28 febbraio 2013

Damsels in Distress


E' stata dura.
Ma al quarto tentativo ci sono riuscita.
Ho fatto meno fatica a vedere il nastro bianco e synecdoche new york, non so se rendo l'idea.
E dire che dopo averne letto bene dalla Bolla e dal Cannibale, mi era sembrato  interessante.
E magari lo è anche, non discuto. Non ai miei occhi. Che a me i personaggi volutamente antipatici stanno, appunto, antipatici. Nient'altro che antipatici.  
Nell'ennesimo college statunitense, un trittico di sfigate (come avremmo potuto essere io, la Tiz e la bionda se avessimo mai frequentato un college statunitense) con la puzza sotto il naso e la verità in tasca, passa il tempo a cercare di salvare il prossimo, gestendo un centro di prevenzione suicidi, credendo che il ballo e il profumo (aromatheraphy for dummies?) siano la panacea di ogni disagio.
La stessa Violet smetterà di pensare al suicidio - dopo l'abbandono da parte di Fred (o Frank, o un altro nome a caso, fa lo stesso), un emerito coglione con la C maiuscola - solo annusando la saponetta del motel dove ha trascorso la notte.
Le vediamo a inizio anno adocchiare Lily, studentessa appena arrivata, e convincerla a fare parte del gruppo. Lily all'inizio è affascinata dallo stile di vita delle nuove compagne, ma, man mano che passano i giorni, si renderà conto che le sue nuove amiche sarebbero le prime ad aver bisogno di aiuto.
A completare il tutto un catalogo di personaggi maschili da farti passare la voglia di essere eterosessuale: dal tizio che non distingue i colori, a quello che si fa passare per un altro, per arrivare al mio mito assoluto: quello che segue le dottrine di una non meglio precisata corrente religiosa per giustificare la sua passione per i rapporti anali. Fe-no-me-no.
A parte qualche battuta geniale - solitamente pronunciata da Rose, la più cinica del trio - e le (uniche due misere) scene in cui compare Aubrey Plaza, personalmente mi sono annoiata parecchio. Forse sono troppo vecchia per questo genere di film, che, sia chiaro, non sembra affatto un film stupido. Soltanto fastidioso. 

27 febbraio 2013

Il nastro bianco

Come ho avuto modo di dire in più occasioni, dopo aver visto Funny Games, nel lontano 1997, mi sono tenuta accuratamente alla larga da ogni lavoro successivo di Haneke. Pochi film mi hanno disturbato e infastidito in quel modo. Forse soltanto "il signore delle mosche" (fra l'altro il romanzo viene liquidato sbrigativamente in due parole anche dal recente premio Oscar Jennifer Lawrence in Silver Linings Playbook, che a quella scena dal mio divano ho pure detto alla ragazza "Ma brava!"). Ok, stavo divagando, come mio solito.
Haneke, dicevamo. Etichettato come disturbante dopo un unico film. Forse non si fa, che una seconda possibilità è dovuta un po' a tutti, no? No.
Infatti non ho più visto nessuna opera del regista austriaco.
Senonchè, anche lei con un certo ritardo, la Tiz si è fatta prestare da ex.moroso "il nastro bianco". E a questo punto mi sono detta "proviamoci".
E ci ho provato.
E ci sono riuscita.
E la mia opinione su Haneke non è che sia migliorata del tutto, diciamocelo. Certo è che, per quanto anche il nastro bianco sia un film che disturba e che scava nel disagio, in confronto a funny games sembra (o, perlomeno, a me è sembrata) una passeggiata. Forse fra un paio d'anni potrei anche vedere "Amour", chi può dirlo?
Il film è bello. Non nel senso che quando partono i titoli di coda ti viene da dire "uh, che bel film edificante che ho appena finito di vedere!". No. Non in quel senso.
Ma non necessariamente bello va di pari passo con buono.
Una fotografia che sembra una collezione di quadri fiamminghi.
Un bianco e nero elegante e ricco di chiaroscuri che accompagna lo spettatore durante la visione, assieme alla voce narrante del vecchio maestro che rievoca gli avvenimenti misteriosi avvenuti nel piccolo villaggio in cui lui, negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale, insegnava.
Il tutto ha inizio quando, rientrando dalla città, il dottore cade da cavallo in seguito ad una corda tesa tra due alberi, una donna muore in un incidente sul lavoro, il figlio del barone viene rapito e seviziato, un misterioso incendio brucia il granaio, e il figlio della levatrice viene torturato selvaggiamente. Sullo sfondo di un microcosmo di stampo patriarcale, dove le donne sono considerate carne da violare (su tutti lo spregevole e rivoltante personaggio del dottore) i ragazzini del borgo - che sembra saldamente ancorato al medioevo - vivono nella paura delle punizioni corporali, e, mentre al braccio dei figli adolescenti del pastore ricompare quel nastro bianco che dà il titolo al film, simbolo di una purezza ormai lontana, essi covano sentimenti di frustrazione, odio e inconfessabile violenza.
Se le colpe dei padri ricadono sui figli, ecco a voi i protonazisti del domani.
Cupo. Classista. Inquietante.

 

26 febbraio 2013

Never die alone

Ho sempre creduto nel proverbio come dispensatore di vere e proprie perle di saggezza popolare. E il detto "chi più spende meno spende" non si sottrae alla regola. Aver trovato il DVD su una bancarella a 2€ avrebbe dovuto mettermi in guardia. Ma non bisogna dimenticare che, oltre ad essere una solenne cazzara, sono una donna, non sono una fanta. E il faccino di DMX sulla copertina è stato sufficiente a farmi procedere nell'incauto acquisto (oh, a me Ferite Mortali era addirittura quasi piaciuto, che ci posso fare?)
Nel cast, oltre al già citato DMX, troviamo David Arquette. Che, dopo aver recitato in film più o meno discutibili, invece di darsi all'ippica, si è dato a Courtney Cox prima e al wrestling poi.
Ve la faccio breve, che il film non merita davvero di più.
King David (eh. Appunto. Parliamone) è uno spacciatore. Che, dopo un periodo di "latitanza", dopo aver sottratto una partita di droga a Moon, il boss cittadino, torna nella "sua" città, pronto a redimersi, chiudere i conti col suo passato, iniziare una nuova vita e varie amenità del genere.
Peccato che i conti li chiuda in maniera un po' troppo definitiva, poichè lo ammazzano praticamente subito (e non sto spoilerando: nella prima scena del film si vede il protagonista disteso nella bara) all'esterno di un locale. Mentre tutti coloro che hanno assistito all'aggressione si danno alla fuga l'unico che gli presterà soccorso è Paul, un giornalista che lo accompagnerà in ospedale e scoprirà che l'uomo, in punto di morte, ha disposto che tutti i suoi averi fossero lasciati a lui, a patto che si occupasse del suo funerale.
Ovviamente non ci si sottrae alle ultime volontà di un morto, per quanto sconosciuto e gradevole come può esserlo sedersi su un formicaio durante un pic-nic, e Paul, impossessatosi dell'auto da pappone del nostro "eroe", con tanto di targa personalizzata, giusto per non dare troppo nell'occhio, scopre una serie di audiocassette in cui King David aveva registrato la sua autobiografia. E da lì parte tutta una serie di flashback dove il repertorio dell'ovvio ci viene snocciolato dall'inizio alla fine.
Lui che  arriva a Los Angeles e si tromba tutte le meglio fighe in circolazione, facendole ben presto precipitare nel tunnel della droga, riducendole a delle larve con le occhiaie e in perenne crisi d'astinenza. Queste che prima o poi immancabilmente minacciano di denunciarlo alla polizia e a lui girano i coglioni, soprattutto quando si innamora non ricambiato della bonona di turno (Al "tu non sei come le altre" volevo mordere il gatto) che - tu pensa - gli riporta alla mente Edna. La prima, l'unica, la sola. Sì, come no? Che si scoprirà avergli dato un figlio. Che lui non ha mai visto. E che, indovinate un po'? E' proprio quello che lo ucciderà.
Aiutatemi a dire brutto, dai.

25 febbraio 2013

Viva la libertà

 
Dopo un sabato in cui il demone della casalinga si è impossessato di te decidi che - in previsione dell'annunciata nevicata che ti costringerà in casa il giorno dopo - la sera potresti anche uscire. Ma per andare dove?
Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale... ma gli zoo li hanno chiusi che tu eri ancora vergine. Idea! E se andassimo... al cinema?
Mail alla bionda: "andiamo ai F.lli Marx a vedere il film con Servillo di cui non ricordo il titolo?" (e già si capisce l'interesse smodato nei confronti della pellicola). La bionda accetta, e, all'orario prestabilito ci troviamo alla biglietteria.
Prendiamo posto in sala, vediamo brutti trailer di brutti film e - senza sapere esattamente cosa aspettarci - ci guardiamo il lavoro di Roberto Andò, di cui ho sbirciato la filmografia su wikipedia. E ne so esattamente tanto quanto prima: zero.
Ma, considerato che il giorno dopo sarei andata a votare, il film era praticamente perfetto.
Enrico Oliveri, segretario di un partito di opposizione viene duramemte contestato durante un comizio. I sondaggi proiettano risultati in caduta libera, i rapporti con l'opinione pubblica fanno cagare, e il grigio Oliveri entra in crisi. E sparisce.
Gli unici a saperlo sono la moglie e il braccio destro di Oliveri, Bottini, a cui viene un'idea geniale. O folle. Sostituire Oliveri con il fratello gemello, Giovanni. Identico fisicamente ma totalmente all'opposto a livello caratteriale. Estroverso, lunatico e pazzo. Infatti è stato recentemente dimesso da una r.s.a.
E, partendo da un'improbabile intervista rilasciata mentre il finto Oliveri e Bottini sono al ristorante, il successo sarà a dir poco trionfale, a tal punto che lo stesso Bottini si ritroverà a dire al suo (finto) capo: "uno come lei, io lo voterei!". Che è esattamente la stessa cosa che mi ero ritrovata a dire io un quarto d'ora prima alla bionda.
Fra battute sagaci, sottile ironia, citazioni letterarie e cinematografiche il film scorre (in un paio di scene forse arranca un po') e diverte in maniera intelligente.

23 febbraio 2013

Gli oscar secondo Poison

A gentile richiesta (come dite? non me l'ha chiesto nessuno? ma siete sicuri?), mentre si avvicina la notte degli Oscar, in contemporanea con la notte degli exit poll per le elezioni, anche da queste parti si fanno previsioni su chi porterà a casa le statuette, e perché.
Su chi porterà a casa il maggior numero di voti ai seggi invece preferisco non sbilanciarmi. Ma, a differenza dell'assegnazione degli oscar, che, diciamocelo, a me - ma credo anche a voi - personalmente non cambia la vita, il mio terrore è di ritrovare quell'essere spregevole che nessuno ha mai ammesso di aver votato e che per qualche strano motivo è ancora lì a sparare minchiate, e non so se sia più terrificante il fatto che lui le spari o che la gente gli dia retta. Ma propenderei per la seconda. Che anche mia zia Dina ha sempre sparato un sacco di stronzate, ma non ha mai fatto grossi danni, perché noi parenti avevamo imparato a conoscerla, nel corso del tempo. Cosa che invece sembra non abbiano ancora imparato a fare gli italiani. 
NON ho visto tutti i film candidati, anche se in italia, fatta eccezione per Il lato positivo, sono arrivati tutti in tempi più o meno recenti. I 3 che non ho visto, a parte Vita di Pi che continua ad incuriosirmi, li ho evitati scientemente, che si sappia.
Poi, per non smentire la mia fama di cagacazzo, aggiungerei anche che non trovo corretto che un film possa essere candidato contemporaneamente come miglior film e miglior film straniero. E lo so che di quello che penso io importa poco un po' a chiunque, ma ci tenevo a dirlo. 
Qua di seguito trovate le categorie e le candidature, e, alla fine, l'oscar come lo darei io, se fossi Miss Academy Awards in persona.

Miglior film
Questo è senza dubbio il più difficile. A parte "vita di Pi", che prima o poi recupererò, quelli che mi interessava vedere li ho visti. E - a parte Lincoln - mi sono piaciuti tutti davvero molto. Quindi, dovendo scegliere fra Argo, Beasts of the Southern Wild, Django, ZDT e Silver Linings Playbook, farei prima a tirare i dadi. Ma, visto che non ricordo dove li ho messi, e devo scegliere, dico ARGO.


Miglior film straniero
Amour di Michael Haneke (Austria)
A Royal Affair di Nikolaj Arcel (Danimarca)
No di Pablo Larraín (Cile)
War Witch di Kim Nguyen (Canada)
Kon-Tiki di Joachim Rønning, Espen Sandberg (Norvegia)
Non ne ho visto mezzo. No, non è vero. Mezzo l'ho visto. NO. Sì, No l'ho visto. Cioè, no, NO non l'ho proprio visto tutto.  Un po' sì e un po' no, direi. Nel senso che un po' l'ho visto e un po' l'ho dormito. Che ero stanca. Il fatto che mi abbia fatto dormire non significa affatto che sia un brutto film, perché quello che ho visto nei momenti di veglia non mi è sembrato terribile. O forse sì? No. Non so. Dai, la smetto. E, anche qua, sulla fiducia, dico War Witch. Tanto, a parte Amour, che sicuramente vincerà, difficilmente in italia ne arriverà qualcun altro. O forse sì, NO.



Migliore attore protagonista
Bradley Cooper (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Hugh Jackman (Les Miserables)
Denzel Washington (Flight)
Joaquin Phoenix (The Master)
Nonostante il film non mi abbia fatto impazzire, l'avevo detto in tempi non sospetti: Joaquin Phoenix da Oscar. Quindi vedete di dargli sta statuetta e non fate i furbi. Che se ne date un'altra a Daniel Day Lewis non saprà nemmeno più dove metterla.


Migliore attrice protagonista
Jessica Chastain (Zero Dark Thirty)
Jennifer Lawrence (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Quvenzhané Wallis (Beasts of the Southern Wild)
Naomi Watts (The Impossible)
Emmanuele Riva (Amour)
Il sogno di tutti coloro che hanno amato Beasts of the Southern Wild, ma probabilmente anche di quelli a cui il film non è piaciuto, sarebbe vedere la piccola Quvenzhané Wallis premiata. Soprattutto per capire come cazzo si pronuncia il suo nome. Ma, visto che difficilmente Quvenzhané Wallis vincerà, proprio per evitare l'imbarazzo di pronunciare il suo nome, direi che Jessica Chastain, in alternativa, mi va bene lo stesso.


Miglior regista
Michael Haneke (Amour)
Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Ang Lee (Vita di Pi)
Steven Spielberg (Lincoln)
David O. Russell (Silver Linings Playbook)
David O.Russell, Per protesta. Perchè non hanno candidato nè Affleck nè Tarantino. Ma anche perchè il film mi è piaciuto molto. Forse l'oscar alla regia non lo merita, a ben vedere, ma visto che l'hanno candidato a questo punto perchè non potrebbe vincere? Ma, soprattutto perchè mica vorrete davvero darlo a Spielberg per Lincoln? E dai, su, per favore. Tanto lo sappiamo tutti che se Haneke non l'hanno ancora premiato per il film lo premiano per la regia.
A me potreste dare un premio per il maggior numero di perchè spalmati in cinque righe, nel frattempo. 

Migliore attore non protagonista
Alan Arkin (Argo)
Robert De Niro (Il lato positivo – Silver Linings Playbook)
Tommy Lee Jones (Lincoln)
Phillip Seymour Hoffman (The Master)
Christoph Waltz (Django Unchained)
Qua davvero non c'è nemmeno l'imbarazzo della scelta: Christoph Waltz. E non si discute. Punto.


Migliore attrice non protagonista
Sally Field (Lincoln)
Anne Hathaway (Les Miserables)
Helen Hunt (The Sessions)
Jacki Weaver (Silver Linings Playbook)
Amy Adams (The Master)
Lo so, Anne Hathaway è tanto brava. Ma a me personalmente provoca sofferenza e fastidio, e mi sta anche un po' sulle balle. E non le darei un premio nemmeno se fosse l'unica candidata a riceverlo. Il problema è che lei lo riceverà lo stesso. Ma, siccome qua i premi li decido io, Helen Hunt. Perchè il film è gradevole, e affronta un argomento che non viene trattato quasi mai, ovvero sesso e disabilità, con delicata leggerezza, e lei è bravissima.


Miglior film d’animazione
Ribelle – The Brave
Frankenweenie
Ralph Spaccatutto
ParaNorman
The Pirates! Band of Misfits
Qua potrei anche fare a meno di esprimere un giudizio, perchè l'ultima volta che ho visto un film d'animazione è stato nel 2009, quando è uscito UP. Che infatti vinse l'Oscar. Sarà un caso? Sicuramente. Comunque, visto che ormai ho iniziato, dico Ribelle. Ma totalmente ad minchiam. 

Migliore scenografia
Sarah Greenwood and Katie Spencer (Anna Karenina)
Dan Hennah, Ra Vincent e Simon Bright (Lo Hobbit)
Eve Stewart (Les Miserables)
Rick Carter, Jim Erickson & Peter T. Frank (Lincoln)
David Gropman, Anna Pinnock (Vita di Pi)
Anche qua, ci addentriamo in categorie di cui io davvero capisco pochino, a voler essere buoni, ma, essendo che Anna Karenina mi ha colpito per l'originalità, e visivamente è spettacolare, azzardo.
Miglior fotografia
Seamus McGarvey (Anna Karenina)
Roger Deakins (Skyfall)
Claudio Miranda (Vita di Pi)
Janusz Kaminski (Lincoln)
Robert Richardson (Django Unchained)
Il film è lungo, a tratti noioso, e - come sempre - un immenso marchettone pubblicitario. Ma la fotografia, va detto, aveva il suo perchè. Quindi, signore e signori, dico Skyfall.

Migliori costumi
Paco Delgado (Les Miserables)
Jacqueline Durran (Anna Karenina)
Eiko Ishioka (Biancaneve – Mirror Mirror)
Joanna Johnston (Lincoln)
Colleen Atwood (Snow White and the Huntsman)
Mi ripeto: Anna Karenina.

Sono quasi convinta di non averne azzeccato mezzo. Ma, come sempre, chissenefrega?

22 febbraio 2013

Gangster Squad


Allora.
Gangster Squad è un gran bel film. Nel senso che è proprio bello a livello estetico: costumi, fotografia, interpreti, cazzi, mazzi e palazzi. 
Poi. 
Josh Brolin è belloccio, marmoreo e convincente nella parte, oltre a sembrare il figlio di Nick Nolte.
Nick Nolte è stato uno dei miei sogni erotici infantili. Adesso ha una faccia che ricorda il re leone senza bisogno di trucco e ha smesso di essere un mio sogno erotico.
Sean Penn forse qua è un po' troppo macchietta caricaturale nel ruolo del gangster "io sono dio", ma temo che gran parte della colpa sia dovuta anche all'italico fastidioso doppiaggio, quindi prendete questa mia affermazione con tutte le riserve del caso. In ogni caso questa non è sicuramente una delle sue interpretazioni migliori.
Giovanni Ribisi incredibilmente interpreta un personaggio normale senza alcun apparente disturbo mentale.  
Ryan Gosling è... non trovo le parole. Ryan Gosling è bello. E' anche bravo, sì. Ma qua è davvero tanto tanto bello. Ma tanto proprio, eh? 
Emma Stone indossa dei vestiti uno più bello dell'altro e... non saprei. Ma che occhi grandi ha Emma Stone? Le saranno serviti per guardare meglio Ryan Gosling? O forse non sono gli occhi ad essere grandi ma è la faccia che è troppo piccola? 
Che altro? 
Ah, sì, il film. 
Vado? 
Vado.
Il film - ambientato a Los Angeles nel 1949 - si ispira verosimilmente alla vita di Mickey Cohen (si, succedeva anche in L.A. Confidential. Del resto i  gangster, gira e rigira, quelli sono. Con la differenza che L.A. Confidential era un bel film e non solo nel senso estetico del termine) che, negli anni del dopoguerra gestiva tutta una serie di affari illeciti, dallo spaccio di droga alla prostituzione, facilitato da poliziotti corrotti, avvocati viscidi e giudici compiacenti. Il capo della polizia (Nolte) decide di contrastare l'egemonia di Cohen istituendo una squadra speciale che agirà nell'ombra e anche (o soprattutto) oltre i limiti consentiti dalla legge. Convoca quindi il sergente O'Mara (Brolin), plurimedagliato eroe di guerra affidandogli il compito di formare la squadra. E, una volta reclutati gli uomini, inizia la guerra. Senza esclusione di colpi. 
Gangster Squad è un film violento e maschio (la Tiz era sfastidiata dalla presenza di tutti quei maschi Alfa e dal troppo testosterone) in una confezione elegantemente (o inutilmente?) laccata.
Gangster Squad è un film che potrebbe essere migliore, se non avesse la pretesa di prendersi così sul serio.
I dialoghi a volte sono talmente scontati da risultare imbarazzanti.
Gangster Squad in buona sostanza è un film "vorrei ma non posso". 
Ma, come intrattenimento da serata con gli amici senza troppe aspettative, si può vedere. 

21 febbraio 2013

Il lato positivo - Silver linings playbook

Ho visto tre film diretti da David O.Russel: Three Kings, The Fighter, e quest'ultimo Silver linings playbook, candidato, fra l'altro, ad un discreto numero di statuette, alla prossima cerimonia degli Academy Awards. 8, se non ricordo male. E per le categorie principali: film, regia, attore protagonista, attrice protagonista, attore non protagonista e attrice non protagonista.
Dicevo, ho visto tre film di David O.Russel. E non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro. E io questa sorta di imprevedibilità, di non riconducibilità ad uno stile preciso la apprezzo parecchio. Mica come quando esce un disco di Ligabue che sai già che sarà uguale a quello prima e a quello prima ancora e a quello che uscirà l'anno prossimo. Che va bene avere delle certezze, ma insomma. Rivedere ogni volta un film già visto non è esattamente una delle mie massime aspirazioni. E quindi, ben venga David O.Russel che ha fatto suo lo stile di non avere un suo stile. Positivo, no?  
Ovvio che la mia curiosità non mi consentisse di aspettare l'uscita italiana, che, con il solito tempismo, vedrà arrivare in sala la pellicola il 7 marzo, a giochi ormai fatti. C'è da dire che, se non altro, questa volta non hanno fatto grossi danni con la traduzione del titolo. Ogni tanto - stranamente - succede. E anche questo è positivo. 
Anche perché nel corso del film la parola "positivo" è ricorrente.
E' una specie di mantra che scandisce le giornate di Patrick Solitano, affetto da disturbo bipolare diagnosticato tardivamente e costretto a trascorrere otto mesi rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dopo aver massacrato di botte l'amante della moglie, trovato nella doccia con la sua signora un giorno che era tornato a casa prima dal lavoro. Lo sanno tutti, MAI fare improvvisate. Vabbè.
Che poi, Nikki, da donna a donna, perdonami: hai sposato uno che ha la faccia di Bradley Cooper, che passa buona parte del film con addosso un sacco dell'immondizia riuscendo a fare comunque la sua porca figura, e lo tradisci con uno che sembra Pierluigi Bersani ma con meno capelli? Nikki, cristo santo, ma siamo sicuri che quello disturbato sia davvero tuo marito?
Ma torniamo al film: Patrick esce dalla struttura sotto responsabilità della madre (un personaggio fantastico, di una dolcezza infinita, che, per alcuni versi, mi ha ricordato Mamma Joad di “Furore”) e torna a casa dai genitori. Lì scopriremo che anche il padre (Robert de Niro) non è del tutto esente da manie compulsive (i telecomandi posizionati in un determinato ordine, i rituali durante le partite di football, la convinzione – giusta o sbagliata che sia -che il figlio gli possa portare in qualche modo fortuna) e che, in seguito ad una rissa, non può più entrare allo stadio.
In questo contesto Pat - fra sbalzi d'umore, colloqui con lo psicologo e jogging - è intenzionato a rimettere ordine nella sua vita, a cominciare dal matrimonio con Nikki, convinto che la loro non sia una separazione definitiva. Cercando di diventare l'uomo che sua moglie avrebbe voluto, Pat incontra Tiffany, giovane vedova di un poliziotto, con un passato da "ragazza facile" e con un carattere non meno problematico di quello dell'uomo. Fra i due nasce uno strano rapporto di amicizia che potrebbe definirsi "interessata": la ragazza promette di fare da tramite fra Pat e l'ex moglie e Pat acconsente a partecipare con lei ad una gara di ballo a cui il marito non aveva mai voluto portarla.
Che dire? Nient'altro, per non togliervi la soddisfazione di vederlo, quando arriverà in sala.
Un film dove la normale quotidianità ha la sua rilevanza per persone come Pat e Tiffany, che con la normalità hanno sempre avuto poco da spartire. 
Una commedia scanzonata ma delicata al tempo stesso, dove ci si può commuovere, sorridere e riflettere. E a me tutte queste cose in un film solo sembrano più che positive, no?

20 febbraio 2013

Die Hard - Un buon giorno per morire


Che noi a Brusuillis ci vogliamo bene.
Dai tempi di Moonlighting, tipo. Che molti di voi all'epoca non erano nemmeno nati. Per dire.
Noi sì. Io e Brusuillis, intendo.
Gli vogliamo bene. Nonostante tutto.
Già, perchè Brusuillis è riuscito ad apparire in alcuni dei film più noiosi che la sottoscritta ricordi. Tanto per citarne qualcuno, a caso, vi dirò: Il falò delle vanità, Il colore della notte, Unbreakable, La fredda luce del giorno, e, se non vi bastassero, ci aggiungo La colazione dei campioni e anche L'ultima alba. Che non ci facciamo mica mancare nulla, da queste parti. Non ho inserito Hudson Hawk solo perchè la battuta "Ti torturerò così lentamente che morirai sbadigliando" vale da sola tutto il film.
Oddio, qualcosa ce lo facciamo mancare, in effetti. Ad esempio il quarto episodio di Die Hard, io non l'ho mica visto. Penso che Brusuillis se ne sia fatto una ragione. Io di sicuro.
Ma il trailer di questo quinto episodio era sufficientemente baraccone da risvegliare (per modo di dire, considerata la catatonia che mi accompagna in questo periodo) la mia parte tamarra. E, complice il fatto che all'ideal c'è il "martedì donna" e il biglietto - se sei donna - costa solo 4€, io e la Tiz ci siamo dette "che sarà mai?"
Eh.
Si fa presto a dire "che sarà mai". Perchè - ve lo dico subito - Die Hard - un buon giorno per morire è una bella cazzata. Un'immensa spettacolare cazzata.
Mentre McClane scopre che suo figlio è rinchiuso in un carcere a Mosca, io scopro addirittura che ha un figlio. Che a me sinceramente era sfuggito. Ma si sa, io sono distratta, fondamentalmente.
Quindi vola a Mosca, ufficialmente in vacanza.
E da lì inizia il film, con una serie di esplosioni, inseguimenti, esplosioni, fughe, esplosioni, sparatorie, esplosioni, attentati, sale da ballo, esplosioni, miliardari, esplosioni, elicotteri, esplosioni, carri armati, esplosioni, uranio, esplosioni, Chernobyl (a un certo punto McClane padre chiede a McClane figlio: "Quella Chernobyl?" e a me è venuto in mente Dantès), esplosioni, rapporto genitori e figli, esplosioni, elicotteri, esplosioni.
Le espressioni di Brusuillis sono uno spettacolo, a differenza di quel quarto di manzo (bollito) che interpreta il figlio. Raramente ho visto facce più inespressive.
Che altro aggiungere? Niente, direi.
Anche se, a pensarci bene, forse mancava qualche esplosione, ecco.

19 febbraio 2013

E dacci oggi il nostro post quotidiano

Ultimamente sprizzo vitalità ed energia al pari di un'ameba morta di stenti.
Ieri, per la seconda sera consecutiva, mi sono addormentata durante la visione di Damsels in Distress. Sarà colpa del film o della sottoscritta? Ma chissenefrega, aggiungerei.
Domani sera ci riprovo. Stasera no, che ho appuntamento con la famiglia McClane.
Quindi, non avendo nulla di interessante da raccontarvi (come gli altri giorni, esatto), vi lascio in compagnia di uno di quegli inutilissimi, imperdibilissimi, irrinunciabilissimi, essenzialissimi... giochini idioti.
Si tratta di rispondere a delle domande verosimilmente stupide, usando come risposta i titoli dei film. Ma potete farlo con i titoli dei libri, o delle canzoni. O dei medicinali, se credete.

1) Sei maschio o femmina?
Diva
2) Descriviti
Confessioni di una mente pericolosa
3) Cosa provano le persone quando stanno con te?
Cruel Intentions
4) Descrivi la tua relazione precedente:
C'eravamo tanto amati
5) Descrivi la tua relazione corrente
La verità è che non gli piaci abbastanza
6) Dove vorresti trovarti?
A ovest di Paperino
7) Come ti senti nei riguardi dell'amore?
A 30 secondi dalla fine
8) Com'è la tua vita?
Piovono pietre
9) Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?
Un mercoledì da leoni
10) Di' qualcosa di saggio
Madonna che silenzio c'è stasera
11) Una musica
Walk the line
12) Chi o cosa temi?
Il ritorno dei pomodori assassini
13) Un rimpianto
A beautiful mind
14) Un consiglio per chi è più giovane:
Lavorare con lentezza
15) Da evitare accuratamente
Ogni maledetta domenica



18 febbraio 2013

Synecdoche, New York

Ho un libro che può aiutarti a stare meglio.
Si chiama "stare meglio".

Sono ancora un po' frastornata.
Sarà sicuramente colpa mia, che sono una capra con evidenti limiti cognitivi, non lo metto in dubbio.
Ma sicuramente un po' di colpa è anche di Charlie Kaufman, che devo ancora capire se sia un folle o un genio. O un fottutissimo folle genio.
Chi è Charlie Kaufman?
Intanto lo sceneggiatore di cose come Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa  e quella meraviglia di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, si, proprio quello che qua da noi è stato ignobilmente tradotto come "se mi lasci ti cancello". E Synecdoche, New York è il suo debutto alla regia. Il titolo, e non solo quello, è un gioco di parole fra la città di Shenectady, in cui è ambientata la storia (nella storia nella storia nella storia) e la sineddoche. Ma di giochi di parole il film è farcito, neurologist-urologist, psychosis-sycosis, "Hanno trovato l'aviaria in Turchia. Non nei tacchini." e chissà cos'altro che alle mie italiche orecchie è sfuggito.
Interpretato da un immenso Philip Seymour Hoffman, Synecdoche è un film sulla vita, o sulla morte - che, vi piaccia o no, fa parte della vita - e sulla rappresentazione della vita (e della morte) stessa.
Ve la faccio breve, intanto perchè il film (ma che strano) in Italia non è arrivato. Quindi, o lo avete visto di straforo, o lo dovete recuperare, sempre di straforo, come ho fatto io, dopo averne letto in giro.
Caden Cotard è un regista teatrale, la cui vita sta andando a rotoli. La moglie gli comunica la sua intenzione di trasferirsi a Berlino con la figlia Olive e lo abbandona, lui inizia a soffrire di patologie stranissime, e si convince che presto morirà. Decide quindi di portare in scena lo spettacolo della sua vita. E dà il via ad un progetto ambizioso e mastodontico, costruendo, in un teatro di posa, la ricostruzione della sua vita in scala 1:1, dove un attore intrpreterà lui stesso che dirige degli attori che interpretano la sua vita,  mentre gli anni passano e lasciano il segno, anche se Caden spesso sembra non rendersene conto. La sua Olive, la sua figlia "vera" (quella avuta dal successivo matrimonio con Claire sembra non rappresentare nulla per lui, al punto da non ricordarne nemmeno il nome) per lui resterà sempre la bimba di 4 anni, quelli che aveva al momento in cui la madre l'ha portata con sè in Europa, e il diario della ragazzina, che si scrive da solo giorno per giorno, sembra sostituirsi al copione dello spettacolo che sostituisce la vita che sostituisce lo spettacolo che sostituisce la vita. Fino alla fine, quando padre e figlia si ritroveranno mentre lei sta morendo in un letto di un ospedale di Berlino. Ma ovviamente non c'è solo questo. C'è la presenza costante nonostante l'assenza di Adele, ci sono Claire, Hazel, che vive in una casa perennemente in fiamme, Ellen, Sammy, Millicent, Caden, uno, nessuno, centomila Caden. 
E, mentre la vita (e la morte) scorrono parallelamente (o sostituendosi) allo spettacolo è illuminante l'omelia del predicatore (realtà o finzione?) durante l'ennesimo funerale: "Everything is more complicated than you think (...)".
E questo, se non altro, io lo avevo già capito da un pezzo.
 
 

17 febbraio 2013

The Day

Vivete giorno per giorno.
Ieri è stato un sogno.
Domani solo una visione.

E, a proposito di visioni, ieri pomeriggio ho trovato il tempo per vedere "The Day", che mi aveva incuriosito dopo averne letto (bene) da Beatrix.
Che a sua volta ne aveva letto (bene) in altri blog,
In un panorama desolato (nel mondo è successo qualcosa, anche se non ci è dato sapere esattamente cosa) un gruppo di sopravvissuti composto da cinque elementi, armati fino ai denti, sporchi, laceri e cattivi (avete notato che non ho detto brutti? Già, perché, anche se ne avranno viste di ogni, dato che inizialmente erano una dozzina, non si lavano da chissà quando, e sicuramente puzzeranno anche un po', sono tutti fighi, roba che io nemmeno dopo una giornata passata a farmi ritoccare a Photoshop) vagano apparentemente senza destinazione, ma in fuga da qualcuno.
Uno di loro è malato, e, quando sul loro cammino troveranno un casale abbandonato decideranno di fare tappa per riposarsi.
E, mentre le due donne vengono mandate fuori alla ricerca di "tracce", gli uomini restano in casa in attesa di quel qualcuno misterioso. E quel qualcuno non tarda ad arrivare. E da quel momento inizia una lotta senza esclusione di colpi, tra i nostri cinque, che nel frattempo sono rimasti in quattro, e gli altri, che sono la metà di mille e sono affamati. Oltre che dediti al cannibalismo.
Crudo e spietato, senza esclusione di colpi (anche di scena), fino alla sequenza finale, che mi ha fatto esclamare "Minchia!" come si usa qua, nei circoli del bridge di Oxford.
Come se il regista avesse incrociato, shakerando bene, Assault on precint 13 e the road.
Bello.
 
 

16 febbraio 2013

Fish tank

 
Mia è una quindicenne arrabbiata col mondo. Cosa che capita spesso quando sei una quindicenne. Se poi, come Mia, vivi in un periferico quartiere di merda del Sussex, con una madre single simpatica come la pertosse, ci sta anche che tu possa essere un po' scontrosa, al punto da prendere a testate la ragazza che la tua unica amica ha cominciato a frequentare dopo che ha iniziato ad ignorarti.
Tornando a casa cercherà di liberare un vecchio cavallo incatenato, ma l'arrivo dei proprietari, tre fratelli che vivono in una roulotte, la costringerà alla fuga.
L'unica cosa che sembra davvero interessarle è la danza hip hop, che pratica da sola in un appartamento abbandonato. Nel frattempo stringe amicizia con Billy, uno dei tre fratelli, che le spiega che il cavallo è vecchio e malato.
Quando Connor - il nuovo fidanzato della madre - inizia a frequentare casa sua, Mia, nonostante manifesti un'iniziale indifferenza e fastidio nei confronti dell'uomo, presto finirà per esserne attratta. L'uomo cerca invece di mostrarsi amichevole da subito, e riuscirà a convincerla a partecipare ad un'audizione di danza. Fino alla sera in cui, dopo che Connor mette a letto mamma pertosse ubriaca dura, i due finiranno a fare sesso sul divano. La mattina dopo Connor se ne va. Mia lo va a cercare a casa, per avere una spiegazione. E scopre così che l'uomo è sposato ed ha una figlia.
Rapisce la bambina, ma, quando la piccola cade in mare e tu pensi che la tragedia stia per compiersi, la salva e la rimanda a casa.
Il giorno dell'audizione Mia si presenterà, scoprendo che non è esattamente una ballerina hip hop che stanno cercando e quando arriva il suo turno decide di andarsene.
E quando Billy le proporrà di andare a Cardiff con lui, non ci penserà due volte ad accettare, lasciando tutto il niente che ha. A parte la speranza di un futuro migliore.
 
 

15 febbraio 2013

Promised land

"Siamo una società da 9 miliardi di dollari,
hai idea di cosa siamo capaci di fare?"
"E tu?"

(Attenzione: potrei spoilerare un po'. Ma non troppo)
Steve Butler (un Matt Damon un po' inquartato) è un manager della  Global Crosspower Solutions, compagnia energetica specializzata nell'estrazione di gas naturale. Il suo lavoro, in cui ottiene risultati eccellenti rispetto ai suoi colleghi, è quello di convincere i proprietari a vendere i loro terreni alla Global per effettuare le trivellazioni. In coppia con Sue (Frances McDormand) raggiuge una piccola comunità rurale della Pennsylvania, e - usando uno schema consolidato - iniziano il loro lavoro di persuasione porta a porta, sottolineando l'opportunità del guadagno facile, la sicurezza finanziaria, un futuro migliore per i figli, praticamente l'eliminazione istantanea di ogni preoccupazione dalle loro esistenze. Sembra andare tutto liscio, fino al momento in cui, in una riunione nella palestra del paese, presieduta dal corruttibile - e già corrotto - esponente politico del paese, il professore di scienze del liceo Frank Yates (Hal Holbrook, appena visto in Lincoln) avanza qualche perplessità sulla tecnica del fracking mettendo in evidente difficoltà Steve, al punto che la decisione finale dovrà essere stabilita con un referendum.
I vertici della Global ovviamente non sono affatto soddisfatti dell'operato di Butler e, come se non bastasse, in città fa la sua comparsa Dustin Noble, avvocato di una sconosciuta associazione ambientalista, che, in una serata di allegro karaoke (senza incaprettamento a squadre), dopo aver straziato Dancing in the Dark, si presenta alla comunità spiegando i devastanti effetti con cui la Global aveva portato alla rovina la sua famiglia, in Nebraska, e, facendo partire, dal giorno successivo, una campagna ostruzionista contro la multinazionale.
Le perplessità della popolazione aumentano in maniera esponenziale, ma, nonostante questo, Steve e Sue riescono a portare avanti il loro lavoro, stipulando contratti fino al giorno dell'atteso referendum, in cui, nonostante la certezza della vittoria, il buon Butler - le cui granitiche sicurezze hanno iniziato a sgretolarsi già da qualche giorno - si farà prendere dagli scrupoli.
Tanti gli interrogativi, poche le risposte, per un film che capisci subito dove andrà inevitabilmente a parare, ma che ti lascia in bocca quel retrogusto un po' deludente di una pietanza che pensavi buonissima, e invece era un po' insipida.

(l'insegna del negozio,
Guitars Guns Gas & Groceries"
però ci ha fatto tanto ridere)

14 febbraio 2013

Un bel tacer non fu mai scritto

Ieri sera ero a casa (tanto per cambiare), e, come tutte le sere, ho preso possesso del divano, intenzionata a: leggere, guardare “le tre sepolture”, e cercare di non giocare a Ruzzle.
Nell’ordine ho: visto il primo gol del Manchester United, letto (pochino), visto iniziare Le tre sepolture e perso conoscenza. Mi sono risvegliata e in tv c’era El Mariachi. Che è il primo capitolo della Trilogia del Mariachi, di Robert Rodriguez. E forse, ma non ne sono sicura, anche il suo primo film.
A me Robert Rodriguez diverte, che si sappia. Ricordo ancora la sorpresa che fu – all’epoca – la visione di Dal tramonto all’alba. C’è da dire che Clooney in versione (finto)tatuata aveva contribuito non poco a farmi apprezzare la pellicola, ma, se e quando capita, lo rivedo sempre con piacere. Il film. Clooney non l’ho mai visto. Comunque, per riprendere il filo del discorso, guardando El Mariachi, è immediatamente scattato il collegamento a Desperado, con Antonio Banderas. Che, prima di iniziare a sniffare la farina e a parlare con le galline, ha fatto anche l’attore. E lo so che sembra difficile da credere, ma fidatevi. Io me lo ricordo bene. E in Desperado, fra l'altro, era pure un gran bel vedere.
Antonio Banderas esordì in un film diretto da Almodovar, Labirinto di Passioni. E il sodalizio con il regista spagnolo non si è ancora interrotto. Matador, La legge del desiderio, Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Legami, fino al recente La pelle che abito, che, personalmente, mi ha alquanto deluso. Perché io da Almodovar mi aspetto altro. E perché il libro da cui è tratto, Tarantola, era decisamente meglio.
Ma, oltre al sodalizio con Almodovar, il buon Banderas ha fatto anche altre cose più o meno pregevoli, come innamorarsi di Melanie Griffith e sposarla, e, non pago, esordire alla regia per dirigerla in “pazzi in Alabama”. Che, se è quel film dove la protagonista se ne va in giro per tutto il tempo con una testa mozzata in una cappelliera, ho sicuramente anche visto. Come ho visto “il tredicesimo guerriero” e “ballistic”.
Avere avuto un fidanzato che abitava sopra il Blockbuster di Sesto San Giovanni mi ha portato a vedere cose che voi umani vi sarete sicuramente risparmiati. Io invece no. Fossi mai riuscita ad accoppiarmi con qualcuno coi miei stessi gusti, poi. Il precedente fidanzato, quello che, nell’età in cui normalmente gli uomini ti rendono moglie e madre a me rese direttamente vedova senza passare dal via, riuscì a portarlo al cinema una volta sola, per dire. Quella volta litigammo pure, fra l’altro. Perché alla sua domanda “chi è la più zoccola fra le tue amiche?” (che poi, diciamocelo, che cazzo di domanda è? Ma soprattutto, perchè lo vuoi sapere?) ebbi la brillante idea di rispondere “io”.  Se pensi che la risposta possa non piacerti, amore mio, evita di fare la domanda.
Ma, se non altro il film, che nello specifico era GLI SPIETATI, gli piacque tantissimo. E si dimenticò pure di essere arrabbiato con me.  
Del resto potreste mai arrabbiarvi con Miss Bikini qua sotto? 




♥ (♠)

13 febbraio 2013

di sere sul divano

SetteChiliDiGatto, a te va bene se guardiamo Mulholland Drive?

E se ve lo state chiedendo, no.
Non hanno vomitato sul pavimento.
Il tappeto fa davvero schifo, lo so.

12 febbraio 2013

Død snø (Dead Snow)

Domenica pomeriggio, mentre il sole era così sfacciato e tutti i tg parlavano della perturbazione che avrebbe portato neve a partire dalle prime luci dell'alba, mi sono portata avanti col lavoro, e mi sono vista un film innevato, ma così innevato, che mancava solo che mi mettessi a fischiettare Snow.
Così posso rendere il DVD alla Tiz, che me l'ha tanto amorevolmente prestato.
Io ne ho viste di cazzate, nella mia vita, sia chiaro. Ma i nazisti in versione zombie ancora mi mancavano, giuro. Che se l'unico nazista buono è il nazista morto, qua non vale neppure quello.
Siamo in Norvegia. Anzi, sono. Loro, i protagonisti di questo... vabbè, dai, di questo film.
Un gruppo di amici, equamente distribuiti fra maschi, femmine e babbi di minchia, studenti in medicina (particolare che non toglie e non aggiunge nulla alla trama - ammesso e non concesso che una trama ci sia - non fosse che uno di loro ha paura del sangue. E studia medicina, esatto. Come se io, che detesto i canditi, mi iscrivessi a un master per la canditura della frutta, nè piu, nè meno) parte per uno spensierato week end in un desolato capanno fra i monti innevati. Che, se bisogna trovare qualcosa di positivo in questo film, direi che il paesaggio (innevato, l'ho già detto per caso?)  è davvero notevole.
Ad un certo punto alla porta del capanno si presenta un uomo, non si capisce bene perchè, cioè, sì, per iniziare a far cagare un po' in mano i nostri simpatici ragazzi, che - dopo aver scroccato un caffè sul cui gusto si permetterà pure di trovar da ridire - si prodiga a spiegare loro che in quel luogo, anni prima, i nazisti avevano ucciso, dopo atroci torture, buona parte della popolazione residente, fino alla ribellione dei sopravvissuti, che avevano indotto alla fuga i cattivi, scomparsi misteriosamente fra quelle montagne (si, sempre quelle innevate).
Ma, ovviamente, i nazi-zombie non sono scomparsi proprio per nulla, e i nostri eroi lo scopriranno ben presto, in un delirio che inizia con una sveltina nel bagno (con uno dei protagonisti che io non toccherei nemmeno se tutti i vibratori di questo mondo scomparissero improvvisamente dalla faccia della terra, ma si sa, io ho gusti difficili) per proseguire in un'apoteosi dello splatter talmente trucido e parossistico che ad un certo punto ti viene da dire "eddai, basta!", non fosse altro che l'immacolato paesaggio innevato alla fine non è più così immacolato, fra corpi sventrati, occhi cavati a secco, motoseghe e motoslitte, gole mozzate, mutilazioni, viscere al vento, sangue come se piovesse nevicasse e chi più ne ha più ne metta.
Eppure io le sturmtruppen mica me le ricordavo così cattive.
 

11 febbraio 2013

Ex Voto

Ex Papa
 

Più Boomstick award per tutti


Venghino siore e siori, che non siamo qua per vendere ma per regalare.
E io, che dovevo ancora riprendermi dell'onorificenza insignitami la settimana scorsa, nel week end mi sono ritrovata ad incassare non uno, non due, ma ben tre altri award. Tre Boomstick Award, per la precisione. Ho detto boomstick, non broomstick, sciocchini.
E poi dice che una non si deve montare la testa.
Che mica puoi far finta che non sia successo niente, no. Devi anche tu fare il tuo (s)porco lavoro. E quindi, come per ogni award che si rispetti, anche qua ci sono le solite regole da seguire.
Che sono poche e semplici:
 
Regola n. 1: i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore.
Regola n. 2: il post con cui viene presentato il premio non deve contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione.
Regola n. 3: i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto.
 
Secondo me hanno capito che con la storia del 7 riescono a fottermi con estrema facilità. Ma sono convinta di potercela fare anche stavolta, e quindi parto con la mia premiazione, che, anche se non è ancora ora, a noi farci i pompini a vicenda piace, diciamocelo.
 
Perchè è stato il primo ad assegnarmi il premio, perchè lo seguivo in silenzio quando ancora avevo il blog dall'altra parte, perchè le sue recensioni a volte sono più belle del film stesso, perchè siamo spesso d'accordo, perchè anche lui adora Hap e Leonard ma soprattutto perchè da grande voglio imparare a bere come lui.
Perchè è il bradipo più veloce che io abbia mai conosciuto, e perchè, con le sue recensioni, è riuscito, più di una volta, ad incuriosirmi riguardo ad alcuni film "de paura", che io cerco sempre di evitare come le merde di cane sui marciapiedi. 
Perchè è riuscito nientemeno che a farmi scrivere un post su Nicholas Cage.
Se vi sembra poco, provateci voi!
4) Babol
Perchè ogni suo post è così dettagliato e preciso che sembra una lezione di storia del cinema, ma tenuta da una docente simpaticissima.
Perchè leggendola ho scoperto che abbiamo gusti parecchio simili, e anche perchè, con un nick del genere, se non la premio, ho paura di trovarmela sotto casa con la katana di Hattori Hanzō.  
Intanto perchè non sopporta le catene, ma, avendo un ego ipertrofico di sicuro il riconoscimento gli farà piacere, anche se non lo ammetterebbe mai. Perchè vede così tanta roba che immagino abbia scoperto il segreto per far durare le giornate 48 ore, e perchè, anche se spesso mi trovo totalmente in disaccordo con lui, è dotato di un sense of humour straordinario, per cui riesce a farmi ridere spesso. Ma soprattutto a sproposito.
Perchè l'ho colpevolmente scoperto solo all'inizio di quest'anno e mi chiedo come mai.
 

10 febbraio 2013

Broken city


E dopo che per tutto il giorno non hai proferito verbo se non per sfanculare occasionalmente il gatto, tu e la bionda decidete di andare al cinema. E cosa vai a vedere questa settimana al cinema, che la programmazione lascia un po' il tempo che trova? Broken City. Che sarà mai?
Perchè in fondo io a Mark Wahlberg voglio bene dai tempi in cui le sue mutande la sua faccia campeggiava sui manifesti della pubblicità di Calvin Kein in compagnia di Kate Moss, per dire.
E, da Boogie Nights in poi, sono state poche le pellicole con lui protagonista che mi sono persa.
Sono una sentimentale, che volete farci?
Broken city.
E mi piacerebbe poter dire che è un bel noir dalla trama avvincente e che si sviluppa in un crescendo di tensione e adrenalina a profusione. Ma proprio non ce la faccio. Perché Broken City è un noir, e su questo non ci piove. Con un cast nemmeno così scrauso, se stai a vedere. Ma lo sappiamo tutti che non è sufficiente.
Siamo a New York, al termine della campagna elettorale per le elezioni del sindaco in cui si fronteggiano Nicholas Hostetler, che punta ad essere rieletto, e Jack Valliant, con le solite schermaglie ed accuse reciproche tipiche delle elezioni. Vi ricorda qualcosa? È un caso.
Un giorno il sindaco convoca nel suo ufficio il detective privato Billy Taggart, ex poliziotto costretto a dimettersi dal sindaco stesso in seguito all'uccisione di un pregiudicato, per il quale venne processato - ma non condannato - per omicidio. Hostetler incarica Taggart di scoprire se sua moglie lo tradisce. Billy si mette al lavoro scoprendo quella che sembrerebbe effettivamente una relazione extra-coniugale della donna. Peccato che "l'amante" sia Paul, il braccio destro (e non solo) dello sfidante alla poltrona di sindaco e che, dopo che Taggart avrà consegnato a Hostetler le prove dell'adulterio, verrà trovato morto in seguito a quella che, apparentemente, sembrerebbe una rapina. Taggart capisce che è stato invischiato in una storia che con le corna del sindaco non c'entra una beata fava e si mette ad indagare, scoprendo che dietro un'inesistente storia di letto si nascondono, e nemmeno benissimo, corruzione, speculazioni edilizie, conflitti di interesse. Oltre a condoni tombali e abolizione dell'IMU. Ah no, scusate. Questo è un altro film.
Che dire? Niente.
Non che mi aspettassi un capolavoro, sia chiaro, ma qualcosa che non mi facesse sbadigliare in maniera indegna per tutta la durata del film magari sì, ecco.
E comunque Nicholas Hostetler andava arrestato all'inizio del film, per vilipendio all'acconciatura.

9 febbraio 2013

Wild Bill

Dopo averne letto sul blog di Frank Manila (grazie Frank!) ho mandato la solita mail al collega, che ormai ha smesso di domandarmi dove li trovo i titoli che gli chiedo, e intanto procedo nella mia opera di recupero.
Così, stamattina, quando mi sono svegliata alle 4.00 e non sono più riuscita a prendere sonno, ho deciso di vedermi questo film, che inizia con Will che esce dal carcere. In sottofondo the guns of Brixton dei Clash.
Scopriremo presto che Bill è stato dentro per 8 anni, spaccio, aggressione, tentato omicidio e altre amenità.
Quando arriva a casa, nella periferia più periferica di Londra in versione cantiere pre-olimpiadi, i due figli, Dean 16 anni e Jimmy, 11, lo accolgono con diffidenza e ostilità, in fondo quell'uomo per loro è un estraneo e il figlio minore nemmeno si ricorda di lui. La madre se n'è andata da quasi un anno, e i due ragazzi tirano avanti come possono. I servizi sociali scoprono presto la situazione e Bill, che era intenzionato a trasferirsi al nord per lavoro, promette che si prenderà cura dei figli, anche se il maggiore non sembra molto entusiasta della cosa.
Mentre T., lo spocchioso "boss" del quartiere che gestisce lo spaccio di droga nella zona, assolda il piccolo Jimmy come baby-pusher, Bill cerca di tenersi alla larga dai guai soprattutto per il prossimo controllo dei servizi sociali, ma, quando scoprirà che il figlio, per risarcire T. di un debito che ha contratto facendo sparire della droga durante un controllo di polizia, ha rubato dei soldi a casa della fidanzata di Dean, capisce che i suoi figli sono più importanti di qualunque altra cosa, e non vuole che l'unico futuro possibile sia quello che ha avuto lui.
Forse abbastanza prevedibile, redenzione riscatto e speranza, perché in fondo siamo tutti delinquenti ma con un cuore grande così. Ma gli interpreti sono bravi e fanno il loro lavoro in maniera convincente, per un prodotto che tratta un tema delicato ma lo fa senza mai appesantire i toni, e il risultato è un film che si mantiene sui toni della commedia sociale più che sul drammone da sminuzzamento di palle.
Per fortuna, aggiungo io.

8 febbraio 2013

Zero Dark Thirty


Dopo la quasi inaspettata vittoria agli oscar del 2010 con The Hurt Locker, in cui la Bigelow ci raccontava i risvolti della guerra in Iran,  la regista torna con un altro titolo sempre preso dallo slang militare (Zero Dark Thirty significa trenta minuti dopo mezzanotte e indica quel periodo di tempo in cui il buio favorisce gli attacchi e le incursioni) per raccontarci, partendo dal famigerato 11 settembre 2001, i dieci anni che hanno portato alla cattura di Osama Bin Laden, avvenuta il 2 maggio 2011.
Dieci anni.
In cui una donna, al suo primo incarico (esemplare la scena in cui, quando le viene chiesto da un superiore cosa abbia fatto, lei risponderà "non ho fatto nient'altro") riuscirà, portando avanti la sua tesi inizialmente osteggiata da tutti, ovvero quella per cui, per arrivare a Bin Laden bisogna seguire chi consegna i messaggi - nello specifico, Abu Ahmed - ad individuare il luogo in cui si nasconde il capo di al-Qaida, ad  Abbottabad, Pakistan.
La trama si dipana dall'interrogatorio iniziale di un fiancheggiatore di al-Qaida, in cui vengono evidenziate le cosiddette "tecniche di interrogatorio forzato", che è un elegante modo per definire la tortura, passando attraverso gli attentati di Londra del 2005 e quello al Marriott Hotel di Islamabad del 2008, in una progressione narrativa che, nonostante i 157 minuti, non ha un solo momento di cedimento, fino alla sequenza finale dell'incursione che portò all'uccisione di Bin Laden, 40 minuti serratissimi che si aprono con il volo notturno di due aerei "invisibili", scena che io personalmente ho trovato magnifica, per concludersi con il ritorno a casa di Maya, sola, come è sempre stata, su un aereo militare tutto per lei.
Un thriller politico di taglio documentaristico che non indugia su etica e moralità, mettendo in scena le tecniche di indagine, la rigidità della scala gerarchica, l'attesa e la ragione, quasi senza sentimento.
Un gran film, asciutto ed essenziale.

7 febbraio 2013

And the oscar goes to...

Scusate, mi sono confusa.
E' che non sono abituata. A ricevere premi, intendo.
Sarà che, essendo io normalmente simpatica come la sabbia nelle mutande, la gente tende a non coinvolgermi in queste operazioni, ma la biondina, che è una che ha capito un sacco di cose nella vita, ha deciso di fottersene e di trascinarmi in questa catena che io, lo dico subito prima che si creino spiacevoli equivoci e/o incidenti diplomatici, non intendo proseguire. Lasciando che, chi passa di qua, se vuole, se crede, si possa impadronire del premio facendolo suo, senza tante storie.
Ovviamente ci sono delle regole, perchè ci sono sempre, delle regole.
E funzionano più o meno così:
1) Copia il premio (fatto) in un post (lo sto facendo)
2) Ringrazia che te lo ha consegnato o fatto vincere o ti ha nominato. Ovvero la biondina.
Grazie, biondina. Continuerò ad amarti lo stesso, non preoccuparti.
3) Racconta 7 cose di te, come se interessassero a qualcuno.
4) Nomina altri sette blog e faglielo sapere andando a commentare da loro. Questo, come ho detto prima, non lo farò. Perchè sono timida. E discreta. E dico un mucchio di stronzate, soprattutto.
 
1) Ho deciso di fare questo giochino perchè mi piace il numero 7. Perchè sono nata il 7. E, fra le altre cose, oggi sarebbe il mio mezzo compleanno. Quindi, se volete, potete farmi un acconto sugli auguri. Un "tanti AUG", ad esempio, lo apprezzerei molto. Dico sul serio.
2) Avevo detto che, arrivata al settimo tatuaggio, mi sarei fermata. E invece. Sono pronta per il nono. Ma, siccome il  9 non mi piace, temo che dovrò arrivare a 11. O a 13. O 17. Il 15 è un po' come la Basilicata, non esiste.
3) Sono dotata di senso dell'orientamento e sono in grado di leggere una carta stradale, ma, piuttosto che fermarmi a chiedere un'informazione, mi mordo la lingua. Forse sono un uomo.
4) Ho una vera e propria fissazione per la crema contorno occhi. Potrei anche non lavarmi la faccia (ho detto POTREI), ma metterei comunque la crema c.o.
5) Detesto ricevere gli SMS di auguri a Natale, Pasqua, Ferragosto, Carnevale, Capodanno e ogni festa comandata. Quindi, se quando non vi rispondo, non prendetelo come un affronto personale, ma fatevene una ragione. L'unica festa riconosciuta è il mio compleanno. Regolatevi di conseguenza.
6) Odio il ballo, ballare, i ballerini, i balletti e tutto quanto richieda una minima coordinazione. Essendone io totalmente sprovvista.
7) Vorrei la pace nel mondo.

 
 

Qualcosa nell'aria (Après Mai)


In attesa delle uscite settimanali del giovedì (l'ho già detto che io preferivo i bei tempi in cui i film uscivano al venerdì? Sicuramente sì, perché mi piace essere ripetitiva) ho recuperato - approfittando del fatto che sia stranamente ancora in circolazione, a differenza di In darkness, che è durato giusto una manciata di giorni, - questo film di Olivier Assayas premiato per la migliore sceneggiatura all'ultima mostra del cinema di Venezia.
Ovviamente sia la Tiz sia sua bionditudine si son chiamate fuori, e io, bella bella (è un modo di dire, non vi agitate) sono uscita dall'ufficio e mi sono portata in centro, per lo spettacolo delle 19.35.
Che anche questo film dura il suo bel paio d'ore, che ormai dev'essere diventata la durata minima sindacale. Che lo facciano per giustificare il prezzo del biglietto? Perché io esco soddisfatta dalla sala anche dopo un'ora e mezza, che si sappia. Che non è la quantità che conta, ma la qualità. 
Hai finito di dire cazzate? 
Vuoi parlare del film si o no?
1971, dintorni di Parigi.
Il movimento studentesco, le manifestazioni, gli scontri con la polizia, i fumogeni, il ciclostile, andiamo a scrivere viva la rivoluzione sui muri della scuola, le molotov, chi si estranea dalla lotta, ciao Gilles vado a Londra, no, non venirmi a trovare, le speranze, i sogni, la realtà, la pittura, il cinema, il viaggio in Italia che sembra una fuga dopo il ferimento di un sorvegliante, i compagni di Torino anche no grazie, il treno per Reggio Calabria, Pompei, la CIA, Leslie, la danza sacra tu non hai idea, il viaggio in Nepal che a Goa fa troppo caldo, ma ci siamo fermati a Kabul quanto è figa Kabul, ciao Gilles sono tornata, quest'estate ho venduto collane a Ibiza con mia madre, vado a New York con Jean Serge, ciao Gilles, no che non mi drogo, l'aborto di Leslie ad Amsterdam, attento a quello che leggi, le delusioni, la vita, la morte, lo stage a Londra, bla bla bla.
Sarà che mi mancano le basi, sarà che sono un'ignorante, sarà che nel 1971 io leggevo Topolino, ma che due palle.

6 febbraio 2013

The man from nowhere


Incredibile.
Sono riuscita a vedere un film in TV dall'inizio alla fine senza cedere alle lusinghe del divano.
Sì, insomma, più o meno.
Il film è coreano, campione di incassi in patria qualche anno fa e vincitore di una caterva di premi più o meno importanti. Io - come sempre - ho avuto un po' di difficoltà a riconoscere gli attori, soprattutto all'inizio. E in questo film ce ne sono una vagonata, fra l'altro. 
A parte il protagonista, Cha Tae-sik (Won Bin), che è decisamente belloccio e affascinante. E questa volta non potete nemmeno accusarmi di pedofilia, in quanto è del 1977. 
Cha Tae-sik gestisce un banco di pegni, conduce una vita isolata e fondamentalmente si fa i cazzi suoi, che lo sanno tutti che è il metodo più sicuro per campare cent'anni. 
Frequenta soltanto So-mee, una bimba che vive nel condominio in cui Cha gestisce la sua attività. La bimba è figlia di una tossicodipendente, che un giorno ha la bella idea di rubare una partita di droga ad una potente organizzazione criminale impegnata in tutte le peggio attività previste dal codice penale, dallo spaccio di droga al traffico d'organi, alla tratta di bambini e chi più ne ha più ne metta. 
Quando l'organizzazione, composta da personaggini davvero pessimi ma al contempo anche abbastanza ridicoli, decide di rapire madre e figlia per riappropriarsi della droga sottratta dalla madre, a cui, fra l'altro, verrà espiantato tutto l'espiantabile, Cha, che non è soltanto il riservato uomo del banco dei pegni, deciderà di salvare la piccola So-mee, in un crescendo di violenza in cui scopriremo che l'uomo venuto dal nulla ha un passato degno di nota. 
La polizia sembra assistere impotente - come noi spettatori - alla vendetta di Cha, fino ad un finale in cui scopriremo che anche la più implacabile macchina da guerra ha un cuore. 
Cupo e livido, decisamente interessante. 


5 febbraio 2013

oh, ragazzi, ma siam pazzi? che siam mica qui a depilare i peluches per farli diventare big jim!



bacio parigi

brufoli charlize theron

che io sono

fatine romantiche

fighe sulla spiaggia

looper chi me lo spiega il finale

peli di figa biondi



e niente. 

Che mentre a Ruzzle ho appena fatto 332 punti con "candirai", mica pizza e fichi, in ufficio la noia si taglia col coltello e il mio capo mi ha praticamente abbandonato al mio destino per seguire un progetto a Milano. Ultimamente lo vedo in media una volta a settimana, mi lascia un po' di lavoro e, con la scusa che tanto me la so cavare benissimo da sola mi lascia qua, a smazzarmi cazzi che nemmeno mi competono. Di che mi lamento? Di niente, in effetti, sarebbe folle farlo, in questo periodo. 
Ma mi annoio.
E quando mi annoio vado a curiosare nelle chiavi di ricerca, fonte inesauribile di soddisfazione da hard discount. 
E non mi importa se c'è gente che vuole vedere Charlize Theron coi brufoli, né che abbia bisogno di qualcuno che gli spieghi un film, del resto gli insegnanti di supporto esistono da decenni, ormai.
Però vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse perché c'è gente che ha bisogno di cercare, nel 2013, le fatine romantiche. Ma, soprattutto, come minchia è possibile che, con suddette fatine, costui (e/o costei) riesca ad arrivare sul mio blog! Perché io, davvero, non ci arrivo.