20 mag 2016

La pazza gioia

Film presentato a Cannes fuori concorso e "premiato" con una standing ovation di 10 minuti da parte del pubblico, martedì 17 Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti erano a Torino, al Cinema Massimo per la "prima nazionale" del film, che arriva a due anni da "il capitale umano". E, in una sala gremita (biglietti esauriti) c'eravamo anche noi, ovvero la Tiz, sua bionditudine e la sottoscritta. Che era seduta vicino a due peppie che non hanno fatto altro che criticare chiunque, dalla Littizzetto - presente in sala - al sindaco Fassino, per finire con Micaela Ramazzotti, che ha esternato la sua simpatia per il Torino. E una delle due se n'è uscita con "Mi sta già antipatica, questo film mi sta già sul culo". Inutile dire che a me stava sul culo lei, che a metà film ha iniziato a guardare il cellulare illuminando la sala. 
Comunque.

Ambientato in Toscana, nel 2014 (quando gli OPG - Ospedali Psichiatrici Giudiziari - erano ancora aperti), racconta la storia di Donatella e Beatrice (Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi), due donne affette da disturbi mentali, ritenute pericolose e per questo "ospiti" di una comunità terapeutica.
Beatrice si trova a Villa Biondi già da un po', quando un giorno arriva Donatella, con un tutore alla gamba e un paio di stampelle. La curiosità morbosa della sofisticata Beatrice - che, a causa del suo atteggiamento un po' snob, che vanta amicizie altolocate, antichi fasti. origini nobili e danarose, fa si che non vada proprio d'accordo con tutti gli altri ospiti -, viene premiata quando per sbaglio Donatella la vede passare e la scambia per una dottoressa. Beatrice coglie la palla al balzo e inizia un colloquio "professionale" con la nuova arrivata, salvo venire smascherata poco dopo, con non poco sconcerto da parte di Donatella.
Abbandonata la diffidenza iniziale, tra le due donne, diversissime tra loro, si instaura una strana forma di amicizia, approvata anche dallo staff medico della clinica, che valuta il rapporto positivo per entrambe, al punto di acconsentire a mandarle a lavorare in un vivaio. Quando un giorno il pulmino della clinica tarda a recuperarle, Beatrice e Donatella salgono su un autobus di linea, e la loro fuga è, appunto, l'occasione per darsi, in un modo o nell'altro, alla pazza gioia. Riuscendo a sfuggire al personale che le cerca dappertutto le due donne si troveranno a gestire un'inaspettata libertà a cui quasi non sanno far fronte, e ripercorreranno pezzi del loro passato, quel passato pieno di angosce e drammi, che le ha fatte diventare quello che sono: due donne bisognose di amore (da dare e da ricevere), e che per troppo amore si sono trovate a compiere gesti sbagliati. 



La pazza gioia è un film che parla di malattia mentale e lo fa in maniera onesta e spontanea, senza cedere al pietismo spinto. E' una commedia in cui il divertimento cede con misura il passo alla commozione, probabilmente grazie anche al tocco di Francesca Archibugi alla sceneggiatura. 
Micaela Ramazzotti è bravissima, ma Valeria Bruni Tedeschi è strepitosamente perfetta. Nel film nel ruolo di sua madre c'è sua madre per davvero, mentre nel ruolo dei genitori di Donatella troviamo Anna Galiena e Marco Messeri, mentre tra le ospiti della comunità di recupero ci sono, oltre alle attrici, vere pazienti. 


11 mag 2016

e niente

Io continuo a latitare, causa infognamento lavorativo e mancanza di ispirazione filmica. 
In compenso ieri sera ho visto la prima puntata di Blindspot, che è una serie tv, anche se io, solitamente, non guardo serie tv perché mi rompo il cazzo in fretta. Quindi non so se riuscirò a scoprire chi è Jane Doe, ma credo di poter continuare a dormire sonni tranquilli. Quello che posso dire è che lei (Jaimie Alexander) è una figa col botto. 


E basta.
Anzi no.
Siccome mi piace immaginarvi mentre, leggendomi, nella vostra mente si fa prepotentemente largo questo pensiero

aggiungo che, a Roma, il 24 maggio, inaugura la mostra "War Capitalism & Liberty", in cui saranno esposte 150 opere di Banksy.
E quindi io ne approfitto, per tornare a Roma dopo 4 anni.


29 apr 2016

Codice 999

Dopo Lawless, del 2012, John Hillcoat torna a dirigere un (gran bel) film, con un (gran bel) cast di tutto rispetto. 
Codice 999 (Triple 9 l'originale) è un heist movie che - volendo azzardare - strizza l'occhio al cinema di Mann a cui è stato tolto ogni accenno di romanticismo, e il risultato è un film solido, duro e disperato, e, una volta tanto, rispettoso della realtà, senza un eccessivo uso di effetti speciali (e quelli che ci sono non sono sfacciatamente esagerati).

A rendere ancor più interessante Codice 999 ci pensa un cast coi controcazzi, che va dalla sempre splendida Kate Winslet (*) nell'inedito ruolo di spietata boss pro-tempore (il marito è in carcere) di un'organizzazione criminale di mafiosi circoncisi ebrei russi, al (true) detective Woody Harrelson, passando da Casey Affleck - sempre più bravo - a Chiwetel Ejiofor, Anthony Mackie, Aaron Paul, e un sacco di altra gente tipo Norman Reedus, Clifton Collins etc. etc. etc.
(*) A proposito di Kate Winslet, ieri è finalmente arrivato in sala The Dressmaker, di cui parlai qualche mese fa. Se non l'avete già visto in modo illecito, andate al cinema a godervelo.

Ambientato in un Atlanta che non fa venire minimamente il desiderio di visitarla, la storia inizia con una rapina in banca, in cui una squadra di ladri professionisti ed addestrati esegue il "lavoro" in tempi brevi e perfetti, nonostante un piccolo intoppo durante la fuga.
Scopriamo subito che nel gruppo, oltre a Michael Atwood (Chiwetel Ejiofor), ex ufficiale delle forze speciali, ci sono i fratelli Welch e due poliziotti corrotti,Marcus e Franco (Anthony Mackie e Clifton Collins), che, a colpo finito, tornano a prestare regolare servizio come niente fosse.
Nella squadra di Marcus nel frattempo è arrivato un nuovo collega, Chris Allen (Casey Affleck, che. oltre ad essere bravo, è anche più espressivo del più famoso fratello) che gli verrà prontamente affiancato, con suo sommo disappunto.
Chris, oltre ad essere un bravo agente, è anche nipote del detective Jeffrey Allen (Woody Harrelson, a mio parere uno dei personaggi migliori del film) che sta proprio indagando sulle rapine della banda.
Com'è come non è - che mica ve lo posso raccontare tutto - la banda di Michael, che ha avuto un figlio dalla sorella della terribile Irina (Kate Winslet in versione zarina della mafia russa) deve compiere un ultimo difficilissimo colpo, e l'unico modo per fare in modo che la polizia non gli arrivi al culo in tempo zero è quello di lanciare un 999, che, nel codice della polizia, equivale alla segnalazione di "agente a terra", ed ha precedenza assoluta, per cui tutte le forze devono convergere sul luogo,
Come andrà a finire?


20 apr 2016

in giro senza meta

Siccome domenica IO, a differenza di un sacco di altra gente, sono andata a votare, contrariamente alla mia routine domenicale in cui ozio h24 passando dalla posizione orizzontale sul divano alla posizione semi-eretta quando mi spingo in veranda a fumare. mi sono ritrovata, una volta conclusa la passeggiata fino ai seggi, vestita di tutto punto (solitamente l'abbigliamento ufficiale della domenica è il pigiama) e, alle 10.30, mi sono chiesta "e mo' che faccio?"
Adesso, non pensiate che io sia andata a votare a piedi per motivi ecologico/salutisti o quant'altro.
Sono andata a piedi perché un ospite dei miei vicini di casa ha pensato bene di parcheggiare la SUA auto davanti al MIO cancello.  Bastasu, ih caino.
Una volta sparito l'ospite , ho deciso di salire in auto, e di andare da qualche parte.
Indecisa se dirigermi a nord, sud, ovest est ma perché sei andata via mi son persa nella notte mi sono diretta a Candelo (provincia di Biella) dove esiste uno dei ricetti meglio conservati della categoria dei ricetti.
Un ricetto è una struttura fortificata all'interno di un paese dove venivano accumulati i beni o del signore locale o della popolazione, e dove la popolazione stessa poteva trovare rifugio durante attacchi esterni. Pare che il ricetto di Candelo, che venne costruito tra il XIII ed il XIV secolo, non sia mai stato destinato ad abitazione stabile da parte della popolazione, ma vi si trovano comunque circa 200 edifici.



Se abitate ragionevolmente vicino e non ci siete mai stati, fateci un giro, magari in occasione della manifestazione "Candelo in fiore". che inizia sabato prossimo. Oppure, se il vostro livello di asocialità è simile al mio, fateci un giro quando di manifestazioni non ce ne sono, così potete camminare per il borgo indisturbati.










12 apr 2016

il condominio dei cuori infranti




Esiste nel mondo un curioso paese in cui un film che si intitola asphalte diventa, per misteriosi quanto inspiegabili motivi il condominio dei cuori infranti.
Si tratta di un film francese, diretto da Samuel Benchetrit, tratto dal suo romanzo (autobiografico) Chroniques de l'asphalte, del 2005.
Asphalte è un film dolce e bizzarro, a tratti grottesco e pervaso di sottile umorismo, che racconta storie parallele che hanno per protagonisti alcuni abitanti di un desolato condominio HLM (che in francese significa habitation à loyer modéré e che suppongo sia l'equivalente italiano delle case popolari), in un'altrettanta desolata periferia francese, non meglio specificata, anche se le riprese sono avvenute nel quartiere Bel Air di Colmar. Guardate che bel posticino.

In Asphalte ci sono assemblee di condominio in cui si decide la sostituzione dell'ascensore perché sempre guasto, e tutti sono d'accordo, tranne l'inquilino del primo piano che poi si troverà costretto a doverlo usare di nascosto, ad ore improbabili, improvvisandosi fotografo per conquistare un'infermiera del turno di notte, c'è l'astronauta americano John McKensie che al rientro da una missione spaziale atterra per sbaglio sul tetto del palazzo e viene accolto amorevolmente dalla signora Aziza. I due non si capiscono, ma riescono a comprendersi, e in qualche modo a piacersi.
Ci sono un'attrice alla deriva che si trova ad interagire con Chraly, il suo vicino di pianerottolo, adolescente sveglio e curioso, che, con i suoi modi spicci aiuterà la donna a riconquistare fiducia in sè stessa.
Asphalte racconta la gente comune, la solitudine e la voglia di un contatto umano, e lo fa con garbo, regalandoci un sorriso.
Nel cast, oltre ad Isabelle Huppert (l'attrice), Valeria Bruni Tedeschi (l'infermiera) e Michael Pitt (l'astronauta) segnalo Jules Benchetrit, che interpreta Charly, che, oltre ad essere il figlio del regista, è nipote di Jean-Luis Trintignant.


4 apr 2016

Ho sceso milioni di scale...

dandoti il braccio e mi sono rotta anche un po' i coglioni, in verità.
Perché a salire e a scendere in metropolitana di scale mobili a New York se ne incontrano davvero molto poche.
Ciao, sono tornata. Già da una settimana, fra l'altro.
Sti cazzi.
Non so voi, ma io al posto vostro lo direi.
Comunque, New York continua ad essere splendida, e ti fa consumare tanti di quei passi che quando arriva la sera non vuoi nient'altro che un letto. O, in alternativa, qualcuno che ti porti in braccio. Cosa che se si è, come nel mio caso, diversamente magre, diventa oltremodo improponibile.
Però ho constato con piacere che ai ne(G)ri continuo a piacere anche stagionata.
Il nostro hotel si trovava a Chelsea, nel "flower district". La colazione costava 18$, ma, vuoi perché era cara, vuoi perché il personale era simpatico come la sete nel deserto, tutte le mattine raggiungevamo lo scalcagnatissimo "The Greek corner" all'angolo tra la 7^ e la 28^ strada e facevamo colazione in questo locale, classico diner americano, con lunga fila di sgabelli al bancone e una decina scarsa di tavolini in formica da 2 o 4 posti ricavati in quella che è a tutti gli effetti una veranda coperta, con wi-fi e caffè a volontà.
Insomma, locale senza infamia e senza lode, non fosse che per ben due mattine consecutive, a far colazione con noi, ad un altro tavolo, c'era Javier Bardem.


Che, vi dirò, dal vivo è tanta roba. 
Ovviamente la nostra sabaudità ci ha impedito di importunarlo chiedendogli autografi, selfie, donazioni in denaro e/o in natura.
Ci siamo limitate a contemplarlo con discrezione e a distanza.
A parte questo, essendo la terza volta che io e la bionda si tornava a New York l'unica cosa "nuova" che abbiamo visto è stato l'One World Trade Center, quello che inizialmente veniva chiamato Freedom Tower, in quanto è stato ultimato all'inizio di novembre 2014, e la nostra ultima visita risaliva all'ottobre dello stesso anno, mentre ha aperto al pubblico nel maggio del 2015.
Ad oggi, con i suoi 1776 piedi (pari a 541 metri e rotti) è il quarto grattacielo più alto del mondo e il più alto dell'emisfero occidentale. Non andate a controllare su Wikipedia se ho ragione, perché tanto ho copiato da lì.


Comunque il grattacielo sorge un po' arretrato rispetto a dove sorgevano le torri gemelle, l'ascensore che porta all'osservatorio posto al 102° piano è velocissimo, roba che attorno al 20° ti si tappano le orecchie, le pareti sono degli enormi schermi che in un minuto ti illustrano lo sviluppo della città, dai tempi di "una volta qui era tutta campagna" ad oggi. L'osservatorio è al coperto, a differenza dell'Empire State Building e del Top of the Rock, dove si esce all'aria aperta e al vento gelido, che a Manhattan - essendo pur sempre un'isola - soffia spessissimo.
Abbiamo avuto fortuna, nel trovare sia una bellissima giornata di sole limpida, sia zero coda all'ingresso, visto che non avevamo prenotato.

Questa è l'unica "attrazione" che abbiamo visitato, per il resto abbiamo camminato, camminato, camminato, camminato. E ancora camminato.
Abbiamo tentato (inutilmente) anche di entrare gratis al MoMA il venerdì pomeriggio, visto che l'altra volta io e la bionda non avevamo trovato un briciolo di coda. Questa volta la coda c'era, ed era lunga quasi un isolato. Ovviamente abbiamo lasciato perdere. E abbiamo continuato a camminare, camminare, camminare, camminare.
Siamo tornate a Brooklyn, che è sempre delizioso e tranquillo. E abbiamo ripercorso per l'ennesima volta il ponte a piedi, da Brooklyn a Manhattan. Roba che io e la bionda ci siamo dette "se torniamo un'altra volta il ponte a piedi anche basta".
Una sera in metropolitana nel nostro vagone c'erano Isabella Rossellini e la figlia Elettra, sciccosissime. E, come per Bardem, non le abbiamo importunate.


Abbiamo mangiato mediamente bene, spendendo il giusto, perchè New York non è propriamente economica.
Siamo tornate all'Oyster Bar della Grand Central, abbiamo pranzato in una delle più vecchie steakhouse cittadine, in un  ristorante cinese e in uno francese...
Abbiamo di nuovo camminato lungo l'High Line Park, dove ho scoperto che le opere d'arte sono "temporanee", infatti pensavo di ritrovare il bellissimo murales di Kobra (questo qua, per intenderci):

e invece, porcapaletta, al suo posto c'era una tristissima parete grigia, come potete vedere anche dal post perplesso del blog New York Cliché
Ci sono rimasta male. Molto male.


In ogni caso non è che ci sia bisogno di spingersi fin sull'High Line per trovare della street art come si deve, perché nel Lower East Side, Soho e Little Italy si trovano comunque parecchie cose notevoli.


Non ci siamo fatti mancare nemmeno il giro a Central Park al tramonto, con tanto di giro a Strawberry Fields, tanto sapevamo che in caso di bisogno le forze dell'ordine, sempre sull'attenti, sarebbero venute a salvarci in un istante.
Giusto il tempo di finire la partita.



16 mar 2016

Che ne sai tu di un campo di grano?
(Room)

Se volete leggere una gran bel post su questo film andate da Giuseppe de Il buio in sala, e sarete accontentati. Se invece vi fate andar bene la solita recensione un po' scamuffa, approssimativa, asettica e anaffettiva potete tranquillamente restare qua a leggere la mia (per la serie "proprietarie di blog che sanno invogliare i propri lettori").



Room è basato sul romanzo "Stanza, letto, armadio, specchio" scritto da Emma Donoghue, che a sua volta si ispira alla terrificante (dove terrificante non basta a rendere l'idea né a spiegare l'orrore) vicenda di Elisabeth Fritzl segregata per 24 anni (ven-ti-quat-tro!!!) da suo padre, da cui ebbe sette figli. Tre adottati dallo stesso padre e dalla moglie inconsapevole (?), uno morto a pochi giorni dalla nascita e tre segregati nel bunker con la madre.  Ed è proprio ispirandosi a Felix, il bimbo più piccolo di Elisabeth, che la Donoghue nel 2010 scriverà il romanzo, che l'irlandese Lenny Abrahamson (tra i suoi film Garage, What Richard did, Frank), con la Donoghue alla sceneggiatura trasformerà in film., con Brie Larson e il piccolo Jacob Tremblay, bravissimo. C'è da sperare che non diventi inflazionato come il piccolo (ex, in tutti i sensi ) Haley Joel vedolagentemorta Osment.
Ricordandovi che sono pur sempre un gran pezzo di cialtrona, mi rivolgo alle mie lettrici femmine e ai miei lettori diversamente etero, e vorrei che, a proposito di Tremblay, spendessimo due parole anche per il suo babbo:


Fatto?
Ok.

Torniamo al film, che inizia quanto tutto è già successo, non sappiamo bene come, scopriremo poi che è successo sette anni prima, e c'è Jack che si sveglia, in quella stanza lercia che è tutto il suo mondo, in cui la luce entra solo da un lucernario sul soffitto, e dice a Joy, sua madre: "Ma', ho cinque anni!"
Jack nella stanza ci è nato, e tutto quello che sa glielo ha insegnato la madre, e una piccola televisione che trasmette cose "magiche". Non c'è un fuori, oltre quella stanza c'è "lo spazio", ma Jack nemmeno riesce ad immaginarselo. Solo che, anche se non sa cosa sia la vita oltre la stanza, come tutti i bambini è curioso, e la routine quotidiana, fatta di lavandini, serpenti di uova, sedie, un tavolo, un letto e un armadio in cui occasionalmente viene messo a dormire quando Old Nick scende per abusare di Joy, inizia a non bastargli più, e Joy, che per amore di suo figlio ha fatto diventare quella stanza il mondo, sa che non potrà più farglielo credere ancora per molto.
E inizia a pensare Joy, e alla fine troverà il modo per fare si che la stanza sia solo un terribile ricordo.
E così Jack, avvolto in un tappeto e caricato nel cassone del pick up di Old Nick uscirà dalla stanza, ed è la prima volta che si separa da Ma', ed è la prima volta che sente il vento sulla faccia, ed è la prima volta che vede il cielo, ed è la prima volta che tocca l'erba, ed è la prima volta che salva sua madre. Grazie ad una serie di botte di culo coincidenze fortunate, nella pattuglia della polizia che lo soccorre c'è una donna, che, con le poche informazioni che Jack è in grado di fornirle riuscirà a trovare la casa nel cui giardino c'è il capanno che Jack chiama "stanza". E finalmente riabbraccerà Ma', per la prima volta nel "mondo".
Ma non è tutto così semplice. Se iniziare a vivere in maniera "normale" per Jack è strano, perché non ha mai interagito con nessun altro che non fosse Ma', per Joy il ritorno alla quotidianità, nella casa dei suoi genitori che non ci credevano più, e che nel frattempo hanno divorziato, è ancora più difficile e la felicità della ritrovata libertà non basta a rasserenarla, anzi.
E sarà ancora Jack, aprendosi al mondo, a salvare sua madre.

Room è un film che racconta una storia terrificante ma lo fa dal punto di vista di un bambino ignaro di tutto, che vive in simbiosi con la madre, quella madre che finché ha potuto l'ha protetto da una verità troppo agghiacciante da raccontare ad un bambino, creando per lui un mondo in una stanza, dove il cielo era solo un quadrato sul soffitto. Quella madre che non riuscirà ad assaporare la ritrovata libertà, perché sono troppo forti il senso di smarrimento, la rabbia, l'angoscia che deve affrontare.
Io non oso nemmeno pensare, né ce la faccio ad immaginarlo, a cosa possa essere stata la vita per la vera Elisabeth Fritzl, o per Natascha Kampusch, durante la loro interminabile prigionia, né quanto possa esser stato difficile tornare a vivere.
Il film la mette giù abbastanza facile, perché  vedere madre e figlio ricoverati in una clinica psichiatrica per mesi, per riabilitarli alla vita, sarebbe stato forse troppo morboso, e Room è "solo" un film, è i film non riescono mai a rappresentare l'orrore di certe realtà.


14 mar 2016

Legend

Legend è un film fantasy diretto da  Ridley Scott nel 1985, con protagonisti, Tom Cruise, Mia Sarapochiello in arte Sara, Tim Frank-N-Furter Curry e un unicorno rosa e glitterato.

Quando è uscito la maggior parte di voi, miei implumi lettori, non era ancora nata, o, al massimo frequentava l'asilo, o le scuole elementari. 
Resta il fatto che, nonostante io fossi già nata da un pezzo e che, se fossi stata una cittadina americana avrei potuto anche bere nei locali senza dover più esibire documenti falsi, il genere fantasy mi faceva cagare anche da giovane, e quindi LEGEND di Ridley Scott non l'ho mai visto. 
Passano 30 anni e, tomo tomo cacchio cacchio, arriva Brian Helgeland, Oscar alla sceneggiatura non originale per L.A. Confidential e regista di una manciata di titoli fra cui Payback, in cui si narra la storia della nascita della carta fedeltà del Carrefour, a portare sullo schermo un altro Legend. In questo caso non ci sono gli unicorni rosa, ma i gemelli Kray, Ronald e Reginald, interpretati rispettivamente da Tom Hardy e da Tom Hardy.
Non è la prima volta che le vicende dei Kray vengono portate sullo shermo, l'aveva già fatto Peter Medak nel 1990 (The Krays) dove, al posto di Tom Hardy c'erano nientepopodimento che Gary e Martin Kemp, membri degli Spandau Ballet. True story. (So true... funny how it seems...)

Spandau Ballet?!?!? 
Wait a minute, are you fucking serious?














Il film l'ho visto l'8 marzo con la bionda e la Tiz nella sala cittadina in cui al martedì c'è la riduzione donnacheseidonna anche nei martedì in cui non è la festa della donna, e in sala, oltre a noi tre bei donnini, c'erano ben altre due persone. 
C'è da dire che questo film - si, lo so, lo so, sono monotona, lo so - andrebbe visto tassativamente in lingua originale, uno perchè Tom Hardy c'ha na voce che levate, due perché la parlata cockney dell'East End londinese è molto più interessante dell'inglese perfettino e pulito di Westminster. 
E invece.
L'ho visto doppiato. 
E l'ho patito, ma tanto proprio, perché Giorgio Borghetti, doppiatore tra l'altro di Benji, che doppia sia Ronnie sia Reggie, ha dato a Ronnie una voce piacevole come un dito al culo, che, se ascolti il trailer in v.o. ti penti e duoli con tutto il cuore  di aver visto un film doppiato. 
Male.


Soprattutto perché, diciamocelo, i film belli sono diversi.
Non sto dicendo che Legend sia un brutto film.
Ma non vi dirò nemmeno che è un bel film. 
Perché, se mi fai un film sui gemelli Kray, io preferirei sapere il why e il because di come Ronnie & Reggie sono passati dalla boxe alla carriera di criminali professionisti e carismatici, famosi - contrariamente a quello che succede di norma - ancora prima di venire catturati, piuttosto che sentirmi raccontare la storia dalla voce narrante di Francis Shea, interpretata da Emily Browning, che associa un bel visino ad un paio di gambe storte da far invidia a Zambrotta, che si innamora di un criminale, conscia del fatto che è un criminale (nello specifico Reggie, che Ronnie era biadesivo) e poi pretende di cambiarlo. 
Ma minchia, Francis, non è che ti puoi innamorare di una zoccola e pretendere che diventi una suora di clausura, suvvia. 
Comunque, ci viene mostrato un pezzo di vita dei Krays nella Londra degli anni 60, con Reggie che cerca di espandere i suoi affari oltreoceano, ma che deve fare attenzione a Ronnie, presumibilmente affetto da schizofrenia paranoide, che deve essere tenuto costantemente sotto controllo medico e non solo.
Mentre Reggie sta scontatndo una pena residua Ronnie prende il controllo della situazione, e tocchera a Reggie tentare di sistemare le cose, mentre contemporaneamente deve cercare di comportarsi bene in quanto l'ha promesso a Francis.
Insomma, una gran fatica.
Resta il fatto che forse sono io che mi aspettavo un film diverso o bla bla bla (mi sembra di essere uno di quelli che l'anno scorso ne "la teoria del tutto" si lamentavano che non venisse spiegata per filo e per segno la teoria dei buchi neri, in buona sostanza) ma - se escludiamo la solita immensa prova di Tom Hardy - il film, con il suo incedere lento e il continuo concentrarsi sul rapporto tra Reggie e Francis, più che sull'attività criminale della famiglia Kray (c'era anche un terzo fratello, fra l'altro, che nel film non viene preso minimamente in considereazione), non mi ha appassionato particolarmente.
Però c'era di nuovo Paul Anderson (era Albert).
Vi lascio con i veri gemelli Kray.
Fate i bravi. 



11 mar 2016

il caso Spotlight

No, allora non scrivo. 
Che dici scrivo? Mi si nota di più se scrivo un post e faccio finta di niente o se non lo scrivo proprio? 
Scrivo. Scrivo e mi metto, così, vicino al monitor, di profilo, in controluce. 
Voi mi fate "Poison, vieni a leggere con noi, dai" ed io "commentate, commentate, vi rispondo dopo". 
Scrivo, ci leggiamo sul blog. 
No, non mi va, non scrivo.
(Ecce Poison)

Titolo originale Spotlight. E non dico altro.
Ancora prima che il Watergate rendesse il giornalismo investigativo una cosa “alla moda”, il team Spotlight – creato sul modello dell’Insight Team del Sunday Times di Londra – raccontò numerosi casi di frodi e abusi: casi di corruzione in città e nello stato, assenteismo dei dipendenti pubblici, un’alta incidenza di casi di leucemia e altre forme di tumore tra i dipendenti del cantiere navale di Portsmouth, in New Hampshire. (Scott Allen, Boston Globe)
Thomas McCharty, di cui scopro aver visto altri due film (win win, visto al TFF del 2011l'ospite inatteso) ha diretto, in maniera solida e classica, per alcuni pure troppo, il film che ha appena vinto l'oscar - un po' a sorpresa, probabilmente - ovvero IL CASO SPOTLIGHT, visto un paio di quasi tre settimane fa, ma di cui, per questo quello e quell'altro motivo, riesco a scrivere solo oggi, con la prontezza che mi contraddistingue.
Il film si basa su quello che il team Spotlight, reparto investigativo del Boston Globe. scoprì - nel 2001 - riguardo ad un giro di pedofilia che coinvolgeva alcuni (dove "alcuni" è riduttivo) preti della diocesi di Boston, e di cui si era iniziato a parlare già nel 1984, ma a quell'epoca alla notizia era stato riservato soltanto un trafiletto nella cronaca locale.
L'arrivo da Miami del nuovo direttore Marty Biron, che vuole riportare ad alti livelli il giornalismo di inchiesta, autorizza i membri di Spotlight a fare luce sulla vicenda, e i giornalisti inizieranno - come Davide contro Golia - a sfidare la chiesa, che, nonostante l'immenso potere, le illimitate risorse (non solo economiche) e dopo anni di vicende insabbiate grazie all'aiuto di alcuni compiacenti membri delle istituzioni, sarà costretta ad ammettere che sapeva, che aveva sempre saputo, ma che aveva sempre coperto gli abusi, limitandosi a trasferire i preti accusati da una parrocchia all'altra.

Michael Keaton ed il vero Walter “Robby” Robinson











Nonostante le difficoltà con cui dovettero scontrarsi (gli atti dei processi dei pochissimi preti che vennero condannati erano secretati) la diffidenza delle vittime che all'inizio non vennero credute, il team riuscì, con i loro articoli, a scoperchiare il vaso di Pandora dell'omertà della diocesi di Boston, in una città in cui più del 50% dei lettori del quotidiano si dichiarava cattolico. 
Il film - che è una grande prova corale di attori - si conclude nel momento in cui il Globe pubblicò il primo di una serie di articoli (più di 600) che - oltre a far vincere il Pulitzer nel 2003 ai giornalisti di Spotlight per quello che è diventato il  “Massachusetts Catholic sex abuse scandal” - provocò un vero e proprio effetto domino, in cui tutte le vittime scoprirono di non essere più sole e iniziarono a parlare, dando il via ad una serie di inchieste successive, che portarono, oltre alle dimissioni dell'arcivescovo Law, l'arcidiocesi di Boston sull'orlo della Bancarotta.


Anche se non era il mio "favorito", l'oscar è strameritato, del resto, come sapete, io lo avrei dato anche a Mark Ruffalo, bravissimo nel ruolo di Michael Rezedes, ma, trattandosi - come ho detto prima - di un film "corale", dove sono tutti convincenti, compreso il mitico Stanley Tucci, ci sta che il buon Ruffalo non ce l'abbia fatta. Tanto, Leonardi di Caprio insegna, non serve una statuetta per dimostrare la bravura.