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17 feb 2020

Flusso d'i(n)coscienza

e nuovi scampoli d'assenza.

Ciao a tutti e buon anno, tra le altre cose. 
State tutti bene? Qualcuno passa ancora da queste parti? No, ma infatti, perché dovreste? Non ci passo nemmeno io con lo swiffer a togliere la polvere, figuriamoci voi. 

Comunque. 
Sono viva e vegeta.
E vegeto. 
E niente, giovedì vado a Berlino per la Berlinale. Che io mi dicevo, che bello, quest'anno la fanno due settimane dopo, il tempo sarà migliore.
Un beato cazzo.
Le previsioni danno pioggia tutta la settimana.
Ma non importa. Ormai ho un approccio così zen sulla qualunque che se mi vede il Dalai Lama gli girano i coglioni. 
Detto ciò stamattina hanno aperto le vendite online dei biglietti e io alle 10.00 ero pronta e scattante con la mia Mastercard (che è partner della Berlinale e per ogni acquisto effettuato ti rimborsa un euro. Non che io aspiri alla ricchezza, ma, un euro oggi, uno domani, alla fine un pacchetto di chewingum finisce che riesci a comprartelo). 
Metto i miei quattro biglietti nel carrello, compilo tutti i campi, e clicco su "paga". 
E mi appare un messaggio di errore.
Torno indietro, inserisco la mia data di nascita che avevo distrattamente omesso e rifaccio la procedura.
Clicco su "paga".
Altro messaggio di errore.
Riprovo una terza volta. 
Indovina?

Comunque, grazie all'approccio zen, cambio carta di credito, nel frattempo un biglietto è già sold out, e, con la mia Visa, completo l'acquisto senza il minimo sforzo. Ok, con tre biglietti al posto di quattro, ma sai che c'è? sticazzi. 

Però questa cosa della carta di credito non mi convinceva, e così sono andata sul sito della banca. Dopo aver immesso il codice segreto, la password segreta, aspettato la notifica segreta sul cellulare segreto, sono riuscita ad accedere all'home banking. Per scoprire che la Mastercard risultava...
B L O C C A T A.

Tra me e me ho pensato ma chi ma come macheccazzo, e ho composto il numero verde.
Dopo aver digitato il codice segreto, la password segreta, dichiarato la mia data di nascita, il cognome da nubile di mia madre, e aver giurato che la prima regola dell'home banking è non parlare dell'home banking, una gentile impiegata che risponde dall'Italia mi ha detto "ma questa carta è bloccata dal.... 30 novembre!".

Ah.

Ad un certo punto il neurone che sta morendo di solitudine ha avuto un sussulto. Un giorno - direi il 30 novembre, a questo punto - volevo prelevare da un ATM. Inserisco la carta di credito, digito il pin del bancomat e niente. Insisto.
Al quarto tentativo realizzo che se avessi inserito il bancomat al posto della carta di credito forse sarei riuscita a prelevare. E infatti. 
Ignorando che, pur digitando il pin corretto, ma usando la carta sbagliata, essa si risente e si blocca. 

La signorina mi comunica che trasferirà la mia chiamata all'addetto agli sblocchi. 
Che si chiama Daniele e risponde dall'Albania.
Dopo avermi chiesto la data di nascita ed il cognome da nubile di mia madre (GIURO) mi chiede come mai ho bloccato la carta. Alla mia risposta "perché sono una deficiente" Daniele dall'Albania si mette a ridere e conclude dicendo "la carta è sbloccata". 

Ma questo lo vedremo domani.

24 apr 2018

Loro 2

Dopo aver invitato praticamente chiunque a partecipare alla loro rubrica settimanale, fosse anche gente che ha un blog che parla di petanque e briscola coperta, finalmente Cannibal Kid e Ford si sono ricordati di me.
Quando Marco mi ha scritto avrei voluto dirgli "cazzo, era ora!", ma mi sono ricordata che sono pur sempre una vecchia signora, e ho accettato ringraziando educatamente. Poi ho visto i film in uscita e mi è sorto il dubbio che abbiano voluto farmi un dispetto. Questa settimana i distributori italiani si sono superati: hanno riesumato ben due film del 2015, roba che manco la settimana di ferragosto.
Comunque, squilli di trombe e rullo di tamburi, adesso la smetto di fare la polemica e provo a parlarvi, in compagnia di questi due baldi giuovini, di quello che ci aspetta in sala:


21 mar 2018

Ai miei tempi succedeva che, complici le prime tempeste ormonali, le ragazzine (ma anche qualche ragazzino) iniziassero, di punto in bianco, a scrivere poesie. Non so se adesso la poesia la faccia ancora da padrona o se semplicemente sia stata bypassata dalle foto porno su telegram, o se tutti ambiscono a scrivere direttamente romanzi. Ci avete fatto caso che su venti persone che conoscete almeno 4, se non 5, hanno pubblicato un libro, fosse anche una raccolta delle liste della spesa? No, perché a me succede, me ne vengono in mente almeno 5, tra cui financo il vincitore del premio Calvino, mica pizza e fichi.
Dicevamo? 
Ah, sì, la poesia.   
Alla Poison, incredibilmente, di scrivere poesie non è mai fregato un cazzo (l'avreste mai detto?) ma un giorno pure lei dovette cedere all'endecasillabo per colpa del prof di italiano. 
E di cosa parlò la Poison? 
Del suo amore per Fabrizio, quello con la cicatrice in faccia come Capitan Harlock (ma molto meno figo), e di quanto le piacesse passare le ore a limonare con lui? 
Del suo gatto? La Poison ha sempre amato i gatti. Quello dell'epoca si chiamava Baffino - ho sempre avuto molta fantasia coi nomi di gatto, lo ammetto - ed era un gattone grigio tigrato, con una dipendenza da dixi, che sparì nel nulla sotto Pasqua, nonostante all'epoca non abitassi a Vicenza.
Certo che no.
La poesia della Poison parlava di... scarpe.
Vecchie, per la precisione.
Ovviamente non me la ricordo, a parte il finale, che era
...ma quella scarpa vecchia era la mia...
Insomma, roba che Ungaretti levate proprio. 
Ho scoperto, dopo aver iniziato a scrivere questo post, che oggi è nientepopodimeno che la giornata mondiale della poesia. Ecco, giuro, Vostro onore, non lo sapevo, altrimenti non mi sarei mai permessa. Ma ormai, a questo punto, tanto vale.
Oltretutto mica volevo parlare di poesia, io. 
Ma di scarpe. 
Perché oggi ho indossato un fantastico décolleté di Marra. E ho resistito fino a cinque minuti fa, quando sono scesa dal tacco 11 e sono entrata in un paio di... ballerine rasoterra.
Io. 
Con un paio di ballerine. 
Rasoterra.
Roba che se me lo avessero detto 5 anni fa, quando zampettavo garrula sui tacchi h 24 mi sarebbero venute le convulsioni dal ridere. 
E invece.


18 ott 2017

L'incredibile vita di Norman.

Dove, tanto per cambiare, parlerò poco del film, e molto dei cazzi miei (come praticamente sempre, quindi). 
Perché, come ho già scritto da un altra parte, il problema del film è l'anziano. E no, non sto parlando di Richard Gere.


Capisco che tradurre letteralmente Norman: the moderate rise and tragic fall of a New York fixer sarebbe stato chiedere troppo, ma insomma, qualcosa di un po' meno banale e filosupereroistico lo si poteva trovare, no?
No, appunto.
La regia è di Joseph Cedar, regista israeliano a me sconosciuto, come sconosciuti sono tutti i suoi lavori precedenti. Ma, a parte questo, il film, con protagonista un ottimo Richard Gere, è molto interessante e sagace al punto giusto.
Il motto di Norman Opphennaimer è "se le serve qualcosa, io gliela trovo!". E, in questo modo, Norman ha dedicato la sua vita ad intrecciare tutta una rete di conoscenze più o meno importanti (e più o meno reali): nella spasmodica attesa dell'affare della vita, trama e briga per concludere accordi che gli frutteranno qualcosa, anche se sembra che a spingerlo, nonostante il suo modo di fare insistente e spesso fastidioso, sia il desiderio di riuscire a fare del bene al prossimo. Le cose sembrano andare finalmente per il verso giusto quando conoscerà un uomo politico israeliano, destinato a diventare Primo Ministro. 
Sarà davvero così? 
Naturalmente non ve lo dirò, ma vi basti sapere che sono uscita dalla sala molto soddisfatta.
O meglio, sarei uscita dalla sala molto soddisfatta se non avessi visto il film al cinema Romano.
Il cinema Romano, spiego per i non torinesi, è la sala cittadina dove si è creato, per motivi a me sconosciuti, l'habitat naturale della madaminchia torinese. Dicesi madaminchia - sempre per i non torinesi - una signora più imborghesita che borghese, verosimilmente agée quando non incartapecorita, spesso e volentieri con la puzza sotto il naso e il sorriso di circostanza, sovente avvolta in una nuvola di violetta di parma e naftalina, Ella è adusa frequentare il cinema Romano al primo spettacolo pomeridiano, o, talvolta al secondo. Comportandosi esattamente come stesse guardando la tv nel salotto di casa. Quelle che non hanno la fortuna di essere rimaste vedove, vengono al cinema con il consorte (che chiameremo con affetto madaminchione), Siccome - non ho dati ufficiali, ma credo che le statistiche non mi smentiranno - l'uomo diventa maturo più tardi rispetto alla donna, ma in compenso rincoglionisce prima, li vedi un po' spaesati seguire con aria succube la madaminchia, che, durante la proiezione, tempesteranno di domande, che vanno dal semplice "eh?" al più articolato "cosa ha detto?" oltre a commentare a voce alta quello che sta succedendo sullo schermo. Richard Gere mangia una fetta biscottata con le aringhe? Sentirai quello accanto a te esclamare "le aringheeeeeeee!". Richard Gere regala un paio di scarpe al futuro primo ministro israeliano? "Ma gliele ha regalate????".  Quando non commentano l'ovvio, si lanciano a predire il futuro, anticipando quello che accadrà da lì a poco sullo schermo. Ma, siccome il più delle volte non capiscono quello che sta succedendo nel film, senza riuscirci.
Taccio sui cellulari a cui non tolgono la suoneria, perché probabilmente nessuno gli ha spiegato come si fa. Immancabilmente detto cellulare suona. Prima che l'anziano realizzi che quel rumore proviene dalla sua tasca, passano i secondi. Poi, finalmente, capisce. E, invece che spegnere il cellulare cosa fa? Risponde. Alla fine, siccome ha perso il filo, si farà raccontare cos'è successo nel frattempo.


A parte gli scherzi, il film mi è piaciuto molto, se vi capita dategli una chance. Ne approfitto per precisare che nessun anziano è stato maltrattato durante la visione del film. Soprattutto perché, in previsione di diventare una madaminchia fatta e finita (ci vorranno un paio d'anni al massimo) il Romano allo spettacolo pomeridiano io lo frequento già da un pezzo. E il sorriso di circostanza lo uso da anni. Se però dovessi iniziare ad usare la violetta di parma, vi chiedo un favore: abbattetemi.

21 mar 2017

Condominio.
Homo condomini lupus.

E infatti ieri sera, pur non abitandoci ancora, ho partecipato alla mia prima assemblea di condominio. 
Che è iniziata alle 18.10 ed è terminata alle 20.20. E' stato molto bello. 
E niente, sono davvero contenta. Molto contenta. 
A giudicare dai presenti, credo di essere la più giovane lì dentro. E, considerato che ho la metà degli anni di Rockfeller, fatevi due conti. Praticamente il condominio è la versione sabauda della Baggina. 
Ho il dubbio che la signora che abita sotto di me sia una rompicoglioni da competizione. E' riuscita a lamentarsi perché in giardino c'è, da DUE giorni, un contenitore con dentro delle macerie. Che, nella fattispecie, provengono dalla fabbrica del duomo dal mio appartamento. E che sono in un angolo del giardino e non rompono il cazzo a nessuno.
Quasi a nessuno.
Lei è riuscita a dire che, quando apre la finestra, quel sacco le rovina il panorama. Se a qualcuno fosse venuto qualche dubbio, no, non ho preso casa nel parco della Mandria, né a Villa della Regina, ma in una via con pochissimo appeal e, soprattutto, ZERO panorama. Ma tant'è. Ovviamente stamattina le macerie sono scomparse.
Per dirvi la simpatia, quando è andata via non mi ha nemmeno guardato in faccia, figuriamoci salutarmi. 
Credo che una delle prime cose che farò - appena mi sarò trasferita - sarà alzarmi di notte e camminare coi tacchi a spillo per tutta casa, così, per dimostrarle il mio affetto.
A parte questo, ho scoperto (con immenso piacere, ça va sans dire) che quando piove le cantine diventano la succursale torinese di Yerebatan Sarayi, solo un po' più brutte, che sottoterra c'è una cisterna piena di scorie, e che il cortile ha delle pendenze fatte a cazzo (scusate se non mi viene un termine più tecnico) per cui, sempre quando piove,  ci si possono fare i fanghi.
E quindi non vogliamo riparare tutte cose? Ma minchia, certo, facciamolo subito!
Quanto costa? 
Bah, tra una roba e l'altra son 30mila euro malcontati. 
Nonostante tutto continuo ad essere pervasa da un ingiustificato ottimismo, e mi consolo pensando che, se fossi rimasta a poisonville, avrei dovuto comunque sostituire la caldaia. 

Yerebatan Sarayi, Istambul

20 mar 2017

La realizzazione di un progetto mal pianificato richiede il triplo del tempo previsto; quella di un progetto pianificato con la massima attenzione solo il doppio.

Ciao, sono la poison, quella con un blog che non aggiorna da prima della notte degli oscar, dove, con sommo godimento, anche se con una figura da cioccolatai, ha vinto il mio film preferito. E pronosticato. Ma chissenefrega, anche.. 
Perchè non scrivo? Mica perchè abbia smesso di andare al cinema, sia chiaro. Semplicemente ho smesso di parlarne, perchè nel frattempo, dopo lallero, ho visto Jackie, Manchester by the sea, T2Trainspotting, Fences, Hidden Figures, e, come ogni cinefila che si rispetti, financo John Wick capitolo 2. Magari quando esce il terzo, riprendo a scrivere. 
Al momento sono soltanto una donna che corre. Corre per arrivare in ufficio in tempo, corre abbandonando l'ufficio per recarsi a vedere come procedono i lavori di ristrutturazione, cagando il cazzo a muratori, elettricisti, idraulici e piastrellisti.
Mi sono resa conto che, inconsapevolmente, ho comprato la fabbrica del duomo(*). I lavori proseguono, ma con un po' di ritardo. E io non riuscirò ad abbandonare la residenza di poisonville nel tempo stabilito. Per fortuna che i signori che hanno comprato casa mia sono dei signori davvero, e mi lasciano "slittare" di una settimana. Altrimenti ero nella melma. Ma, a parte questo, i due amanuensi della piastrella stanno facendo un bel lavoro. Quando, ingenuamente, la settimana scorsa chiesi: "ma per venerdì finite?" (era lunedì) loro mi hanno guardato nel modo in cui si guarda una merda sul tappeto del salotto e mi hanno risposto "venerdì? nnnnooooooooooo, questo dificile, forse mercoledì prosimo, giovedì... noo, venerdì nooo...".

E niente, quindi al momento, in un tempo in cui probabilmente un piastrellista normale sarebbe riuscito a pavimentare due volte la galleria di Diana, io non ho ancora il rivestimento del bagno. Ma so che gli amanuensi della piastrella faranno un gran lavoro. Con tutto il tempo che ci stanno mettendo voglio vedere se riescono pure a farlo male. 
In compenso ho già scelto i colori per le stanze. Il grigio in tutte le sue varianti, roba che le cinquanta sfumature sono roba per principianti. Nel frattempo la casa non più mia sembra un campo di battaglia, dove i mobili hanno lasciato il posto a montagne di scatoloni. Ogni tanto mi metto lì, li guardo e mi faccio prendere dallo sconforto pensando al momento - abbastanza prossimo, tra l'altro - in cui dovrò aprirli e disfarli. 
Che inscatolare in fin dei conti è facile. E dopo che viene il bello. Ma soprattutto mi chiedo come farò a stipare il contenuto di una casa di tre piani in un misero appartamento da 95. Credo che inizierò ad infilarmi roba nelle mutande come Eta Beta, non vedo altre soluzioni. 


(*) fabbrica del duomo
• Opera, situazione o azione che si trascina nel tempo senza mai concludersi.
Nel 1387 venne istituito a Milano un organismo che portava questo nome, composto di sette membri fra laici ed ecclesiastici, che aveva il compito di provvedere all'amministrazione, alla conservazione e alla disponibilità per il culto del Duomo. Approvato dal Ministero degli Interni, è tuttora operante e continua a curarsi delle opere di manutenzione che sono continuamente necessarie. Lo stesso tipo di organismo opera inoltre con gli stessi fini in molte altre città.

3 set 2015

di sindrome da rientro e altre cazzate

DISCLAIMER: in questo post potrei lamentarmi della gente che si lamenta. E, se appartenete a quella categoria di persone che non sopporta la gente che si lamenta di quelli che si lamentano, che dire? Che avete ragione, indubbiamente. 
Ma fa lo stesso.




"Sei tornaaaaaata?"
mi chiede la collega R, piazzandosi davanti alla mia scrivania.
La voce della collega R è più fastidiosa del gesso sulla lavagna, ricorda i versi dei gatti in calore. 
O semplicemente è la collega R ad essere fastidiosa tout court.
"A dire il vero non sono mai andata via", rispondo.
"Io sono tornata oggi e ne ho già i coglioni pieni, cazzo".
Sono la prima a riconoscere e ammettere che il mio linguaggio non è propriamente esente dall'uso (ed abuso) di espressioni più o meno volgari, ma so anche che sono in grado di articolare una frase ed esprimere un concetto senza dover per forza ricorrere all'uso del torpiloquio.
Io.
La collega R no. 
La collega R sta all'eloquio forbito come Salvini alla tolleranza e alla fratellanza dei popoli.
Ma, soprattutto, la collega R si lamenta.
Sempre. E' come se fosse vittima di un loop temporale (come Bill Murray in Groundhog Day) e la sindrome da rientro la assalisse ogni mattina al suono della sveglia.
Di qualsiasi cosa. In qualunque momento. Ma soprattutto ovunque. La collega R non è stanziale. Io me ne sto nel mio ufficio, tranquilla, non rompo il cazzo a nessuno, mi sposto quando qualcuno mi chiama e poi torno nel mio ufficio.
Lei è perennemente in tour da un ufficio all'altro, e quando inizia a parlare non c'è modo di farla smettere. O la abbatti, ma sarebbe disdicevole a livello deontologico, o abbandoni la stanza con una scusa qualsiasi. 
Non essendomi mossa dalla scrivania (e non avendola abbattuta) ha continuato:
"Ah giàààà che tu vai sempre via nei mesi straaaaani".
" . . . "
"E quando paaaaaarti?
"il 20 settembre"
"E dove vaaaaaaaai?"
"Thailandia"
"Che figaaaaaata cazzo! Ma vai in giiiiiro?"
"No, sto tre settimane in aeroporto".
"Non prendermi in giro!"
" . . . "
"Vabbè, cazzo, vado a prendere i Ticket, ciaaaaaaaao!"
"ciao"
R e i suoi cazzi finalmente se ne vanno.
Saranno passati tre minuti, ma sembrava che ognuno ne durasse cinque.
A proposito di sindrome da rientro, a fine agosto sono tornata in ospedale per la valutazione anestesiologica preoperatoria. E' stata una visita molto accurata, e ammetto che mi ha fatto un po' impressione farmi prendere le misure per l'intubazione . . .
Anche questa volta - come era successo a fine luglio, quando, facendo presente che a fine settembre sarei andata in ferie mi ero sentita rispondere "non si preoccupi, se la chiamiamo quando non c'è ci risponde che non può venire" - ho ricordato alla dottoressa che io sarei andata in ferie dal al bla bla bla, aspettandomi un'altra risposta geniale sul genere della prima.
E invece.
"Ci dica quando non c'è, così lo segniamo sulla cartella clinica"
Cazzo (R, esci da questo corpo immediatamente!), vedi che non era poi così difficile? Mica ci voleva tanto, no?
Quindi ho ripetuto per la dodicesima volta (no, non è un numero messo a caso) il mio periodo di ferie, specificando anche che dopo le ferie DOVRO' lavorare almeno due settimane. Non è vero, ma siccome non ho alcuna intenzione di rientrare dal viaggio e precipitarmi in ospedale, dopo le ferie VOGLIO lavorare per due settimane.
Per farvela breve (si, insomma) mi hanno congedato dicendomi che mi chiameranno dal 26 ottobre in poi.
Certo, l'eventualità che cada l'aereo - se proprio deve meglio al ritorno - è sempre valida.
Ma, siccome non voglio correre il rischio che quello stronzo di mio cuggino possa ereditare qualcosa - visto che mi deve dei soldi dal secolo scorso - ho fatto testamento.
E' in cucina, sul forno a microonde.


7 ago 2015

28 lug 2015

beh. boh. bah.


Son giorni tristi: Matthew McConaughey, che campeggiava nell'header di questo blog da quasi due anni, ovvero dai tempi della visione di Mud, ha deciso di abbandonarmi. Così, senza una parola. 
E lo so che essere abbandonata un po' da chiunque è una delle poche costanti della mia vita, che mica son zitella così, tanto per dire. Ma quando ti abbandona pure un jpg... insomma, fatti due domande, signora mia. 
Quindi al momento, in attesa di un'ispirazione, il blog ha questo aspetto un po' così, un po' boh. O meh. O, semplicemente, chissenefrega.
Per il resto procede tutto in maniera molto normale e tranquilla.
Questa mattina sono stata in ospedale per gli esami pre-ricovero, prelievi, elettrocardiogramma, radiografie. E io ogni volta a dire: "Ma c'è scritto da qualche parte che io sarò in ferie all'estero dal 20 settembre al 10 ottobre? Non è che poi questi esami scadono?"
E tutti: "No no, non si preoccupi, durano tre mesi, quindi fino alla fine di ottobre sono validi. E poi se anche passano quindici giorni non succede nulla!".
Mah. Se lo dite voi...
"e comunque se dovessero chiamarla per l'intervento quando lei è in ferie dica che non può venire..."
Ma dai?
Quindi, oggi è il 28 luglio.
Mi hanno prenotato la visita anestesiologica il 28 agosto.
Sono praticamente pronta a scommettere che mi chiameranno per l'intervento il 28 settembre.
Quando, secondo il nostro itinerario che finalmente abbiamo definito, io e la bionda dovremmo essere arrivate a Chiang Mai, nel nord della Thailandia.


Come dicevo, l'itinerario del viaggio in Thailandia è definito, abbiamo prenotato tutti gli hotel, concedendoci una botta di vita nella nostra ultima tappa, ovvero Bangkok.
Ebbene sì, abbiamo prenotato un hotel a 5 stelle.
Cosa che puoi - o meglio, che IO posso - fare giusto nel sud-est asiatico, perché già a Milano, senza andare troppo lontano, mica me lo potrei permettere!
E quindi, al grido di "fanculo al tempo e ai soldi", a Bangkok pernotteremo in un hotel a cinque stelle. E lo so che avremmo potuto tranquillamente dormire in un ostello spendendo meno di 10 euro a notte. Ma... la domanda sorge spontanea: perché dovremmo farlo?
Che negli ostelli pulciosi ci ho dormito quando ero giovane e spiantata, ho visto camere di albergo che voi umani... stanze che spero davvero siano andate perdute nel tempo, o che, in alternativa, sia intervenuto l'ufficio di igiene a chiuderle al pubblico.
L'hotel è il Pullman Bangkok Hotel G, ovvero quello che vedete qua sotto.


E' comodo sia per la metropolitana sia per la BTS, essenziali per muoversi a Bangkok, ha enormi vetrate dal pavimento al soffitto, le camere "standard" sono tra il 18° ed il 26° piano, cosa che dovrebbe assicurare una vista se non mozzafiato sicuramente interessante, e quindi abbiamo deciso che per quattro giorni potevamo concederci il lusso.
Come sempre, quando scegliamo un hotel o un ristorante, ci piace leggere le "opinioni" dei clienti, sia su Tripadvisor, sia sui siti di prenotazione alberghiera. Iniziando da quelle negative, che spesso regalano perle di sconfinata bellezza.
Ovvio che se le recensioni sono tutte negative è facile che ci sia del vero, infatti nel 2013 abbiamo evitato di soggiornare in un hotel nel Mojave in cui praticamente tutte le recensioni parlavano di cimici nelle stanze... Ma torniamo alle perle di saggezza: anni fa, leggendo le opinioni su un hotel di Londra, un ospite si lamentava perché... la TV era troppo piccola.
Ma dico, li hai visti i lavandini? Sembrano la vasca da bagno di Barbie Mendicante, roba che quando ti lavi i denti devi prendere bene la mira per non sputarti il dentifricio sui piedi e tu ti lamenti che la TV è troppo piccola? Ma davvero davvero?
Nello specifico, l'hotel di Bangkok, che per comodità chiamerò Punto G, anche se spero che sia più facile da raggiungere, ha un punteggio medio che si avvicina al 9 (su 10), ma sono riuscita a leggere anche questo:
"Le camere sono buie e cupe"
Considerato che predomina il bianco e hanno una parete di vetro, l'unico momento in cui una stanza del genere potrebbe essere buia è se, alzandoti di notte per andare in bagno senza accendere la luce, sbagli strada e ti chiudi nell'armadio.
Ma il vincitore assoluto e incontrastato è senz'altro quello che si è lamentato del fatto che;
"In ascensore ci sono sempre gli stessi video".
Giuramelo.
I casi sono due: o sei il liftman, o sei un demente.
O tutti e due.




25 mag 2015

La vita non è un gioco. È sopravvivenza.

La frase che dà il titolo al post è di Mike Tyson. 
Ma, siccome ogni tanto mi piace esagerare, la faccio mia.
Anche la caccia al tesoro non è stata una passeggiata, ma siamo sopravvissuti. Che, a vedermi sabato sera mentre tornavo a casa non si sarebbe detto. Ero agile e scattante come un pangolino sotto bromuro, più o meno.
Comunque.
Nonostante io abbia un'età da madaminchia in cui sarebbe senz'altro più consigliato trascorrere il pomeriggio bevendo tè e mangiando pasticcini da Baratti & Milano questo non mi ha impedito di ritrovarmi, sabato mattina, alle 8.45, abbigliata come la mamma di uno dei Village People, in piazza Solferino, dove, addormentato appoggiato a un cartello di divieto di sosta c'era lui


Sono poi arrivate la Tiz e la Tiz-sorella, e abbiamo iniziato la nostra interminabile giornata con un caffè al bar. Quindi, assieme a tutte le altre squadre partecipanti, ci siamo spostati sul luogo incriminato. Quando hanno aperto il banchetto siamo andati a registrarci. E, siccome al peggio non c'è mai fine, ci hanno scritto il numero della squadra in fronte e fornito il "kit sopravvivenza". 
Consistente in un pollo di plastica un paio di micropanini, una mela e una lattina di Mole-Cola, famosa bevanda al gusto di Coca Cola ma made in Torino. Questo se eravate fortunati. Nel kit di sopravvivenza della Tiz, ad esempio, il panino era uno solo. 
Per iniziare la "cacc(i)a" bisognava entrare in un recinto dove c'erano tantissimi palloncini contenenti all'interno il numero della squadra. Quando lo si trovava si tornava al banco, e veniva fornito il primo indizio.
Una serie di domande logico/matematiche in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra ignoranza, roba che se A beautiful mind è morto, forse è anche un po' colpa nostra. Siamo riusciti, pietendo aiuti esterni, a risolverne il minimo sindacale che ci consentisse di superare la prova. Rischiando di non farcela. Con le nostre risposte ci siamo presentati al Politecnico dove ci hanno consegnato la prova successiva: costruire una macchina di cartone e simularne la marcia nel traffico.
Giuro. 
Dopo aver assemblato una roba che se la vede Marchionne la fa sua tempo zero, abbiamo effettuato una prova su strada, e abbiamo raggiunto la stazione di Porta Susa per documentare il tutto.

Personas sin vergüenza
La prova successiva consisteva nel formare una catena di vestiti al parco della Tesoriera, in un tratto compreso tra due panchine.
Siamo rimasti tutti e quattro in mutande. La Tiz per la causa si è levata pure la maglietta. Ma, siccome al peggio non c'è mai fine, nella tappa successiva bisognava simulare l'effetto spiaggia al Parco Dora, con tanto di teli mare e costume.
Quindi i quattro deficienti si sono spogliati - e non ci sarà nessuna immagine a documentare tanto disdoro - il Dantés ha fatto pure una doccia sotto la fontana mentre la sottoscritta si è tuffata da un similtrampolino su un gonfiabile. Ci dev'essere un video ad imperitura memoria del gesto atletico, ma fidatevi, son robe brutte. 
Da lì, con un bus - sul quale ho potuto degustare il mio prelibato kit sopravvivenza -  abbiamo raggiunto il parcheggio del Basic Village dove bisognava dire "si vede la Mole e pure Superga" mentre la prova successiva consisteva nel cercare un'auto parcheggiata nei dintorni conoscendone la targa. Al ritrovamento bisognava telefonare cantando una canzone che contenesse la parola "città" nel testo, e quindi recarsi alla tappa successiva con la parola d'ordine. Qua, mentre ormai avevo perso - oltre alla lucidità - pure la forza per lamentarmi, ci hanno consegnato una lista di "cose" da portare alla tappa successiva, ognuna delle quali con un determinato punteggio. Cose di uso comune e trasportabilissime per una squadra di mentecatti a piedi: un divano, la cuccia di un cane, uno scolapasta giallo, ecc. 
In qualche modo siamo riusciti a racimolare i punti necessari, la Tiz ha comprato pure un vaso di gerani per l'occasione e Dantés dei cerotti, io mi sono sacrificata comprando una tortina che andava morsicata su quattro lati... Poi, dopo aver fotografato un tizio con le mutande rosse siamo andate a Porta Nuova, dove ci hanno consegnato dei fogli A4 con i quali scrivere il nome di un piatto tipico piemontese di almeno 8 lettere. Se sullo sfondo ci fosse stato uno dei due orribili grattacieli che hanno modificato lo skyline di Torino si aveva diritto al bonus. 

Ridendo e scherzando ci siamo trascinati a fatica sul tetto del Lingotto, dove, con mezzi come palloni elastici, sedie da ufficio con le rotelle, trattorini a pedali e monopattini, bisognava scendere lungo la rampa del Lingotto stesso medesimo. E qua io e Tiz-Sorella abbiamo atteso che gli altri due effettuassero la prova. Quando ci hanno detto che avremmo dovuto andare in Piazza d'Armi a formare una piramide umana di dieci persone abbiamo deciso che si era fatta una certa, e che per noi la caccia al tesoro poteva anche concludersi lì. 
Quel sant'uomo del Tiz-fidanzato ci ha recuperato, e finalmente abbiamo potuto raggiungere Baladin dove avevamo sapientemente prenotato un tavolo per gustarci un paio di meritatissime birre, evitando pure di presentarci - inutilmente - alla premiazione.




22 mag 2015

Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio.

La risposta è sempre la stessa, da anni. 
Sono io.
Questa volta no, questa volta il mandante è qualcun altro. 
Anzi, altrA. 
Nello specifico la Tiz.
Infatti è grazie a lei che domani, una squadra composta da quattro deficienti con tanto di elmetto antinfortunistico e tappi per le orecchie - no, ma davvero, parliamone - si ritroverà in piazza Solferino, alle 9 (nove) di mattina per partecipare alla Caccia al Tesoro organizzata da Urban Center Metropolitano.
Nella migliore delle ipotesi arriveremo ultimi.
Nella peggiore, qualcuno di voi, affezionati lettori, mercoledì contatti la redazione di Chi l'ha visto.


15 mag 2015

Da Arles a... casa.

Lunedì 4 maggio
Eravamo rimasti ad Arles, che purtroppo, la mattina del 4 maggio, abbiamo dovuto abbandonare per tornare a casa. Che il momento in cui bisogna tornare arriva sempre. A meno di schiantarsi in autostrada durante il tragitto, ma anche lì, a casa in qualche modo ci tornerai comunque.
Anche la colazione offerta da Le Vagabonde è stata apprezzata, quindi posso dire che tutti e tre i B&B scelti per questo breve viaggio meritano la promozione.  

Ovviamente anche oggi abbiamo in programma qualche tappa.
La prima è Les Baux-de-Provence, borgo di nemmeno 500 abitanti arroccato su uno sperone roccioso, dove non puoi entrare in auto ma devi parcheggiare all'esterno del paese.
E qua scatta il vantaggio del giorno feriale, in quanto siamo riuscite ad arrivare fino all'ingresso, lasciando l'auto in un parcheggio semideserto. E a pagamento. Tariffa unica per tutto il giorno 5€, sia che tu ti trattenga un'ora o tutto il giorno, da pagare ai parcometri. Quindi cercate di avere con voi della moneta.

Se fossimo venute qua nel week end sicuramente non saremmo riuscite a parcheggiare così vicino, e ci saremmo ritrovate a camminare per le strade lastricate del paese cercando di scansare le persone, senza riuscire a vedere nulla. 
Siccome non si possono avere tutte le fortune, il tempo non è bellissimo, ma noi ci accontentiamo. Che, se devo scegliere tra formicaio con sole e deserto con nuvole, io scelgo la seconda. Simpatia portami via. 
Entriamo in un negozio di cappelli, ne provo uno molto carino che mi sta anche bene, ma sinceramente spendere 70€ per un cappello che - se tutto va bene - metterò un paio di volte, mi sembra un po' inutile, soprattutto pensando ai TRE panama (tre) comprati in Ecuador che giacciono nel mio armadio, uno dei quali, fra l'altro, non è mai uscito dalla sua scatola. Mentre dicevo queste cose alla bionda interviene il negoziante per spiegarmi che i migliori Panama non arrivano dall'Ecuador ma vengono prodotti in Francia.
Allora. 
Io capisco. che tu sei lì per vendere i tuoi prodotti, ma non è che se mi prendi per il culo in maniera così sfacciata io mi convinco ad acquistare un cappello che non mi serve, l'avesse anche intrecciato Maria Antonietta in persona con le dita dei piedi. E un po' come se io ti facessi credere che la nduja è un prodotto tipico di Bolzano. 

Abbandoniamo il negoziante e i suoi cappelli, e anche Les Baux.
Saliamo in auto e regalo il biglietto del parcheggio ad un signore che mi stava chiedendo informazioni al proposito. Lui si sorprende molto e mi ringrazia ancor di più e io, per oggi, sono a posto con la buona azione quotidiana. 
Siccome è presto decidiamo di arrivare fino ad Aix en Provance, che inizialmente non avevamo previsto nel nostro itinerario. Per arrivarci passiamo attraverso diversi paesini, uno più grazioso dell'altro, e a St.Cannat ci fermiamo per una sosta "tecnica". Prendiamo un caffè, facciamo due passi e ripartiamo.


Arriviamo ad Aix totalmente impreparate, lasciamo l'auto in un parcheggio e iniziamo a girare seguendo il nostro metodo più collaudato: totalmente a cazzo.
Fa decisamente caldo, e la cosa ci piace.
Vaghiamo per le vie del centro, piene di negozi MOLTO interessanti, ma siamo stranamente bravissime e riusciamo, evitando di indurci in tentazione reciproca, a non spendere nemmeno un centesimo. Conoscendomi, sono quasi esterrefatta.
Consultiamo Tripadvisor per cercare un posto per il pranzo raggiungibile senza dover fare km, e la nostra scelta ricade su Fanny's che ci sfama con un ottima tartare.
Torniamo sui nostri passi e abbandoniamo anche quest'angolo di Provenza, adesso si torna davvero a casa.


Decidiamo di fare un pezzo di autostrada fino a Forcalquier, dove ci fermiamo perchè all'andata il posto ci era sembrato carino. Facciamo due passi, ci inerpichiamo fino alla cittadella, guardiamo il panorama, scendiamo nuovamente in paese, ci concediamo la nostra Leffe quotidiana che - incredibilmente - finisce in un nanosecondo, probabilmente è evaporata per via del caldo, e via, di nuovo in macchina.




Prendiamo l'autostrada fino a Gap, e da lì ci rimettiamo sulla statale. Che ci vuole? Un attimo e sei ad Embrun, da lì a Briançon che ci vuole? Praticamente sei quasi a casa.

Un par de ciufoli.
Io e la bionda siamo bravissime a distrarci, quindi è possibile che ci siamo perse un indicazione del navigatore, che ad un certo punto, ricalcolando, ci ha suggerito di girare a sinistra. Noi abbiamo guardato la strada, che era una di quelle stradine strette che sembrano portare in mezzo al nulla, quindi, siccome siamo anche presuntuose e supponenti, abbiamo irriso il navigatore e abbiamo proseguito dritto.
Il navigatore che avevo sull'altra auto avrebbe iniziato a intimarmi frasi del tipo "fate inversione a U, tornate indietro appena potete, tornate indietro appena potete, tornate indietro appena potete, GRANDISSIMA ZOCCOLA, TI DECIDI A TORNARE INDIETRO?"
Quello che c'è su questa invece è molto più mansueto, lui abbassa gli occhi mogio e si mette a ricalcolare il percorso.
Dopo aver stabilito che ho il navigatore modello "Slave", ci siamo ritrovate a percorrere la strada che costeggia la diga sul Durance, quella che forma il lago di Serre-Ponçon. Avanzavamo con il muro alla nostra destra e faceva paurissima.
Però, quando siamo arrivate in cima, abbiamo potuto goderci questo panorama.


E poi, senza più sbagliare strada, siamo riuscite a tornare a casa, sane e salve.
E, dopo questa parentesi da travelbloggercialtrona, torno a fare quella che finge di saperne di cinema, fino alla prossima.

21 apr 2015

habemus clio

Domenica a Torino è iniziata l'ostensione della Sindone, e, siccome non mi piace essere da meno, ieri sera sua ex bionditudine mi ha accompagnato alla concessionaria a ritirare l'automobile nuova, arrivata - come promessomi - prima della fine del mese, in modo che pure io possa esibirmi nell'ostensione nell'ostentazione della mia nuova (e quinta) Clio.
Ostentazione in quanto essa, di un sobrio ed elegante grigio "cassiopea" come si addice ad ogni donnino di classe come la sottoscritta, è dotata di quattro orribilissimi cerchi in lega che farebbero la gioia di ogni tamarro con la T maiuscola che popola questa città e le zone limitrofe. 
Allora.
La mitologia vuole che Cassiopea, oltre ad essere la mamma di Andromeda, fosse molto vanitosa. 
L'astronomia insegna invece che Cassiopea è una costellazione settentrionale, di facile riconoscimento grazie alla sua figura a zig-zag (che non credo sia un termine altamente scientifico, ma non importa) ecc,ecc.
Qualcuno adesso sarebbe così gentile da spiegarmi cosa cazzo c'entra Cassiopea con il colore grigio? Così, giusto per capire. 
E, già che ci siamo, visto che io  non ne ho mai riconosciuto l'appeal né ne comprendo l'utilità intriseca e/o estrinseca, mi spiegate il valore aggiunto di un cerchio in lega, non necessariamente zarro come quelli di cui da ieri dispongo pure io? 
Se qualcuno si stesse per caso domandando per quale motivo io abbia voluto i cerchi in lega non fregandomene una fonchia, vengo e mi spiego: io ho "scelto" tra le vetture in pronta consegna. quella che più si avvicinava alle mie necessità, perché se avessi ordinato quella che volevo e come la volevo, la consegna slittava drammaticamente a fine maggio/metà giugno. E non avevo nessuna voglia di aspettare tutto quel tempo. 
Quindi, considerato che il modello con caratteristiche e motorizzazione, cazzi, mazzi e palazzi che più si avvicinava ai miei desideri aveva pure i cerchi in lega, ho deciso che in fondo, ok, che sarà mai?
Ma voi non potete capire quanto siano tamarri. 
Quindi, se vedete una signora di mezza età alla guida di una Clio color grigio cassiopea con dei cerchi in lega degni di Jersey Shore, ecco, sono io.
E l'ostentazione della Clio.


3 feb 2015

cinquanta sfumature di minchia brutto.

Avrei voluto fare un proclama a reti unificate alla nazione, ma visto che il tempismo non è mai stato il mio forte mi dicono che Mattarella (io non ce la farò mai a memorizzare Sergio, perché nel momento in cui dico Mattarella nella mia mente si fa largo Piersanti, del resto, c'ho un'età, portate pazienza) abbia già opzionato la giornata di oggi.
Come sempre me ne farò una ragione.
Insomma, spero, ma non lo so.
Cioè, no, davvero.
Perché ci sono cose che mi fanno davvero male.
E non sto parlando dei miei quadricipiti femorali dopo che ho ripreso ad andare in palestra.
Adesso qua dovrebbe partire il pezzo in cui dico che di cinema non capisco una fonchia, ma, tanto, se mi leggete l'avete già capito da un pezzo, se non mi leggete non vedo perché iniziare proprio oggi (ah, sì, dev'essere per l'eleganza del titolo, che sbadata), e quindi ve lo risparmio.
E' che un po' di sere fa al cinema ho visto il trailer di... Jupiter.
Ci sono Mila Kunis e Channing Tatum. 
Lei - se ho capito bene, ma credo di sì, perché il trailer durava tipo 45 minuti - è la predestinata a salvare il mondo o quello che ne rimane. E lui è...boh, suppongo quello che la aiuterà nell'impresa. Insomma, il maggiordomo. 
Una roba di una bruttezza che non si capiva se quando l'hanno girato erano seri o sotto ketamina.
Adesso.
Non ho nulla né contro Mila Kunis né contro Channing Tatum, sia chiaro. Sono entrambi giovani e belli. Presumibilmente ricchi, e, a detta di molti, presumibilmente attori. 
Mi volete spiegare il motivo di tanto accanimento?
Avete Channing Tatum, uno che già a livello di espressività se la batte con un comodino di legno, e me lo riducete che sembra il figlio ritardato del dottor Spock? Ma quanto bisogna essere cattivi?



Siccome le disgrazie non vengono mai sole, sempre lo stesso giorno, sempre nello stesso cinema, nell'atrio c'era un cartonato delle dimensioni del bagno di casa mia che pubblicizzava quel film là, quello che ha un colore nel titolo, dicendo che erano aperte le prevendite. 
Le prevendite? Really?
Ho anche ascoltato il trailer. Roba da non crederci.
Ad un certo punto si sente lui, che dovrebbe essere quello che in teoria ha più perversioni del marchese de Sade, e di von Sacher-Masoch messi assieme che, rivolgendosi a nostra signora dell'ingenuità manifesta, le chiede "cosa mi stai facendo?"
Ecco. 
Non so voi, ma per me è davvero troppo.

sono davvero cinquanta, eh? 


7 nov 2014

Interstellar

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta,
perché dalle loro parole non diramarono fulmini
non se ne vanno docili in quella buona notte,
i probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
l'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.
Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire
s'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.


Il tempo è relativo, e il buon Nolan non perde occasione di ricordarcelo, ma il suo ultimo film dura 169 minuti che - alla faccia della relatività - mettili come vuoi, restano pur sempre 169 minuti. 
Per questo motivo io e la bionda, ieri, abbiamo affrontato il film allo spettacolo delle 18.30.


Lo ammetto, partivo con la mia bella manciata di pregiudizi, intanto perché il genere non ha mai incontrato i miei favori, ma soprattutto perché, dal trailer, il film non prometteva davvero nulla di buono.
Ma, siccome tutto è relativo, va detto che il trailer non rende affatto giustizia all'opera, anzi.
E io, che temevo di dover affrontare una rottura di maroni cosmica, ho dovuto ricredermi. Se non altro qua nessuno ad un certo punto si permette di saltare in groppa ad un estintore, per dire. 

Siccome nasco cretina, quando la Brand (Hataway) [da non confondersi con il Brand (Caine)] nomina "loro" e Cooper (McConaughey) chiede perplesso "loro chi?" ho risposto io: "i mimimmi!"
E, se qualcuno ancora aveva dei dubbi, a questo punto avrà capito che quella che sta leggendo non è una recensione seria. Quelle le trovate un po' ovunque, ma qua no, qua. No.
Ve la faccio breve: siamo nel solito futuro prossimo, e il pianeta terra sta agonizzando. Piove sabbia, le coltivazioni a poco a poco stanno scomparendo. Solo il mais - ma ancora per quanto? - sembra resistere. In una fattoria circondata da campi di mais vive Cooper, ex pilota della Nasa prestato all'agricoltura, vedovo, con due figli e il padre. La ragazzina, Murph, attraverso dei segnali da parte di un "fantasma" porterà Cooper fino alla segretissima base della Nasa, dove un gruppo di scienziati sta per iniziare un viaggio spaziale che, attraverso un wormhole, cercherà di raggiungere altri pianeti dove il genere umano potrà iniziare una nuova vita. 
Combinazione mancava giusto un pilota.


Cooper decide così di indossare la maglietta da salvatore del mondo, e parte: per salvare il mondo, ma, soprattutto, per salvare i suoi figli. 
E fra scienza, fantascienza, effetti speciali, colonna sonora incisiva, universi paralleli, equazioni e formule mai risolte, fisica dei quanti e teoria della relatività, alla fine sembra che il messaggio che Nolan tenta di veicolare è che è l'amore a far girare il mondo. 
Ovvero quando 2001 odissea nello spazio incontra l'uomo dei sogni. 


E qua mi fermo. 
Perchè non vorrei correre il rischio di dire troppo.
Quindi vi butto lì due parole sul cast.
Matthew McConaughey nel ruolo di Cooper. Che dire? Niente, non serve.
Anne Hataway nel ruolo della dottoressa Brand. Nonostante l'attrice non sia tra le mie favorite devo ammettere che qua non se la cava male.
Michael Caine nel ruolo del professor Brand. Impeccabile, come sempre.
Jessica Chastain nel ruolo di Murph, figlia di Cooper, adulta. Brava, as usual, e, per restare in tema, gran figa spaziale. 
Mackenzie Foy, nel ruolo di Murph bambina. Promettente.
Casey Affleck nel ruolo di Tom (figlio di Cooper) adulto. 
Matt Damon nel ruolo del dottor Mann. Posso? Uno stronzo galattico.
Ecco, l'ho detto.



Quindi, in ultima analisi, posso dire che Interstellar non delude. Anzi, ad un certo punto io mi sono pure commossa, già. E' tanta roba, e forse, qua e là, ci sono anche un paio di incongruenze, ma credo che, nel complesso, si possano perdonare. 

29 ott 2014

nuntio vobis gaudium magnum removimus cucumeris



Eviterò il proclama a reti unificate, ma ci tenevo a dirvi che la pratica cetriolo è finalmente stata archiviata.

22 set 2014

i sogni muoiono all'alba

E sempre nel modo peggiore.
Stavo per assaporare una bellissima - e sicuramente buonissima - cheesecake ai lamponi, e, mentre il cucchiaino si trovava a circa due centimetri dalla mia bocca...
Niente.
La maledetta sveglia ha iniziato a suonare.
Quanta crudeltà.


Non è che ho smesso di andare al cinema, è che non trovo il tempo per scriverne. 
In ogni caso ho visto "Anime Nere", di Francesco Munzi. 
Appena riesco ne parlerò, voi nel frattempo cercate di recuperarlo. 
Perchè è bello. Molto bello.
Ed è italiano.
Ed è entrato a far parte della "settina" dei titoli proposti per l'oscar.
E meno male.
Perché il pensiero di Allacciate le cinture in quell'elenco ancora mi tormenta.