10 febbraio 2016

(David Bowie Day)

Siccome sono una cialtrona e non entro più nel blog collettivo da secoli [(magari i miei "colleghi" mi hanno anche levato l'accesso) (c'è da dire che quasi non entro nemmeno più nel mio)] ho scoperto che oggi, ad un mese dalla sua scomparsa, hanno deciso di omaggiare David Bowie.
E io?
Io no, perché non c'ero...
Ma, considerate alcune sue sue risposte al questionario di Proust (In quale figura storica si identifica di più? «Babbo Natale»), (Di quali parole fa un uso eccessivo?«L’aggettivo "ctonio" e il sostantivo "miasma), (Qual è la virtù che più apprezza in un uomo? «La capacità di restituire i libri»), (E in una donna? «La capacità di ruttare a comando»), si capisce che Bowie era dotato di un sense of humour sopraffino.
E quindi, con la puntualità che mi contraddistingue, ecco il mio (ir)rispettoso tributo,

2 febbraio 2016

Ti guardo

P r o b a b i l e   r i s c h i o   d i    s p o i l e r
Siccome sono una brutta persona, al termine della visione, mentre la bionda non più bionda liquidava il film con un laconico "alla fine Armando al povero Elder glielo mette in culo due volte" (amen) io mi domandavo, un po' perplessa, quali altri film ci fossero in concorso a Venezia, per far si che il leone d'oro lo vincesse questo "Ti guardo", primo lungometraggio del regista venezuelano Lorenzo Vigas. 
Ad oggi fra tutte le pellicole presentate in concorso alla 72ª mostra del cinema ho visto soltanto "per amor vostro", quindi non ho abbastanza elementi per comprendere il motivo della vittoria (e, se anche li avessi visti tutti, immagino non lo comprenderei lo stesso).
Intendiamoci, Ti guardo (titolo originale Desde allà) non è affatto un brutto film, lo si potrebbe definire "pasoliniano"  ma è pieno di non detti. Quelli che - a differenza mia - ne sanno di cinema direbbero che si tratta di un lavoro di sottrazione, io invece parlo semplicemente di "non detti".
Il protagonista è Alfredo Castro, una mia vecchia conoscenza, protagonista di uno dei film che ho più detestato negli ultimi anni, quel Tony Manero del regista cileno Pablo Larrain, di cui Castro è l'attore feticcio, presente in tutti i suoi (5) film. 
Qua però non siamo in Cile, ma in Venezuela, nello specifico a Caracas, dove vive Armando, uomo di mezza età, che cammina per le strade di una città che resta sfocata sullo sfondo, mentre si reca a trovare la sorella e le dice "è tornato". Si capisce che si riferisce al padre, e che la cosa non lo rende affatto felice. La sorella gli dice che sono passati tanti anni e che dovrebbe lasciar perdere e noi, per quel famoso lavoro di sottrazione, possiamo ipotizzare un passato di abusi. 
Armando vive da solo in una grande casa ed è oltre che sicuramente benestante, parecchio anaffettivo. Lo si capisce quando, adocchiato un ragazzo alla fermata del bus, lo segue sul mezzo, gli si siede vicino e gli mostra un rotolo di bolívar .
La scena si sposta a casa dell'uomo, che chiede al ragazzo di girarsi di schiena, togliersi la maglietta ed abbassarsi i pantaloni. Non lo tocca, si limita a guardarlo mentre si masturba.
E si presume che questa sia la quotidianità dell'uomo, fino al giorno in cui incontra Elder, che, arrivato a casa sua, si rifiuta di obbedire agli ordini e, dopo avergli dato del frocio lo colpisce forte con un soprammobile, ruba i soldi e lascia l'appartamento.
Inizia così una specie di gioco ossessivo tra i due, come gatto e topo, vittima e carnefice, dove sulle prime non è chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice, perché, inizialmente, ognuno approfitta dei bisogni dell'altro. Ma, quando Elder abbasserà la guardia ed inizierà a lasciarsi andare, provando una sorta di amore nei confronti dell'uomo e la frequentazione tra i due diventerà una specie di relazione, Armando mostrerà tutta la sua razionale freddezza.

Ti guardo è un film che sarebbe riduttivo liquidare e catalogare semplicemente come l'ennesima pellicola a tematica omosessuale, perché è molte altre cose, Armando non sfiora i ragazzi che abborda, mentre Elder all'inizio è totalmente disgustato dalla figura di quell'uomo, salvo poi affezionarsi, non si capisce se perché vede in lui il padre assente o se per reale attrazione, 
Come sempre la traduzione del titolo lascia alquanto a desiderare, perché traducendo Desde allà (Da lontano) con "ti guardo" si sposta completamente l'attenzione sull'azione, attribuendole una presunta quanto ininfluente, se non addirittura inesistente, morbosità, distogliendo l'interesse da quella "lontananza" affettiva, caratteriale e di classe sociale. 




1 febbraio 2016

AMY - The girl behind the name (recensioni tardive)

“Non penso che diventerò mai famosa. Non lo potrei reggere. Diventerei pazza”
Non sono mai stata una fan di Amy Winehouse. A dirla tutta non sono mai stata una fan di nessuno, se si esclude Renato Zero, ma ho smesso dopo Artide Antartide, era il 1981 e io avevo 15 anni. 
Ovvio che ci sono artisti che mi piacciono e che ascolto di più, altri di meno, altri che non conosco. Insomma, di musica non capisco una minchia, e non ne ho mai fatto mistero. E se state per dire che non capisco una minchia nemmeno di cinema, posso dire che è vero anche quello, ma fa lo stesso.
In ogni modo quando è arrivato in sala, mesi e mesi fa, sono andata a vedere Amy, perché comunque mi interessava.
Nel documentario, diretto da Asif Kapadia, ci sono filmati di repertorio e altri inediti, e si assiste ad un costante assedio dei paparazzi che seguono costantemente l'artista ad ogni sua uscita, in un epoca in cui gli smartphone non avevano ancora invaso il mondo, interviste ad amici veri, o presunti tali, al suo primo manager Nick Shymansky e ai due uomini che avrebbero dovuto amarla di più nella vita  (e che dal documentario non escono sicuramente bene): suo padre, Mitchell Winehouse, e Blake Fielder, l'uomo di cui Amy si innamorò al punto di pronunciare frasi come «Mi sono innamorata di una persona per la quale sarei morta»,o «Sento che in un certo senso l’amore mi sta uccidendo». I due si sposarono a Miami nel 2007, e sono in molti a sostenere che sia lui l'artefice della parabola discendente di Amy, che sia lui ad averla iniziata alla droga, all'autolesionismo e a tutto quanto sia servito per farla arrivare alla prematura morte, nel luglio del 2011, sola, nella sua casa di Camden, a Londra.
Amy Winehouse era una ragazza dotata di talento, ma troppo vulnerabile per poter reggere tutto lo stress che il successo comporta, e nessuno è riuscito a sentire in tempo il suo grido di aiuto, per quanto i campanelli di allarme avessero suonato più e più volte. Nemmeno il padre, con lei nei Caraibi nel 2008, quando l'artista stava cercando di disintossicarsi, che fa arrivare una troupe cinematografica per riprenderla nonostante lei fosse contraria.
E vederla sul palco di Belgrado nel  suo ultimo concerto, nel giugno del 2011, in cui quasi non si regge in piedi fa davvero male. 
La famiglia - soprattutto il padre - non ha apprezzato, trovando il film fuoriviante e pieno di falsità
E noi non sapremo mai qual è la verità della ragazza che diceva di non voler morire, ma che alla fine non è riuscita a vivere. 
Amy - The girl behind the name è candidato all'Oscar per il miglior documentario.




I don’t ever wanna drink again
I just ooh I just need a friend
I’m not gonna spend ten weeks
have everyone think I’m on the mend
It’s not just my pride
It’s just ’til these tears have dried
(Rehab, 2006)

29 gennaio 2016

the revenant

Prendi The revenant, distribuiscilo in Italia e per magia diventa Revenant
Quindi, dopo anni, finalmente ho capito. Voi, titolisti, avete dei problemi. Ma grossi, eh?
Ma vi pesava forse il culo a lasciare l'articolo?
In ogni caso, avendo visto il film al Centrale come sempre in v.o. ho visto The Revenant.
Strnz.
In  questo caso i dialoghi sono talmente ridotti all'osso, che la v.o. non è - contrariamente al solito - un valore aggiunto.  Poi magari Di Caprio è bravissimo a parlare la lingua pawnee, ma io non lo potrò mai sapere. Quella che segue non è propriamente una recensione, ma tanto in questo blog non lo sono mai.

Questo monumento si trova in South Dakota, più o meno nel punto dove Glass, dato per morto, venne abbandonato dai compagni. Qua sotto potete vedere il vero Hugh e il buon Leonardo Di Caprio nella sua versione Glass-ata. O meglio, ghiacciata. 



La vera storia di Hugh Glass non è molto nota, si sa che venne realmente attaccato da un Grizzly e sopravvisse, che davvero il maggiore Henry lascio due volontari (John Fitzgerald e Jim Bridges) ad assisterlo fino alla morte, in quanto tutti erano sicuri che non ce l'avrebbe fatta, e che Fitzgerald raccontò a Bridges la palla degli indiani per convincerlo ad abbandonare Glass, e, più che ammazzargli il figlio (che presumibilmente non era con Glass in quell'occasione, e, che ancora più presumibilmente non esisteva nemmeno) gli fotté fucile, coltello e tomahawk, quindi Glass si fece quel mazzo incredibile più che per vendicare la morte del figlio, principalmente per riprendersi il suo fucile. E non riuscì nemmeno a confrontarsi con Fitzgerald, che nel frattempo si era arruolato nell'esercito, diventando, di fatto, "proprietà" del governo.
Siamo nel 1824.
Hugh Glass morirà una decina di anni dopo, lungo le rive del fiume Yellowstone,  assieme a due compagni di spedizione, che venne attaccata da un gruppo di Arikara, che dopo aver loro sparato, li depredò e fece loro lo scalpo.
E questa, a grandi linee è la storia vera, che potete trovare qui:  http://hughglass.org/ (dategli un'occhiata, perchè è davvero interessante).





Il film, come sanno anche i sassi, è diretto da Alejandro González Iñárritu, interpretato, oltre che da Leonardo Di Caprio da Tom Hardy, Domhnall Gleeson e altra gente, fra cui Paul Anderson che interpreta Anderson. Adesso, io non ho la più pallida idea di quale fosse Anderson nel film, però ho trovato curiosa la cosa. Poi non so se hanno affidato la parte di Anderson ad Anderson affinché riuscisse ad imparare in fretta il suo nome. Il che potrebbe far pensare che Paul Anderson non sia propriamente un fulmine di guerra. 
In ogni caso questo film ha dato lavoro a 15000 persone. E bravo Gonzalo. 
La vicenda si ispira molto liberamente al romanzo The Revenant: A Novel of Revenge (che già di suo si ispirava liberamente ecc.ecc.ecc.) scritto da Michael Punke nel 2002, e riadattato nel 2015, con buona pace della veridicità dei fatti.
Va detto che se volevamo sapere tutti i cazzi reali di Hugh Glass, potevamo cercarci un documentario su Discovery Channel e risparmiarci il lavorone di AGI, della cui bravura, per carità, non starò certo qua a discutere, dato che tutti i suoi film mi sono sempre piaciuti. 
Gonzalo, però, ascolta. Non sarebbe il caso di dare una limatina a quell'ego che ti ritrovi e che ti ha portato a dire, a proposito del tuo ultimo film “This film deserves to be watched in a temple”?
Nient'altro? 
A proposito di limatine, anche qualche minuto in meno al film non mi avrebbe fatto schifo.
Che per carità, ho capito che vi siete tutti fatti un culo tanto, che avete sempre girato con la luce naturale perché anche il tuo direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki, che si è portato a casa l'oscar negli ultimi due anni forse si è montato un attimo la testa, che Di Caprio oltre ad aver rischiato l'ipotermia un giorno sì e l'altro pure ha veramente mangiato fegato di bisonte crudo (che se fa schifo a me che sono carnivora, figuriamoci a lui che è vegetariano...) ecc.ecc. però ecco, dopo un po' anche basta. 
Avete riprodotto il North Dakota nella Columbia Britannica e in Patagoniae ci sono paesaggi mozzafiato, riprese grandangolari strabilianti, ma dopo 3, 7, 10, 17 volte anche la maestosità dei paesaggi e delle riprese, che te lo dico a fare, inizia a essere troppo.
Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un grande film - a cui la semplice definizione di "western" sta senz'altro stretta - con scene che rasentano la perfezione,
Su tutte il primo attacco degli Arikara che decimerà il gruppo capitanato da Henry costringendo i superstiti alla fuga in barca, per arrivare all'attacco del grizzly, realizzato in CGI ma così perfetto da sembrare vero... E, attenzione, nonostante nel film ci siano una manciata di momenti onirici, che io patisco come la sabbia nelle mutande, qua riescono a non disturbarmi, e quello in cui Glass abbraccia il figlio crede di abbracciare il figlio (figlio che non esiste nella realtà, e che comunque nel film è già stanco di esser morto) tra le rovine di una chiesa cattolica affrescata (ebbene sì, i gesuiti erano arrivati da quelle parti molti anni prima) è a dir poco bellissimo.


Detto ciò, che a forza di scrivere mi sto annoiando da sola, The Revenant è un grande film, dove - come ho già letto ovunque - si soffre CON Glass. non PER Glass.
Ed è vero. Non so voi, ma io durante l'attacco del Grizzly ho patito un sacco
In ogni modo, se fossi al posto di Di Caprio, dopo Titanic pretenderei una clausola contrattuale che mi impedisca di restare a mollo nell'acqua gelida. Non so se questa prova così fisica gli consentirà di vincere l'oscar, e, sinceramente, non me ne potrebbe fregare di meno. Sulla sua bravura non c'è da discutere. Come su quella di Tom Hardy, nei panni del merdosissimo Fitzgerald.
Per non parlare di Domhnall Gleeson nel ruolo del maggiore Andrew Henry, che (nel film) riesce a salvare la vita a Glass - SPOILER - anche da morto.




Tornando a Paul Anderson (quello che interpreta Anderson) continuo ad ignorare chi sia nel film, ma  ho scoperto che nella vita ha questa faccia (affatto terribile, mi si consenta) qua:


e che avevo visto (inconsapevolmente) in parecchi film, tra cui il pessimo passion e l'ottimo '71.

28 gennaio 2016

Carol


Abbiamo davvero bisogno di un altro post su Carol, film di cui si è già detto tutto e il contrario di tutto?
Se poi l'ennesimo post è mio, anche no.
Ma.
Siccome sono abbastanza (mai quanto vorrei) stronza, e, nello specifico, financo insensibile, vi dico la mia sul film. 
Film che ha raccolto almeno una quarantina di nomination spalmate tra tutti i festival del mondo, entrando pure a far parte dei migliori dieci film dell'AAFCA, ovvero l'African-American Film Critics Association (dove, per la cronaca, ha vinto Straight Outta Compton, che purtroppo non sono ancora riuscita a vedere), ma che, ai prossimi Oscar, non concorrerà né come miglior film né come miglior regia.
Adesso, io sono notoriamente una capra, quindi sulla questione regia non entro nemmeno nel merito, sarebbe come se Matteo Renzi si mettesse a parlare di politica. Sul fatto che non sia entrato a far parte dei migliori film non so davvero cosa dire, visto che degli otto candidati ne ho visti soltanto 3 (e uno, Brooklyn, mentre scrivo deve ancora arrivare in sala), quindi... boh? Anche se, a mio parere, Carol non è certo un film che ricorderò fra dieci anni (ma forse nemmeno tra dieci mesi).
Una cosa che invece ricorderò senz'altro è la mefitica signora che si è seduta nella fila dietro alla nostra, e, salutando l'amica che era già arrivata ha detto "Ho preparato il minestrone, ma non sono riuscita a mangiarlo". 
Io, che un istante prima avevo iniziato a credere che le mie ascelle avessero iniziato a puzzare come una compostiera in putrefazione sotto il sole di agosto, mi sono sentita sollevata e ho esclamato "e va bene che non l'hai mangiato, ma per infestare la sala che cazzo hai fatto, te lo sei spalmato addosso?"
Comunque.


Siamo a New York nei puritani anni 50 (ma potremmo essere anche negli uffici del pirellone illuminati a cazzo sabato scorso) e, nel periodo natalizio, la sofisticata Carol (Cate Blanchett) si reca nel reparto giocattoli di un grande magazzino, dove viene servita dalla giovane Therese (Rooney Mara, che sarà anche tanto brava e tanto bella, e io non discuto, ma a me personalmente ha detto poco) e, complici un paio di guanti scordati le due donne si rivedranno, e nascerà un'amicizia che pian piano si trasforma in un rapporto più intimo, ma che verrà ostacolato, oltre che dalle convenzioni del periodo, anche dal marito di Carol (interpretato da Kyle Chandler, che, nonostante abbia interpretato una caterva di film, per me resterà sempre e comunque quello che ogni mattina riceveva il giornale del giorno dopo. E a consegnarglielo era un gatto. Parliamone) che, nonostante la coppia stia divorziando, farà di tutto per screditare la donna, accusandola di comportamento immorale, allo scopo di levarle l'affidamento dell'amata figlia.
Carol e Therese partiranno per un viaggio negli States, e la ragazza, che ha abbandonato un fidanzato con cui stava con poca convinzione, si innamorerà inevitabilmente della donna.

Carol è un film esteticamente ineccepibile, dove anche i colori sono perfetti, e racconta una storia per certi versi "coraggiosa", per il periodo in cui è ambientata, in cui probabilmente sicuramente molte persone (sia uomini sia donne) nascondevano la loro omosessualità dietro matrimoni di facciata. Cosa che, sia chiaro, avviene ancora oggi.
Per questo motivo Carol è senz'altro un personaggio rivoluzionario che sceglie di vivere liberamente. E' anche interessante il confronto fra Carol, donna matura e determinata, e Therese, giovane, acerba, che probabilmente non ha ancora capito cosa farà da grande.
Perché , come diceva Guccini,a vent'anni è tutto ancora intero, perché a vent'anni è tutto chi lo sa, a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età,
Ma. sarà forse per colpa della mia innata insensibilità, il film di Haynes mi ha trasmesso molto poco. Non è riuscito ad emozionarmi minimamente, cosa che una storia del genere dovrebbe forse fare, almeno in minima parte. Nel caso l'abbia fatto, evidentemente il mio coinvolgimento emotivo mi stava aspettando in macchina.
Quello che non manca in compenso sono gli sguardi attraverso i vetri, che siano finestre, finestrini, o cabine telefoniche...