17 set 2010

The american

Sottotitolo: “(out of) control”.
Se l’esordio alla regia di Anton Corbijn, fotografo inutilmente prestato al cinema, era stato più che discreto, dopo aver visto la sua “opera seconda” mi viene a pensare che per “Control” sia valsa la regola del culo dei principianti. Ma, siccome ultimamente vedere film mediocri pare sia la regola, non ne farò una tragedia. 
Attenzione allo spoiler
Il film inizia in una desolata quanto innevata landa dell’estrema inculandia svedese, dove c’è Clooney, che si chiama Jack (o forse Edward) che ha appena finito di amoreggiare davanti al caminetto acceso, quando i due, dopo essersi vestiti, decidono di andare a far due passi nella neve (non che potessero farli da altre parti, fra l’altro).
Ma il “buon” Jack (o Edward) si accorge della presenza di qualcuno che vuole ucciderlo e, mentre la donna continua a fare domande a cazzo, lui fa secco il killer. Per evitare di perder tempo a dare inutili spiegazioni elimina anche la donna e poi va alla ricerca del complice del sicario, eliminando anche lui.
Non son passati nemmeno 10 minuti dall’inizio del film e i morti sono già tre. Jack lascia la Svezia e arriva a Roma, dove contatta un suo “amico” che gli consegna le chiavi di una Tempra (una Tempra, esatto. E poi uno si chiede perchè la Fiat sia in crisi) e gli consiglia di trasferirsi a Castelvecchio. Ma Jack (o Edward) che è astuto come una faina, invece va a vivere a Castel del Monte, dove fa amicizia col prete più impiccione di tutto l’Abruzzo. Jack, che si spaccia per fotografo, accetta un ultimo incarico: costruire un’arma di precisione per un “lavoro” che non sarà lui a dover eseguire. Nel frattempo, siccome i carri di buoi non tirano neanche qui, il vecchio Jack (o Edward) conosce Clara in un bordello, che la legge Merlin a noi ci fa una pippa e, naturalmente, se ne innamora.
Deciso ormai a cambiare vita comunica le sue intenzioni al suo contatto, che sembra accettare la sua decisione. 
Prima che il film finisca riusciamo a sapere che il meccanico del paese è figlio del prete, che gli svedesi sono riusciti non si sa come a rintracciare Jack in Italia, che Clara gira con una pistola nella borsa anche se la scena in cui Jack lo scopre è stata inopportunamente tagliata, perchè un attimo prima lei è sdraiata in mutande su una coperta da pic-nic e un attimo dopo sono in auto che litigano, che la cliente a cui Jack ha confezionato l’arma la userà per tentare di ucciderlo durante la processione ma verrà uccisa dal contatto di Jack, che alla fine insegue Jack per ucciderlo personalmente, che Jack quando vede la donna cadere dal tetto abbandona la processione per andare a capire cosa sta succedendo, seguito dal prete e da tutti i chierichetti, poi sale in macchina nel tentativo di raggiungere Clara al fiume dove gli ha detto di aspettarlo e quando arriva... muore.

Sigla.

10 set 2010

Miral


Avendo letto critiche controverse non sapevo bene cosa aspettarmi da questo film di Julian Schnabel, ma nemmeno “il” Mereghetti, che l’ha definito “(...) superficiale, retorico e kitsch (...)” è riuscito a farmi desistere dall’andarlo a vedere.La storia è tratta dal libro (semi)autobiografico di Rula Jebreal, la giornalista che nel lontano 2006 Calderoli definì signora abbronzata, e parte dal momento in cui Hind Husseini – interpretata dalla splendida Hiam Abbass - appartenente ad una delle più importanti famiglie palestinesi di Gerusalemme, recandosi al lavoro, incontra sul suo cammino 55 bambini orfani, sopravvissuti al massacro di Deir Yassin, e li porta a casa con sé per sfamarli.Decide quindi di trasformare la sua casa in un orfanotrofio, che diventerà l’istituto Al-Tifl-Al-Arabi, dove, parecchi anni dopo, verrà accolta la piccola Miral, che, crescendo, si innamorerà di un attivista politico e si troverà a un bivio: scegliere se sostenere la lotta armata o seguire gli insegnamenti di Hind, che sosteneva che l’istruzione era la base e la speranza per il futuro della Palestina. Effettivamente, nel complesso, il film è un po’ superficiale, ma io – personalmente – l’ho apprezzato lo stesso.Sarà grazie all’inossidabile Vanessa Redgrave? O per la presenza di Willem Dafoe? Non saprei. Ma la gara di fascino la vince a mani basse l’attore che interpreta il padre di Miral.Come si chiama? Semplice: Siddig El Tahir El Fadil El Siddig Abderahman Mohammed Ahmed Abdel Karim El Mahdi.

6 set 2010

Somewhere

Il primo week end di settembre ha riportato ordine nei sabati casalinghi della Poison. Uno sguardo distratto al cielo sabato mattina le ha fatto capire che l’idea dell’ultimo-sabato-in-piscina andava accantonata, così mentre la poison-mamma era sotto il casco con i bigodini lei ha potuto rilassarsi sfogliando riviste che – essendo abbonata a vanity fair – solitamente non legge. E, oltre ad aver rivisto in foto uno splendido abito di Alessandro Dell’Acqua, che se trova una sarta compiacente non esiterà a farsi riprodurre in modo che in quell’abito entrino pure le sue tette, ha scoperto che l’ultima collezione di Prada è decisamente notevole, e che se una volta la accantonava con uno sbrigativo “tanto non fanno nulla della mia taglia”, adesso deve ripiegare su un molto meno prosaico “tanto non fanno nulla della taglia del mio portafogli”... Così, dopo essere rincasate, aver pranzato ecc.ecc., la Poison ha potuto rispolverare le care vecchie abitudini: pomeriggio al supermercato per la spesa settimanale, che, durante l’estate, era stata sostituita da veloce corsa al negozietto di paese per spesa rapida mentre mamma è dalla pettinatrice.E poi, per rientrare pienamente nei ranghi, serata al cinema con sua bionditudine. Visto che, finalmente, qualche pellicola sta timidamente riaffiorando nelle sale.Così, complice il fatto che venisse proiettata nel nostro cinema del sabato, siamo andate a vedere l’ultimo lavoro di Sofia Coppola, Somewhere.



Un sms della Tiz – che l’aveva visto la sera prima – ci consigliava di non andarlo a vedere, proponendo anche una variazione del titolo da somewhere a nowhere. Un rapido consulto fra me e s.b. concluso con un “abbiamo qualche alternativa?” ha fatto sì che noi, incuranti del consiglio, andassimo lo stesso. Sarà che se parti prevenuta e con un’aspettativa bassa difficilmente puoi restare deluso, sarà che dopo aver visto “Copia Conforme” tutto il resto ti sembra meglio, ma, alla fine, il film non è stato poi così terribile. La storia è quella di Johnny Marco, attore famoso che vive all’hotel Chateau Marmont di Hollywood, trombandosi (quando non si addormenta sul più bello) ogni femmina che incrocia sul suo cammino, fino al giorno in cui la figlia undicenne (Elle Fanning, molto brava) va a vivere con lui. E Johnny si troverà “costretto” a mettere un po’ d’ordine nella sua vita senza regole.

1 set 2010

urlo

I saw the best minds of my generationdestroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves throughthe negro streets at dawn looking for an angry fix, angelheaded hipsters burning for the ancient heavenlyconnection to the starry dynamoin the machinery of night…

San Francisco, 1955.Nella Six-Gallery il giovane Allen Ginsberg recita per la prima volta il suo poema, Howl. 2 anni dopo, quando la City Lights books di Ferlinghetti lo pubblica, il volume e il suo editore verranno messi sotto processo per il contenuto osceno e il dubbio valore letterario (non oso pensare cosa sarebbe successo a Moccia).Il film si sviluppa in un’alternanza di scene: il processo (con un delizioso John Hamm nel ruolo dell’avvocato difensore di Ferlinghetti), l’intervista a Ginsberg, le scene in bianco e nero in cui il poeta (interpretato da un ispirato James Franco) declama i suoi versi a un pubblico ammirato e le scene in animazione, in un mix lisergico e allegorico.Bello, anche se credo che un film del genere meritasse la versione in lingua originale coi sottotitoli, ma, si sa, non si può aver tutto.

26 ago 2010

Pietro

Che io me la ricordo quella mattina che, girando nella mia solita via dietro l’ufficio trovai la strada sbarrata per delle imprecisate “riprese cinematografiche”, che mi costrinsero ad un tortuoso giro dell’oca facendomi entrare in ritardo. Che, oltre a indispormi verso l’umanità per il resto della giornata, mi fecero sorgere spontanea la domanda: “Ma che cazzo di film devono girare in questa via di merda?”.Ieri sera l’ho scoperto: “Pietro” di Daniele Gaglianone, unico film italiano in concorso all’ultimo festival di Locarno, che, pare, abbia ricevuto un’accoglienza calorosa.Il film, interamente girato a Torino, nella zone attorno al mio ufficio, ci parla appunto di Pietro, che si guadagna da vivere distribuendo volantini e vive in un alloggio fatiscente col fratello Francis, tossicodipendente fastidioso, con la tipica parlata da tamarro torinese (avete presente il vecchio personaggio della Littizzetto, Minchia Sabry? Ecco, la sua versione maschile, ma meno simpatica) che frequenta un locale pieno di altri tamarri solo un po’ meno tossici che si divertono come dei fessi a prendere per il culo il povero Pietro. Che, quando conoscerà una ragazza “assunta” per fare il suo stesso lavoro, capirà che oltre a quella vita fatta di niente c’è dell’altro.

3 ago 2010

‘na botta de vita

Sabato scorso io e s.b. siamo state a Milano. L’occasione (o il pretesto) era visitare le due mostre fotografiche allo Spazio Forma, "sulla scena" di Phil Stern e "vite private" di Erwin Olaf. Così siamo partite, e, percorrendo un’autostrada trafficata nella direzione opposta, siamo arrivate a Milano. Raggiunto come di consueto il parcheggio di Lampugnano, visti i precedenti, ho avuto l’accortezza di parcheggiare lontano da pilastri, cancelli, muri e oggetti contundenti. Quindi, con in sottofondo un matto che inveiva contro questo mondo e quell’altro, ci siamo dirette in metropolitana. Abbiamo fatto un giro in corso Vercelli, per variare un po’ le nostre prospettive di shopping, quindi, raggiunta Cadorna, siamo arrivate in Duomo e da lì, prendendo LA 3 (prima che il dottor Piazza mi corregga di nuovo) siamo arrivate al Forma, e, visto che erano le 13.30 passate già da un pezzo, abbiamo pranzato. Perchè da Forma si mangia, bene, spendendo poco. Abbiamo preso un piatto di gnocchi burro e salvia, praticamente perfetti. Poi ci siamo dedicate alle mostre, dando modo ai nostri apparati digerenti di fare il loro lavoro al fresco dell’aria condizionata. Gli scatti di P.Stern sono un tuffo nella storia, foto in bianco e nero di celebrities del passato, da Marylin Monroe a Louis Armstrong, passando per Frank Sinatra, Dizzy Gillespie e James Dean. Sua è infatti la famosa foto di Dean col maglione sugli occhi. Erwin Olaf mi ha lasciata un po’ perplessa. Le foto sono indubbiamente belle, stilisticamente perfette, con una cura del particolare quasi maniacale. Ma fin troppo artefatte, fredde, quasi senz’anima (ovviamente questa è l’opinione della sottoscritta che – notoriamente – di fotografia non capisce nulla). Uscite da lì abbiamo ripreso il/la 3. Com’è, come non è, ogni volta che saliamo su un tram succede qualcosa. La volta scorsa una sosta prolungata alle colonne di San Lorenzo, questa volta la vettura che precedeva la nostra ha avuto un guasto. Siccome a milano i tram deragliano, ma non sorpassano, ci han fatto scendere lì dove eravamo, praticamente in piazza XXIV maggio. Così – con la passeggiata fuori programma - ci siamo quasi sentite in obbligo di intervallare il nostro cammino entrando e uscendo dai negozi di Porta Ticinese. Che mi stavo pure comprando un delizioso vestito da Custo. Ma, non so perchè, mi tenni. Per il momento.

29 lug 2010

Il solista

Il film, basato su una storia vera, racconta di quando Steve Lopez, disincantato giornalista del Los Angeles Times, incontra per caso, sotto la statua di Beethoven, Nathaniel Ayers, talentuoso musicista che riesce a suonare su un violino a due corde. Nel presentarsi gli dice di aver studiato alla Juilliard. Lopez si incuriosisce e – deciso a scrivere un articolo sul bizzarro personaggio – prende informazioni su di lui, riuscendo a mettersi in contatto con la sorella. Scopre così che Nathaniel era una specie di bambino prodigio molto dotato, ma che la schizofrenia lo costrinse ad abbandonare gli studi musicali e il violoncello, e per questo motivo anche a lasciare la famiglia, scegliendo di vivere per strada.
Dopo la pubblicazione dell’articolo un’anziana violoncellista fa recapitare a Lopez il suo strumento, affinché Nathaniel possa riprendere a suonare il violoncello. Lopez però ha paura che, con quell’oggetto di valore Nathaniel possa rimanere vittima di qualche aggressione, e gli dice che potrà suonare il violoncello solo alla L.A.M.P., una comunità per senzatetto nel quartiere di Skid Row. Per Lopez quello che prima era solo un pezzo giornalistico diventa un’amicizia, nonché l’inizio di un viaggio nel disagio, in mezzo agli ultimi e ai reietti, in una realtà che è più comodo fingere di non vedere. Il film è indubbiamente interessante, ma l’averlo visto in una sala trasformata per l’occasione in una specie di cella frigorifera, non me l’ha fatto apprezzare come avrebbe meritato.

15 lug 2010

Affetti e dispetti (La nana)

Nella remota eventualità che ieri abbiate patito la mia assenza (non ve ne eravate nemmeno accorti, lo so) ci tenevo a rassicurarvi: stavo benissimo, ero in piscina in compagnia di sua bionditudine. E’ stata davvero una giornata dura. Pensare alla gente al lavoro mentre mi riposavo beata sul lettino a bordo piscina è stato a dir poco spossante. Per riprendermi ho dovuto immergermi per mezz’ora nell’idromassaggio, vi rendete conto? Lo so, sono superficiale. Ma cosa pensate, che non stia soffrendo per la fine della storia d’amore fra Belen e Corona? Comunque martedì sera – per giustificare la cena a base di granita e brioche siciliana – io e la bionda siamo andate al cinema. A vedere appunto quel film che mi ero persa all’ultimo TFF, che ha vinto premi un po’ di qua e un po’ di là, intitolato “la nana”, o, per dirla all’inglese, “the maid”. Ovvero la cameriera. E che, per il solito gusto tutto italiano di mandare in vacca un film iniziando dalla traduzione del titolo, nel bel paese è possibile vedere come “Affetti e dispetti”. Il film racconta la storia di Raquel, che, indovina un po’? fa la cameriera da oltre 20 anni a casa dei Valdes, benestante famiglia cilena composta da Mundo, il capofamiglia, Pilar, la paziente moglie, e quattro figli in età variabile dai 5 ai 20. Raquel è scontrosa e burbera, ma apprezzata nel suo lavoro. Soffre però di frequenti e violente emicranie e per questo motivo Pilar decide di affiancarle un’altra domestica, in modo da alleggerirle il lavoro.Ma la reazione di Raquel è quasi violenta. Boicotta metodicamente le nuove arrivate, dalla docile Mercedes alla risoluta Sonia. Ma quando un mattino Raquel sviene mentre serve la colazione, dovrà, suo malgrado, mettersi a riposo, mentre una nuova cameriera, Lucy, la sostituirà. Quando Raquel si riprende inizia a boicottare anche la nuova arrivata, ma la reazione di Lucy sorprenderà la stessa Raquel, che inizierà, dapprima con diffidenza, poi con crescente entusiasmo, a dare confidenza alla nuova collega. Ci sono alcuni passaggi trattati in modo un po’ superficiale, che ti lasciano con un po’ di curiosità, ma, a parte questo, il film è strano, e piacevole.

5 lug 2010

Brotherhood – Fratellanza



Lars, costretto a rinunciare alla promozione a sergente per alcune voci di presunte molestie sessuali nei confronti di alcuni suoi commilitoni lascia l'esercito e torna a casa, dove lo attendono una madre austera e impegnata politicamente, e un padre sottomesso.
Fra tutte le cose che potrebbe fare non trova di meglio che impiegare il suo tempo unendosi a un gruppo neonazista, che si ispira alle leggi della natura, ama il cibo bio e, naturalmente, impiega il tempo dando fuoco alle case dove vivono i pachistani e organizzando spedizioni punitive nei confronti dei gay.
Per il suo "apprendistato" gli viene affiancato Jimmy, controverso e - a suo modo - carismatico.
Inaspettatamente fra i due scoppia la passione, ma, se provieni da un contesto in cui l'omofobia è praticamente un obbligo morale, è assolutamente normale che le cose inizino a complicarsi.
E quando esci dalla sala, oltre a pensare "che grandissime teste di cazzo", ti scopri anche un po' dispiaciuta nei confronti di quella specie di eroe negativo.

2 lug 2010

City island



City Island è un tranquillo villaggio di pescatori nel Bronx.Anche la famiglia di Vince Rizzo, agente di custodia in un carcere, ha tutta l’aria della tranquilla famiglia americana. Ma tutti hanno i loro piccoli segreti.Vince adora Marlon Brando e, facendo credere alla moglie di andare a giocare a poker, si è iscritto ad un corso di recitazione, perchè il suo sogno è sempre stato quello di recitare.Vince Jr., il figlio, ha una passione per le fat chicks, e, smanettando su internet con la carta di credito di sua madre, scopre che la sua vicina di casa ha un sito, e inizia a seguirla...Vivian, la figlia, ha perso la borsa di studio al college e si mantiene facendo la lap dancer in uno strip club; Joys, la moglie, è insoddisfatta.Fra le altre cose, ogni membro della famiglia fuma di nascosto, facendo credere agli altri di aver smesso. Quando Vince scopre che Tony Nardella (che è suo figlio, avuto da una relazione giovanile) è detenuto nel carcere in cui lavora accetta di prenderlo in custodia, senza però svelare al ragazzo chi è veramente, le cose precipitano ma, in un crescente e spassoso gioco di equivoci, alla fine tutto si sistemerà.Ho riso di gusto, cosa non scontata e che non guasta mai, e mi sono anche rifatta gli occhi grazie a Steven Strait.