19 feb 2014

A late quartet - Una fragile armonia
a PSH celebration

Tempo presente e tempo passato
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
tutto il tempo è irredimibile,
o diciamo che la fine precede il principio.
E la fine e il principio sono sempre lì,
prima del principio e dopo la fine...
e tutto è sempre ORA.
(Thomas S. Eliot nela sua lettura degli ultimi quartetti di Beethoven)



Alla vigilia della loro venticinquesima stagione operistica, al violoncellista Peter (Christopher Walken) viene diagnosticato il morbo di Parkinson. Nel darne l'annuncio agli altri componenti del quartetto d'archi di cui fa parte, i Fugue, composto dal primo violino Daniel (Mark Ivanir), il secondo violino Robert (Philip Seymour Hoffman) e la violista Juliette (Catherine Keener) moglie di Robert, comunica anche la sua intenzione di volersi ritirare dalle scene.
Questa dolorosa rivelazione avrà inevitabili ripercussioni sul resto del gruppo, e l'armonia che li ha legati indissolubilmente negli anni, inizierà a sgretolarsi (incredibilmente per una volta la traduzione italiana del titolo è azzeccata), lasciando spazio a vecchi rancori e verità non dette, in tutti gli anni in cui le rinunce e i sacrifici dei singoli venivano premiate dalla perfezione delle esecuzioni.
Così quando Robert affronterà Daniel dicendogli che non vuole fare il secondo violino per sempre ma che potrebbero alternarsi nelle esecuzioni scambiandosi i ruoli, sia Daniel sia Juliette gli fanno notare che è una cattiva idea. 
Robert si sente tradito dalla moglie, soprattutto dopo aver scoperto che lei e Daniel si sono incontrati a sua insaputa, e, quasi per ripicca, va a letto con una danzatrice di flamenco con cui solitamente fa jogging al mattino.
Quando Juliette lo scopre (la mattina successiva) lo caccia di casa.
A complicare ulteriormente le cose ci si mette Alexandra, figlia di Robert e Juliette, che, fra una lezione di violino e l'altra, si innamora, ricambiata, di Daniel. 
Quando Peter li convoca a casa sua per una prova, dicendo che le medicine stanno facendo effetto, la tensione è palpabile e l'uomo vuole sapere cosa sta succedendo. 
Sembra che ormai fra risentimenti, gelosie e competizione il futuro del Fugue String Quartet sia irrimediabilmente compromesso, ma grazie a Peter, che è stato il creatore del gruppo e che ha saputo mantenerlo in vita con la sua profonda umanità, riuscirà a riunire il gruppo per un'emozionante esecuzione del quartetto per archi n. 14 di Beethoven, composto da sette movimenti da eseguirsi senza nessuna pausa.
E sette sono anche i "movimenti" del film, senza nessuna pausa, dove, come gli strumenti, anche i protagonisti rischiano di andare "fuori tono".

Questo post, assieme a quelli di:

Alfonso Maiorino
Babol
Beatrix Kiddo
Dantès
Denny B.
Director's cut
Frank Romantico
James Ford
Jean Jacques
Lisa Costa
Marco Goi
Nico Donvito

è il nostro modo per ricordare Philip Seymour Hoffman, che ci ha lasciato all'inizio di questo mese.

18 feb 2014

All is lost
Tutto è perduto (tranne i biondi capelli di Robert Redford)


J.C.Chandor deve essersi giocato il bonus parole nel precedente Margin Call, e qua va al risparmio, facendo pronunciare al suo protagonista, un inossidabile e incredibilmente biondo Robert Redford, si e no tre battute.
Ma andiamo per ordine.
Non avevo visto All is lost all'ultimo TFF perché il margine di tempo per vedere il film successivo (Grand Piano) era insufficiente. Poi il film è uscito in sala, e ho iniziato a leggere le prime recensioni qua e là... e, a quel punto, mi tenni. 
Ma, siccome sono curiosa, volevo capire quali sarebbero state le mie reazioni. 
Allora, lasciando da parte epica, metafore e senso della vita, che non fanno per me,  a parte due attacchi di narcolessia spinta, il film è... boh? Azzarderei più inutile che noioso, alla fine. 
Diciamo che una storia del genere dovrebbe riuscire ad emozionare, cosa che, per quanto mi riguarda, non succede. 


In una notte buia (ma non ancora tempestosa) mentre Redford (visto che non conosciamo il nome del protagonista) è impegnato in una traversata in solitaria a bordo del suo 12metri, a circa 1700 miglia dallo stretto di Sumatra, urta contro un container alla deriva. Cinese. Contenente brutte scarpe. 
Parte il primo momento WTF in cui l'uomo tenta di disincagliare il container col mezzo marinaio.
In qualche modo comunque ci riesce e, grazie alla bonaccia, prosegue la navigazione, tentando anche, manco fossimo in un episodio di Art Attack, con abbondante uso di colla vinilica, di riparare la falla.
Fatto?
Ovviamente sia la radio sia la strumentazione di bordo sono fuori uso, e l'uomo dovrà fare affidamento solo sulla sua esperienza e sull'istinto di sopravvivenza.
Ma come non può piovere per sempre, non può nemmeno esserci il sole h24 7/7, e dopo un paio di giorni arriva la tempesta. 
Lo scafo imbarca acqua, si spezza l'albero, la barca è in balia delle onde, e qua parte il secondo grandioso momento WTF: l'uomo si fa la barba. 
Capisce che non c'è più niente da fare e, dopo aver recuperato tutto quello che può essergli utile, compreso un sestante, abbandona la barca e, a bordo del canotto d'emergenza la vede affondare rapidamente.
Cercando, con l'aiuto di carte nautiche e del prezioso sestante, di mettersi sulla rotta delle navi commerciali, alla fine avvista un cargo, e lancia un paio di fumogeni.
Probabilmente si tratta della MV Maersk Alabama, e a bordo Captain Phillips ha sicuramente altri cazzi a cui pensare...
(Sì, lo so, sono una brutta persona).
Il nostro eroe, a parte un FUCK urlato contro il cielo, non fa un plissè, e continua a lasciarsi trasportare dalle onde. 
Quando vede una luce in lontananza, si accorge di aver finito i fumogeni, e accende un fuoco per farsi vedere. E manca poco che, invece di morire affogato, finisca carbonizzato. 
















Là in mezzo al mar ci stan camin che fumano 
là in mezzo al mar ci stan camin che fumano 
là in mezzo al mar ci stan camin che fumano 
saran di Robert Redford, che si consumano.

17 feb 2014

(the) Monuments Men

Mi piacerebbe dire che The monuments men è un gran bel film. 
Ma davvero, non posso.
La storia, tratta dal libro "The Monuments Men: allied heroes, nazi thieves, and the greatest treasure hunt in history" scritto da Robert M. Edsel, è nota. 
Se non lo fosse potete farvene un'idea leggendo qui
Se invece non ve ne frega mezza di sapere come sono andate realmente le cose, potete sempre andare al cinema a vedere il film, che, per carità, si lascia vedere, vuoi perché il cast è di tutto rispetto, vuoi perché la storia è indubbiamente interessante, e avrebbe sicuramente meritato una sorte migliore.
Tutta la vicenda si basa su una domanda: la salvezza di un'opera d'arte vale il sacrificio di una vita umana?
Probabilmente sì, è la risposta.
Anzi, sicuramente sì, è la risposta.


Ma veniamo alla realizzazione.
Prendete 8 attori al giusto grado di maturazione, spargeteli a pioggia in un recipiente abbastanza capiente, diciamo più o meno grande come l'Europa. 
Aggiungete un po' di retorica (q.b.) stagionata, mescolando a lungo per evitare che si formino dei grumi comunisti, che si sa, poi finisce che prendono forma, si mangiano voi, i vostri bambini, quelli del vostro vicino e chi si è visto si è visto.
Lasciate riposare l'impasto su un tavolo ricavato da una pala d'altare e poi mettete in forno per 118 lunghi minuti. 
Potrebbe bruciarsi un po' sui lati, dalle parti del Picasso, e potreste perdere per sempre un ritratto di Raffaello. Si chiamano danni collaterali, e in qualche modo dovrete farvene una ragione.
A cottura terminata spegnete il forno, spolverate con del sale di Altausse, e condite il tutto con un pizzico di ammore per la famiglia e di sano patriottismo di stampo filo-militarista. 
Tagliate a fette e servite tiepido: il vostro polpettone a stelle e strisce, sicuramente un po' insipido, è pronto.



15 feb 2014

Le canzoni della vergogna

E' sempre colpa sua.
Dopo aver fatto partire l'autosputtanamento collettivo con i film della vergogna, ci riprova con i dischi.
Lui prende in considerazione interi LP (almeno, ai miei tempi si chiamavano LP. Come si chiamino adesso lo ignoro), io mi limiterò a 10 singoli.
Oltretutto non compro un disco da un anno, quindi in questa classifica ci sarà tanta roba vecchia.
Come me.

- Ai se eu te pego, Michel Telò.
Un testo con la profondità di una pozzanghera, a voler esagerare, ma io quando la sento inizio a cantarla.
Nossa, nossa assim você me mata - Ai se eu te pego, ai ai se eu te pego
Delícia, delícia assim você me mata - Ai se eu te pego, ai ai se eu te pego

Di questa mi vergogno davvero tanto. Ma tanto proprio.
L'ho messa per prima in modo che magari, quando sarete arrivati al fondo l'avrete già scordata.

- La Tortura, Shakira.
"de lunes a viernes tienes mi amor, déjame el sábado a mi que es mejor".
Certo amore. Se lunedì mi porti i vestiti sporchi ti faccio il bucato e te li stiro. Se arrivi cinque minuti prima ti faccio anche un pompino. 

- Wordy Rappinghood, Tom Tom Club
E' innegabile che mi piacciano i testi profondi:
Ram-sam-sam, a-ram-sam-sam
ku-li ku-li ku-li ku-li ku-li ram-sam-sam
Ya-ka-ya-yu ya-ka-yey, ah-wuh ah-wuh-ah ki-ki-ri-chi


- P.E.S., Club Dogo 
Sto lontano dallo stress
fumo un pò e dopo gioco a Pes
Pato, Mexes, Messi, Valdes
fumo un pò e dopo gioco a Pes

E niente, devo avere un disturbo grave. 

- My name is Stain, Shaka Ponk
I’m Stain, my name is Stain
I don’t complain, I won’t complain

E non lamentiamoci, dai.

- Maria, Ricky Martin
Ah no? 

- Pon de Replay, Rhianna
Possiedo pure il CD, già.

- Daniela, Elmer Food Beat. 
L'album in cui è contenuta (sì, ho anche l'album) si intitola "30 cm". Scusate se è poco.
E niente. Più o meno come i 15 minuti di fama di cui parlava Andy Warhol.
Che poi la Daniela in questione fosse una zoccola olimpionica è un dettaglio più o meno trascurabile.

Never leave you, Lumidee feat. Fabolous & Busta Rhymes. 
E a pensarci bene per questa non sono nemmeno sicura di dovermi vergognare tantissimo.
Anzi, sono sicura, non me ne vergogno affatto.

- Rockollection - Laurent Voulzy (1977)
Avreste dovuto sentirmi mentre la cantavo.
In francese.
Non c'è niente di strano? Lo dite voi.
Io non parlo francese.

14 feb 2014

Violet & Daisy

Il regista di questo film questa roba è Geoffrey Fletcher. Che no, non è parente della signora in giallo. Egli è lo sceneggiatore, nonchè vincitore del premio oscar, di Precious. Vuoi fermarti lì? Ma certo che no, perchè laggente non sanno mai quando è ora di smettere.
Quindi, non pago, Geoffrey Fletcher decide di darsi all'ippica alla regia e, nel 2011, mi dirige questa cosa dicendo, con un'umiltè straordineria che tanto sarebbe piaciuta ad Arrigo Sacchi, queste parole:

"Volevo fare un film con molti colpi di scena. Sono sempre diffidente quando uno sceneggiatore annuncia che una delle sue prime intenzione è di confondere il pubblico inserendo colpi di scena e ribaltamenti. Ma questo è un film su due ragazzine killer dopotutto, un film di genere e probabilmente non la cosa più ambiziosa del mondo. Quindi sorprendere e eccitare il pubblico è davvero la prima motivazione, può funzionare".

Geoffrey, ascolta me, che son l'ultima delle cretine: anche no, davvero. 


Lo so che vi starete chiedendo cosa mi spinge a guardare certi film.
Bella domanda. Anche se - molto facilmente - non ve lo state chiedendo.
In questo caso specifico, vi rispondo: James Gandolfini.
Violet e Daisy sono due ragazzine che, nonostante la loro giovane età, hanno già un lavoro, pensa che brave. Infatti fanno le killer. Con la stessa nonchalance con cui potrebbero fare le sciampiste.
Il film inizia con loro due che consegnano una pizza vestite da suore, irrompono nell'appartamento e parte la carneficina, che Violet termina a colpi di estintore.
Come? Sì, certo, sono in due contro diciassedici e non si fanno un graffio.
Poi tornano a casa, saltano sul letto come facevo io a 8 anni con i miei cugini quando ci trovavamo tutti a casa di mia nonna (e quanto si incazzava mia nonna: avresti potuto cagarle sul tappeto del salotto, per dire, ma guai a toccarle il letto. Va a capire), guardano foto della loro eroina pop, Barbie Sunday, e sognano di poter acquistare i suoi vestiti fighissimi.
Poi vengono convocate al parco dal capo (Danny Trejo) che le istruisce sul prossimo incarico: eliminare un tizio che ha sottratto una borsa carica di soldi.
Le due si mettono in marcia verso la casa della vittima, che però non c'è. Mentre lo aspettano si addormentano sul divano, e quando l'uomo rientra e trova due ragazzine che dormono sul suo divano con una pistola in mano che fa? Chiama la polizia? Ma che, scherziamo? Le copre con una copertina... 
Al risveglio, dopo un paio di convenevoli di rito, compreso consulto privato in altra stanza, tornano in salotto e iniziano a sparare all'impazzata, dopo essersi accordate di non mirare troppo in alto per evitare di uccidere l'uccellino nella gabbietta.
Rientrano in salotto, iniziano a sparare e quando finiscono (evidentemente sparano ad occhi chiusi, altrimenti non si spiega) sorpresa.
La poltrona è vuota.
Perchè l'uomo (Michael) era andato a... preparare i biscotti.
Da questo momento il film prende la piega del commedione drammatico da camera, in cui Michael spiega cose a Daisy, mentre Violet è andata a comprare dei proiettili, poi arriva altra gente che vuole ammazzare Michael, che, ovviamente, viene sterminata e accumulata nella vasca da bagno (tralascio ogni commento sulla danza del sanguinamento, che poi sembra che mi voglia accanire) in cui Violet farà la doccia.
No, ma dai, basta.
Poi partono N pipponi filosofici sul valore della vita, l'importanza dell'amicizia, la vita la morte la famiglia, tutto molto bello, tutto molto profondo, Violet si lancia anche in una spiegazione di come dovrebbe essere il paradiso secondo lei...
No, ma dai, basta.
E invece.
C'è il momento onirico.
C'è il momento confronto tra Daisy e il grande capo.
C'è il momento "tua figlia non ti odia" "come fai a saperlo?" "lo so".
No, ma dai, basta.
Dimenticavo.
Il film è suddiviso in capitoletti.
Il n. 9 si intitola "immortality". E io ho letto "immorality".
E niente.
Per fortuna son solo10.





13 feb 2014

Se dico cinema...

La cara Valentina di Criticissimamente, la settimana scorsa ha avuto questa bella idea qua:


Ne parliamo tutti i giorni, fracassando le balle a mezzo mondo, non per forza cinefilo. Ci scanniamo, difendiamo i nostri eroi, dando vita a discussioni che...manco Freud. Ma alla fine nessuno ancora ha spiegato un dettaglio, il più complesso forse. 'Sto cinema, ma che sarà mai? Cosa significa. Cosa vi dà. Cosa rappresenta. 
Dunque, "Se dico cinema..." (completa la frase a tuo piacimento)
Esiste anche una pagina Facebook, dicono. 

Se dico cinema...
Ammetto che quando ho letto l'iniziativa ho pensato "si, vabbè, ma io che c'entro?" 
Fondamentalmente mi ritengo una cialtrona che parla di film senza avere le necessarie competenze, a cui mancano le basi, che non capisce nulla di stile, soggettiva, campo lungo, camera a mano, tecnica, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando qualcuno mi chiede quali sono le mie passioni io rispondo, senza pensarci, "cinema". 
Ricordo che una volta un tizio conosciuto da qualche parte mi disse (e NON stava scherzando, giuro) "ah, allora sei una cinOfila". Certo. E se non sparisci ti prendo a morsi. 
Appurato che non sono una cinOfila (e che ho più che altro tendenze da gattara mio malgrado), non sono nemmeno sicura di potermi definire cinEfila. Mi sembra, nel mio caso, presuntuoso. 
Ma quando è nata questa passione per la settima arte? 
Da ragazzina c'erano i film nel salone parrocchiale. Anche perché a Poisonville un cinema non c'era, non c'è mai stato né mai ci sarà.
Walt Disney, Bud Spencer e Terence Hill, Stanlio e Ollio.
Il lunedì sera c'era il film sul "primo". Tanto i canali erano due. Ignoro cosa ci fosse sul "secondo". 
Poi ogni tanto i miei genitori mi portavano al cinema. Erano i tempi in cui quando arrivavi arrivavi, entravi in sala, non importava che il film fosse iniziato da 10 minuti, mezz'ora o più. Lo guardavi, il film finiva, si accendevano le luci, poi il film ricominciava e tu stavi lì fino al momento in cui arrivava la scena in cui avevi iniziato a vederlo, solo a quel punto avevi il quadro completo del film, e potevi alzarti e andartene.
Che usanza barbara, mi viene da dire adesso. 
Ricordo i miei primi film "da grande", visti con i miei genitori: Lo squalo, La febbre del sabato sera, Una spirale di nebbia, La Luna. 
Poi, con la mia amica inseparabile dell'epoca, è stato il tempo del Cineclub Olivetti, una volta la settimana, a Ivrea, con titoli più o meno impegnati, dove ho visto cose che voi umani... Ma anche piccole perle misconosciute ai più, di cui, ancora oggi, a distanza di anni, conservo un ottimo ricordo, uno su tutti "Tsisperi mtebi anu daujerebeli ambavi"... Paura, eh? Dai, la smetto di fare quella che se la tira, "le montagne blu". Resta il fatto che Tsisperi mtebi anu daujerebeli ambavi è il titolo originale, non è mica colpa mia!
E avevo comprato un quaderno, a righe, con Garfield in copertina, su cui segnavo tutti i film che vedevo. Chissà dov'è finito. 
Poi sono cresciuta, più in larghezza che in altezza, ma questi sono dettagli irrilevanti, e ho iniziato a lavorare a Torino, a fare cose, a vedere gente, ho conosciuto la Tiz e la Bionda. Torino, che non era grigia nemmeno allora (ma avrebbero dovuto passare almeno 20 anni perché se ne accorgessero anche gli altri), era già in fermento: erano i primi anni del Torino Film Festival, che allora si chiamava Festival Cinema Giovani, e di Da Sodoma a Hollywood, che ha cambiato nome pure lui, col tempo. E anche noi eravamo più giovani, ma forse andare al cinema e continuare a vedere film, belli, brutti, affascinanti o noiosi che siano è un modo per mantenersi giovani, no? E' sicuramente un modo per riuscire ad evadere, per viaggiare stando immobili, per farsi trasportare in ogni angolo del mondo, per ridere, per pensare, per emozionarsi, per dimenticare, per incazzarsi, piangere, divertirsi, discutere, confrontarsi. 
Ed è per quello che ancora adesso, io, la Tiz e la Bionda ci si ritrova, almeno una volta la settimana, per andare al cinema assieme.
Se dico cinema penso alla pioggia di rane di Magnolia, alla partita di pallone di Pomi d'ottone e Manici di Scopa, penso ai tatuaggi di Leonard Shelby, al sergente Elias che muore con le braccia alzate, penso a Matt Johnson che cavalca la sua ultima onda, penso al ballo di Vincent Vega e Mia Wallace, al cuscino sulla faccia di McMurphy, penso alla prima regola del Fight Club e alle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...
Se dico cinema dico tutto questo, e tanto ancora ci sarebbe da dire, ma, siccome non è che posso fare tutto io, se dite cinema voi che dite? 






12 feb 2014

La mia classe

La bionda ed io sabato siamo andate al cinema, allo spettacolo delle 18.30, nell'unica sala cittadina che proietta l'ultimo film di Daniele Gaglianone, "la mia classe", dicendo: tanto, a quell'ora, chi vuoi che ci sia? Errore: la sala (ok, la Chico dei F.lli Marx non è enorme, un centinaio di posti) era piena.
Questo film, autoprodotto e dalla distribuzione difficile, come spiega Arcopinto sul suo blog, era passato all'ultimo Sottodiciotto Film Festival, ma non ero riuscita ad andarlo a vedere. 
Di Daniele Gaglianone avevo visto Ruggine e Pietro, ma questa volta il regista (nato ad Ancona, ma torinese d'adozione) decide di girare un film su un professore di italiano in una classe di una scuola serale frequentata da immigrati di varie nazioni. Si potrebbe definire docu-fiction, un film dove la finzione si intreccia con la realtà. Il professore è interpretato da un grandissimo Valerio Mastandrea, a cui gli studenti si affezionano vedendo in lui un umanità difficile da trovare "fuori" dalla scuola, in un paese che non vuole sapere nulla di loro, da dove vengono, cosa hanno dovuto sopportare, cosa hanno lasciato, gli orrori da cui hanno dovuto fuggire. 
Nella prima parte il professore affronta diversi argomenti, il lavoro, la casa, la paura, il coraggio, e si riesce anche a sorridere, fino all'analisi del testo di una canzone (fra le mie preferite, fra l'altro). 
Un film probabilmente imperfetto, ma che ha il pregio di non cedere mai alla retorica spicciola, soprattutto quando a uno degli studenti scade il permesso di soggiorno e deve abbandonare le riprese, e lo stesso Gaglianone entra in scena dichiarando tutta la sua impotenza, mentre Mastandrea dichiara "quello che stiamo facendo non serve a un cazzo". 
L'assenza di confine tra campo e fuori campo, in una specie di making of rende comunque molto interessante questo film, dove Gaglianone prova a dar voce a chi solitamente voce non ha.












la gente che passa ci guarda e prosegue veloce 
ci osserva e prosegue veloce 
magari sorride, ma sempre prosegue veloce 

11 feb 2014

Smetto quando vengo voglio

Come tutti saprete (e se non lo sapete, sti cazzi) Lars Von Trier non rientra tra i miei registi preferiti, il movimento Dogma95 mi procura(va) gli attacchi epilettici, e i suoi film, ad eccezione di Dogville e Il grande capo non mi hanno mai entusiasmato particolarmente. 
Come tutti saprete (e se non lo sapete fa lo stesso) ieri a Berlino è stata presentata la prima parte dell'ultimo film di Lars Von Trier, Nymphomaniac. 
Il nostro inviato alla berlinale ne parla qui
La trama, su Movieplayer, è a dir poco fantastica: Una donna scopre la sua sessualità
Che io quelli con il dono della sintesi li ammiro davvero tanto.
Pare che il film, nonostante Von Trier, sia stato accolto bene dalla critica, ma il regista danese ha deciso di non partecipare alla conferenza stampa, limitandosi ad andare in giro indossando una t.shirt con la scritta "persona non grata": praticamente la motivazione con cui venne allontanato dal festival di Cannes del 2011, dopo che si era lasciato andare ad esternazioni non troppo felici su Hitler e gli ebrei. 
Pare che LVT abbia dichiarato «Ho compreso di non possedere la capacità di esprimermi in modo inequivocabile» (e vedi un po' tu) e che abbia deciso che per lui, d'ora in poi, parleranno soltanto le sue opere.
In fondo, sempre "meglio tacere e passare per idiota che parlare e dissipare ogni dubbio" (cit.)


















Ma vogliamo parlare di Shia LaBeouf, che si è presentato sul tappeto rosso della berlinale in smoking e con un sacchetto in testa con la scritta I AM NOT FAMOUS ANYMORE? 
Shia, ascolta me. A parte che in quella frase c'è almeno un ANYMORE di troppo, dalle mie parti si dice "piscia più corto". Perchè se fossi di Roma un "machittesencula" non te lo leverebbe nessuno. 
Detto ciò quelli della Fandango cavalcano l'onda, e ne approfittano per far uscire un manifesto (anzi, un nympho-manifesto) di Smetto quando voglio, per celebrare il successo del film ai botteghini:


La bottega dei suicidi

I "cartoni animati" non sono il mio genere preferito, ma questo film, per qualche strano motivo, mi incuriosiva. Sicuramente un po' di colpa è del mio collega spagnolo che l'anno scorso ha rotto la minchia ne parlava in continuazione; mettici l'ambientazione parigina, aggiungici un'atmosfera vagamente macabra, e alla fine ho deciso di guardarlo.
Il film inizia con il volo di un piccione sui cieli di una Parigi grigia, piovosa e cupa all'ennesima potenza. Quando l'uccello raggiunge due suoi simili sulla sommità di un lampione, li guarda e si lascia cadere nel vuoto. E se anche i piccioni decidono di suicidarsi, non c'è da stare allegri.
La folla si trascina stanca ed angosciata per le vie della città cercando di porre fine alle proprie sofferenze. Anche se suicidarsi in pubblico è punito con multe salatissime.
Ma a tutto c'è rimedio: in un vicolo ha sede la Maison Tuvache, un'azienda a conduzione famigliare gestita da Mr. Mishima (!) e dalla moglie Lucrece, aiutati dai due tristissimi figli Vincent e Marilyn. La loro Bottega dei Suicidi offre tutto il necessario per lasciare questo mondo: cappi preconfezionati, con tanto di sgabellino opzionale, veleni assortiti, funghi, spade, blocchi di cemento con catena incorporata, pistole con un unico proiettile, lamette più o meno arrugginite (se il dissanguamento non basta almeno puoi far affidamento sul tetano). Gli affari vanno a gonfie vele.
Ma.
Quando Lucrece dà alla luce il terzo figlio, Alan, succede l'impensabile: il bambino sorride. Sempre.
Quel bambino sempre allegro e sorridente destabilizza i genitori.
Passano gli anni, Vincent e Marylin sono diventati degli adolescenti tristi, ma Alan continua a sorridere. E, con un gruppo di amici, anche loro inspiegabilmente immuni alla depressione dilagante, cercheranno di cambiare le cose.
Premessa interessante, che purtroppo si perde in un finale forse un po' troppo banale e scontato.



10 feb 2014

Smetto quando voglio

Opera prima di Sidney Sibilia, trentaduenne salernitano che, assieme a Valerio Attanasio, ha curato anche la sceneggiatura del film. Nelle interviste il regista ha dichiarato che non intende lanciare nessun messaggio sociologico e che ha pensato che il suo lavoro doveva valere almeno i soldi che lo spettatore paga per il biglietto, la benzina, il parcheggio. Nel mio caso anche per la pizza dopo il film, che è ormai un'abitudine consolidata. E posso dire che a Sidney è andata bene, perché non ho nessuna intenzione di chiedergli il rimborso.
Visto giovedì allo spettacolo delle 18.10. Che ti consente di uscire dal cinema presto, andare a mangiare la pizza presto, tornare a casa (presto) e, se capita, vedere ancora qualcosa sul divano. Io ad esempio ne ho approfittato per rivedere "le idi di marzo". 



L'argomento precari e lavoro è già stato rappresentato più volte, basti pensare a "tutta la vita davanti", o "c'è chi dice no", ma Sibilia non ci fa caso e confeziona un prodotto che tratta l'argomento in maniera divertente e disincantata, con un cast interessante (oltre a mezzo Boris - Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Valerio Aprea) ci sono Edoardo Leo, Valeria Solarino (ma quanto è bella Valeria Solarino?), Stefano Fresi, Libero De Rienzo e Neri Marcorè, villain di turno. 
La fotografia è satura all'eccesso, cosa che all'inizio un po' ti stranisce, ma poi ti ci abitui.
Pietro ha 37 anni, è un ricercatore, precari(ssim)o alla Sapienza. Laureato in neurobiologia, è praticamente un genio nel suo campo. Per arrotondare le scarse entrate dà ripetizioni ad alcuni studenti fancazzisti che tanto non lo pagano (e lo prendono pure per il culo). 
Assistente di un professore che, millantando aderenze politiche a tutto tondo, gli fa capire che presto arriverà il contratto a tempo indeterminato, arrivato a casa si sbilancia con Giulia, la sua compagna, e, quando il contratto non arriva per questo, questo e quest'altro motivo, Pietro non ha il coraggio di dirle la verità.
Ne parla con Giorgio e Mattia, amici dai tempi dell'università, due dei migliori latinisti in circolazione, che fanno i benzinai (e litigano in latino) ma quella sera, a mettere 200€ di carburante al SUV nuovo di pacca, si ferma Maurizio, uno dei suoi studenti che non lo paga, e che (inoltre) gli ha fatto credere di essere orfano. 
Scatta l'inseguimento SUV/bicicletta, fino alla discoteca, dove Maurizio gli offre da bere un cocktail "corretto" con un paio di pastiglie. 
Quando Pietro si ripiglia - risvegliandosi nei cessi del locale con un cazzo disegnato sulla fronte - inizialmente si incazza, ma poi ha un'idea geniale. Sfruttando i suoi studi, e quelli di molti fra i suoi amici, ridotti come lui a tirare a campare accettando lavori qualsiasi, quando va bene, decide di produrre una nuova droga sintetizzando una nuova molecola, visto che, per un vuoto legislativo, finché una sostanza non è inserita nell'elenco delle sostanze proibite del Ministero della Salute, non è illegale. 
E da quel momento, visto che la nuova smart drug che realizzano è di una qualità e purezza mai viste sul mercato, le cose iniziano a girare meglio. Soldi, vestiti, party, ragazze, tutto un altro mondo.
Ma, siccome ogni medaglia ha il suo rovescio, ben presto la banda dei ricercatori dovrà fare i conti con una realtà che non avevano messo in conto. 
Ritmo serrato e cast che funziona, insomma, un esordio più che promettente.