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29 nov 2017

#TFF35 - day 1 (venerdì)

Incredibilmente quest'anno non vi ho (ancora) frantumato i maroni con le mie solite inutili cronache dal Torino Film Festival. Che, per la cronaca, è arrivato alla sua 35° edizione. 
E io pure.
Quest'anno, per i soliti problemi di budget, le sale in cui assistere alle proiezioni sono diminuite, sono tre in meno rispetto agli anni precedenti. Siccome non credo sia diminuito anche il pubblico, la conseguenza è che sono aumentate le code. Che io, pensa che strano, detesto.
Comunque.

Ho iniziato con Sion Sono, che ormai è una costante del TFF. 
Quest'anno il regista giapponese arriva a Torino con l'adattamento cinematografico della sua prima serie TV: Tokyo Vampire Hotel infatti nasce come mini serie di 9 puntate - dalla durata variabile di 30/50 minuti - per Amazon (Japan), ed è stato rimontato in versione ridotta (appena 142 minuti) appositamente per il grande schermo.
Ambientato nel 2021 in un bizzarro hotel, è una storia di vampiri e di rivalità tra i diretti discendenti di Dracula e la famiglia Corvin, che cercano di catturare, poco prima del suo ventiduesimo compleanno, la giovane Manami, nata durante un perfetto allineamento dei pianeti verificatosi nel 1999. Scene splatter e un uso del colore ipersaturo e super pop, oltre ad una colonna sonora che alterna musica classica, heavy metal e canzoncine rumene che ti entrano in testa, fanno in modo che il film riesca a divertire, lasciandoti la curiosità di scoprire cosa succede nella serie.
Spero che abbiate apprezzato il mio condensare 142 minuti di film in sei righe.


E' poi stata la volta del coreano Jang Hoon con il suo Taeksi Woonjunsa (A Taxi Driver), interpretato da Song Kang Ho. Il film racconta la storia vera del tassista Kim Sa Bok, che nel 1980 accetta - ignaro di cosa stia accadendo nel paese - di portare il reporter tedesco Jürgen Hinzpeter (Thomas Kretschmann) da Seul a Gwangju, dove i cittadini si stavano ribellando alla dittatura di Chun Doo-hwan, e l'esercito reprimeva con violenza le dimostrazioni, riportando, tramite gli organi di informazioni, notizie false sulla vicenza.
Film di stampo classico, che inizia con toni da commedia facendosi man mano sempre più drammatico, l'ho trovato interessante.



24 nov 2015

Dispacci dal 33° Torino Film Festival

Dica 33...
La 33ª edizione del Torino Film Festival quest'anno mi vede partecipe in maniera ridotta. So che il TFF se ne farà una ragione. Io, in un modo o nell'altro, me la sono già fatta.  
Non ho potuto prendere la solita settimana di ferie, e potrò godermi il festival solo fino a mercoledì, perché giovedì entrerò in ospedale, e quindi vedrò solo una decina di film, la maggior parte dei quali  (7) li ho "spalmati" fra sabato e domenica.
E adesso ve ne parlo, più o meno brevemente.

SHINJUKU SUWAN (Shinjuku Swan)
di Sion Sono
Il regista giapponese quest'anno è stato particolarmente prolifico, girando ben 5 film. 
Uno di questi (The Whispering Star) è stato presentato alla festa del cinema di Roma, mentre tre sono in programma durante il TFF, ovvero "Tag" (Real Oni Gokko), "Love & Peace" e "Shinjuku Swan". Siccome questo festival per me va in onda in forma ridotta per venire incontro alle mie capacità mentali (cit.), ne vedrò soltanto due, iniziando appunto da quest'ultimo, tratto dall'omonima serie manga già adattata a serie tv qualche anno fa.
Tatsuhiko Shiratori si aggira senza soldi e senza lavoro per Kabukichō (la zona a luci rosse del quartiere di Shinjuku) e viene preso di mira da una banda di teppisti. Parte la rissa e il ragazzo, solo contro mezza dozzina di avversari sta per avere la peggio, quando interviene l'affascinante Mr.Mako. Che, oltre a difenderlo decide di offrirgli un lavoro, e gli propone di diventare "procacciatore" per la sua agenzia.
Quello che dovrà procacciare sono belle ragazze da assegnare a bar, sale massaggio e locali del quartiere, ricavando una percentuale dai loro guadagni. Ma, a contendersi il territorio "di caccia" ci sono due agenzie rivali, ognuna delle quali mira al controllo totale del territorio, e, fra lotte a 360°, dalle risse di strada tra la "bassa manovalanza" ai vertici dell'organizzazione, Tatsuhiko si ritroverà a fare i conti anche con i fantasmi del suo passato. 
Non mi è dispiaciuto, anche se mi è sembrato - oltre che inutilmente tirato per le lunghe (139') - un po' sotto tono rispetto agli standard "sionsioneschi".

SUFFRAGETTE 
di Sarah Gavron
La cosa che più fa indignare, in Suffragette, film diretto da Sarah Gavron, sono i titoli di coda durante i quali scorrono le date  in cui i vari stati del mondo hanno concesso il voto alle donne. L'italia, come si sa, non figura benissimo in questa classifica, preceduta dalla Turchia (!) ma comunque un bel po' di anni prima della neutrale e civilissima (?) Svizzera, che ha concesso il voto alle donne nel 1971...
E probabilmente, senza l'impegno di Emmeline Pankhurst le cose sarebbero andate ancora peggio.
Anyway, siamo ovviamente a Londra, agli inizi del 1900, e Maud Watts lavora da quando era bambina in una lavanderia, alle dipendenze del viscido Mr.Taylor.
Un giorno, durante una consegna, si ritrova casualmente nel mezzo di una rivolta di alcune suffragette, che, al grido di "voto alle donne" spaccano a sassate le vetrine di alcuni negozi. Riconosce fra queste la sua collega Violet, che qualche giorno dopo dovrà presentarsi in parlamento per spiegare i motivi per cui alle donne deve essere riconosciuto il diritto al voto. Decide di andare ad ascoltarla, ma il giorno della testimonianza Violet si presenta coperta di lividi e così sarà la stessa Maud a rispondere alle domande del membro del parlamento Lloyd George.
Conoscerà altre attiviste, tra cui Edith Ellyn e, lentamente, dopo un incontro con la Pankhurst, leader del movimento, e costretta a vivere in una specie di latitanza, prenderà coscienza del fatto che il motivo per cui queste donne stanno combattendo non solo è giusto, ma doveroso e necessario. Ad un primo arresto ne seguiranno altri, e si ritroverà a dover fare i conti con un universo maschile in cui tutti - a cominciare da suo marito - la ostacoleranno, ma ormai Maud ha deciso da che parte stare, nonostante l'alto prezzo che dovrà pagare.
Opera di finzione - anche se alcuni personaggi del film sono reali (oltre alla Pankhurst, Lloyd George e Emily Davison) - Suffragette è un film che racconta un pezzo di storia importante, ma lo fa in maniera forse fin troppo pulita (che a scrivere "politicamente corretta" non ce la posso fare). Ottima la ricostruzione, i costumi, e tutto quanto, ma siamo ad un passo dall'agiografia.
In uscita a febbraio e marzo, da vedere - che ve lo dico a fare - in lingua originale, per apprezzare l'inglese sporco della classe operaia, e dove Meryl Streep, con il suo accento perfetto, sembra stonare anche un po'.

TANGERINE
di Sean S. Baker


E' la vigilia di natale e Sin-Dee Rella è appena uscita di prigione. 
Al tavolo del Donut Time parla di Chester con la sua amica Alexandra, finché quest'ultima si lascia sfuggire, pensando che Sin-Dee ne fosse al corrente, che il suo fidanzato, mentre lei era in prigione, l'ha tradita con una donna vera.
Ma Sin-Dee ovviamente non lo sapeva, e, con le poche informazioni  in suo possesso, ovvero che la donna è una delle troie di Chester, e che il suo nome inizia con la D, si mette a cercarla su e giù per tutta West Hollywood.
E, mentre seguiamo Sin-Dee alla ricerca della ragazza, seguiamo anche Alexandra che distribuisce volantini per pubblicizzare lo spettacolo che terrà in un locale la sera stessa, e facciamo conoscenza con Ramzik, tassista armeno con la passione per i trans. fino al gran finale, in cui tutti si ritroveranno nuovamente al Donut Time e scoppia il finimondo. 
Girato con un iPhone, Tangerine è un film frenetico e frizzante, in cui si pensa, ci si commuove e si ride.

24 nov 2014

Pillole dal 32° TorinoFilmFestival

Sarò breve.
Intanto perché mi manca il tempo materiale.
A seguire perché oggi è l'unico giorno della settimana in cui sono in ufficio e quindi, teoricamente, dovrei lavorare. 
Ma volevo spendere due parole sui primi 3 giorni del Torino Film Festival, iniziato venerdì.
Dopo aver fatto una coda di circa un'ora e mezza venerdì pomeriggio sono entrata in possesso del mio abbonamento, e alle 17.30 ho potuto assistere al primo film di questa edizione:

Diplomatie
(di Volker Schlöndorff - Francia/Germania 2014)
Schlöndorff, palma d'oro e oscar per "Il tamburo di latta" ha introdotto, in un buon italiano, il suo ultimo film che, con il titolo "Diplomacy - Una notte per salvare Parigi" potete trovare già in sala.
Fine agosto 1944, Parigi.
Nella stanza d'albergo divenuto il quartier generale delle truppe tedesche, la capitale francese è ancora nelle mani dei tedeschi comandati dal generale Von Choltitz (Niels Arestrup) che ha ricevuto l'ordine preciso di radere al suolo Parigi, prima di abbandonarla.
Il console svedese Nordling (André Dussollier), recatosi in visita al generale, cerca, con calma e fermezza, di far desistere Choltitz dal suo intento, dando il via ad un dialogo in cui la diplomazia cerca di far breccia in un uomo obbligato ad eseguire gli ordini. 
In giro si sono sentiti pareri contrastanti, io l'ho trovato interessante.

Tokyo Tribe
(di Sion Sono - Giappone 2014)
Ovvero il musical secondo Sion Sono.
Tokyo Tribe è un delirio pop, anzi, un delirio hip hop in salsa teriyaki.
In uno scenario notturno, fluorescente futuristico e post apocalittico, la città è dominata da diverse gang che si sono spartite il territorio e che in qualche modo riescono incredibilmente a convivere. Ma Merra, l'ossigenatissimo capo del quartiere a luci rosse di Bukuro, vuole la testa (si fa per dire, ma non vi dirò nulla) di Kai, il capo dei Musashino Saru, che predica amore e pace e contemporaneamente cerca di difendere la vita di Erika, che, tutto sommato, riesce benissimo a difendersi da sola.
Mescolate vorticosamente tutto a ritmo di rap, aggiungeteci una manciata di citazioni, compreso uno sfottò nei confronti di Tarantino, spargete maschilismo spinto un po' ovunque e vi troverete di fronte all'ennesima opera folle del regista giapponese, da cui, da un film all'altro, non si sa mai a cosa si sta andando incontro, nel momento in cui si spengono le luci e inizia lo spettacolo.

18 nov 2014

32° Torino Film Festival

Anche quest'anno siamo arrivati alla settimana del Torino Film Festival, giunto alla sua 32ª edizione.
Per la gioia della sottoscritta si inizia alla grande venerdì sera con Tokyo Tribe di Sion Sono, e questa è una delle poche certezze che ho al momento.
Per il resto sto riempendo fogli excel tentando di definire un programma, cercando, con il solito impossibile gioco di incastri, di riuscire a vedere tutto quello che, sulla carta, mi sembra interessante. E come sempre, sembra di trovarsi davanti a un puzzle a cui mancano un paio di tessere.
Oltre a Sion Sono ci sono alcune cose che non voglio perdermi, ad esempio la retrospettiva su Jim Mickle, i cui titoli, principalmente Cold in July e Stake Land mi incuriosiscono, anche se ammetto che "we are what we are", che si trovava facilmente in giro e che alcuni di voi hanno recensito, non mi ispirasse poi granché. Ma si sa, solo gli sciocchi non cambiano mai idea, e quindi retrospettiva di Jim Mickle sia, tanto i titoli sono pochi e, combinazione, riesco a "collocarli" tutti. 

TitleYearMetacriticRotten Tomatoes
2006
N/A
70%
2010
66/100
75%
2013
69/100
87%
2014
N/A
90%

Poi sarà la volta di Bruno Dumont con "P'tit Quinquin", miniserie montata in un'unico film già passata all'ultimo Festival di Cannes, e (lo attendo da un anno, più o meno) 20.000 days on Earth, con Nick Cave, che è rimasto - da quando si sono sciolti i REM - l'unico artista di cui ancora compro i dischi a scatola chiusa. Fate un po' voi.
Insomma, come sempre tanta roba, e per tutti i gusti. 
Volendo si possono rivedere anche Lo Squalo, Profondo Rosso e La conversazione, tanto per dirne tre a caso. 
Ma avendo due vite a disposizione, probabilmente. 
Le sedi per il pubblico "normale" quest'anno sono soltanto due: quelle del Reposi (5) e quelle del Massimo (3), mentre le proiezioni stampa saranno al Classico, quello che una volta era il cinema Empire di Piazza Vittorio Veneto, riaperto da un paio di mesi. 
Rispetto alle passate edizioni sembra ci siano pellicole più mainstream del solito, cosa che probabilmente farà storcere il naso a più di una persona.
E no. Non guardate me. Io non ho nulla contro il cinema mainstream. Sì, cioè, insomma, più o meno, ecco.
Se volete saperne di più, il sito del festival è: http://www.torinofilmfest.org/, mentre cliccando QUI (o nel box che trovate nella colonna in alto a destra) verrete catapultati direttamente nel programma senza passare dal via. 
Se qualcuno dei miei 5 lettori (esclusi il Dantès e la Tiz) si trovasse a Torino e avesse voglia di farsi riconoscere me lo faccia sapere... 

8 ott 2013

Cold Fish (冷たい熱帯魚 Tsumetai nettaigyo)



La vita è dolore, spiega Shamoto sul finale del film alla figlia Mitsuko.
Ma anche la visione di certi film non è una passeggiata. 
Pare che Sion Sono si sia vagamente ispirato ad una vicenda realmente accaduta negli anni 80' in Giappone, quando Gen Sekine e sua moglie Hiroko Kazama, titolari di un negozio di animali vennero accusati (e condannati a morte) a seguito dell'omicidio di quattro persone. 
A scanso di equivoci, nessuna aula di tribunale è stata maltrattata durante la realizzazione di questo film.
Può la malvagità umana essere contagiosa? O davvero siamo tutti malvagi ma abituati a nascondere a tutti, soprattutto a noi stessi la nostra vera natura? 
A giudicare dalla mutazione del mite signor Shamoto, che all'inizio sembra la variabile a mandorla del ragionier Filini e alla fine è un altro uomo, sembrerebbe che, secondo Sion Sono sicuramente sì, la crudelta è insita in ognuno di noi, pronta ad esplodere non appena si presenti un elemento scatenante. 
Shamoto gestisce un negozio di pesci tropicali, vive con la seconda moglie, la giovane Taeko e ha un rapporto conflittuale con la figlia adolescente, Mitsuko.
Quando la ragazza viene beccata a rubare in un supermercato, l'intervento dell'apparentemente affabile signor Murata, salva Mitsuko dall'avere guai con la legge. Cosa che, col senno del poi, sarebbe sicuramente stato il male minore. 
Murata convince Shamoto a fare in modo che Mitsuko vada a lavorare per lui, che, combinazione gestisce un grandissimo negozio di pesci tropicali. Shamoto ovviamente acconsente. 
Dopo qualche giorno (nel frattempo Murata ha già sedotto Taeko) Shamoto viene convocato da Murata per la stipula di un affare dove è coinvolto il signor Yashida che, dopo aver scucito 10 milioni di yen per un commercio di pesci tropicali, viene avvelenato da Murata, sotto lo sguardo terrorizzato di Shamoto.
Murata senza troppi preamboli spiega all'uomo di aver già ucciso, con l'aiuto della dolce moglie Aiko, altre 58 persone, e convince con le minacce Shamoto a diventare suo complice, portandolo in una baracca sui monti e costringendolo ad osservare mentre lui e la moglie smembrano il cadavere di Yashida.
In un crescendo di violenza, sesso a caso un po' fra chiunque, cadaveri smembrati, e deliri su morte e felicità, la metamorfosi di Shamoto si compie, fino al tragico e sanguinario (molto sanguinario) epilogo.
Solita feroce critica a famiglia, società e religione.
Che io lo vorrei proprio vedere, il signor Sion Sono, a dirigere uno spot del Mulino Bianco per il signor Guido Barilla. 

23 set 2013

Strange Circus (気球クラブ、その後 Kimyō na sākasu)

Sion Sono è un folle visionario. Nel senso più geniale del termine. 
Ma credo di averlo già detto in altre occasioni.
E la frase riportata nell'immagine riassume perfettamente questo Strange Circus, che si apre sulle note di Bach e ci porta al circo (sequenza splendida), dove Black Shadow introduce il primo numero dello spettacolo: "C'è qualcuno nel pubblico a cui piacerebbe essere ghigliottinato?".
Ed è qua che appare la piccola Mitsouko, il cui personaggio ci viene introdotto così: "Ero stata condannata a morte sin dalla nascita. O forse... era mia madre a dover essere giustiziata e noi ci siamo scambiate di posto. Per quanto indietro possa tornare con la memoria sono sempre stata circondata da ghigliottine".
Ma chi è Mitsouko?
E' la bambina che, dopo aver visto i genitori fare l'amore viene costretta dal padre, Gozo, che è anche il preside della scuola che frequenta, ad assistere agli amplessi fra i genitori nascosta in una custodia di violoncello, quella stessa custodia dove l'uomo farà entrare la moglie Sayuri, costringendola a guardarlo mentre stupra la figlia? O è la diabolica creatura che si sostituirà a sua madre quando lei, incidentalmente, morirà in seguito ad una caduta dalle scale? 
O semplicemente Mitsouko e Sayuri sono il frutto della fantasia (malata, e vabbè) di Taeko, misteriosa scrittrice costretta su una sedia a rotelle anche se è perfettamente in grado di camminare? 
O il romanzo che sta scrivendo è forse autobiografico e Mitsouko e Sayuri non sono personaggi immaginari? 
E' chi è veramente Yuji, essere a detta di tutti asessuato che la casa editrice assegna a Taeko, incaricandolo di scoprire la verità sul passato della donna?
Ma soprattutto, chi è davvero Taeko?
E che fine ha fatto lo spregevole Gozo?
Quando pensi di aver capito Sion Sono è lì che ti aspetta, pronto a mischiare nuovamente le carte in tavola, confondendoti le idee per l'ennesima volta. 
Fino all'incredibile finale, dove il delirio era iniziato, e dove il cerchio (forse) si chiude.

"Io ero lei, e lei era me".




20 set 2013

Suicide Club (aka Suicide Circle) - (自殺サークル, Jisatsu saakuru)




















Allora.
Potrei fare come quelle che se la tirano come se non ci fosse un domani e dirvi che questo film di Sion Sono del 2002, è un capolavoro.
Ma.
Alla mia età i tessuti hanno perso l'elasticità dei 20 anni (e anche quella dei 30) ed è un attimo che a tirarmela me la strappo, che già son qua con un malleolo fratturato e il gesso e le stampelle e non mi sembra il caso di accanirmi.
La verità è che ho fatto un po' di fatica a seguire il filo (il)logico della vicenda. E alla fine ho come il vago sospetto di non averci capito una beata minchia.
Forse, semplicemente, non ero connessa con me stessa.
E quando le Dessert cantano "il mondo è un puzzle" ho pensato che anche questo film lo fosse.
E gli mancasse qualche tessera.
Però ho capito che le Dessert sono il male (a  differenza del brano di Tomoki Hasegawa, che è di una bellezza straziante).
E che, che lo si comprenda o si presuma di farlo, o ci si atteggi a fare gli splendidi - hai presente quelli che "adesso te lo spiego io quello che stai pensando"? - Sion Sono riesce sempre e comunque ad essere disturbante.
E visionario.
E geniale.
Questo film - che sarebbe riduttivo classificare come semplice horror - fa parte di un'ipotetica trilogia, e, caso abbastanza insolito, dato che in genere succede esattamente il contrario, ha ispirato il romanzo "Suicide Circle - The Complete Edition", scritto dallo stesso Sono.
Tutto avviene nell'arco di una settimana, con i giorni che vengono scanditi sullo schermo, a partire dal 26 maggio, in un crescendo di nichilismo e alienazione.
Inizia alla stazione di Shinjuku con l'inspiegabile suicidio di 54 liceali che ridono e scherzano come nulla fosse fino all'istante prima e, all'arrivo del treno, tenendosi tutte per mano, si lanciano sui binari.
Sangue ovunque come se piovesse, e una misteriosa borsa sportiva immacolata compare sul marciapiede. La polizia indaga, anche se la squadra formata dai detective Kuroda, Shibu e Murata non sa esattamente da dove iniziare. Nella borsa c'è un rotolo composto da tanti rettangoli di pelle umana delle stesse dimensioni cuciti assieme.
Una misteriosa telefonata da parte di una ragazza che si fa chiamare Bat svela a Kuroda e soci l'esistenza di un sito internet dove una schermata di pallini, rossi per le femmine, bianchi per i maschi, aggiorna - come il più elementare dei pallottolieri - il conto dei suicidi, prima che questi avvengano.
E infatti, come in preda ad un muto richiamo, il numero dei suicidi aumenta in maniera esponenziale, da una coppia di infermiere durante il turno notturno, con la prima che sparisce nel nulla e la seconda che si butta senza esitazione dalla finestra, al gruppo di studenti che si lancia dal tetto della scuola durante l'intervallo, al giovane Masa, che, buttatosi dal tetto anche lui, finisce per colpire la sua ragazza Mitsuko, che stava camminando nella via sottostante.
Fra un suicidio e l'altro Bat viene fatta rapire da Genesis, un piccolo emulo ossigenato del Dr.Frank-N-Furter, che, in preda ad un delirio di onnipotenza ("sono il Charles Manson dell'era informatica") si fa arrestare dalla polizia.
Ma.
L'ondata di suicidi non si arresta.
Sarà Mitsuko, recatasi nella stanza di Masa, a trovare (forse) la connessione.
Suicide Club (o Suicide Circle, come preferite) non è un film perfetto. Né si avvicina alla MIA personale idea di capolavoro, ma di sicuro è un'opera che non lascia indifferenti.



29 nov 2011

Riposo settiamanale (martedì)

Oggi mi prendo una pausa dal TFF.
Che insomma, avrei anche altre cose da fare. No, non sto parlando del lavoro… intendevo la palestra e lo shopping.
Comunque poi domani riprendo. Devo capire se tutto il pomeriggio, che mi farebbe piacere andare a mangiare sushi con la dovuta calma, o se solo due ore per il film delle 17.00. Ma è prematuro pensarci oggi.
Comunque, ricapitolando, martedì, esaltata dal lungometraggio di domenica mattina, ho deciso di vedere un secondo film di Sion Sono, “Koi no tsumi (Guilty of Romance)”



Appena 144 minuti. Anche questo diviso in cinque capitoli, parte con la detective Kazuko Yoshida che fa sesso nella doccia in un love hotel, fino a quando il cellulare che suona la costringe a recarsi nella zona di Shibuya, dove è stato ritrovato il cadavere di una donna smembrato, e ricomposto con i pezzi di un manichino. E poi, in un miscuglio di tradizione e perversione, si intrecciano le storie di tre donne. Izumi Kikuchi, Mitsuko Ozawa e Kazuko Yoshida. 
La dolce Izumi Kikuchi, moglie di uno scrittore di successo, devota e succube, con i giorni scanditi da un rituale preciso e invariabile (il bacio casto al marito quando lui esce di casa, il riposizionamento delle ciabatte perfettamente allineate per il suo rientro, l’acqua calda per il tè con il tempo di infusione scandito dalla clessidra) non trova il coraggio per manifestare all’uomo il desiderio che prova per lui, così, sempre più insoddisfatta, decide di trovarsi un lavoro. Assunta come promoter di salsicce (vabbè) in un supermercato, conosce una donna che le propone di posare per delle fotografie. Le foto in realtà non sono che il preliminare ad un film a luci rosse. La dolce ed ingenua (vabbè) Izumi scoprirà ben presto i piaceri del sesso che finora le era stato negato e, passeggiando nel quartiere di Shibuya, incontra Mitsuko Ozawa, irreprensibile professoressa universitaria di giorno, perversa puttana di notte, che trascinerà Izumi in un abisso di perversione sempre più devastante. Un film forte e surreale, visionario ma lucido, dove il regista, avvicinandosi al castello di Kakfa, indaga sulla doppia vita delle persone. 
Quando il film finisce esco dalla sala. La luce del sole, che non mi aspetto, mi sorprende. Cammino per le strade della città senza una meta precisa, che devo far arrivare le 19.30, quando inizia Terri. 


Commedia agrodolce (più agra che dolce, in verità) su un ragazzo sovrappeso che vive con uno zio in odor di Alzheimer e che va a scuola in pigiama “perchè è più comodo”. Quando il preside gli chiede di andare da lui ogni lunedì per parlare, Terri crede di aver trovato un amico, ma ben presto si rende conto che Mr.Fitzgerald (John C. Reilly) oltre a lui incontra altri “casi umani” che frequentano la scuola… Fra incomprensioni e qualche apertura inaspettata verso il prossimo, il film è un ritratto generazionale carico di tristezza, ché da queste parti il sogno americano non è ancora arrivato. 

27 nov 2011

Sunday Morning

Ci sono un sacco di cose da fare, la domenica mattina.
Restare sotto le coperte, ad esempio.
Andare a fare colazione in pasticceria.
Andare a camminare in montagna.
Io alle 9.30 entravo al cinema.



Per vedere Ai no mukidashi (Love Exposure), di Sion Sono. Ammetto che la durata del film (237 minuti) mi intimoriva un po’. Ma sinceramente pensavo peggio.
Diviso in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un personaggio, il film ruota intorno a Yu Honda, figlio di una coppia di ferventi cattolici. Quando la madre muore, il padre decide di farsi prete. Ma, in un eccesso di zelo, l’uomo pretende che il figlio si confessi ogni giorno. Il giovane Yu inizia ad inventarsi peccati per compiacere l’uomo, fino a quando incontra un gruppo di amici e, assieme a loro, inizia a fotografare gli indumenti intimi delle ragazze, pensando che, confessando questa perversione, renderà felice il padre.
Un giorno, dopo aver perso una scommessa, esce vestito da donna, ed incontra Yoko, di cui si innamora. Ma la matrigna della ragazza è la donna di cui è innamorato il padre di Yu, che vuole abbandonare i voti per poterla sposare. Nel frattempo nella vita dei due ragazzi piomba Koike, adepta della setta Chiesa Zero, che finirà col rapire la famiglia di Yu… Non manca nulla, sesso, fanatismo religioso, perversione, arti marziali, cultura pop… e quando scorrono i titoli di coda quasi ti stupisci che siano già passate quattro ore. E devi spostarti dal Reposi al Massimo, dove ti aspettano gli altri per la visione di Wrecked.



Che dura appena 90 minuti. Ma che ti sembra più eterno del film che hai visto prima. E’ proprio vero che tutto è relativo. Siamo in un bosco. C’è un tizio (Adrien Brody) in una macchina fracassata, dietro di lui un cadavere. Non ricorda niente (beato lui, verrebbe da dire) ed è incastrato nell’auto. Quando riesce a liberarsi trova una pistola e nel baule dell’auto una borsa piena di soldi. Si convince di essere l’autore della rapina… e, per un’ora e mezza va avanti e indietro nel bosco, fra cani, ragazze immaginarie e puma cattivissimi che purtroppo lo risparmiano. Mai una gioia. Finalmente il film finisce. E voi potete tornare al Reposi per vedere un film in concorso, il canadese “Le Vendeur”.
Che già l’idea che si possa vivere in un posto così innevato, dove aspettano che arrivino i -30° ti fa rivalutare gli inverni piemontesi… La storia ci mostra Marcel Lévesque, il miglior venditore di automobili della regione, che, ormai prossimo alla pensione, vive per il lavoro e per l’affetto della figlia e del nipote. Triste e lento. O tristemente lento. O lentamente triste.
Ma per fortuna ci aspetta una sorpresa.


Il primo film di Joe Cornish, Attack the block, ci porta nella periferia di Londra, dove un gruppo di ragazzi non propriamente di Oxford, mentre sta rapinando un’infermiera, viene distratto dalla caduta di un oggetto misterioso che si schianta su un’automobile parcheggiata. E’ un piccolo alieno, che dopo aver sfregiato il capo della banda, Moses (John Boyega, che potrebbe tranquillamente essere figlio illegittimo di Denzel Washington, tanta è la somiglianza) viene eliminato senza troppi scrupoli.
E questo è l’inizio di un’invasione aliena (per i mostri il regista si è ispirato al suo gatto) che i nostri “eroi” dovranno combattere, mentre devono anche tentare di difendersi dalla polizia e da una gang rivale. Satira splatter e fantascienza di serie B, per un film che diverte fino alla fine. Strepitoso.



La giornata finisce con l’anteprima di “Midnight in Paris”, ultimo lavoro di Woody Allen, dove un ottimo Owen Wilson, nei panni di Gil, uno sceneggiatore che aspira a diventare scrittore, si trova a Parigi con la fidanzata e i futuri suoceri. Il suo massimo desiderio sarebbe di rinascere nella Parigi di inizio secolo, e una sera, mentre cerca di ritornare in hotel, accetta un passaggio in macchina, e si ritrova catapultato nel bel mezzo di una festa con Cole Porter al pianoforte, mentre Zelda e F.Scott Fitzgerald conversano con Ernest Hemingway e lo convincono a seguirlo a casa di Gertrude Stein, dove troveranno Picasso, nuovo amante della conturbante Adriana, già musa di Modigliani. Fra sogno e realtà ritroviamo un Woody Allen in grande spolvero. Andatelo a vedere.