimenti le toccherebbe pure mettersi a lavorare) e poi, da lunedì, vedrò in che modo organizzarmi. 
Per l'occasione ho comprato una nuova penna con l'inchiostro marrrrrone. Se qualcuno volesse leggerci significati più o meno reconditi, faccia pure. 
Seguirò il mio capo "a distanza", e il mio nuovo capo (più) da vicino. La persona che sembra più dispiaciuta di questo mio spostamento non è, come sarebbe legittimo pensare, il mio capo, ma l'altro direttore, di cui io NON sono la segretaria, ma è evidente che lui la pensa diversamente.
So già che il mio nuovo ruolo genererà invidia in più di una persona. Mi spiace per loro, io, come sempre, me ne farò una ragione.
Spero di essere all'altezza della situazione, ma sono abbastanza fiduciosa. In questo ufficio non si scinde l'atomo né si salvano vite umane, quindi grossissimi danni non dovrei farne. Staremo a vedere cosa succederà.
Ovviamente da lunedì tornerò ad occuparmi attivamente del mio famoso cetriolo. Sarà divertente.
Forse.




27 agosto 2014

La ricostruzione


L'Argentina, in fatto di film, riserva sempre piacevoli sorprese. 
E' il caso di questo La ricostruzione (Titolo originale La Reconstrucción, una volta tanto non abbiamo pisciato fuori dal vaso), diretto da Juan Taratuto, con protagonista Diego Peretti (visto da poco in "The German Doctor") che qua dà vita ad Eduardo, personaggio senza affetti, chiuso e taciturno, al limite dello sgradevole, che lavora in un oleodotto, si esprime a monosillabi, il più delle volte non risponde nemmeno al telefono (in effetti si fa quasi fatica a credere che ci sia qualcuno che lo cerca), quando un suo collega lo invita a cena a casa sua gli risponde "Perchè?", vive in una casa senza elettricità, dorme in una brandina senza lenzuola e mangia senza posate. Un cavernicolo senza caverna.
Siamo alla vigilia della sua settimana di ferie in cui, stranamente, ha risposto alla telefonata dell'amico Mario, che deve sottoporsi ad una delicata operazione al cuore, e gli chiede di occuparsi del suo negozio durante la sua assenza. Incredibilmente Eduardo accetta, e si mette in viaggio verso Ushuaia. 
Al suo arrivo i suoi modi bruschi e distaccati verranno scambiati per menefreghismo dalla moglie e dalle due figlie adolescenti di Mario, ma, quando la situazione precipita in maniera drammatica, Eduardo capisce che tocca a lui prendersi cura di quella famiglia ritrovatasi improvvisamente allo sbando. 
E, aiutando gli altri a superare il dolore, Eduardo riuscirà ad uscire dalla stagnante abulia in cui si era rifugiato, per cercare di sfuggire al suo, di dolore. 
Film essenziale ma toccante, scarno e laconico, che, con pochi dialoghi riesce comunque a colpire, grazie - oltre alla bravura dei protagonisti - anche alla colonna sonora e agli sconfinati paesaggi offerti dalla Terra del Fuoco. 


26 agosto 2014

Cattivi vicini

So di ripetermi, ma non importa: sono troppo vecchia per queste stronzate.
Però, nonostante la vecchiaia, la curiosità non mi abbandona. E dopo aver letto un paio di recensioni letteralmente agli antipodi (questa è una e questa è l'altra) ho deciso di guardare Cattivi Vicini.


Mac e Kelly (Seth Rogen e Rose Byrne) si sono trasferiti da poco in un nuovo quartiere con Stella, la loro piccola bimba di pochi mesi (interpretata dalle gemelle Elise e Zoey Vargas, semplicemente deliziose). Sono in quell'età in cui - essendosi riprodotti - non possono più permettersi di fare i cazzoni in giro e si rendono conto di avere delle responsabilità che prima non avevano (ah, quanta profondità) e sembra che cerchino di autoconvincersene, ripetendolo fino alla noia. 
Ma un giorno nella casa a fianco alla loro arriva la confraternita Delta Psi Beta, capitanata da Teddy (Zac Efron) e Pete (Dave Franco). E - come nella migliore tradizione - la confraternita inizia a fare gran bordello, con feste e musica a tutto volume che va avanti per tutta la notte, compromettendo i sonni tranquilli dei due sposini e della loro bimba. 
Mac e Kelly tentano inizialmente un approccio pacifico chiedendo ai ragazzi di fare poco rumore, ma ovviamente i membri della confraternita, che li considerano "vecchi", non daranno ascolto alla coppia, che deciderà quindi di boicottarli con ogni mezzo, dando vita ad una carrellata di cliché che vanno dal sesso droga e rock and roll ai funghetti allucinogeni, passando per la vendita di dildo fatti in casa per raccogliere fondi, fino a riflessioni della profondità di una pozzanghera su quant’è bella giovinezza (che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza) piazzando qua e là citazioni a minchia di segugio, fra i Batman di Bale o Keaton, Robert de Niro e Samuel Jackson, Kevin James e pure Walter White e Don Draper. 
Ciliegina sulla torta: il finale pseudo-moralista. Poteva forse mancare?
Il risultato? Non si ride praticamente mai, anzi, ci si deve sforzare per non annoiarsi. 


25 agosto 2014

Sir Richard Attenborough

(Cambridge, 29 agosto 1923 – Londra, 24 agosto2014)

Se n'è andato cinque giorni prima di compiere 91 anni, e dopo aver diretto alcune "cosette" come Gandhi, A Chorus line, Cry Freedom e Chaplin. 

The Angriest Man in Brooklyn


Questo film - di cui probabilmente non si sentiva alcun bisogno - ancora inedito in Italia (e spero rimanga tale), in cui i soliti ge(g)ni hanno letto i soliti messaggi subliminali e premonitori per il fatto che ad un certo punto il protagonista dice che sulla sua lapide appariranno le date 1951-2014, è uno degli ultimi girati da Robin Williams, che sarà possibile vedere ancora sul grande schermo in "A merry friggin' Christmas", nel terzo capitolo di  "Una Notte al Museo" nonché nell'ultimo lavoro di Dito Montiel, "Boulevard".
La prima battuta pronunciata da Robin Williams in The Angriest Man in Brooklyn è "Sono felice!", e a pensarci fa un po' effetto, anche se ti fa capire - casomai ce ne fosse bisogno - che il cinema è, soprattutto, finzione.
Detto ciò, a costo di sembrare la solita vecchia stronza cinica ed insensibile, posso dire che questo film, remake di un film israeliano del 1997, Mar Baum, è parecchio brutto. Girato nel 2012, è uscito nelle sale americane nel maggio di quest'anno, ed è stato un vero e proprio flop ai botteghini, roba che se già sei depresso di certo non aiuta. 
Dalla scena iniziale in cui Henry Altmann pronuncia quella frase passano 20 anni, ed Henry, che si sta recando ad una visita medica, è diventato un uomo arrabbiato ed intollerante. 
All'arrivo in ospedale al posto del suo medico trova la dottoressa Sharon Gill (Mila Kunis), che ha avuto una pessima giornata ed è ancora sconvolta per il suicidio del suo gatto. Quando lo riceve gli diagnostica un aneurisma cerebrale ma la reazione arrabbiata dell'uomo le fa perdere la pazienza e, in un momento di rabbia lo informa che gli restano soltanto 90 minuti di vita. 
Henry è sconvolto (ma va?) e fugge dallo studio. 
Sharon si rende conto di quello che ha fatto e si mette alla ricerca di Henry, che nel frattempo sta cercando di sistemare, come può e nel poco tempo che gli resta, tutto quello che non va nella sua vita, cercando di riconciliarsi con la sua famiglia, a partire dal figlio minore Tommy, che non è diventato avvocato come lui avrebbe desiderato, ma ha aperto una scuola di danza. 
Il film riesce a strappare qualche risata qua e là (ok, sono una brutta persona, se consideri che ho un gatto sono davvero pessima, ma alla scena del suicidio del gatto della Kunis io ho riso, lo ammetto), per poi precipitare in un'antologia di situazioni prevedibili e al limite dello stucchevole senza possibilità di salvezza. 
Carina l'idea dei titoli di testa, che, usando lettere colorate sparse qua va a formare parole di senso compiuto, come anger, sob, mess, spleen, maniacal, rude, ire. 
Ma nel complesso è un po' poco. 

Questo post fa parte del tributo che la solita congrega di blogger dedica a Robin Williams, scomparso un paio di settimane fa. 
In un'intervista pubblicata sul Guardian nel 2010 alla domanda della giornalista che gli chiedeva se fosse felice, Williams rispose "Credo di sì. E comunque non ho più paura di essere infelice. Va bene anche quello. Se accetti l'infelicità, puoi dire che va tutto bene".
Puoi dirlo, certo. 
Ma non significa che sia vero.

Bollalmanacco - Al di là dei sogni
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Whiterussian vs Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
Combinazione casuale - Jumanji
Director's Cult - Toys
Il leone di Oscar (ecc) - Flubber
Recensioni Ribelli - L'attimo fuggente
Solaris - L'uomo bicentenario
La fabbrica dei sogni - One Hour Photo
In Central Perk - Will Hunting - Genio ribelle

22 agosto 2014

Song 'e Napule

Lo ammetto. Quando il film dei Manetti Bros è arrivato in sala, questa primavera, l'ho snobbato alla grande, non so esattamente per quale motivo. Ma l'altra sera, complice la programmazione estiva fatta di rassegne e di ripescaggi e le amiche che mi proponevano la visione di "Tutto sua madre", ho deciso che era l'occasione buona per andare a vedere il film che proiettavano nell'altra sala, ovvero Song 'e Napule
Perché alla fine è sempre una questione di scelte, e, nonostante a me Guillaume Gallienne sia pure simpatico, non avevo voglia di affrontare "Les garçons et Guillaume, à table!" in quanto, durante un tentativo di visione casalinga, mi sfrancicai i coglioni nel giro di 10 minuti il tedio si impossessò di me e del mio divano dopo dieci minuti di visione. Per la cronaca, alle amiche, il film di Gallienne è piaciuto. Proverò a concedergli una seconda chance, magari. 
E quindi. 

I fratelli Manetti si trasferiscono a Napoli e realizzano una commedia poliziesca dove, se proprio vogliamo trovare un difetto, il minutaggio risulta un po' eccessivo, ma in cui tutto funziona alla grande, a partire dalle interpretazioni degli attori, davvero perfetti per i ruoli.
Si inizia con il protagonista, Paco Stillo (Alessandro Roja), pianista diplomato al conservatorio che si presenta nell'ufficio del questore, in quanto sua madre, grazie alla conoscenza dell'Assessore Puglisi, è riuscita ad  ottenere una raccomandazione. Di fronte all'ennesimo raccomandato il questore (Carlo Buccirosso) sbotta in una filippica da antologia sui mali dell'Italia, e, mentre il povero Paco, mortificato, sta per andarsene fra mille ringraziamenti, lo deve trattenere - all'Assessore Puglisi non si può comunque dire di no - e convincerlo a restare. Passano due anni e il povero Paco, che non sa nemmeno usare una pistola, è relegato nel deposito giudiziario a catalogare la merce sottoposta a sequestro.
Mentre sta suonando un pianoforte (sequestrato), arriva nel magazzino l'incazzatissimo commissario Cammarota (Paolo Sassanelli, quello che nell'Ubaldo Terzani Horror Show si sarebbe trombato anche le statuine del presepe) per interrogare un sospettato che potrebbe condurlo sulle tracce di uno spietato camorrista latitante, Ciro Serracane detto o' fantasma perché nessuno sa che faccia abbia.
E mo' viene il bello. Cammarota scopre che a breve la figlia di uno degli uomini di Serracane, "mazz'e ferro" Scornaienco si sposa, e al matrimonio suonerà uno dei cantanti neomelodici più acclamati in città, Lollo Love (Gianpaolo Morelli, davvero bravo e convincente). Decide così di far arrestare con un pretesto il tastierista del gruppo, per infiltrare sotto falso nome proprio Stillo. 
Che, con taglio di capelli e abbigliamento da tamarro DOCG, diventa Pino Dinamite, riuscendo a guadagnarsi la fiducia e il rispetto di Lollo Love, il cui sogno è riuscire ad arrivare a SanRemo, ma, complice un impresario truffatore, è costretto a suonare a matrimoni, battesimi, compleanni e serenate (non manca niente). Le canzoni sono tutte un programma (ti conosco da bambina, eri come mia cugina...), e le fans lo tempestano di telefonate. 
Con un piano che sulla carta appare perfetto tutto dovrebbe filare liscio, ma fra imprevisti ed equivoci di ogni genere le cose sembrano mettersi molto male per il povero poliziotto infiltrato.
Film di genere, grande ironia, dialoghi divertenti e sceneggiatura senza sbavature, nel finale ti sembra di essere finito in un poliziottesco anni 70, con tanto di inseguimento a bordo di un Alfa Romeo per i vicoli di Napoli.
E alla fine la musica neomelodica napoletana non vi sembrerà neppure troppo molesta.
Insomma, solo un pochino. 





21 agosto 2014

We are the best

E siamo ancora alle prese con i recuperi estivi. Stavolta è toccato a questo film svedese di Lukas Moodysson, nome rivelatosi al grande pubblico una quindicina di anni fa, grazie al successo del suo primo lungometraggio, Fucking Åmål, campione di incassi in Svezia nel 1998. 
Siamo a Stoccolma, nel 1982.
Il punk è morto, ma Klara se ne frega. E assieme alla sua amica Bobo passa il tempo fra la scuola e il centro ricreativo. I genitori di Klara passano il tempo a litigare sui massimi sistemi (chi doveva portare cosa in lavanderia), mentre la madre di Bobo è una 40enne (no, dai, parliamone) separata un po' sfatta e vagamente zoccola insoddisfatta, che può ritenersi fortunata se, dopo aver  chiamato la figlia Bobo, questa non si prostituisce per comprarsi la droga, ma è semplicemente una ragazzina punk.
Klara e Bobo per il loro aspetto vengono derise ed emarginate da tutti, e questa non è una novità. Ricordo che (versione nonna mode on) ai miei tempi, quando, con la Tiz e la Bionda si andava in giro facendo le piccole emule di Siouxsie, la cosa più gentile che ci veniva detta era "ma vi è morto il gatto? ah. ah. ah." (versione nonna mode off).
Un giorno, mentre si stanno annoiando al circolo ricreativo decidono di formare un gruppo musicale, nonostante non sappiano né suonare né cantare. Come i Sex Pistols, praticamente. Dopo aver provato e riprovato un pezzo coinvolgono nel loro progetto Hedvig, una ragazza bionda e timida, molto religiosa e senza amiche, ma che suona benissimo la chitarra.
Il film, come i precedenti lavori di Moodysson, si concentra principalmente sul rapporto di amicizia tra Bobo e Klara, che, come nelle migliori tradizioni, viene messo a dura prova quando conosceranno il cantante di una punk-band locale, e di cui tutte e due si innamoreranno come ci si innamora a 13 anni. Sarà solo grazie a Hedvig che le due amiche si riappacificheranno, pronte ad affrontare il mondo che le aspetta con tutte le difficoltà che essere adolescenti, punk o no, comporta.

20 agosto 2014

Vita di Pi(g)

Co-produzione franco-belga-tedesca del 2011, ingiustamente snobbato nonostante la vittoria di un Cesar come miglior film d'esordio, il titolo originale è "Le cochon de Gaza", in inglese si trasforma in "When pigs have wings", che già non c'entra una beata fonchia, ma al suo arrivo in Italia, nel giugno di quest'anno, plagia spudoratamente la Wertmuller e diventa, come per magi(ll)a, "Un insolito naufrago nell'inquieto mare d'Oriente". 

Si tratta di una commedia tragicomica dal sapore agrodolce, reso ovviamente molto più agro dai fatti di cronaca che ci arrivano da Gaza in questi giorni, per cui il finale, che pecca un po' di retorica e di eccessivo e utopico buonismo, purtroppo ha un sapore ancora più fantascientifico di quanto non lo sarebbe in tempi normali. Ammesso e non concesso che quella dei civili di Gaza possa considerarsi una vita normale. Ma questa è un'opera di fantasia, quindi è inutile cercare di attribuirle risvolti e significati geopolitici più o meno intrinsechi e accusarla di irrispettosa superficialità.
O meglio, liberissimi di farlo, ci mancherebbe, ma resta il fatto che stiamo sempre e solo parlando di un film, e non di un'opera di denuncia sociale.
Jafaar (Sasson Gabai, già visto in "la banda") è un pescatore di Gaza, la cui casa sorge nei pressi di una colonia e, per questo motivo, sul tetto di casa sua stazionano perennemente due soldati israeliani. Tutti i giorni esce in mare con la sua barca, ma, a parte ciabatte spaiate e rifiuti di ogni genere, di pesci se ne vedono sempre meno. Fino al giorno in cui, dalle sue reti, spunta un... maiale.
Terrorizzato da quell'animale considerato impuro inizialmente cercherà di sbarazzarsene in ogni modo, ma, venuto a conoscenza che, nella colonia adiacente a casa sua una ragazza alleva maiali, cercherà di sfruttare quella pesca poco miracolosa per trarne un vantaggio economico e poter finalmente saldare tutti i suoi debiti.
Ovviamente tutto deve avvenire di nascosto e nessuno deve scoprire l'esistenza del maiale, animale impuro sia per i musulmani sia per gli ebrei. Il tutto in un clima di ironia (più o meno) sottile dove, fra sotterfugi ed equivoci ogni situazione sottolinea l'assurdità dei comportamenti umani e dei fondamentalismi religiosi, che viene rappresentata perfettamente dai dialoghi quotidiani tra la moglie di Jafaar e uno dei soldati che ogni pomeriggio commentano una telenovela brasiliana, dove la complicata storia d'amore altro non è se non la metafora dell'incessante conflitto tra i due popoli.


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