anche se non si noterà la differenza.
21 mar 2016
16 mar 2016
Che ne sai tu di un campo di grano?
(Room)
Se volete leggere una gran bel post su questo film andate da Giuseppe de Il buio in sala, e sarete accontentati. Se invece vi fate andar bene la solita recensione un po' scamuffa, approssimativa, asettica e anaffettiva potete tranquillamente restare qua a leggere la mia (per la serie "proprietarie di blog che sanno invogliare i propri lettori").
Room è basato sul romanzo "Stanza, letto, armadio, specchio" scritto da Emma Donoghue, che a sua volta si ispira alla terrificante (dove terrificante non basta a rendere l'idea né a spiegare l'orrore) vicenda di Elisabeth Fritzl segregata per 24 anni (ven-ti-quat-tro!!!) da suo padre, da cui ebbe sette figli. Tre adottati dallo stesso padre e dalla moglie inconsapevole (?), uno morto a pochi giorni dalla nascita e tre segregati nel bunker con la madre. Ed è proprio ispirandosi a Felix, il bimbo più piccolo di Elisabeth, che la Donoghue nel 2010 scriverà il romanzo, che l'irlandese Lenny Abrahamson (tra i suoi film Garage, What Richard did, Frank), con la Donoghue alla sceneggiatura trasformerà in film., con Brie Larson e il piccolo Jacob Tremblay, bravissimo. C'è da sperare che non diventi inflazionato come il piccolo (ex, in tutti i sensi ) Haley Joel vedolagentemorta Osment.
Ricordandovi che sono pur sempre un gran pezzo di cialtrona, mi rivolgo alle mie lettrici femmine e ai miei lettori diversamente etero, e vorrei che, a proposito di Tremblay, spendessimo due parole anche per il suo babbo:
Fatto?
Ok.
Torniamo al film, che inizia quanto tutto è già successo, non sappiamo bene come, scopriremo poi che è successo sette anni prima, e c'è Jack che si sveglia, in quella stanza lercia che è tutto il suo mondo, in cui la luce entra solo da un lucernario sul soffitto, e dice a Joy, sua madre: "Ma', ho cinque anni!"
Jack nella stanza ci è nato, e tutto quello che sa glielo ha insegnato la madre, e una piccola televisione che trasmette cose "magiche". Non c'è un fuori, oltre quella stanza c'è "lo spazio", ma Jack nemmeno riesce ad immaginarselo. Solo che, anche se non sa cosa sia la vita oltre la stanza, come tutti i bambini è curioso, e la routine quotidiana, fatta di lavandini, serpenti di uova, sedie, un tavolo, un letto e un armadio in cui occasionalmente viene messo a dormire quando Old Nick scende per abusare di Joy, inizia a non bastargli più, e Joy, che per amore di suo figlio ha fatto diventare quella stanza il mondo, sa che non potrà più farglielo credere ancora per molto.
E inizia a pensare Joy, e alla fine troverà il modo per fare si che la stanza sia solo un terribile ricordo.
E così Jack, avvolto in un tappeto e caricato nel cassone del pick up di Old Nick uscirà dalla stanza, ed è la prima volta che si separa da Ma', ed è la prima volta che sente il vento sulla faccia, ed è la prima volta che vede il cielo, ed è la prima volta che tocca l'erba, ed è la prima volta che salva sua madre. Grazie ad una serie dibotte di culo coincidenze fortunate, nella pattuglia della polizia che lo soccorre c'è una donna, che, con le poche informazioni che Jack è in grado di fornirle riuscirà a trovare la casa nel cui giardino c'è il capanno che Jack chiama "stanza". E finalmente riabbraccerà Ma', per la prima volta nel "mondo".
Ma non è tutto così semplice. Se iniziare a vivere in maniera "normale" per Jack è strano, perché non ha mai interagito con nessun altro che non fosse Ma', per Joy il ritorno alla quotidianità, nella casa dei suoi genitori che non ci credevano più, e che nel frattempo hanno divorziato, è ancora più difficile e la felicità della ritrovata libertà non basta a rasserenarla, anzi.
E sarà ancora Jack, aprendosi al mondo, a salvare sua madre.
Room è un film che racconta una storia terrificante ma lo fa dal punto di vista di un bambino ignaro di tutto, che vive in simbiosi con la madre, quella madre che finché ha potuto l'ha protetto da una verità troppo agghiacciante da raccontare ad un bambino, creando per lui un mondo in una stanza, dove il cielo era solo un quadrato sul soffitto. Quella madre che non riuscirà ad assaporare la ritrovata libertà, perché sono troppo forti il senso di smarrimento, la rabbia, l'angoscia che deve affrontare.
Io non oso nemmeno pensare, né ce la faccio ad immaginarlo, a cosa possa essere stata la vita per la vera Elisabeth Fritzl, o per Natascha Kampusch, durante la loro interminabile prigionia, né quanto possa esser stato difficile tornare a vivere.
Il film la mette giù abbastanza facile, perché vedere madre e figlio ricoverati in una clinica psichiatrica per mesi, per riabilitarli alla vita, sarebbe stato forse troppo morboso, e Room è "solo" un film, è i film non riescono mai a rappresentare l'orrore di certe realtà.
Ricordandovi che sono pur sempre un gran pezzo di cialtrona, mi rivolgo alle mie lettrici femmine e ai miei lettori diversamente etero, e vorrei che, a proposito di Tremblay, spendessimo due parole anche per il suo babbo:
Ok.
Torniamo al film, che inizia quanto tutto è già successo, non sappiamo bene come, scopriremo poi che è successo sette anni prima, e c'è Jack che si sveglia, in quella stanza lercia che è tutto il suo mondo, in cui la luce entra solo da un lucernario sul soffitto, e dice a Joy, sua madre: "Ma', ho cinque anni!"
Jack nella stanza ci è nato, e tutto quello che sa glielo ha insegnato la madre, e una piccola televisione che trasmette cose "magiche". Non c'è un fuori, oltre quella stanza c'è "lo spazio", ma Jack nemmeno riesce ad immaginarselo. Solo che, anche se non sa cosa sia la vita oltre la stanza, come tutti i bambini è curioso, e la routine quotidiana, fatta di lavandini, serpenti di uova, sedie, un tavolo, un letto e un armadio in cui occasionalmente viene messo a dormire quando Old Nick scende per abusare di Joy, inizia a non bastargli più, e Joy, che per amore di suo figlio ha fatto diventare quella stanza il mondo, sa che non potrà più farglielo credere ancora per molto.
E inizia a pensare Joy, e alla fine troverà il modo per fare si che la stanza sia solo un terribile ricordo.
E così Jack, avvolto in un tappeto e caricato nel cassone del pick up di Old Nick uscirà dalla stanza, ed è la prima volta che si separa da Ma', ed è la prima volta che sente il vento sulla faccia, ed è la prima volta che vede il cielo, ed è la prima volta che tocca l'erba, ed è la prima volta che salva sua madre. Grazie ad una serie di
Ma non è tutto così semplice. Se iniziare a vivere in maniera "normale" per Jack è strano, perché non ha mai interagito con nessun altro che non fosse Ma', per Joy il ritorno alla quotidianità, nella casa dei suoi genitori che non ci credevano più, e che nel frattempo hanno divorziato, è ancora più difficile e la felicità della ritrovata libertà non basta a rasserenarla, anzi.
E sarà ancora Jack, aprendosi al mondo, a salvare sua madre.
Room è un film che racconta una storia terrificante ma lo fa dal punto di vista di un bambino ignaro di tutto, che vive in simbiosi con la madre, quella madre che finché ha potuto l'ha protetto da una verità troppo agghiacciante da raccontare ad un bambino, creando per lui un mondo in una stanza, dove il cielo era solo un quadrato sul soffitto. Quella madre che non riuscirà ad assaporare la ritrovata libertà, perché sono troppo forti il senso di smarrimento, la rabbia, l'angoscia che deve affrontare.
Io non oso nemmeno pensare, né ce la faccio ad immaginarlo, a cosa possa essere stata la vita per la vera Elisabeth Fritzl, o per Natascha Kampusch, durante la loro interminabile prigionia, né quanto possa esser stato difficile tornare a vivere.
Il film la mette giù abbastanza facile, perché vedere madre e figlio ricoverati in una clinica psichiatrica per mesi, per riabilitarli alla vita, sarebbe stato forse troppo morboso, e Room è "solo" un film, è i film non riescono mai a rappresentare l'orrore di certe realtà.
14 mar 2016
Legend
Legend è un film fantasy diretto da Ridley Scott nel 1985, con protagonisti, Tom Cruise, Mia Sarapochiello in arte Sara, Tim Frank-N-Furter Curry e un unicorno rosa e glitterato.
Quando è uscito la maggior parte di voi, miei implumi lettori, non era ancora nata, o, al massimo frequentava l'asilo, o le scuole elementari.
Resta il fatto che, nonostante io fossi già nata da un pezzo e che, se fossi stata una cittadina americana avrei potuto anche bere nei locali senza dover più esibire documenti falsi, il genere fantasy mi faceva cagare anche da giovane, e quindi LEGEND di Ridley Scott non l'ho mai visto.
Passano 30 anni e, tomo tomo cacchio cacchio, arriva Brian Helgeland, Oscar alla sceneggiatura non originale per L.A. Confidential e regista di una manciata di titoli fra cui Payback, in cui si narra la storia della nascita della carta fedeltà del Carrefour, a portare sullo schermo un altro Legend. In questo caso non ci sono gli unicorni rosa, ma i gemelli Kray, Ronald e Reginald, interpretati rispettivamente da Tom Hardy e da Tom Hardy.
Non è la prima volta che le vicende dei Kray vengono portate sullo shermo, l'aveva già fatto Peter Medak nel 1990 (The Krays) dove, al posto di Tom Hardy c'erano nientepopodimento che Gary e Martin Kemp, membri degli Spandau Ballet. True story. (So true... funny how it seems...)
![]() |
Spandau Ballet?!?!?
Wait a minute, are you fucking serious?
|
Il film l'ho visto l'8 marzo con la bionda e la Tiz nella sala cittadina in cui al martedì c'è la riduzione donnacheseidonna anche nei martedì in cui non è la festa della donna, e in sala, oltre a noi tre bei donnini, c'erano ben altre due persone.
C'è da dire che questo film - si, lo so, lo so, sono monotona, lo so - andrebbe visto tassativamente in lingua originale, uno perchè Tom Hardy c'ha na voce che levate, due perché la parlata cockney dell'East End londinese è molto più interessante dell'inglese perfettino e pulito di Westminster.
E invece.
L'ho visto doppiato.
E l'ho patito, ma tanto proprio, perché Giorgio Borghetti, doppiatore tra l'altro di Benji, che doppia sia Ronnie sia Reggie, ha dato a Ronnie una voce piacevole come un dito al culo, che, se ascolti il trailer in v.o. ti penti e duoli con tutto il cuore di aver visto un film doppiato.
Male.
Soprattutto perché, diciamocelo, i film belli sono diversi.
Non sto dicendo che Legend sia un brutto film.
Ma non vi dirò nemmeno che è un bel film.
Perché, se mi fai un film sui gemelli Kray, io preferirei sapere il why e il because di come Ronnie & Reggie sono passati dalla boxe alla carriera di criminali professionisti e carismatici, famosi - contrariamente a quello che succede di norma - ancora prima di venire catturati, piuttosto che sentirmi raccontare la storia dalla voce narrante di Francis Shea, interpretata da Emily Browning, che associa un bel visino ad un paio di gambe storte da far invidia a Zambrotta, che si innamora di un criminale, conscia del fatto che è un criminale (nello specifico Reggie, che Ronnie era biadesivo) e poi pretende di cambiarlo.
Ma minchia, Francis, non è che ti puoi innamorare di una zoccola e pretendere che diventi una suora di clausura, suvvia.
Comunque, ci viene mostrato un pezzo di vita dei Krays nella Londra degli anni 60, con Reggie che cerca di espandere i suoi affari oltreoceano, ma che deve fare attenzione a Ronnie, presumibilmente affetto da schizofrenia paranoide, che deve essere tenuto costantemente sotto controllo medico e non solo.
Mentre Reggie sta scontatndo una pena residua Ronnie prende il controllo della situazione, e tocchera a Reggie tentare di sistemare le cose, mentre contemporaneamente deve cercare di comportarsi bene in quanto l'ha promesso a Francis.
Insomma, una gran fatica.
Resta il fatto che forse sono io che mi aspettavo un film diverso o bla bla bla (mi sembra di essere uno di quelli che l'anno scorso ne "la teoria del tutto" si lamentavano che non venisse spiegata per filo e per segno la teoria dei buchi neri, in buona sostanza) ma - se escludiamo la solita immensa prova di Tom Hardy - il film, con il suo incedere lento e il continuo concentrarsi sul rapporto tra Reggie e Francis, più che sull'attività criminale della famiglia Kray (c'era anche un terzo fratello, fra l'altro, che nel film non viene preso minimamente in considereazione), non mi ha appassionato particolarmente.
Però c'era di nuovo Paul Anderson (era Albert).
Vi lascio con i veri gemelli Kray.
Fate i bravi.
11 mar 2016
il caso Spotlight
No, allora non scrivo.
Che dici scrivo? Mi si nota di più se scrivo un post e faccio finta di niente o se non lo scrivo proprio?
Scrivo. Scrivo e mi metto, così, vicino al monitor, di profilo, in controluce.
Voi mi fate "Poison, vieni a leggere con noi, dai" ed io "commentate, commentate, vi rispondo dopo".
Scrivo, ci leggiamo sul blog.
No, non mi va, non scrivo.
(Ecce Poison)
Titolo originale Spotlight. E non dico altro.
Ancora prima che il Watergate rendesse il giornalismo investigativo una cosa “alla moda”, il team Spotlight – creato sul modello dell’Insight Team del Sunday Times di Londra – raccontò numerosi casi di frodi e abusi: casi di corruzione in città e nello stato, assenteismo dei dipendenti pubblici, un’alta incidenza di casi di leucemia e altre forme di tumore tra i dipendenti del cantiere navale di Portsmouth, in New Hampshire. (Scott Allen, Boston Globe)
Thomas McCharty, di cui scopro aver visto altri due film (win win, visto al TFF del 2011, e l'ospite inatteso) ha diretto, in maniera solida e classica, per alcuni pure troppo, il film che ha appena vinto l'oscar - un po' a sorpresa, probabilmente - ovvero IL CASO SPOTLIGHT, visto un paio di quasi tre settimane fa, ma di cui, per questo quello e quell'altro motivo, riesco a scrivere solo oggi, con la prontezza che mi contraddistingue.
Il film si basa su quello che il team Spotlight, reparto investigativo del Boston Globe. scoprì - nel 2001 - riguardo ad un giro di pedofilia che coinvolgeva alcuni (dove "alcuni" è riduttivo) preti della diocesi di Boston, e di cui si era iniziato a parlare già nel 1984, ma a quell'epoca alla notizia era stato riservato soltanto un trafiletto nella cronaca locale.
Il film si basa su quello che il team Spotlight, reparto investigativo del Boston Globe. scoprì - nel 2001 - riguardo ad un giro di pedofilia che coinvolgeva alcuni (dove "alcuni" è riduttivo) preti della diocesi di Boston, e di cui si era iniziato a parlare già nel 1984, ma a quell'epoca alla notizia era stato riservato soltanto un trafiletto nella cronaca locale.
L'arrivo da Miami del nuovo direttore Marty Biron, che vuole riportare ad alti livelli il giornalismo di inchiesta, autorizza i membri di Spotlight a fare luce sulla vicenda, e i giornalisti inizieranno - come Davide contro Golia - a sfidare la chiesa, che, nonostante l'immenso potere, le illimitate risorse (non solo economiche) e dopo anni di vicende insabbiate grazie all'aiuto di alcuni compiacenti membri delle istituzioni, sarà costretta ad ammettere che sapeva, che aveva sempre saputo, ma che aveva sempre coperto gli abusi, limitandosi a trasferire i preti accusati da una parrocchia all'altra.
![]() |
| Michael Keaton ed il vero Walter “Robby” Robinson |
Nonostante le difficoltà con cui dovettero scontrarsi (gli atti dei processi dei pochissimi preti che vennero condannati erano secretati) la diffidenza delle vittime che all'inizio non vennero credute, il team riuscì, con i loro articoli, a scoperchiare il vaso di Pandora dell'omertà della diocesi di Boston, in una città in cui più del 50% dei lettori del quotidiano si dichiarava cattolico.
Il film - che è una grande prova corale di attori - si conclude nel momento in cui il Globe pubblicò il primo di una serie di articoli (più di 600) che - oltre a far vincere il Pulitzer nel 2003 ai giornalisti di Spotlight per quello che è diventato il “Massachusetts Catholic sex abuse scandal” - provocò un vero e proprio effetto domino, in cui tutte le vittime scoprirono di non essere più sole e iniziarono a parlare, dando il via ad una serie di inchieste successive, che portarono, oltre alle dimissioni dell'arcivescovo Law, l'arcidiocesi di Boston sull'orlo della Bancarotta.
Anche se non era il mio "favorito", l'oscar è strameritato, del resto, come sapete, io lo avrei dato anche a Mark Ruffalo, bravissimo nel ruolo di Michael Rezedes, ma, trattandosi - come ho detto prima - di un film "corale", dove sono tutti convincenti, compreso il mitico Stanley Tucci, ci sta che il buon Ruffalo non ce l'abbia fatta. Tanto, Leonardi di Caprio insegna, non serve una statuetta per dimostrare la bravura.
29 feb 2016
endioscaaagostu....poison!!!!
perchè, quando annunciavano il mejo film erano le 6.00 e la sua sveglia aveva iniziato - inutilmente - a suonare.
E siccome la poison di professione non fa la sciampista, e al lunedì lavora, alle 8.15 entrava in ufficio. E adesso sogna il momento in cui rientrerà a casa per buttarsi nel letto.
Ma vediamo un po' cosa è successo durante questa cerimonia, presentata da Chris Rock, e se le mie previsioni si sono avverate.
Ovviamente non tutte, ma qualcosa ho indovinato.
A cominciare dai premi per la sceneggiatura originale e non originale, andati rispettivamente a Il caso spotlight e a La grande scommessa.
Mad Max Fury Road, per cui avevo previsto il premio come trucco e parrucco, si è portato a casa il maggior numero di statuette di questa edizione, 6. Oltre a trucco e parrucco abbiamo: scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro e costumi.
Adesso, io non pretendo che Jenny Beavan, la costumista premiata, si presenti infighettata come Olivia Wilde, che non tutte c'hanno il fisico, ma, minchia, l'avete vista?
La mia composta reazione è stata questa:
I migliori effetti speciali vanno a Ex Machina, interpretato dall'ottima Alicia Vikander che si aggiudica, come da previsioni, il premio come miglior attrice non protagonista per il suo ruolo di Gerda in The Danish Girl. Anche il premio alla miglior attrice, Brie Larson per Room non sorprende, mentre il premio al miglior attore non protagonista è andato a Mark Rylance, per Il ponte delle spie. Non ho visto il film quindi non saprei dire, io avrei comunque preferito l'altro Mark candidato, Ruffalo, che interpretava, nel caso Spotlight, il giornalista Michael Rezendes, presente in sala. Il premio alla regia per Inarritu era scontato, mentre la vittoria come miglior film per Il caso Spotlight mi ha piacevolmente sorpreso. L'oscar come migliore attore a Leonardo Di Caprio era ormai inevitabile, anche se, in un mondo perfetto, Leo avrebbe dovuto vincere nel 2014 e Eddie Redmayne quest'anno.
Ennio Morricone - emozionatissimo - ha vinto per la colonna sonora di The Hateful Eight, con buona pace dei Subsonica.
Miglior film "straniero" è stato l'ungherese "il figlio di Saul", mentre l'oscar al miglior documentario è stato per Amy, che è anche l'unico che ho visto.
Di seguito tutti i premi (da Wikipedia) e, evidenziati, i pochi che ho azzeccato.
Buonanotte.
Miglior film Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom
McCarthy
Miglior regia Alejandro González Iñárritu- Revenant -
Redivivo (The Revenant)
Miglior attore protagonista Leonardo DiCaprio - Revenant
- Redivivo (The Revenant)
Miglior attrice protagonista Brie Larson - Room
Miglior attore non protagonista Mark Rylance - Il ponte
delle spie (Bridge of Spies)
Miglior attrice non protagonista Alicia Vikander - The
Danish Girl
Migliore sceneggiatura originale Tom McCarthy e Josh
Singer - Il caso Spotlight (Spotlight)
Migliore sceneggiatura non originale Charles Randolph e
Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
Miglior film straniero Il figlio di Saul (Saul fia),
regia di László Nemes (Ungheria)
Miglior film d'animazione Inside Out, regia di Pete
Docter e Ronnie del Carmen
Miglior fotografia Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo
(The Revenant)
Miglior scenografia Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad
Max: Fury Road
Miglior montaggio Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road
Miglior colonna sonora Ennio Morricone - The Hateful
Eight
Miglior
canzone Writing's on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) - Spectre
Migliori
effetti speciali Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew
Whitehurst - Ex Machina
Miglior
sonoro Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio sonoro Mark Mangini e David White - Mad
Max: Fury Road
Migliori
costumi Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
Miglior trucco e acconciatura Lesley Vanderwalt, Elka
Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
Miglior documentario Amy, regia di Asif Kapadia
Miglior cortometraggio documentario A Girl In The River:
The Price Of Forgiveness - regia di Sharmeen Obaid-Chinoy
Miglior cortometraggio Stutterer, regia di Benjamin
Cleary e Serena Armitage
Miglior cortometraggio d'animazione Bear Story, regia di
Gabriel Osorio Vargas
27 feb 2016
le previsioni velenose
#oscar2016
Come ho già detto più volte, quest'anno arrivo davvero impreparata alla cerimonia degli oscar: Basta dire che tra gli otto film nominati io ne ho visti 4. A questo proposito colgo l'occasione per ringraziare sentitamente e pubblicamente l'impeccabile distribuzione italiana che ci farà vedere Room a cose fatte. Grazie. Grazie davvero.
Stronzi.
Anche quest'anno non sono stata invitata, ma anche quest'anno, come sempre, ci tengo a dire la mia su chi premierei io se fossi la signora Academy in persona. E ve lo dico in grassetto, evidenziandolo in rosso.
Candidature e vincitori
Miglior film
- La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay
- Il ponte delle spie (Bridge of Spies), regia di Steven Spielberg
- Brooklyn, regia di John Crowley
- Mad Max: Fury Road, regia di George Miller
- Sopravvissuto - The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott
- Revenant - Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu
- Room, regia di Lenny Abrahamson
- Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
Miglior regia
- Lenny Abrahamson - Room
- Alejandro González Iñárritu - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Tom McCarthy - Il caso Spotlight (Spotlight)
- Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
- George Miller - Mad Max: Fury Road
Qua temo che Gonzalo vinca a mani basse. Per quanto mi piacerebbe che venisse premiato Miller, anche se non ho visto Mad Max.
Miglior attore protagonista
- Bryan Cranston - L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
- Matt Damon - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
- Leonardo DiCaprio - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Michael Fassbender - Steve Jobs
- Eddie Redmayne - The Danish Girl
Miglior attrice protagonista
- Cate Blanchett - Carol
- Brie Larson - Room
- Jennifer Lawrence - Joy
- Charlotte Rampling - 45 anni (45 Years)
- Saoirse Ronan - Brooklyn
Non ho ancora visto Room, ma ho visto tutti gli altri.
Quindi, Brie Larson tutta la vita.
Miglior attore non protagonista
- Christian Bale - La grande scommessa (The Big Short)
- Tom Hardy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Mark Ruffalo - Il caso Spotlight (Spotlight)
- Mark Rylance - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
- Sylvester Stallone - Creed - Nato per combattere (Creed)
Miglior
attrice non protagonista
- Jennifer Jason Leigh - The Hateful Eight
- Rooney Mara - Carol
- Rachel McAdams - Il caso Spotlight (Spotlight)
- Alicia Vikander - The Danish Girl
- Kate Winslet - Steve Jobs
La Vikander, senza se e senza ma, anche se, per essere una danese degli anni 20, era un po' troppo abbronzata. Però la sua Gerda è fenomenale.
Migliore sceneggiatura originale
- Matt Charman, Joel ed Ethan Coen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
- Alex Garland - Ex Machina
- Josh Cooley, Ronnie del Carmen, Pete Docter e Meg LeFauve - Inside Out
- Tom McCarthy e Josh Singer - Il caso Spotlight (Spotlight)
- Andrea Berloff, Jonathan Herman, S. Leight Savidge e Alan Wenkus - Straight Outta Compton
- Charles Randolph e Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
- Nick Hornby - Brooklyn
- Phyllis Nagy - Carol
- Drew Goddard - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
- Emma Donoghue - Room
- El abrazo de la serpiente, regia di Ciro Guerra (Colombia)
- Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)
- Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)
- Theeb, regia di Naji Abu Nowar (Giordania)
- A War (Krigen), regia di Tobias Lindholm (Danimarca)
Miglior film d'animazione
- Anomalisa, regia di Charlie Kaufman e Duke Johnson
- Il bambino che scoprì il mondo (O Menino e o Mundo), regia di Alê Abreu
- Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen
- Shaun, vita da pecora - Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
- Quando c'era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī?), regia di Hiromasa Yonebayashi
Come sempre tiro a indovinare, perchè non ne ho visto nemmeno uno. Basta che non vinca Inside Out.
Miglior fotografia
- Ed Lachman - Carol
- Robert Richardson - The Hateful Eight
- John Seale - Mad Max: Fury Road
- Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Roger Deakins - Sicario
Miglior scenografia
- Rena DeAngelo, Bernhard Henrich e Adam Stockhausen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
- Michael Standish e Eve Stewart - The Danish Girl
- Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road
- Celia Bobak e Arthur Max - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
- Jack Fisk e Hamish Purdy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Hank Corwin - La grande scommessa (The Big Short)
- Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road
- Stephen Mirrione - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Tom McArdle - Il caso Spotlight (Spotlight)
- Maryann Brandon e Mary Jo Markey - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
- Thomas Newman - Il ponte delle spie (Bridge Of Spies)
- Carter Burwell - Carol
- Ennio Morricone - The Hateful Eight
- Jóhann Jóhannsson - Sicario
- John Williams - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
- Earned It (Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio) - Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
- Manta Ray (J. Ralph e Antony Hegarty) - Racing Extinction
- Simple Song #3 (David Lang) - Youth - La giovinezza (Youth)
- Til It Happens to You (Diane Warren e Lady Gaga) - The Hunting Ground
- Writing's on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) - Spectre
L'unica che conosco è quella di Spectre. Che è pure brutta.
Mi astengo.
Migliori
effetti speciali
- Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst - Ex Machina
- Andrew Jackson, Dan Oliver, Andy Williams e Tom Wood - Mad Max: Fury Road
- Anders Langlands, Chris Lawrence, Richard Stammers e Steven Warner - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
- Richard McBride, Matt Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Chris Corbould, Roger Guyett, Paul Kavanagh e Neal Scanlan - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
- Sandy Powell - Carol
- Sandy Powell - Cenerentola (Cinderella)
- Paco Delgado - The Danish Girl
- Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
- Jacqueline West - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
- Love Larson e Eva Von Bahr - Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann)
- Sian Grigg, Duncan Jarman e Robert A. Pandini - Revenant - Redivivo (The Revenant)
- Amy, regia di Asif Kapadia
- Cartel Land, regia di Matthew Heineman
- The Look of Silence, regia di Joshua Oppenheimer
- What Happened, Miss Simone?, regia di Liz Garbus
- Winter on Fire: Ukraine's Fight for Freedom, regia di Evgeny Afineevsky
Ovviamente come sempre, delle categorie di cui non capisco una fonchia, non parlo.
Delle altre, pur non capendoci una fonchia uguale, parlo lo stesso.
26 feb 2016
The hateful eight
No, non sono fra quelli che hanno affrontato la trasferta verso l'Arcadia di Melzo per la visione della pellicola nello splendore dei 70mm, lo ammetto. In compenso me lo sono goduta in lingua originale, che è sempre meglio di niente.
E no, non sono nemmeno fra quelli che venerano Quentin Tarantino in maniera assoluta, totale e globale, perché, come dico da un pezzo, sono troppo vecchia per queste stronzate.
Il fatto che Reservoir Dogs potrebbe figurare in un fantomatico elenco dei miei film preferiti di sempre è del tutto casuale.
Resta il fatto che quando esce un film del ragazzaccio di Knoxville la curiosità c'è, e la voglia di scoprire cosa ha combinato anche, ergo, si va in sala immediatamente (o quasi).
Considerata la durata del film (187' la versione integrale, 167' quella per i poracci) abbiamo deciso di vederlo ad uno spettacolo pomeridiano, come si addice alle vecchiette come me.
Ho letto un po' ovunque che questo è un Tarantino "maturo". Lasciatemi dire echissenefrega. Se avessi voluto vedere l'opera di un regista maturo avrei recuperato O Velho do Restelo che Manoel de Oliveira ha girato nel 2014, alla tenera età di 106 anni. Io Tarantino lo voglio cazzaro, non maturo.
Detto ciò, resta il fatto che ho (comunque) apprezzato The Hateful Eight, che, in estrema sintesi ricorda 10 piccoli indiani che incontrano Le iene. Nella prima parte del film se ne dicono di ogni. Per poi (molto poi) passare ai fatti, tutti contro tutti che fai fatica a capire chi sono i buoni (ammesso che ce ne sia qualcuno) e chi sono i cattivi (tutti, in pratica), in un film che ci mostra il Tarantino più politicamente esplicito.
Adesso vi racconto anche qualcosa della storia, che potete tranquillamente evitare di leggere, tanto ormai la conoscono anche i morti, e che, come consuetudine, è suddivisa in capitoli.
Inizio con il presentarvi gli odiosi otto:
Kurt Russell as John Ruth aka "The Hangman"
Inizio con il presentarvi gli odiosi otto:
Kurt Russell as John Ruth aka "The Hangman"
Samuel L. Jackson as Major Marquis Warren aka "The Bounty Hunter"
Jennifer Jason Leigh as Daisy Domergue aka "The Prisoner"
Jennifer Jason Leigh as Daisy Domergue aka "The Prisoner"
Michael Madsen as Joe Gage (Grouch Douglass) aka "The Cow Puncher"
Tim Roth as Oswaldo Mobray (English Pete Hicox) aka "The Little Man"
Walton Goggins as Sheriff Chris Mannix a.k.a."The Sheriff"
Bruce Dern as General Sanford "Sandy" Smithers aka "The Confederate"
Demián Bichir as Bob (Marco the Mexican) aka "The Mexican"
Tim Roth as Oswaldo Mobray (English Pete Hicox) aka "The Little Man"
Walton Goggins as Sheriff Chris Mannix a.k.a."The Sheriff"
Bruce Dern as General Sanford "Sandy" Smithers aka "The Confederate"
Demián Bichir as Bob (Marco the Mexican) aka "The Mexican"

Una diligenza attraversa le piste innevate del Wyoming (io adesso ve lo dico, al prossimo film con la neve mi alzo ed esco dalla sala, che tra the reventant, the end of the tour e questo, dei paesaggi innevati inizio ad averne abbastanza), a bordo ci sono John Ruth il boia che sta portando Daisy Domergue la prigioniera a Red Rock, . Lungo la strada. sotto una bufera di neve, incontrano il maggiore Marquis, vecchia conoscenza di Ruth, anch'egli diretto a Red Rock per riscuotere la taglia di tre criminali morti (a differenza di Ruth, che si è guadagnato il suo soprannome perché i suoi prigionieri - come appunto Daisy - li consegna sempre vivi).
Pensando che Marquis sia d'accordo con Daisy, inizialmente Ruth diffida, poi si lascia convincere, a patto che Marquis consegni le armi al cocchiere.
La tormenta non accenna a placarsi, e la diligenza, dopo aver percorso qualche miglio, incontra un altro uomo sotto la neve. Si tratta di Chris Mannix, figlio di un rinnegato del Sud, che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock, e anche lui troverà posto sulla diligenza.
A causa dell'imperversare della bufera di neve, lo strano gruppo dovrà far tappa all'Emporio di Minnie.
Quando arrivano non trovano né Minnie né il marito Sweet Dave ma un tizio messicano che afferma che Minnie è andata a trovare sua madre e gli ha lasciato l'emporio in gestione, più altri tre loschi figuri di cui non si sa nulla.
Ha inizio una vera e propria battaglia psicologico/verbale, in cui ognuno dei presenti nella stanza cerca di scoprire qualcosa in più dell'altro, con provocazioni continue di stampo storico-polistico-razziste e anche un po' ... lo dico? cheduemaroni, ecco, l'ho detto, poi, ad un certo punto, si aprono le danze, il sangue inizia a scorrere a fiumi, e non ce n'è davvero più per nessuno.
Gli attori, dal primo all'ultimo, sono in stato di grazia, Samuel Jackson e Walton Goggins su tutti.
E, fra pompini interraziali nella neve e simbolici angeli impiccati, si esce dalla sala (comunque) soddisfatti.
E se per caso vi state chiedendo perché il boia e la prigioniera si stanno divertendo così tanto, non è per la lettera di Lincoln, ma perchè hanno appena letto questa cosa su facebook:
24 feb 2016
Perfetti sconosciuti
Per fortuna, grazie alla mia memoria da pesce rosso, quando ho deciso di andare a vedere "Perfetti sconosciuti", ho rimosso il (grave) fatto che Paolo Genovese fosse lo stesso regista di "Tutta colpa di Freud", perché altrimenti, tracotantemente ripiena di pregiudizi, avrei sicuramente snobbato la visione.
E invece, a volte, essere rincoglionite aiuta. Perché "Perfetti sconosciuti" parte come un'innocua commedia per trasformarsi in un vero e proprio gioco al massacro.
La locandina del film riporta una frase di Gabriel Garcia Marquez: "ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta". E, siccome questa è una cosa che vale (più o meno) per tutti, quando la vita segreta viene a galla "succede un macello che aiutami a dir macello" (cit.)
Nel cast abbiamo Edoardo Leo, Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher, Marco Giallini, Kasia Smutniak e Anna Foglietta. Il film si svolge interamente in interni, se si escludono le brevi uscite sul balcone per ammirare l'eclissi di luna, durante una cena a casa di Eva e Rocco (Smutniak e Giallini) che hanno invitato gli amici "storici": Cosimo e Bianca (Leo/Rohrwacher), Lele e Carlotta (Mastandrea/Foglietta) e Peppe (Battiston), la cui ultima fiamma, Lucilla, che nessuno degli amici ha ancora conosciuto, non ha potuto partecipare perché malata.
Tra un bicchiere di vino e una battuta ad un certo punto Eva chiede agli amici di fare un gioco: mettere tutti i cellulari sul tavolo, rispondendo alle chiamate che riceveranno in vivavoce, facendo vedere i messaggi ricevuti e cosi via, perché sostiene che i cellulari sono diventati una specie di scatola nera per la vita di ognuno di noi.
E così, in un misto di indifferenza, riluttanza e preoccupazione, tutti accettano, al grido "ci conosciamo da sempre, non abbiamo segreti!" ma, man mano che la cena prosegue, ad ogni squillo, ad ogni notifica, ad ogni vibrazione, si scoprono cose più o meno imbarazzanti, che si tratti di piccole bugie innocenti, telefonate del capo, dell'ex fidanzato o dell'amico virtuale, scoprendo in questo modo che i segreti ci sono eccome.
Man mano che la cena prosegue la tensione aumenta, perché il gioco ha spezzato ogni equilibrio, e tutti i commensali scoprono loro malgrado i loro altarini, mostrando chi debolezze, chi meschinità, chi mentalità retrograde e intolleranti, tra continui colpi di scena ed equivoci in cui sono davvero in pochi a salvarsi.
23 feb 2016
The end of the tour
Ho iniziato a leggere David Foster Wallace una ventina di anni fa, e, il 29/05/2007, sul mio vecchio blog (si capisce che è vecchio dalla grandezza piccolezza del carattere), pubblicavo questo post qua:
ovvero david foster wallace, uno dei miei scrittori preferiti. ho letto parecchi suoi libri, iniziando da “la ragazza con i capelli strani”, proseguendo con “una cosa divertente che non farò mai più", a cui inevitabilmente ho dovuto aggiungere “tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)", “brevi interviste con uomini schifosi", "verso occidente l'impero dirige il suo corso", "la scopa del sistema" e “considera l'aragosta”.e qua ci sta benissimo il solito “e a me quanto pensi che possa fregare da 1 a 10? minimo meno 8”. comunque oggi, mentre mi godevo la pausa lunga di 2 ore e mezza sono entrata in libreria. stranamente sono uscita senza acquistare nulla, cosa che credo non sia mai avvenuta. anche questa volta – come faccio da mesi - ho preso in mano INFINITE JEST, opera del dfw di cui sopra, un tomo di 1300 pagine più le note, al considerevole prezzo di € 24.00. mi attira, perché come già detto il suo stile mi piace, ma nello stesso tempo mi spaventa. perché 1300 pagine sono tante. sono troppe.domanda: qualcuno ha letto questo libro ed è pronto a caldeggiarne l’acquisto?
Il libro l'ho poi comprato, ma, a distanza di quasi 10 anni non l'ho ancora letto. E, a questo punto, non so nemmeno se riuscirò mai a farlo. Considerando l'impegno che ci sto mettendo nel non leggere un cazzo, direi che posso farcela, a non leggere nemmeno Infinte Jest.
In compenso, appena è uscito The End of the Tour, mi sono precipitata in sala a vederlo.
Per la visione di questo film non è necessario aver letto alcunché di DWF, in quanto l'incontro tra due personalità diverse, ma per qualche verso nevroticamente simili, rende la storia universale e fruibile a chiunque, perchè di fatto, il film racconta di quanto David Lipsky, che lavorava al Rolling Stone, riuscì a farsi mandare a seguire il tour promozionale che David Foster Wallace stava tenendo per Infinite Jest, romanzo che lo aveva reso famoso, nonché scrittore di culto, definito dal New York Times "la mente migliore della sua generazione".
Lipsky passò quasi una settimana con lo scrittore, L'intervista non venne mai pubblicata, e Lipsky l'ha trasformata nel libro "Come diventare se stessi", da cui è stato tratto questo film. Che ovviamente ha fatto storcere il naso alla David Foster Wallace Literary Estate, che ha dichiarato che il buon David non avrebbe mai voluto che venisse realizzato un biopic sulla sua vita.
Sti cazzi, aggiungerei io.
Nel ruolo di Lipsky troviamo il sempre valido Jesse Eisenberg, mentre Jason Segel - che ha girato più di una ventina di film e di cui io ignoravo totalmente l'esistenza - interpreta, molto bene tra l'altro, DFW.
Il film parte dal momento in cui si diffonde, nel settembre del 2008, la notizia del suicidio dello scrittore. Lipsky viene avvisato telefonicamente dell'accaduto, e riascoltando i nastri che aveva registrato all'epoca dell'intervista, nel 1996, partono i ricordi, dal momento in cui lui ottiene l'intervista e si mette in viaggio verso la casa di Wallace, e da lì seguirà lo scrittore in giro per gli States, mentre l'iniziale diffidenza reciproca si trasforma in qualcosa che sembra quasi amicizia.
"Arriva un giorno in cui realizzi che,
al crescere del numero delle persone
che ti credono un grande, cresce in
proporzione diretta la tua personale
sensazione di essere un bluff".
18 feb 2016
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