5 feb 2015

Life itself

"...sono nato nel film della mia vita...
non ricordo come mi ci sono trovato dentro,
ma continua ad affascinarmi".

Inizia con questa frase che campeggia sullo schermo l'opera di Steve James, che, partendo dagli ultimi mesi di vita del critico cinematografico Roger Ebert, scomparso nell'aprile del 2013, ripercorre la sua vita e la sua carriera, in un misto di delicatezza e disincanto, senza risparmiare laceranti immagini dalla camera ospedaliera, in cui Ebert si trovava - per la riabilitazione motoria - per la settima volta, da quel 2006 in cui, a causa di un tumore, partito inizialmente dalla tiroide, gli fu asportata la mandibola, togliendogli per sempre la voce (parlava - come Hawkins - attraverso un sintetizzatore vocale collegato al PC) e la possibilità di nutrirsi autonomamente.
Una sorta di commovente epitaffio che purtroppo Ebert non ha fatto in tempo a vedere, e a noi resterà la curiosità di sapere quante stellette gli avrebbe assegnato. 
Già, perché si deve proprio a Roger Ebert il sistema di valutazione in stellette adottato ormai da riviste specializzate (o meno), blogger capaci (o meno) che costituisce il metro di giudizio per esprimere l'apprezzamento (o meno) nei confronti di un film. anche se, come disse Ebert stesso "Il sistema delle stellette è da considerarsi relativo, non assoluto. Quando chiedete ad un amico se Hellboy è un bel film, non gli chiedete se è un bel film rispetto a Mystic River, gli chiedete se è un bel film rispetto a The Punisher. E la mia risposta sarebbe che, se in una scala da 1 a 4 Superman è 4, allora Hellboy è 3 e The Punisher è 2. Allo stesso modo, se American Beauty è un film da 4 stelle, allora Il delitto Fitzgerald ne merita due".
Senza scomodare gli Elii e John Holmes, quella di Ebert è stata davvero una vita per il cinema, da quando, dopo una brillante carriera universitaria nell'Illinois, in cui aveva diretto il giornale locale, entrò nella redazione del Chicago Sun-Times, diventandone il critico cinematografico, così come noi lo intendiamo oggi, in un'epoca in cui quel settore era sicuramente snobbato e sottovalutato. 
Nel 1975 vinse il premio Pulitzer, unica volta - ad oggi - in cui il prestigioso riconoscimento venne assegnato ad un critico. Fu anche il primo critico ad avere una stella sulla Walk of Fame.
Ironico, sarcastico, egocentrico, Ebert diventò famoso - almeno negli USA - portando in TV una trasmissione condotta assieme al suo "rivale" Gene Siskel (critico del Chicago Tribune) in cui, battibeccando come due pensionati al parco, criticavano (o elogiavano) il film di turno. 
Steve James ripercorre tutto questo, affidandosi, oltre che ad Ebert e alla sua amatissima moglie Chaz, sposata quando aveva 50 anni, agli archivi fotografici, ai filmati di repertorio, e ai contributi di amici, colleghi, e registi, da Herzog a Scorsese.
Consiglio a tutti gli appassionati di cinema di non perdere la visione di Life Itself, che dovrebbe arrivare in sala il 19 febbraio e concludo con due commenti lapidari con cui Ebert demolì senza alcuna pietà The Brown Bunny": "I had a colonoscopy once, and they let me watch it on TV. It was more entertaining than 'The Brown Bunny." e Deuce Bigalow: "Speaking in my official capacity as a Pulitzer Prize winner, Mr. Schneider, your movie sucks".

Cheers R, and thumbs up! 

www.rogerebert.com

3 feb 2015

cinquanta sfumature di minchia brutto.

Avrei voluto fare un proclama a reti unificate alla nazione, ma visto che il tempismo non è mai stato il mio forte mi dicono che Mattarella (io non ce la farò mai a memorizzare Sergio, perché nel momento in cui dico Mattarella nella mia mente si fa largo Piersanti, del resto, c'ho un'età, portate pazienza) abbia già opzionato la giornata di oggi.
Come sempre me ne farò una ragione.
Insomma, spero, ma non lo so.
Cioè, no, davvero.
Perché ci sono cose che mi fanno davvero male.
E non sto parlando dei miei quadricipiti femorali dopo che ho ripreso ad andare in palestra.
Adesso qua dovrebbe partire il pezzo in cui dico che di cinema non capisco una fonchia, ma, tanto, se mi leggete l'avete già capito da un pezzo, se non mi leggete non vedo perché iniziare proprio oggi (ah, sì, dev'essere per l'eleganza del titolo, che sbadata), e quindi ve lo risparmio.
E' che un po' di sere fa al cinema ho visto il trailer di... Jupiter.
Ci sono Mila Kunis e Channing Tatum. 
Lei - se ho capito bene, ma credo di sì, perché il trailer durava tipo 45 minuti - è la predestinata a salvare il mondo o quello che ne rimane. E lui è...boh, suppongo quello che la aiuterà nell'impresa. Insomma, il maggiordomo. 
Una roba di una bruttezza che non si capiva se quando l'hanno girato erano seri o sotto ketamina.
Adesso.
Non ho nulla né contro Mila Kunis né contro Channing Tatum, sia chiaro. Sono entrambi giovani e belli. Presumibilmente ricchi, e, a detta di molti, presumibilmente attori. 
Mi volete spiegare il motivo di tanto accanimento?
Avete Channing Tatum, uno che già a livello di espressività se la batte con un comodino di legno, e me lo riducete che sembra il figlio ritardato del dottor Spock? Ma quanto bisogna essere cattivi?



Siccome le disgrazie non vengono mai sole, sempre lo stesso giorno, sempre nello stesso cinema, nell'atrio c'era un cartonato delle dimensioni del bagno di casa mia che pubblicizzava quel film là, quello che ha un colore nel titolo, dicendo che erano aperte le prevendite. 
Le prevendite? Really?
Ho anche ascoltato il trailer. Roba da non crederci.
Ad un certo punto si sente lui, che dovrebbe essere quello che in teoria ha più perversioni del marchese de Sade, e di von Sacher-Masoch messi assieme che, rivolgendosi a nostra signora dell'ingenuità manifesta, le chiede "cosa mi stai facendo?"
Ecco. 
Non so voi, ma per me è davvero troppo.

sono davvero cinquanta, eh? 


30 gen 2015

Force Majeure (Turist)


Visto che mi è stato chiesto di parlare di questo film, che non si dica poi in giro che non accontento i miei fedeli lettori, eh?
Scherzi a parte devo ringraziare Salvatore Baingiu per avermelo chiesto, dato che quest'anno le mie cronache dal TFF hanno lasciato alquanto a desiderare.
E quindi, eccoci qua, con questo film svedese diretto da Ruben Östlund, che per me è - manco a dirlo - un emerito sconosciuto, che ha raccolto un po' di premi e nomination in giro, a partire dal premio della giuria nella sezione Un certain regard  a Cannes, per finire con la nomination come miglior film straniero all'ultima edizione dei Golden Globe, dove però ha vinto il russo Leviathan. 
A parte non capire il motivo per cui un film che originariamente si intitola "Force Majeure" debba tramutarsi in Turist nella sua versione per il mercato internazionale, che poi magari la gente rischia di confondersi con quell'obbrobrio con Johnny Depp e Angelina Jolie, non oso pensare all'eventuale titolo italiano, da un innocuo "la settimana bianca", ma poi qualcuno potrebbe pensare all'adattamento cinematografico del romanzo di Emmanuel Carrère (no, eh?) a un terribile "vacanze sulla neve", passando da "lassù sulle montagne" per  finire con "la valanga assassina". 
Ma, siccome al momento non mi pare sia prevista un'uscita italiana, direi che non è il caso di preoccuparsi. 
Se, al contrario di me, amate paesaggi alpini e vette innevate, adorerete il fantastico scenario naturale nel cuore delle Alpi francesi in cui il film è ambientato. Per la precisione si tratta della stazione sciistica di Les Arcs, situata nella Vallée de la Tarentaise, in Savoia.

Ma vediamo di arrivare al film.
Abbiamo una bella famiglia svedese, composta da moglie (Ebba) marito (Tomas) figlio (Harry) e figlia (Vera) (e qua volevo ringraziare personalmente il regista per non averci fornito l'ennesima coppia di ragazzini molesti) in vacanza nella ridente località sopra descritta. 
Mentre sullo schermo lo scorrere del tempo è scandito dai giorni che passano, la nostra famiglia perfetta fa ovviamente tutto quello che bisogna fare durante una settimana bianca: sciano, fanno foto di gruppo sulla neve, sciano, mangiano, sciano, dormono, sciano, ecc. 
Ovviamente parlo per sentito dire. L'unica settimana bianca a cui ho partecipato nella mia vita l'ho passata in camera a leggere (sette libri in sette giorni), mentre il mio fidanzato dell'epoca giustamente sciava. Mi sono rotta i coglioni in maniera fotonica ripromessa di non ripetere più l'esperienza, ma questo è un altro discorso. 
Il silenzio della montagna è rotto soltanto dalle esplosioni dei cannoni che controllano le valanghe, fino al giorno in cui, mentre stanno pranzando nella veranda del lussuoso hotel che li ospita, una di queste valanghe controllate perde un po' il controllo, e sembra che stia per abbattersi proprio sulla veranda. 
Attimi di terrore in cui il bianco copre ogni cosa e si sa, alla paura ognuno reagisce in modo diverso e imprevedibile, che sia egoismo, paura, o istinto di sopravvivenza: mentre Ebba rimane con i figli, Tomas fugge (con il cellulare. E i guanti), per ricomparire quando - passato lo spavento generale - tutto torna alla normalità.
Normalità per modo di dire, in quanto, nonostante non si sia fatto male nessuno, Ebba trova imperdonabile la reazione di Tomas, e non perderà occasione per rinfacciarglielo, mentre lui - che nega di essere scappato - non si capisce se perché convinto di non aver fatto nulla di male  o se perché tormentato dal senso di colpa, si trincera in un inspiegabile mutismo, che porta la coppia sull'orlo di una crisi in cui la codardia di Tomas innesca una reazione a catena, che, come una valanga, finisce per travolgere tutto e tutti.
















Östlund però riesce a trattare l'argomento, che è serio, con una squisita leggerezza, e, nonostante si assista al progressivo disfacimento degli equilibri familiari, riesce a stemperare il dramma che sembra sempre in agguato, con momenti di inaspettata e pungente ironia, in cui la risata quando arriva, ha un effetto davvero liberatorio.


29 gen 2015

The guest

"Vado a vestirmi..."
"Peccato."
Proseguiamo con i recuperi.
Anche questo film, diretto da Adam Wingard, di cui non ho visto nessuno dei suoi precedenti lavori, è passato al Torino Film Festival, ma non sono riuscita a incastrarlo nella mia personalissima programmazione, avendo scelto di vedere, al suo posto, Force Majeure (e/o Turist, film svedese di cui non ho ancora parlato, e, se lascio passare ancora un po' di tempo, finisce pure che me lo dimentico...) 
The guest, dicevamo.
Che, in soldoni, non è che racconti chissà quale storia, ma alla fine avvince, convince e diverte, e quando arrivi alla fine sei lì che stai per dire... niente, perché Anna ti toglie le parole di bocca, pronunciando la frase che stavi per dire tu, magari non proprio in inglese, ma insomma, il senso è proprio quello.



Un bel giorno (dove "bel" è solo un modo di dire) qualcuno suona alla porta di casa Peterson.
La signora Peterson (♪ ♫ ♪ ♫ God bless you please, Mrs. Peterson, heaven holds a place for those who pray hey, hey, hey.. ♪ ♫ ♪ ♫.) va ad aprire e si trova davanti un tronco di pino gran pezzo di manzo grazioso giovanotto che si presenta come David Collins, compagno d'armi e grande amico del povero figlio Caleb, morto in missione mentre erano in Iraq (o Afghanistan, fa lo stesso) a cui aveva promesso che si sarebbe preso cura della suo famiglia. La donna, ancora affranta dal dolore per il recente lutto lo fa entrare in casa, offrendosi di ospitarlo finché si tratterrà nei paraggi.
Al rientro dal lavoro Mr. Peterson è quanto meno perplesso, preoccupato per il fatto che il giovane potrebbe essere affetto da PTSD, ma, nel giro di un paio di giorni, i dubbi svaniscono, e David viene accettato da tutta la famiglia, a partire da Luke, il figlio minore della coppia, ragazzino che a scuola è continuamente vessato dai bulli, per finire con Anna, la figlia, per motivi - come si può vedere dalla prima immagine - a noi totalmente ignoti. Vero fanciulle?


Ma quando in paese iniziano ad avvenire episodi più o meno violenti, Anna inizia a nutrire qualche sospetto nei confronti di David, scoprendo che il ragazzo nasconde un segreto.
E da quel momento, complice una colonna sonora di tutto rispetto ed una fotografia che ci riporta di filato negli anni '80, si compie la metamorfosi di David Collins, che, dal comportamento calmo e la voce tranquilla si trasforma in un implacabile angelo sterminatore, roba che al confronto Attila sembra una giovane marmotta soltanto un po' dispettosa.
E anche il film, che fino a quel momento poteva sembrare un thriller con una minima parvenza horror, diventa - complici i preparativi per la festa di Hallowen - uno slasher dal sapore vintage, in cui, malgrado tutto, complici alcune scene al limite dell'esilarante (una per tutti lui ai piedi della finta lapide) il cattivo non riesce nemmeno a starti sul cazzo.
E quindi, viva l'ospite.
Sperando che non venga mai a suonare alla nostra porta.




28 gen 2015

Difret


Il fatto che sulle locandine campeggi il nome di Angelina Jolie potrebbe fare, per molti, da deterrente. A me la Jolie piace dai tempi in cui era una "cattiva ragazza" e se ne andava in giro sfoggiando come ciondolo di una collana un’ampolla con il sangue di Billy Bob Thornton, ma, diciamo che, in linea di massima, chi produce cosa tende a non influenzare il mio giudizio. Questo almeno finché non vedrò campeggiare il nome di mario borghezio su una qualche locandina. E no, l'uso del minuscolo non è affatto casuale. 
In ogni caso il film, diretto da Zereseney Berhane Mehari, ha fatto il giro di tutti i festival dell'universo mondo, è stato premiato sia al Sundance sia a Berlino, e, finalmente, è arrivato anche da noi. 
E' un film girato con pochi mezzi, e si vede, la regia è essenziale, quasi elementare, ma per film del genere non è necessario ricorrere agli effetti speciali.
La storia che ci viene raccontata, tanto per cambiare si basa su fatti reali, avvenuti in un villaggio rurale a tre ore di macchina da Addis Abeba, ed è quella di Hirut, che nel 1996, quando aveva appena 14 anni, un giorno, tornando a casa dopo la scuola, viene circondata e rapita da un gruppo di uomini a cavallo. Questa antica pratica tradizionale, che consente all'uomo di rapire e violentare una donna (o una ragazzina, che differenza fa?) al fine di metterla incinta e farne sua moglie, si chiama telefa, e, nonostante una legge in vigore dal 1957 lo ritenga un crimine punibile con tre anni di reclusione, se il rapitore sposasse la sua vittima non verrebbe nemmeno perseguito a livello penale. 
Diverso il discorso per la donna, che, rifiutando il matrimonio, verrebbe considerata "svergognata", e, non essendo più vergine, nessun altro uomo accetterebbe di sposarla. Anche se, sposandosi, andrebbe incontro ad una vita fatta di violenze e soprusi (ma che meraviglia, eh?)
Ma questo non succede ad Hirut, che, approfittando di un momento di distrazione dei suoi aguzzini, riesce a fuggire e, per difendersi, spara al suo violentatore, uccidendolo. 
Al posto dei 92 minuti di applausi, Hirut viene arrestata, e, grazie ad un sistema legislativo poco incline a contrastare le antiche tradizioni rurali probabilmente condannata a morte. Ma la notizia dell'arresto di una ragazzina di 14 anni arriva in città, dove vive l'avvocato Meaza Ashenafi, a capo di un'associazione di donne avvocato, che si batte per i difendere i diritti dei più deboli, e decide quindi, contro tutto e contro tutti, di difenderla, cercando di dimostrare con tutti i mezzi, che Hirut ha agito per legittima difesa. 
Il film ci mostra i drammi e le contraddizioni tra la modernità della vita in città e l'osservanza delle tradizioni che ancora esiste nei villaggi, dove il consiglio degli anziani, riunito sotto un albero, decide, incurante della Legge, il destino di Hirut, 

La battaglia di Meaza Ashenafi e il coraggio di Hirut (difret in amarico significa “coraggio”) hanno fatto in modo che rapimento e stupro possono ora essere puniti con una condanna fino a 15 anni di reclusione, anche se ancora oggi non sempre le leggi vengono applicate, siccome la tradizione, nonostante tutto, è ancora profondamente radicata. 
La stessa Hirut ne è in qualche modo vittima, in quanto non ha più potuto fare ritorno a casa sua, perchè la famiglia dell'uomo che ha ucciso vuole ancora vendicarsi. 

26 gen 2015

The theory of everything

Finché c'è vita c'è speranza, si stava meglio quando si stava peggio, una volta qui era tutta campagna, e mi fermo qui, anche se con le banalità potrei andare avanti per ore.
Ci sono quei film che "a pelle" non ti ispirano nemmeno un po'. Molti di questi, fidandoti del tuo istinto, li eviti. Altri, invece, sai che prima o poi, volente o nolente, li vedrai. 
E' il caso di questo "The theory of everything", che, passato fuori concorso all'ultimo TFF ho bellamente snobbato, un po' per la certezza che "tanto poi esce", un po' perché mi sembrava melenso a partire dalla locandina, un po' perché, diciamolo subito, in modo che si capisca la brutta (e ignorantissima) persona che sono, di Stephen Hawking non mi è mai fregato un granché. Fondamentalmente perché la  materia da lui trattata mi è totalmente ostica, in quanto, riporto da wikipedia:"Tra le sue idee più importanti vi sono la radiazione di Hawking, la teoria cosmologica sull'inizio senza confini dell'universo (denominata stato di Hartle-Hawking), la termodinamica dei buchi neri e la partecipazione all'elaborazione di numerose teorie fisiche e astronomiche con altri scienziati, come il multiverso, la formazione ed evoluzione galattica e l'inflazione cosmica, tutte teorie da lui spiegate con chiarezza e semplicità anche in numerosi testi di divulgazione scientifica per il grande pubblico."
Quindi, assodato che la divulgazione scientifica non fa per me, che i precedenti lavori diretti da James Marsh da me visti (solo due, a dire il vero, The King e Shadow dancer) non mi abbiano esattamente entusiasmato, mi sono approcciata alla visione di questo film (inspiegabilmente candidato agli Oscar) senza particolari entusiasmi e/o aspettative.
E quindi?

E quindi niente.
La pellicola è l'adattamento cinematografico di "Travelling to infinity: my life with Stephen", scritto da Jane Wilde, che è stata sposata con Hawking per 25 anni, fino al 1991. E, trattandosi appunto della SUA vita con Stephen, è abbastanza chiaro che il film non possa essere un vero e proprio biopic sulla vita dell'uomo, ma, più che altro, sulla dimensione familiare di Hawking marito e padre, oltre che brillante scenziato.
Detto ciò, il film ripercorre, in un'atmosfera forse un po' troppo da mulino bianco, la vita della coppia, dal loro incontro a Cambridge, dove entrambi studiano, passando per il momento in cui al ragazzo viene diagnosticata la malattia, in cui gli fanno intendere che la sua aspettativa di vita è di soli due anni.
Jane decide di restagli accanto con ostinata caparbietà, e, grazie al suo amore e alla sua dedizione, Stephen prosegue i suoi studi, combattendo la sua lotta contro il tempo e contro quella malattia, che tempo sembra non volergliene lasciare.
Alla fine ci troviamo di fronte ad un film che è, essenzialmente, una storia d'amore, più che la storia di un genio. Anzi, è la storia di una donna che per venticinque anni, scegliendo di condividere la sua vita con un uomo alle prese con una grave malattia degenerativa, si dev'essere fatta un culo mica da ridere.
Bravissimo Eddie Redmayne nella sua interpretazione, e, se per lui la candidatura all'oscar è strameritata, quella a Felicity Jones che interpreta Jane mi sembra un po' tirata per i capelli.
Il film può piacere o non piacere, se vi aspettate di vedere "Stephen Hawking, la vita le opere e sti gran cazzi" sicuramente ne restereste delusi.
Altrimenti vi troverete davanti ad un film indubbiamente ben interpretato.
Che a me, per inciso, non ha fatto impazzire.


23 gen 2015

John Wick
(dopo il babadook, il babayaga)

"John Wick non era l’uomo nero. 
Era quello che chiamavi per 
uccidere il fottuto uomo nero."


L'ho incontrato per la prima volta ad ottobre, sotto forma di enorme manifesto nella metropolitana di New York, e ho pensato "oh!", molto prima della pubblicità della nuova Opel Corsa, per dire. 
Perché in quel manifesto c'era Keanu Reeves in tutto il suo splendore, di nero vestito come ai tempi di Matrix, ma con la maturità degli anni che - in casi come il suo - sono un valore aggiunto.
Quindi voglio ringraziare, nell'ordine: Eva Longoria per aver prodotto il film, Keanu Reeves per il semplice fatto di esistere, Willem Dafoe perchè sì, le mie amiche che quando ho proposto loro John Wick come film del giovedì hanno accettato immediatamente senza riserva alcuna, la mia mamma per avermi fatto così bella e il fatto che allo spettacolo delle 18.50 la sala non fosse piena di tamarri mannari. 


Se all'uscita qualcuno mi avesse chiesto "Ti è piaciuto?" la mia risposta sarebbe stata "Minchia, sì!", perché la fine cinefila che alberga in me con film del genere non dico che goda, ma insomma, ci va molto vicino.
Ma andiamo per ordine.
Di cosa parla John Wick? 
Ma soprattutto, chi è John Wick?
All'inizio (cioè, non proprio all'inizio, diciamo la scena successiva) lo vediamo aggirarsi in una casa naturalmente bellissima, dove bellissima è anche un po' riduttivo, e, grazie ad una manciata di flashback scopriamo che aveva una moglie (bellissima anche lei) che, in seguito a qualche non meglio precisata malattia, muore. Lo vediamo all'ospedale dire al medico che può staccare la spina - perché là si può e qua no, ma questa è un altra storia - lo vediamo al cimitero, con una splendida inquadratura dall'alto che mostra solo ombrelli neri e una bara, lo vediamo annientato dal dolore, e poi lo vediamo andare ad aprire alla porta, quando suonano, e trovarsi di fronte un corriere che gli consegna un cucciolo, ultimo regalo della moglie che, nella lettera che accompagna il dono gli dice "che ha bisogno di qualcosa da amare, e che no, le automobili non valgono".
John Wick, nonostante non sia molto credibile, si commuove tantissimo, e prende in braccio il cane, anzi, visto che si chiama Daisy direi la cana, che, naturalmente ha gli occhioni dolcissimi e lui si intenerisce come un vitellino. 
Che tu sei lì che guardi il povero cane, perchè già sai, e pensi, si vabbè, dai, su, diamoci da fare. 
E finalmente John Wick esce, sulla sua Mustang del 69, e va a fare il pieno. Con la cana.



E quando al distributore arriva il macchinone con la musica unz.unz.unz mentre il nostro eroe sta facendo benzina tu capisci che ci siamo.
Dal macchinone con la musica unz.unz.unz scendono tre cazzoni russi, e quello che sembra più giovane, con la faccia un po' così, che sembra una versione psicotica di Ewan McGregor si avvicina a JW e dopo avergli fatto i complimenti per la macchina gli chiede quanto vuole. 
John risponde che non è in vendita, ringrazia e fa per andarsene, ma il giovane russo lo insulta nella sua lingua. John, senza fare un plissé gli risponde. 
In russo. 
E qua, se il giovanotto non fosse un emerito coglione, dovrebbe farsi venire qualche piccolo dubbio.
E invece.
Nel cuore della notte la cana si sveglia abbaiando, John si alza, e in casa sua ci sono, pensa un po', i tre cazzoni russi, che lo percuotono come uno zerbino, gli ammazzano il cane e gli fottono l'auto. 
E finalmente si aprono le danze.


Scopriamo così che John Wick non è semplicemente un vedovo inconsolabile a cui hanno appena ammazzato il cane ultimo regalo di povera moglie morta, ma ha un passato di implacabile killer socio in affari di Viggo Tarasof, che, siccome il mondo è piccolo, altri non è che il padre del giovane cazzone russo. Che quando scopre non tanto cosa ha fatto il figlio, ma A CHI l'ha fatto, inizia a cagarsi in mano, perché al confronto di John Wick il Chris Kyle di American Sniper sembra un inoffensivo incrocio tra Bambi ed un chierichetto mormone.
Tarasof per parare il culo al figlio mette una taglia sulla testa di John Wick e da questo momento in poi il film entra in una New York parallela, che sembra invisibile ai "comuni mortali" dove esistono regole precise e incontrovertibili, a cominciare da quel "fatti i cazzi tuoi" tanto cara a Razzi e che l'agente della NYPD Jim si capisce che ha imparato subito (scena fantastica), per finire con il rigido protocollo dell'Hotel Continental, dove gli ospiti sono accolti con discrezione e trattati con la massima cura, riservatezza e disponibilità.


E mentre John - che nonostante abbia provato ad uscire da quel mondo, finisce per tornare a farne parte integrante (e devastante) - si trasforma in una macchina vendicatrice, che io dopo la prima dozzina di morti, eliminati credo in 4'27" ho perso il conto, il film procede a ritmo serratissimo, dove i dialoghi - peraltro già rarefatti - lasciano il posto all'azione pura, fra sparatorie, inseguimenti, lotte corpo a corpo, esplosioni e tutto il corollario indispensabile, in cui, oltre ad un cast ben assortito (Keanu Reeves a parte, abbiamo Willem Dafoe, John Leguizamo, Michael Nyqvist, solo per citarne alcuni) tutto scorre perfettamente, grazie anche ad una fotografia notevole, dove New York fa sempre la sua sporca figura, e una colonna sonora incisiva il giusto. 
Cos'altro aggiungere? Che, alla fine del film viene spontaneo chiedersi quando uscirà John Wick 2, perché di film così, che vanno presi con intelligente e disincantata leggerezza, ce ne vorrebbe almeno uno al mese. 


Curiosità: il film, costato 20milioni di dollari, ne ha incassati - solo in America - già più del doppio. 
Se invece durante il vostro prossimo soggiorno a New York vi venisse voglia di pernottare al Continental, sappiate che - purtroppo - non esiste. 
Esiste però lo splendido edificio, che ricorda in piccolo il Flat Iron Building: si trova al  56 di Beaver Street (2 South William Street), in Lower Manhattan, e, visto che ospita il Delmonico's Restaurant, non ci potrete dormire, ma ci potete mangiare. 

21 gen 2015

Exodus


Siccome io non ce la posso fare, lascio la parola alla Tiz, che si è sacrificata per noi (per me senza dubbio) andando a vedere l'ultimo capolavoro di Ridley Scott, che, se volete, è disponibile anche in 3D.
Per piagarvi meglio. 

Ciao, sono il compagno Mosè

Ora, che registi che ho molto amato (Ridley Scott e Darren Aronofsy, per esempio) si buttino sul biblico è già fastidioso.
Che io mi sia anche dovuta sorbire Exodus lo è pure di più, ma ho, per farla breve, perso una scommessa.
Sono dunque andata a vederlo con l'allegrezza tipica di colei che sta andando al patibolo, borbottando contro la sorte ria e maledicendo questo trend di pessimo gusto.
Ora, non sarò certo io a difendere questo film, ma, alla fine, non sono morta. Non mi sono annoiata e non ho sbuffato più del lecito, l'ho seguito con educata attenzione, e ho persino apprezzato un paio di cose, tra cui l'interpretazione di Christian Bale, il quale, con gli invasati, ha proprio un'affinità elettiva.
La storia è presto detta e piuttosto nota: il faraone Seti, un John Turturro con ettolitri di eyeliner, disprezza suo figlio Ramses e apprezza il trovatello Mosè, il che, of course, non aiuta i rapporti tra i due, con Mosè che fa il figo e Ramses che rosica neanche tanto velatamente. 
Assieme combattono gli Ittiti, Mosè salva Ramses, e nel frattempo sappiamo che 400.000 ebrei sono tenuti come schiavi per la costruzione del regno dei faraoni, per cui tutti li disprezzano, tranne Mosè che è un egiziano buonino buonino.
Come Seti muore la mamma di Ramses fa esiliare Mosè, al quale i saggi ebrei hanno detto la sua vera storia, e di considerarlo l'eletto che salverà il loro popolo.
Mosè vaga per il deserto, arriva ad un'oasi popolato da fotomodelle e si innamora di una di loro, quindi diventa un pacifico pastore con prole (un prolo).
Durante un duro trekking con tratti di sfasciume (sul monte sul quale non si deve salire) viene travolto da una valanga, batte la testa e inizia ad avere le visioni, (l'escamotage della botta in testa l'ho trovato apprezzabile, in quanto miscredente, e chi lo osserva lo vede parlare da solo con il bambino -dio che gli appare, a riprova di un delirio che si svolge tra i suoi neuroni, ma posso capire perché non sia piaciuto agli integralisti)
Poi arrivano le piaghe (ma c'erano coccodrilli tra esse? Qua ci sono!)*, la fuga dei 400.000, lo tsunami nel Mar Rosso, la sconfitta dell'antipatico ma realistico Ramses e il ritorno a casa dalla fotomodella che non ha messo su né un chilo né una ruga. 
Effetti speciali niente male, la trama scorre, non c'è umorismo né volontario né involontario, alla fine lo si deve prendere per quello che è: un supereroe biblico!


*Fonti autorevoli riportano le dieci piaghe d'egitto in questo modo:
- Tramutazione dell'acqua in sangue (Es7,14-25)
- Invasione di rane dai corsi d'acqua (Es7,26-8,11)
- Invasione di zanzare (Es8,12-15)
- Invasione di mosche (Es8,16-28)
- Morìa del bestiame (Es9,1-7)
- Ulcere su animali e umani (Es9,8-12)
- Pioggia di fuoco e ghiaccio (Grandine) (Es9,13-35)
- Invasione di cavallette/locuste (Es10,1-20)
- Tenebre (Es10,21-29)
- Morte dei primogeniti maschi (Es12,29-30)
quindi, cara Tiz, direi che i coccodrilli non erano contemplati. Magari si trattava di locustoni OGM?

20 gen 2015

Stupdt

Ieri sera io e la Tiz ci siamo spinte alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per la presentazione del libro "Stupdt", di Arrigo Cipriani.
Sì, proprio il Cipriani dell'Harry's Bar di Venezia, locale tanto caro a Ernest Hemingway. 
Intanto perché ci piaceva il titolo, poi perché a dialogare con l'autore c'era Luca Bianchini, e poi perché alla conclusione della presentazione ti offrivano pure un bellini, famoso cocktail inventato proprio da Giuseppe Cipriani, padre di Arrigo, nello storico locale veneziano (anche se ovviamente abbiamo dovuto rinunciare alla polpa di pesca frullata, che, come ben sapete, non si può avere tutto).
In ogni modo la presentazione è stata leggera e divertente, con letture di brani tratti dal libro seguiti dalle domande di Bianchini a cui Cipriani rispondeva senza battere ciglio. Arzillo signore ottantenne, che, fra le altre cose, è stato istruttore di karate per 25 anni. ancora oggi tiene corsi (non di karate) a  Ca' Foscari, e si permette di ironizzare sul fatto che gli anni che gli restano da vivere ormai si possono contare sulle dita di una mano.
Mentre si faceva un vanto del fatto che il suo non fosse un locale "stellato" a noi è sembrato che invece gli rodesse un po' il culo, ma magari siamo noi che siamo maligne, eh?
Ha spiegato la differenza tra lusso e snobismo, raccontato aneddoti sui Savoia dopo essersi assicurato che non ce ne fossero in sala e poi, verso la fine, ha lasciato che il pubblico gli rivolgesse qualche domanda.
Quando scatta il momento del "Q & A" noi sappiamo per esperienza che da lì a poco ascolteremo domande che sembrano uscire da un episodio di ai confini della realtà.
Ricordo ancora, dopo la visione de "La Trattativa", con Sabina Guzzanti presente in sala, un tizio che iniziò a tempestarla di domande su suo padre, che - qualunque sia l'opinione che uno possa avere su Paolo Guzzanti - erano assolutamente fuori luogo e fuori contesto.
E quindi.
Prende la parola una signora agée, che, con forte accento sabaudo si rivolge al Cipriani con queste parole: "Vado spesso al ristorante, e ordino sempre il pesce alla ligure. Ma perché i ristoratori non ci mettono più l'aglio? Non è più di moda?"
Ma signora cara, che domanda è? Ma soprattutto, che ne può sapere il povero Arrigo?
E' poi la volta di un'altra signora che chiede "Perché nel menu dei ristoranti non c'è mai la frutta cotta?" No, ma davvero? Tu vai al ristorante e a fine pranzo vuoi la frutta cotta? Ma vero vero me lo stai dicendo? Infatti Cipriani le ha risposto, con molta più diplomazia di quella che avrei usato io, che probabilmente non c'era abbastanza richiesta.
Torna alla carica la signora che non trova l'aglio nel pesce alla ligure: "il professor Veronesi ha detto che la carne fa male. E' vero?"
Che è come se io domandassi al mio meccanico un consiglio su cosa dar da mangiare al mio gatto.

19 gen 2015

Hungry Hearts

Peccato che il titolo "Le conseguenze dell'amore" sia stato già usato nel 2004 da Paolo Sorrentino, perché altrimenti Saverio Costanzo, che nello stesso anno si faceva conoscere al grande pubblico con il suo primo lungometraggio, "Private" (vincitore del Pardo d'Oro al festival di Locarno), avrebbe potuto farci (più di) un pensierino. 
Peccato (per me, invece) aver visto il film nella sua versione doppiata - anche abbastanza malamente, se posso permettermi - perché sicuramente in v.o. l'avrei apprezzato di più, e avrebbe senz'altro reso maggiormente l'idea di sradicamento e solitudine di Mina, italiana a New York, a partire dal dialogo "al rallentatore" con la suocera durante il pranzo di nozze.
Ma andiamo per ordine.
Mina e Jude si conoscono praticamente per forza nel momento in cui si ritrovano bloccati nel bagno di un ristorante cinese. Li ritroviamo, innamorati e conviventi, qualche tempo dopo, non ci è dato sapere quanto, né ci importa, alla fine. 
Dopo aver scoperto che da lì ad un paio di mesi lei verrà trasferita per lavoro (non ci è dato sapere dove, né ci importa, alla fine) scopre di essere incinta.
Matrimonio, festa di nozze sulla spiaggia di Coney Island, e Mina inizia a sognare un cacciatore che ammazza un cervo (a Coney Island?) e sparisce nel buio. Questo sogno la condiziona, ma Jude la convince che non è nulla. Nel frattempo, ignorando il consiglio di ogni nonna dell'universo mondo "sei incinta? devi mangiare per due!", lei inizia a non mangiare quasi nulla, e, come se non bastasse, una cartomante le predice che avrà un bambino indaco
Arriviamo alla data del parto in cui Mina, che avrà rifiutato ogni accertamento clinico durante la gravidanza - viene sottoposta, nonostante cerchi di opporsi in ogni modo, a parto cesareo. 
Passano i mesi e la donna, che ha sviluppato un amore assoluto e totale per quel figlio, cerca di proteggerlo da ogni possibile contaminazione esterna, evitando persino di portarlo fuori, perché quel figlio è tanto speciale quanto puro, e, per questo motivo, nulla del mondo "là fuori" deve venire in contatto con lui. 
Jude inizialmente asseconda Mina, convinto dalle parole della donna che sa cosa è bene per suo figlio, ma, preoccupato per un'incessante febbre del bambino, lo porta di nascosto da un medico, dove scopre che la febbre è l'ultimo dei problemi, in quanto il bambino è malnutrito, non cresce e questo potrebbe provocargli danni futuri. 
Jude è combattuto. Ama Mina, ma ama anche quel bambino, che Mina, a sua volta, ama di un amore smisurato, tanto da sembrare malato.  
Le cose peggiorano, fino al momento in cui il circolo vizioso di questo amore che più che "affamare" sembra prendere a morsi i protagonisti  di questa vicenda, in qualche modo, si chiude.




Sono entrata in sala temendo che avrei patito come l'incenso in chiesa il personaggio di Mina, che rasenta il fanatismo alimentare/ambientale/emotivo. Ovviamente l'ho detestata, ma meno di quanto avrei creduto. 
Bravissima, come sempre, Alba Rohrwacher nel rappresentare (anche fisicamente) lo struggimento psicofisico di una madre annientata dal troppo amore, bravo e "particolare" Adam Driver, in certe inquadrature affascinante e in altre orribile, e non mi riferisco alle riprese "grandangolari" che ad un certo punto sembrano voler entrare veramente all'interno dei protagonisti. 
Incisiva la colonna sonora di Nicola Piovani.