17 mag 2011

I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo, li puoi nascondere o giocare come vuoi o farli rimanere buoni amici come noi.

Vai ad aspettare il tuo amico al casello dell’autostrada, per strada raccogli un quadrifoglio, che non si sa mai. Trovi il tempo di scattare una foto ad un gruppo di motociclisti francesi che non finiscono più di ringraziarti. Guardi il cielo, non promette nulla di buono. Ma continui a credere che domani non pioverà, del resto glielo hai promesso, dicendogli “ti fidi di me?”
Passate un paio d’ore camminando nella piazza del castello di Agliè, poi prendete un caffè in una pasticceria storica, e, fra una cosa e l’altra, arriva il momento di andare a cena, in quel ristorante che era da un po’ che volevi provare.
E che – nonostante il posto sia carino, curato e tutto il resto – riesce a deluderti.
Perchè quando ti ordino un sottofiletto e tu mi chiedi come voglio la cottura, se ti dico che lo voglio “al sanguissimo”, prova ad ascoltarmi. Che quando il sottofiletto arriva e tu lo tagli, e all’interno è praticamente rosa e non rosso come dovrebbe, un po’ ci rimani male.
Il giorno dopo ti aspetta una giornata intensa, e quando, dopo alcune ore, stramazzerai sul divano, non farai in tempo a metterti orizzontale che starai già dormendo. Dopo quasi due ore riprendi conoscenza, fai una specie di merenda che sarà anche la tua cena, che va bene il digiuno terapeutico, ma due caffè son poca roba anche per la migliore delle top model anoressiche.
Senza nemmeno rendertene conto, quando apri gli occhi è quasi mezzanotte, e pensi che sia meglio andare a letto.
Ti addormenti, e se il sonno della ragione genera mostri, il tuo genera sogni strani: sei nel bagno del tuo ufficio, e, dalla porta socchiusa vedi la collega R (la tua nuova ossessione) che sta pisciando in piedi, a gambe larghe, con una mano appoggiata al muro. Non fai in tempo a riprenderti che ti scopri a correre sul lungomare di Arma di Taggia. E non puoi nemmeno dare la colpa al fatto che hai mangiato pesante.

13 mag 2011

Ma.che.te (devo da di’?)

Fantastico.
Vai a vedere un film di Robert Rodriguez e – siccome anche il cinema, come il calcio, non è sport per signorine, in sala tu e sua bionditudine sarete le uniche femmine presenti. Significherà qualcosa?
Comunque quando arrivano i titoli iniziali, dopo cinque minuti dall’inizio del film, tu hai già perso il conto dei morti ammazzati. E, mentre stai ancora cercando di capire dove quel facsimile di Eva Mendes lievemente meno figa e completamente nuda potesse nascondere il cellulare, anche se una vaga idea te la sei fatta, scopri che l’agente federale Cortez (Machete) viene tradito dal suo capo, che si è alleato con il boss del narcotraffico Torrez (uno Steven Seagal autocitazionista, talmente ingrassato che sembran due). 
Dopo tre anni ritroviamo l’ormai ex agente al confine col Texas, dove, tra una venditrice di tacos che non è solo una venditrice di tacos, un’agente della “migra” e i reclultatori di clandestini per lavori occasionali, il nostro eroe viene assoldato da un uomo che, in cambio di 150mila dollari, lo incarica di uccidere il senatore McLaughlin (al cui confronto Borghezio sembra un moderato). Peccato che l’esecuzione sia tutta una montatura, e quando Machete se ne accorge, inizierà a pianificare la vendetta.
Non manca nulla: esplosioni, sparatorie, sesso, battute, un prete col fucile a pompa e i monitor della videosorveglianza posizionati a forma di crocefisso, Lindsay Lohan nella parte della fattona (oh, le riesce benissimo!), e, oltre a Robert DeNiro, c’è pure Don miamivice Johnson. 
Esci dalla sala pensando che Robert Rodriguez sia un tamarro, ma, in fondo, ti sei divertita. Quasi come quando vedesti "Dal tramonto all'alba"... 
E pensi che, se ti capitasse di dover rinascere, vorresti avere il fisico di Michelle Rodriguez. E, perchè no? la bocca di Jessica Alba.

12 mag 2011

You think that I'm strong you're wrong

Life's too short to be afraid 
So take a pill to numb the pain 
You don't have to take the blame 

Mentre mi interrogo sul perchè (anzi, su uno dei tanti perchè che costellano la mia vita lavorativa) – dal momento in cui ti degni di mettere la carta nella fotocopiatrice – tu ne metta un quinto invece di infilare tutta la risma nel cassetto, e mi rispondo bestemmiando, cerco di ripetermi, come inutile mantra “goditi questo mese, goditi questo mese, goditi questo mese”. 
Perchè, Murphy insegna, non c’è niente di così terribile che non possa peggiorare. 
Stamattina io e collega G. siamo state convocate da capo.inf nell’ufficio di capo.imp, perchè “dobbiamo parlarvi”.
Che se c’è una frase che tu odi con tutta te stessa è proprio quella: “ti devo parlare”. 
Girala come vuoi, che te la dica tua mamma, il tuo moroso, una tua amica, il tuo capo, il tuo ginecologo/medico/dentista, tu già sai che quella frase non porta MAI niente di buono.
Infatti.
Capo.inf inizia: “siccome bla bla bla, l’amministratore delegato bla bla bla, nuove esigenze organizzative bla bla bla, si era pensato bla bla bla di COINVOLGERE (manco fosse una st(r)agista capitata qua per tre mesi) bla bla bla, collocandola NEL VOSTRO UFFICIO, la signora L., bla bla bla, affinchè si occupi bla bla bla della nuova società bla bla bla. 
Interviene capo.imp (che, nella fattispecie, è il MIO capo): e siccome voi due bla bla bla, e parte una poderosa leccata di culo, dovrete bla bla bla… e, se c’è bisogno anche cazziarla. Perchè non ha ben chiaro bla bla bla… 
Collega G. mi guarda, si mette a ridere, guarda il mio capo. Ci guardiamo. Tutti insieme appassionatamente. Alla fine dice: “Non so se sono più preoccupata per l’arrivo di L. in ufficio o per l’esponenziale aumento di imprecazioni da parte di Poison.”.
Collega G. in fondo mi conosce. 
E la collega L. altri non è che la famigerata collega R., ma in versione cognome.
Per chi ancora non la conoscesse, qua (12) due scampoli di vita vissuta con colei con cui, dal primo giugno, dovrò condividere l’ufficio.

10 mag 2011

non vuoi aspettare neanche il tempo utile, perchè da me lo so si va soltanto via...

Non sei brava con le parole.
Non quando serve, almeno. Perche se già non sai cosa dire ad amica1 che sta uscendo da una storia in cui credeva, stamattina arrivi in ufficio e controlli la posta. C’è una mail di amica2. La apri, e leggi. Sta di merda. Dopo mesi di crisi sotterranea sta per tornare “ufficialmente” single e/o zitella. Che tanto alla fine la sostanza non cambia. E provi a dirle qualcosa che vada oltre le solite frasi di circostanza. Ma non ti esce nulla di sensato. Anche perchè, diciamocelo, non sei esattamente un’autorità nel campo dei rapporti amorosi. La tua ultima storia “seria” risale ad 8 anni fa.
Seria. Tu a Torino, lui a Milano. A separarvi, oltre a 120 km, che tanto quelli si fanno, oh, se si fanno, 11 anni di età, che possono essere tanti, o pochi. O, nello specifico, non contare un cazzo, se la sindrome da Peter Pan ce l’hai tu invece che lui.
Il punto è che non hai mai creduto alle favole, e quel “e vissero per sempre felici e contenti” ti fa anche abbastanza ridere. Perchè nulla – a parte la cellulite – dura per sempre. E non si può essere perennemente feliciecontenti. Ci si può provare, certo. Può andare di culo, certo. Oppure ci si accontenta, e si cerca di prendere il buono che c’è, anche se dovrai sporcarti le mani. Perchè se gratti, un po’ di buono lo devi trovare per forza, altrimenti che senso ha? E pensi che non vorresti essere al posto né di A1 né di A2, perchè quanto si sta male in questi momenti te lo ricordi bene. Ma ti consola sapere che poi passa. E che questo non ti impedirà di stare di nuovo male, la prossima volta che succederà. Ammesso e non concesso che succeda. Perchè, anche se non credi nell’amore eterno, nei confronti dell’amore finchè dura nutri il massimo rispetto. Ma, forse, negli anni, hai preferito dare più importanza all’amicizia.
E, mi perdonerà Harry, pure a quella fra un uomo e una donna.

Ti rendi conto, vero, che non potremo mai essere amici.
Perché no?
Beh, ecco... e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici, perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
No, non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c'entra per niente.
Non è così.
Sì, invece.
No, invece.
Sì, invece!
Tu credi che sia così.
Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
Non è vero.
È vero.
Non è vero!
È vero.
E come lo sai?
Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
No, di norma vuole farsi anche quella.
Ma se lei non vuole venire a letto con te?
Non importa, perché il click del sesso è già scattato, quindi l'amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.

9 mag 2011

So come on let me entertain you

Se il buongiorno si vede dal mattino io per questa settimana dovrei essere abbastanza tranquilla: il casellante (quello che un po’ di tempo fa era uscito dalla cabina per salutarti infilandoti la lingua in bocca) ti chiede: “Come mai sei sempre più sexy?”. Contrariamente al tuo solito non hai la risposta pronta, e ti limiti a sorridere buttando lì un “non ne ho idea”. Del resto è pur sempre lunedì, non sono ancora le otto e non hai ancora preso il tuo secondo caffè.
Arrivi sotto l’ufficio, parcheggi. Il mastro cioccolataio sta aprendo bottega e ti saluta con un sorriso che parte dagli occhi. Gli esce anche un “complimenti”. Continui a sorridere, sperando che nessuno pensi ad una paresi. Arrivi in ufficio, e trovi il tuo capo alle prese con la fotocopiatrice. Come al solito sta vincendo lei. Entrano due colleghi, gli dicono qualcosa riferito a me e lui risponde: “Ognuno ha la segretaria che si merita, e io me la merito bella!”. Concedi un tris al tuo sorriso, e probabilmente – per quello che costa – arrossisci anche un po’.
Poi torni coi piedi per terra e ti viene in mente l’accozzaglia di parole messe in fila da Ignazio, che, unite, vanno a formare l’ennesima frase cazzata che esce da quella bocca inutilmente larga ogni volta che viene aperta. Manco lui fosse Paul Newman, verrebbe da dire. Come se per fare politica fossero necessarie misure da miss Italia. Stronzo.
Sono anche stata al cinema, certo. Che per fortuna la nostra sala del sabato sera, quella decentrata, che affrontare il centro cittadino questo week end non era cosa, proiettava “Tatanka”. Che è un gran bel film (i.m.o.) sulla difficoltà di nascere e vivere in una terra dilaniata dalla camorra, e dove Michele, il protagonista, riesce, in un percorso che passa dal carcere ai ring clandestini di Berlino, a riscattare una vita che sembra segnata.

“Perchè la vita la misuri in ogni caduta”.

5 mag 2011

Delle gioie del passeggio

Siccome il mio ruolo semi-manageriale prevede che io mi presti ad incombenze di varia natura, oggi ho vinto l’ennesimo viaggio premio al settore attività estrattive della Regione.

Così, raccattata tutta la documentazione, esco dall’ufficio e mi dirigo alla fermata del 3.
Incredibilmente ne arrivano 3 di seguito. Riesco a salire sull’ultimo, che è anche vuoto.
Dopo 5 fermate scendo e mi reco all’ufficio.
Mi faccio registrare all’ingresso, consegnando il documento in cambio del tesserino da visitatore. Mentre scambio due battute col vigilante entrano nel cortile due loschi individui: uno sembra il classico spacciatore di via Stradella, l’altro un frequentatore abituale di un bar gestito dai Village People: occhiale a specchio, baffi e pizzetto malandrino, capello lungo e ondulato, jeans aderenti, stivale, camicia rosa, gilet e cappello di pelle. Mostrano tronfi il distintivo nascosto sotto la cintura e se ne vanno.
Il vigilante mi guarda e sorride. Io non trattengo una risata e gli dico “Certo che l’ispettore Giraldi gli fa una pippa!”. Si mette a ridere. Se rinasco voglio fare il pagliaccio. Anche se, a pensarci bene, magari sono ancora in tempo.
Salgo al quarto piano, consegno la documentazione, mi faccio timbrare tutto il timbrabile e torno dal vigilante.
“Ma come, ha già finito?”
“Ha visto? Ci ha messo più tempo lei a compilarmi il foglio che io a fare tutto il resto!”
Gli restituisco il cartellino, mi riapproprio del documento, saluto e me ne vado. E’ quasi mezzogiorno, e quindi ne approfitto per addentrarmi a Porta Palazzo.
Le signore che vendono il pane arabo mi dicono qualcosa nella loro lingua, suppongo per via del mio look odierno, che prevede, nell’ordine: sciarpa marocchina, abito marocchino e babbucce marocchine.
Non compro il pane, ma il profumo della menta mi porta per un attimo lontano da lì.
Decido di andare a comprare del te, che sto grattando il fondo della riserva casalinga. Compro il te alla cannella e, mentre valuto se comprarmi del rooibos o dell’orange pekoe vedo un’etichetta: oolong affumicato. Chiedo di annusarlo: strepitoso. Rooibos e orange pekoe possono attendere. Esco dal negozio coi miei due sacchettini e torno in ufficio a piedi. Qualche alpino qua e la, ancora apparentemente sobrio. Arrivo in piazza Statuto e davanti ai miei occhi un tripudio di bancarelle. Mi fermo ad un banco francese che vende senape, marmellate e creme varie. Assaggio una crema di latte al calvados. Credo che domani tornerò a comprarla.
Che bella che sei, Torino.

3 mag 2011

Ground control to Major Tom...

Tu credi nel destino?
No. Direi di no. 
Sono più orientata sul genere 
“la fortuna è cieca”.


Mentre ti interroghi sul why e il because del motivo per cui non hai visto Moon e pensi che forse valga la pena recuperarlo, consideri che i geni non sono acqua fresca, e che da cotanto padre qualcosa di buono doveva per forza uscire. E, mentre ti accorgi solo in quell'istante che la sala in cui sei seduta è dotata non solo di platea ma anche di galleria, guardi i trailer. E scopri che a breve dovrà uscire un film con Colin machetamarro Farrel, che solo per il fatto di essere ambientato a Londra, e di avere London Calling nella colonna sonora, merita una visione. Poi è la volta di RED, che tu non vedi l’ora che arrivi. Perchè magari è una solenne cagata, ma il cast, signori miei, che cosa non è?
Poi inizia il film. E, nonostante tu abbia già capito – nei primi 8 minuti di una serie che dopo quattro smetti di tenere il conto - chi è l’attentatore, e come stia realmente il capitano Colter Stevens, continui a seguire con attenzione, per vedere cosa succederà negli otto minuti successivi. E quando arrivi alla fine, e il tempo si ferma, tu al contrario non riesci a fermare quella lacrima fetente. Perchè in fondo ti piace credere che, davvero, andrà tutto bene.

2 mag 2011

1° maggio su coraggio...

E anche questo week end se n’è andato.
Se riesco a superare indenne anche i prossimi 21 poi vado in ferie...
Che ci vuole? E’ un attimo.
Il sabato è trascorso fra le solite incombenze da casalinga rassegnata (che il tempo di disperarsi è finito da un pezzo), la pettinatrice per la poison-mamma, il commercialista, la spesa, il pranzo, la cena, un film, il letto, l’insonnia, il pseudo-risveglio.
Che svegliarsi alle sei di domenica mattina, se non hai un impegno concreto, è una bella rottura di coglioni, diciamocelo.
Così ho deciso che, invece che buttarmi in doccia, potevo infilarmi in vasca.
Da dove sarei uscita dopo quasi due ore, scrubbata, depilata e rilassata. Anche se la fase di relax è durata poco.
Mi sono vestita e ho deciso di fare due passi, così sono scesa in paese a comprare le sigarette. E mi sono ricordata che, essendo il 1° maggio, era il giorno della fiera primaverile. Con tanto di mostra del bestiame e attrezzature agricole, mica pizza e fichi.
Un giro fra le bancarelle ormai ad esclusivo appannaggio dei cinesi, oltre a uno spacciatore di nduja e altre specialità calabresi, più un banco di formaggi dove io NON avrei dovuto fermarmi e dove NON avrei dovuto comprare nulla. Ma difficilmente riesco a resistere al fascino di un caprino. E così sono tornata a casa con il mio bel pezzo di formaggio, una torta – che stranamente è riuscita a superare la notte – e… un paio di orecchini. Perchè leggenda narra che non comprare qualcosa alla fiera porta male.
Nel pomeriggio, mentre sonnecchi sul divano, l’apparizione in tv di una maestosa tartaruga di un tifoso del Parma ti risveglia dal letargo, e decidi di uscire. Anche se già sai che difficilmente incontrerai dei portatori sani di tartaruga scolpita.
In compenso sulla tua strada si materializza A.A., un imprecisato disturbo comportamentale e uno sguardo rassicurante come quello di Jack Torrance che, quando puoi, cerchi di cambiare strada.
Ieri non ce l’ho fatta.
“Ciao Poison, hai tagliato i capelli?”
“Ciao A… eh, sì, li ho tagliati”
“Dove?”
“Da G.”
“E dov’è?”
“Ha il negozio a R.”
“Sotto i portici?”
“No, al centro commerciale”
“E ci va anche R.B. a tagliarsi i capelli lì?”
“…non ne ho idea…”
E ti allontani, lasciandolo solo con le sue domande.
Guardi un’interessante mostra fotografica su alcune tribu dell’Amazzonia, pensi fra te e te che sarebbe bello tornare in Brasile, esci, ti fai una birra scura, incontri un paio di amici e continui a camminare con loro. Chiacchiere, caffè, un altro caffè, e decidi di rincasare.
Mentre sei sulla strada di casa scorgi da lontano una figura familiare: A.A.
E pensi “porco cazzo, di nuovo?”
Continui a camminare guardando l’asfalto, sperando di non essere vista.
Figurati.
“Ciao Poison, hai tagliato i capelli?”
“Ciao A… eh, sì, li ho tagliati”
“Dove?”
“Da G.”
“E dov’è?”
“Ha il negozio a R.”
“Sotto i portici?”
“No, al centro commerciale”
“E quanta gente ci lavora?”
(Ma che minchia di domanda è?) “…non lo so, quattro persone?”
“Donne? O anche uomini?”
“Ci sono anche due uomini”
“Davvero?”
“Sì”
“E le donne come sono, robuste?”
“non lo so, non ci ho fatto caso…”
“E ci va anche R.B. a tagliarsi i capelli lì?”
“…non ne ho idea…”
“E parla?”
(Ma chi?????)
“Non lo so!”
“E’ sempre bella robusta, eh?”
“Ciao, eh?”
Ma io cos’ho fatto di male in una delle vite precedenti?