15 settembre 2014

Are you serious?

Riemergo un secondo dal torpore vacanziero in cui mi sto crogiolando da 6 giorni per avere delle risposte. 
Da quando son qui non ho letto quasi mai una news, né visto un telegiornale quindi non so praticamente cosa sia successo nel mondo, a parte che Valentino Rossi è tornato a vincere una gara (era ora l'ha già detto qualcuno?) e che sono stati comunicati i sette film italiani che avranno la possibilità di essere selezionati dai membri dell'Academy a concorrere nella categoria "miglior film straniero". 
E, ma spero ancora di essermi sbagliata e/o aver letto male, fra questi c'è anche il film (scusate se ho detto film) di Ozpetek "allacciate le cinture". 
No, ma dico, "allacciate le cinture" davvero? Quell'allacciate le cinture in cui un manzo tatuato con l'attitudine alla recitazione di una trota d'allevamento si tromba la moglie malata di cancro nel letto d'ospesale? Proprio quell'allacciate le cinture lì?  
Perché? 
Visto che ormai è tardi per tornare indietro confido nella sanità mentale dei membri dell'Academy. 

12 settembre 2014

E il primo giorno è andato

Arrivate ad Ibiza mercoledì sera all'aeroporto abbiamo preso l'autobus L10 che per 3,50€ ti porta in città. Abbiamo raggiunto il nostro Hostal che ci ha dato una stanza al quarto piano (senza ascensore, ma già si sa che non si può avere tutto dalla vita) e, dopo aver abbandonato il nostro bagaglio e siamo andate a cena. La bionda aveva letto recensioni interessanti del Mar a Vila che - combinazione - è vicinissimo al nostro Hostal (avenida Ignacio Wallis 16). Abbiamo deciso di fidarci e abbiamo fatto benissimo. A parte che la birra costa appena 1,70€, il cibo era davvero ottimo,e le capesante con crema di parmigiano e mele erano di una bontà che non potete nemmeno immaginare, ma voi fidatevi. Infatti abbiamo deciso che al nostro ritorno ci fermeremo di nuovo lì per il pranzo. Dopo cena abbiamo fatto un giro per la città, che è molto carina, con la parte vecchia cinta dalle mura, con negozietti, ristoranti e locali ovunque, e anche qua faremo un giro più approfondito la settimana prossima, prima di salire sul volo che ci riporterà a casa. 
Tornate nella nostra stanzetta al quarto piano senza ascensore siamo praticamente svenute nel letto. 
Ieri mattina abbiamo raggiunto il porto e - dopo aver fatto colazione e osservato i ggiovani che tornavano dai locali - siamo salite sul traghetto (biglietto 27€, facendo A/R si risparmia qualcosina, perché costa  46,50€) e dopo mezz'ora eravamo a Formentera. Abbiamo ritirato l'auto è raggiunto il nostro appartamento, che si trova nei pressi di Es Calò de San Augustì, e abbiamo deciso che saremmo andate in spiaggia lì, senza spostare l'auto. 
Una concentrazione di Italiani che a Rimini se la sognano, sentire qualcuno che parla spagnolo è praticamente impossibile. Eravamo nella spiaggia dell'Amore Iodio e quando abbiamo raggiunto il chiosco per pranzare quasi non credevamo ai nostri occhi: un panino 10€! A noi farci prendere per il culo piace anche, per carità, ma dobbiamo essere noi a deciderlo. Abbiamo preso un insalata (se devo spendere 10€ per un panino a questo punto ne spendo 14 per un'insalata, ma puoi scordarti di vedermi ancora) e stabilito che nei prossimi giorni ci si porta il pranzo da casa. Infatti quando abbiamo abbandonato la spiaggia (il mare ha dei colori fantastici, ve l'ho detto?) ci siamo fermate in un supermercato a fare un po' di spesa e poi abbiamo raggiunto il Blue Bar per l'aperitivo dove, carramba che sorpresa, avevo appuntamento con la Silvia del blog "signorina silvietta", perché il mondo è davvero piccolo e sull'isola c'è anche lei (con il santo). 
Di fronte a 2 caraffe di sangria abbiamo parlato, riso (perché lei è davvero simpatica, come si può capire leggendo il suo blog) e, già che c'eravamo, abbiamo ammirato anche il tramonto. 


11 settembre 2014

Vamos a la playa


Ma come, hai iniziato il tuo nuovo lavoro da 10 giorni e già te ne vai in ferie? 
Ovvio.
Che certe cose bisogna metterle in chiaro da subito, in modo che il nuovo capo sappia con chi ha a che fare. E la mia settimana di relax a settembre è, come previsto da ogni CCNL degno di questo nome, un diritto irrinunciabile.
Quindi, sua bionditudine ed io andiamo a rilassarci per una manciata di giorni a Formentera. 
E poi torneremo, pronte ad affrontare il traffico settembrino generato dalla riapertura delle scuole. 
Non. Ci. Voglio. Pensare.
Spero di imparare degli insulti in spagnolo da sfoggiare al mio ritorno nei confronti dei genitori SUVnormali che si ostinano ad accompagnare i loro bambini (anche se i bimbi in questione hanno la patente da un paio d'anni e vanno all'università) a scuola, parcheggiando ovunque e dovunque, con tecnica mista doppiafila/prossimitàincrocio, ma rigorosamente in modo da rompere il cazzo al mondo. 
A questo proposito mi sembra assolutamente doveroso riproporvi un vecchio pezzo di Gino & Michele, uscito tantissimi anni fa su Cuore, che di sicuro la Tiz ricorda, che è ancora - ahime - drammaticamente attuale.
Abbiamo volutamente lasciato che le acque si calmassero. Volevamo riflettere con serenità. Così è stato, dunque non c’è traccia di emotività o di superficialità nella nostra presa di posizione. Il punto è questo: siamo favorevoli alla pena di morte. Non generalizzata, intendiamoci. Però la signora bionda e altera con la pelliccia di leopardo e il barboncino bianco seduta sulla jeep Cherokee Limited T.D. 4×4 verde targata MI 7M0644 che tutti i giorni tra le 12.30 e le 13 parcheggia in seconda fila in viale Majno a Milano davanti all’Istituto Orsoline San Carlo, costringendo chiunque passi di lì ad almeno cinque minuti di coda supplementare e gratuita (sei giorni la settimana per dieci mesi all’anno, da settembre a giugno), ebbene lei deve morire. Non abbiamo niente contro questa signora, non sappiamo neppure come si chiami (noi del giro, che abbiamo la fortuna di passare ogni giorno tra le 12.30 e le 13 in viale Majno, la chiamiamo simpaticamente “il Puttanone”, ma dubitiamo sia il suo vero nome), dunque non si tratta di un fatto personale. Tuttavia deve morire. Deve morire e basta.
Riflettendoci meglio e per non essere fraintesi, non vogliamo dire che noi auguriamo la morte alla bionda e altera signora. Noi, più semplicemente, vorremmo procurargliela, passandole sopra con la sua invereconda Cherokee Limited T.D. 4×4, per poi infilare pure la marcia indietro, perché nello specchietto ci sembrava che il barboncino bianco desse ancora segni di vita. Questo nonostante il nostro amore per gli animali che è enorme.
Ma a quei livelli anche le bestie non possono essere completamente innocenti.
Che poi, se al suono della campanella dalle Orsoline uscissero dodici bambini biondi e festanti e prendessero posto sulla Cherokee, baciando la madre e prendendo a calci in culo il barboncino (se non lo avete visto mica potete capire), allora pazienza, si potrebbe chiudere un occhio: una jeep per tredici persone e un cane è quasi un risparmio in termini di spazio. Il fatto è, ma lo immaginate già, che sulla Cherokee 4×4 sale una pischella bionda di 18-20 chili che, ci si consenta il termine, occupa sì e no il posto di una scorreggetta. Oltre tutto, non per fare i seguaci del Lombroso, ma, a giudicare dall’espressione, la piccola ebete per finire il liceo di anni ce ne mette sette, non cinque come tutti i cristiani, con tutto quel che segue in termini di code.
Per la verità questa minuscola figlia del Puttanone (ma, l’abbiamo detto, non siamo sicuri sia il suo vero nome) ci sta procurando delle lacerazioni. Al nostro interno il dibattito è serrato: «Bisogna giustiziare anche lei o no?». Il Fronte del “sì” non accetta mediazioni: «Basta chiudere gli occhi per vedersela fra vent’anni parcheggiata in viale Majno in seconda fila con un lussuoso, enorme Camion T.D. che aspetta un bambino biondo, il piccolissimo figlio della figlia di un grandissimo Puttanone (chiamiamola così e non se ne parli più). Meglio dunque non correre rischi». Il Fronte del “no” invece cerca di prendere tempo: «Non si elimina una creatura per un sospetto». E poi, per dirla tutta, forse qualche attenuante ce l’ha anche la signora bionda e altera. Magari abita in campagna e la jeep per lei è una necessità. Un beatissimo cazzo: il Puttanone abita in via Maggiolini 1, esattamente 480 metri appena dall’Istituto Orsoline San Carlo di viale Majno. L’abbiamo seguita e di madonne non ce ne sono.
Per questo devono morire tutti: madre, figlia, nipoti, cane, marito e amante (una che si chiama così volete che non ce l’abbia?).
Adesso scusate ma dobbiamo andare. È giovedì, sono le 12.47, siamo in viale Majno e stiamo per districarci. Un ultimo sforzo, la freccia a sinistra, un’occhiata se quello dietro ci fa inserire, una frenatina perché l’idraulico sulla R4 rossa che ci sta davanti si sporge verso la signora bionda e altera per urlarle: «Spostati Troione!» (l’idraulico è la prima volta che passa di qui, non la conosce ancora per nome) e poi via a consegnare il pezzo a favore della pena di morte. Pezzo che probabilmente domani, rileggendolo, ci vergogneremo di avere scritto, quindi i garantisti possono pure fare a meno di inviarci una copia di Dei delitti e delle pene. E poi, diciamocelo francamente, ai tempi del Beccaria mica c’erano le Cherokee Limited T.D. 4×4.
Io nel frattempo ho trovato una nuova droga che allieta le mie solitarie serate casalinghe sul divano: le Nuvole Perugina. 
Al caramello. 
Che, col cetriolo, si sa, ci sta benissimo.




10 settembre 2014

nakagata

Siccome qua si sparge cultura a piene mani, direttamente dall'ultimo numero di Vanity Fair scopro con enorme stupore che Hello Kitty è una bambina.
Non che come gatto non fosse inquietante, sia chiaro.
Adesso. 
Va bene tutto, per carità.
Ma.
Già il fatto che fosse una gattina senza bocca (la motivazione data da Yuko Yamaguchi, sua mamma la sua disegnatrice, è questa: "È per far sì che coloro che guardano possano proiettare su di lei i propri sentimenti. Kitty sembra felice quando la gente è felice; sembra triste quando la gente è triste. Se avesse una bocca avrebbe un'espressione e nessuno potrebbe rintracciare in lei il proprio stato d'animo, quindi ho preferito non disegnargliela.")
Ma se non ha la bocca, perchè diavolo ha i baffi? 
E non provate a farmi credere che quelli non sono baffi, ma rughe di espressione e/o zampe di gallina.
Perchè se è una bambina non può avere le rughe di espressione. 
Ergo sono baffi.
Possiamo quindi dedurre che: Hello Kitty è Frida Kahlo.


09 settembre 2014

Barbecue

Il film di Eric Lavaine arriverà in sala l'11 settembre, ma a fine agosto un po' di sale l'hanno programmato in anteprima e io e la bionda siamo andate a vederlo. 
Perché i film corali francesi generalmente mi piacciono, e perché - diciamolo - Lambert Wilson è parecchio affascinante.
Detto ciò, siamo dalle parti di Piccole bugie tra amici ma senza il morto, anche se Antoine (Wilson) che viene colto da un infarto durante una maratona, ci va vicino.
Da quel momento, definito dallo stesso Antoine la cosa migliore che gli sia mai capitata, decide di abbandonare il suo stile di vita salutista e di riconsiderare alcuni aspetti della sua vita, esasperando il suo lato cinico e disincantato. Ma, alla vigilia delle vacanze, che, con il solito e affiatato gruppo di amici si appresta a trascorrere in una splendida villa immersa nel magnifico scenario naturale della Lozère, questa cosa non mancherà di creare malintesi e dissapori.
E, fra il gruppo, formato da tre coppie sposate, una divorziata e uno scapolo, si assisterà ad una serie di schermaglie tessute su un canovaccio di stampo abbastanza classico, in cui vengono prese in considerazione le situazioni più comuni, comprese le contraddizioni e i difetti che generalmente mal sopportiamo negli altri, ma che, nel caso di un amico, siamo disposti a perdonare, perché l'amicizia è anche (o soprattutto?) questo.
Ci troviamo di fronte ad una pellicola che non sarà certo trascendentale o memorabile, ma che regala un'ora e mezza di piacevole leggerezza.
Nel cast, oltre al già citato Lambert Wilson nel ruolo di Antoine, molto brava Florence Foresti nel ruolo dell'ex moglie di Baptiste, interpretato da Franck Dubosc, che ha un naso bellissimo. 




07 settembre 2014

V.I.B.A. (aka Very Inspiring Blogger Award)

Sono stata premiata (e nominata). 
E da Mareva prima e da MechanicalRose poi. 
Quindi direi che a questo punto non posso davvero esimermi. 

Il V.I.B.A. è un premio che funziona più o meno come tutti gli altri premi che girano sui blog: vanno elencate 
le regole, che sono:
• Ringraziare la persona che ti ha nominato (fatto);
• Elencare le regole e visualizzare il premio (lo sto facendo);
• Condividere 7 fatti su di te (mo' ci arrivo);
• Nominare altri 15 blog e lasciare un commento per fargli sapere che sono stati nominati (questa è la parte più difficile);
• Mostrare il logo del premio sul tuo blog e seguire il/la blogger che ti ha nominato (e secondo te io aspettavo il premio per mettermi a seguirle?) 


Allora, veniamo ai cazzi miei ai sette fatti su di me:

  1. Sono mancina. E scrivo bene. Pare che questa cosa getti nello sconforto un sacco di gente per cui se scrivi con la mano del diavolo non puoi avere una bella calligrafia. Mai capito perché.
  2. Adoro i gufi (e i pinguini).
  3. Non mi hanno installato i pollici verdi. Potrei far morire una pianta finta.
  4. Adoro le scarpe (minchia, l'originalità: una femmina che ama le scarpe. Non si era mai visto!) e non sopporto chi va in giro con le stesse in cattivo stato (tacchi smangiati, scarpe sporche, ecc.) o le donne che mettono i sandali mostrando piedi che non vedono una pedicure dai tempi della prima comunione.  Forse in una vita precedente ero un feticista. 
  5. Non capisco una cippa carpiata di fotografia, ma mi piace fotografare. 
  6. Non ho mai seguito una serie TV dall'inizio alla fine. Credo che la mia soglia di attenzione sia da qualche parte assieme al mio paio di pollici verdi. Mi annoio, perdo interesse e le abbandono. A parte True Detective. Ma quelle erano 8 puntate, capaci tutti. 
  7. Sono pigra, e sono bravissima a perder tempo. Se ci fosse il premio bambliné lo vincerei senz'altro. Ma, siccome sono pigra, non andrei a ritirarlo.
I 15 blogger da nominare? Facciamo che chi vuole si prende il premio e prosegue il gioco, che io devo andare a mettermi il rouge noir, per quella faccenda di cui al punto 4.






04 settembre 2014

Comunicazione di (s) servizio

Volevo solo informavi che - a causa di un numero sempre maggiore di commenti spam - ho chiuso i commenti agli anonimi. 
Mi spiace perché avrei preferito continuare a fare in modo che chiunque passasse di qua anche per caso avesse la possibilità di commentare, ma stava diventando una cosa di proporzioni davvero insostenibili, e quindi, almeno per un po', gli anonimi dovranno darsi pace. 

03 settembre 2014

The Cut

Che si sa, la sòla è sempre in agguato, anche a Venezia.
E, sempre la Tiz, si è sciroppata il film di Fatih Akin, da queste parti apprezzato sia per La Sposa Turca del 2004 e Soul Kitchen del 2009. 
Ma, da quello che leggo, dubito che questo suo ultimo lavoro mi vedrà spettatrice pagante.


Questo film ci ha terrorizzato per tutto il giorno. 
138 minuti, recensioni pessime, visione al Palabiennale, con poltroncine sì, ma in discesa, impossibile dormirci senza spezzarsi la schiena. 
Così io e il mio socio, come cani bastonati, ci siamo armati di coraggio e ci siamo disposti alla visione. 
Ma, in verità, tanta paura per nulla! 
Perché questo, non è un film, è uno sceneggiato di Rete4 il cui sottotitolo è: "Il genocidio armeno spiegato agli incolti". 
Quindi: gli armeni parlano tutti inglese. 
Con accento armeno, I presume, ma in inglese. Per tutto il film. In qualche occasione parlano anche arabo e turco, ma mai la propria lingua. 
Il dibbbattito sul perché è stato feroce: 
1) destinato al mercato americano quindi in lingua inglese senza se e senza ma? 
2) una critica al governo turco che ha impedito agli armeni di esprimersi nella propria lingua al parlamento e, credo, anche in generale? 
Boh. 
Comunque gli armeni sono lì pacifici quando accadono le cose che credo accadano sempre in questi casi, stanno accadendo proprio ora in effetti, comunque il nostro protagonista (Nazareth Manoogian) viene separato dalla moglie e dalle figlie, condannato ai lavori forzati, spinto a convertirsi o morire, non viene ucciso per caso, rimane muto, e inizia il suo girovagare per trovare la famiglia, la casa, qualcosa. 
Viene aiutato nel suo viaggio disperato, conosciamo le sorti (molto molto superficialmente) delle popolazioni armene, lui non invecchia di un mese nonostante gli stenti e i patimenti, e non voglio spoilerare la fine ai coraggiosi che vorranno vederlo. 
Oddio, intenzioni ottime, capisco anche non fare una cosa sul genocidio ma su una persona specifica, coinvolge di più, non è nemmeno noioso, ma è leccato, improbabile, fotoromanzesco. 
Non da zero, ma da tre. 
Una gentile signora americana di origine libanese ci ha fatto notare che in quegli anni, al contrario di quello che riporta una location (sappiamo sempre dove è il "nostro" Nazareth), il Libano in quanto stato non esisteva ancora. 
Tenderei a crederle, ma confesso di non aver controllato. Ah, la vita dei cinefili a volte è dura!

02 settembre 2014

Im Keller (In the basement)

Signore e signori, la Tiz è stata a Venezia. 
Le sarà costato come una settimana ai Caraibi, ma vuoi mettere la soddisfazione? 
So che ha visto Michael Shannon, ma al momento non ci siamo ancora incontrate di persona, quindi non so quanti e quali v(A)ips abbia incontrato di pessona pessonalmente. 
Pare che però sia riuscita a vedere almeno settordici film, quindi adesso vi beccate qualche sua recensione lagunare. Che io sto prendendo possesso del nuovo ufficio e in questi giorni sarò un po' indaffarata. Più che altro a buttare via carta. 
La collega che ho sostituito apparteneva alla categoria "nonsibuttavianientechenonsipuòmaisapere", infatti stamattina ho trovato dei suoi appunti del 2009. Inutile dire che adesso non esistono più. 
Ma basta parlare di me.
Lasciamo che la Tiz ci parli del film:


Gente bella, voi cosa tenete nella vostra cantina? 
Io qualche bottiglia di buon vino, l'albero di natale, vecchie apparecchiature elettroniche che un giorno magari diventeranno vintage e potrò vendere a caro prezzo e un vecchio aspirapolvere. Se non è guasta la roba non la butto, ma meno male c'è la cantina! 
E così devono pensarla molti austriaci, i quali usano le loro cantine (grandi come appartamenti, sapevatelo) per le cose più disparate, tra cui il triste erpetologo con boa constrictor che mangia porcellini d'india che, alla fine, è il più tranquillizzante. 
Abbiamo il collezionista di memorabilia sul Fuhrer e il terzo Reich, con manichini agghindati di tutto punto ai lati del divano e foto e bandiere alle pareti, forte bevitore, con amici della sua stessa risma, davvero agghiacciante. 
Abbiamo l'attempata e sinistra signora che coccola bambolotti di neonati (neonati di rara bruttezza) che tiene in alcune scatole; un cesso d'uomo che è convinto di piacere molto alle prostitute perché il suo getto di sperma è così potente da essere eccitante (si sa che le prostitute sono tenute a dire la verità ai clienti) e in cantina sollazza una specie di mistress che si era stufata di fare la commessa; e, i miei preferiti, una coppia urbana e qualsiasi in cui lei domina e il suo peloso marito (era forse nei Superfurry animals?) è dominato, con pesi sui coglioni, attrezzi anali, ganci per sollevarlo sempre dalle parti basse e via andare... ma in verità le meglio cose lui le fa non in cantina (luogo del vero sadomaso) ma in casa, cioè gliela lecca dopo che ha pisciato (graaaande risparmio di carta igienica!) e lava i piatti con le manette. 
Io se mi dicono dove si firma ne voglio uno così, ma senza peli. 
Il tutto girato con inquadrature mirate, squadrate, quasi dei fermo immagine sulle espressioni dei protagonisti, siano essi animati o inanimati. 
Si ride, si sorride, si prova un po' di dolore e ci si preoccupa anche un po'.

01 settembre 2014

One on One

Sabato sera io e la bionda siamo andate a vedere l'ultimo film di Kim Ki-Duk, quello che ha aperto le Giornate degli Autori a Venezia.
Ah, e di cosa parla?
Eeeh, di... vendetta.
Ma dai? Che originalità, chi l'avrebbe mai detto? Un coreano che fa un film in cui si parla di vendetta: non si era mai visto!!! 
Già. 
La vendetta è un concetto inossidabile. Che porta a braccetto l'altro concetto per cui violenza genera violenza. 
E se smettessi di scrivere adesso potrei comunque dire di avervi raccontato il film in due parole.
Ma.
Ve ne dico ancora qualcuna. 


Se avete visto il trailer del film, in cui una ragazzina viene brutalmente uccisa da un gruppo di uomini mascherati, sappiate che quella è la scena iniziale del film, da cui si dipana, per le due ore successive la storia. Dopo l'aggressione assistiamo ad un giro di telefonate tra personaggi misteriosi in cui, come in un passaparola, viene comunicato il buon esito dell'operazione.
Passa del tempo e un gruppo composto da sette uomini, ogni volta usando travestimenti diversi, inizia a catturare ad uno ad uno i responsabili dell'omicidio, costringendoli, sotto tortura, a confessare il loro crimine.
In un'escalation di violenza che mira più a confondere che a spiegare, il capo del gruppo "eversivo" diventa di volta in volta più feroce, e di fronte a torture sempre più efferate qualche appartenente al gruppo - composto da persone che, per qualche motivo, vivono ai margini della società - inizia a chiedersi fino a che punto sia giusto quello che stanno facendo.
Dubbio che sembra non scalfire minimamente gli assassini della ragazza, che si giustificano dicendo che loro stavano semplicemente eseguendo degli ordini (questa mi sembra sia già stata usata in passato, da qualche parte in Europa, correggetemi se sbaglio).
In un mosaico di situazioni in cui la quotidianità del gruppo mostra una vita fatta di umiliazioni e soprusi, sembra che a Kim Ki-Duk non interessi spiegare il chi, il come, il perché, limitandosi a fare il punto (interrogativo) sul malessere di una società democratica sulla carta (ad un certo punto viene fatto notare al capo del gruppo eversivo che "in Corea del Nord stanno peggio!") ma comunque allo sbando, fra corruzione e un concetto di morale sempre più approssimativo.
Cupo e senza speranza. 


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