7 mag 2015

Da Villeneuve-les-Avignons a Montpellier

Sabato 2 maggio
Come diceva quello là, non può piovere per sempre
Infatti ricordo che parecchi anni fa, durante un ponte 25aprile/1maggio, andammo a Vienna e Salisburgo, sempre in auto. La pioggia ci accompagnò per quasi tutto il tragitto, ma, proprio perché non può piovere per sempre, quando arrivammo al Brennero... nevicava. 
Comunque no. Stamattina c'è pure il cielo azzurro, mentre alle 6, quando mi sono svegliata, c'era un po' di foschia.
Dopo la doccia (getto potente come piace a me e acqua caldissima, asciugamani belli grandi, non di quelli che se non sei una modella anoressica di 35 kg ti avvolgono solo a metà) siamo salite nell'enorme cucina del Carré Cardinal, con tanto di camino, pavimenti in cotto, soffitto a cassettoni in legno (insomma, uno spettacolo) e ci hanno servito la colazione, con croissant, pain au chocolat, yogurt, frutta ecc.ecc.
Come vi dicevo, dopo aver scoperto quanto è carino Villeneuve-lés-Avignon abbiamo lasciato l'auto davanti al B&B e ci siamo fatte un giro lungo la via principale, fermandoci a visitare la cattedrale gotica del 1300 e il suo chiostro. 



Tornando indietro abbiamo visitato la Chartreuse (58 rue de la République, che è la strada principale del paese). Il biglietto costa 8.00€ ma se avete già visitato un monumento - nel nostro caso il ponte di Avignone - assieme al biglietto vi avranno consegnato il "pass" che dà diritto all'ingresso ridotto, ovvero 6.50€. Che non sarà chissà quale risparmio, ma sempre meglio che niente. 
La storia la potete leggere cliccando sul link, io, come al solito, ci metto le figure.
In ogni caso davvero molto bella, quindi, se capitate da queste parti, prendete in considerazione l'idea di visitarla. Volendo si può prendere un biglietto combinato e salire al Fort St.André, ma noi non l'abbiamo fatto, perché la nostra pigrizia entra immancabilmente in conflitto con il "salire" un po' qualunque cosa. 

Usciamo dalla Chartreuse soddisfatte, saliamo in auto e ci dirigiamo verso Orange.
Passiamo attraverso piccoli paesini che, nella loro semplicità, sono comunque affascinanti. Tutto attorno vigneti a perdita d'occhio (siamo pur sempre nella valle del Rodano, zona di produzione di numerosi vini, dai Côtes-du-Rhône al più rinomato Châteauneuf-du-Pape).


Arrivate ad Orange parcheggiamo facilmente lungo la strada, in una zona centrale. Inserendo la targa nel parchimetro la prima mezz'ora di sosta è gratuita, mentre il parcheggio non si paga dalle 12.00 alle 14.00.
Ci dirigiamo verso il Teatro Romano, (ingresso € 9.50. mentre con 18.00€ c'è la possibilità di fare un biglietto cumulativo per visitare anche l'arena di Nimes e 3 musei della città).
Il teatro, patrimonio Unesco, è uno dei meglio conservati, e, unico nel mondo occidentale, ha mantenuto intatto il muro di scena- Può ospitare 10.000 spettatori e pare che goda di un'ottima acustica.

Inizialmente avevamo pensato di fermarci qua a pranzo, ma, considerato che era ancora abbastanza presto e noi avevamo già visto tutto quello che volevamo vedere, abbiamo abbandonato Orange e ci siamo dirette verso il Pont du Gard, con l'idea di fermarci a pranzo lungo il percorso.



Notoriamente quando cerchi un posto per fermarti, fosse anche il furgone del porchettaro, non trovi nulla, in compenso lungo la strada abbiamo visto questa cosa qua, che dovrebbe essere il santuario di Notre Dame di qualcosa, ma, siccome sono una capra, non me lo sono segnato.

Arriviamo a Remoulins e ci fermiamo per il pranzo in un ristorante semplice e carino, dove ordiniamo confit de canard, che ci viene servito con le immancabili patatine fritte che però hanno l'aria un po' stanca. Cosa che non ci impedisce di mangiarle comunque, sia chiaro.

Caffè, ruttino e via, verso il Pont di Gard, a cui accediamo dalla riva destra.
Qua l'ingresso è a vettura, e costa 18.00€ pagabili alle casse automatiche vicino all'ufficio informazioni. Quindi, se siete in 4/5 in macchina diventa molto più conveniente.
Ponte romano costruito nel 17 a.c. circa, è lungo 275 metri e altro 49, con 3 serie di arcate, faceva parte di un acquedotto lungo circa 50 km che dalla sorgente di Uzès portava l'acqua a Nemausus, l'attuale Nîmes.
Circondato da prati per picnic, sentieri per trekking e un paio di ristoranti, avendo tempo a disposizione, a differenza nostra, ci si può tranquillamente trascorrere la giornata.


Abbandoniamo il Ponte e ci dirigiamo verso la nostra prossima tappa: Nîmes.

Parcheggiamo nel solito comodo parcheggio sotterraneo e, senza nemmeno una mappa della città, ci dirigiamo verso il centro.
Ma.
Proprio questo week end (quando si dice la fortuna), l'arena di Nîmes è "occupata" dai Grandi Giochi Romani. La tematica è... Annibale. E infatti oltre a centurioni, cavalli e bighe c'erano pure gli elefanti.
E' a giudicare dalle urla che arrivavano dall'interno, o stavano ammazzando i cristiani o la gente si stava divertendo davvero un sacco. O entrambe le cose.
Noi nel dubbio evitiamo accuratamente l'area attorno all'arena, troppo affollata per i nostri gusti, facciamo un rapido giro per la città, e ce ne andiamo relativamente in fretta, visitandola poco o nulla.
Telefono al gestore del B&B di Montpellier che ci ospiterà stasera, L'Isoletta, per comunicargli l'ora del nostro arrivo, e scopro che è italiano. La comunicazione diventa molto più semplice, in quanto il mio francese è - a volergli fare un complimento - semplicemente penoso.


Prendiamo possesso della nostra stanza, ci rilassiamo un attimo, avessimo una birra il relax sarebbe perfetto, ma purtroppo manca, quindi, dopo una manciata di minuti ci dirigiamo verso il centro di Montpellier, e, camminando lungo le strade del centro storico facciamo arrivare l'ora di cena.
Ci fermiamo a Le Merle Blanc (22 rue Saint Firmin), un bar à vin con tavoli dalle dimensioni di un tovagliolo, ma, a parte questo, il cibo è ottimo e i prezzi ragionevoli.
Dopo cena continuiamo a camminare per le vie del centro storico, pieno di localini e di giovani (Montpellier è città universitaria), ci concediamo la nostra Leffe quotidiana, che oggi pomeriggio abbiamo saltato e, abbastanza distrutte, andiamo a dormire. 

6 mag 2015

Quattro giorni in Francia, tra Provenza e Camargue...

1° maggio: da Torino ad Avignone
Alle 8 di mattina, come previsto, sono sotto casa della bionda.
Non abbiamo orari da rispettare e nessuno che ci aspetti, quindi partire prima ci sembrava totalmente inutile.
Con tutta calma ci fermiamo in pasticceria a fare colazione, che vuoi mica affrontare il viaggio a stomaco vuoto, no?
Abbiamo deciso di fare la strade statale, sempre per il fatto che non abbiamo alcuna fretta, ma anche perché il panorama è decisamente interessante e più vario.
Quindi, dopo aver percorso l'autostrada fino ad Ulzio, entriamo in Francia dal Monginevro.
Anzi, entriamo in una nuvola che staziona sul Monginevro, e l'idea del panorama va un po' a farsi benedire. 


Sulla strada che porta a Briançon ci troviamo davanti due furgoni che mantengono una velocità di crociera di 40 km/h. E va bene che non abbiamo fretta, ma insomma...
Per fortuna dopo un po' i due furgoni si scavano dal cazzo e noi possiamo aumentare un po' la velocità. Nel frattempo si è messo a piovere, così ho potuto constatare che i sensori pioggia di cui è dotata la mia macchina nuova funzionano (son cose).
A Chorges ci fermiamo per un buon caffè. Piove e ci sono 8 gradi. 
Ripartiamo e dopo una settantina di km arriviamo a Sisteron, dove abbiamo programmato una sosta.


Sisteron, dice Wikipedia, è situato sulle rive del fiume Durance e si trova a 133 km da Marsiglia, a 145 km da Grenoble ed a 180 km da Nizza.
Soprannominato la porta della Provenza, è posto sul confine del Delfinato. Possiede numerosi monumenti tra cui la Cittadella ed una cattedrale del XII secolo. La città è meta di numerosi turisti attirati dal suo patrimonio artistico, dalla possibilità di svolgere sport fluviali e dal clima mediterraneo, circa 300 giorni di sole all'anno.
Mi sembra superfluo specificare che la giornata di oggi rientra tra le altre 65. 
Però non piove tantissimo, e decidiamo di fare un giro per la cittadina, che è molto graziosa.


Ci fermiamo a pranzo alla Brasserie L'Entre Potes, che propone il piatto del giorno a 10€. Oggi è il giorno della tajine d'agnello con terrina di melanzane accompagnate dal tabulè. Insomma, una cosina leggera per sfuggire all'inedia sempre in agguato... (ehm).
E, come da tradizione, essendo il primo maggio, al momento di pagare ci hanno regalato un mazzo di mughetti portafortuna.


Usciamo dal locale e la pioggia è aumentata. Saltiamo il giro alla Cattedrale in quanto molto chiusa e torniamo in macchina per proseguire il nostro viaggio, questa volta senza più soste intermedie, e, attraversando Forcalquier decidiamo che ci fermeremo al ritorno. Attraversiamo il Parco del Verdon e finalmente arriviamo ad Avignone.
A sud di Sisteron, lungo la strada, si può ammirare (anche se da lontano) sulla sinistra, la formazione rocciosa detta "les penitents". L'erosione di acqua e vento ha conferito alle rocce la forma di monaci incappucciati, e la leggenda narra che si tratta di frati pietrificati a seguito dei peccati commessi.




Il nostro B&B (Carrè Cardinal) si trova fuori dal paese, precisamente a Villeneuve-lès-Avignons e noi rimaniamo piacevolmente sorprese nel constatare che il paesino è delizioso.
Prendiamo possesso della nostra stanza, all'interno del cortile di una costruzione del XIV secolo, ristrutturata con cura, spaziosa, pulita e luminosa.
Sul tavolo ci hanno fatto trovare, oltre ad un paio di bottigliette d'acqua, un sacchettino con dei biscottini e due sacchettini di lavanda. Che a volte basta davvero poco per fare una bella impressione.

Posiamo le borse in camera e ci dirigiamo verso Avignone, lasciamo l'auto in un parcheggio coperto e ci muoviamo alla scoperta della città. Ero stata ad Avignone parecchi anni fa, ma proprio di passaggio. Il palazzo dei Papi è semplicemente maestoso. Peccato che ad un certo punto abbiano deciso di tornare da noi. Ci accontentiamo di guardarlo solo dall'esterno, in compenso scegliamo di visitare il famoso Ponte di Avignone (ingresso 5.00€) che è in ristrutturazione, e se ne può visitare solo una parte.


Camminiamo senza meta lungo strade e stradine, e, prima di scegliere il ristorante per la cena, ci concediamo quello che, ogni volta che io e la bionda ci troviamo in Francia, è diventato il nostro rituale: una Leffe alla spina comodamente sedute nel dehor di un bar.
Consultiamo Tripadvisor e, siccome il ristorante che avevamo scelto era pieno, il proprietario ci ha consigliato o la pizzeria di fronte (come dire, anche no) o Chez Ripert. Ovviamente ripieghiamo su quest'ultimo. Il locale è carino, il cibo è buono, il servizio pure e alla fine abbiamo mangiato bene senza spendere troppo.
E direi che per oggi posso fermarmi qui.

30 apr 2015

Onthakan


Che - anche se potrebbe sembrare - non è un insulto in un vecchio dialetto calabro/veneto, bensì il titolo di un film del 30° TGLFF, iniziato ieri. 
Anzi, del film che la nostra Tiz ha avuto il piacere di vedere, per noi, per voi, per tutti. 
Io quest'anno del festival non vedrò nemmeno un film, complice la gita fuori porta di cui parlavo ieri, il fatto che ieri sera non avevo voglia e che questa sera c'ho da fare.
Adesso vi metto la scheda "ufficiale" del film, poi, alla fine, troverete la recensione della Tiz.
Onthakan (The Blue Hour)
Thailandia, 2015, HD, 99', col. - regia: Anucha Boonyawatana
Per il timido Tam la vita è un vero inferno: a scuola è vittima del bullismo dei compagni e a casa il padre si accanisce su di lui in modo violento. Quando online conosce Phum, decisamente più scafato, gli dà appuntamento per un po' di sesso. Sorprendentemente non solo funziona l'attrazione fisica ma nasce anche un Thai mood, un onirico, mutuo stato d'animo che coinvolge entrambi: Tam, per la prima volta, si sente al sicuro tra le braccia di qualcun altro, trovandovi il rifugio che per lungo tempo ha cercato. I loro incontri si svolgono in una discarica e in una piscina derelitta, disturbante universo parallelo, popolato di spiriti e incontri pericolosi, sempre in bilico sul filo sottile che separa il sogno dall'incubo. Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror. Sorprendente debutto alla regia di un regista thailandese poco più che trentenne, che mescola con abilità generi e convenzioni cinematografiche.
Ecco. 
Solo a leggere "Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror" ho provato un brivido. Colpa di "immaginifico", fondamentalmente.
Ma, siccome il film non l'ho visto, ecco cosa ci dice la Tiz al proposito:
■ ■ ■ ■ ■
Primo film al Tglff del 2015!
Sappiate che, mentre ero in coda per la sala 3, mi è passato vicino Fassino, son emozioni! 
Allora, questo film vince il premio della Peggiore ambientazione in un paese magnifico (la Thailandia).
I due ragazzi protagonisti, Phum e Tam, il primo un po' più scafato, mentre il secondo è vittima di bullismo e oppresso da una famiglia che non lo capisce, si trovano per il primo appuntamento in una casa fatiscente e in orribile cemento, con una piscina semipiena di acqua piovana sporca. La piscina è vecchia e incrostata, e sulle sue pareti le incrostazioni hanno una vaga forma umana, quasi dei Banskj fatti male.
I due ragazzi comunque non ci fanno caso e si piacciono abbastanza, fanno un po' di tenero sesso e anche il bagno nell'acqua sporca e si immergono, per guardare il cielo da sott'acqua.
Qualche giorno dopo Phum va a prendere Tam e lo porta in una.... discarica. La colonna sonora è il ronzare delle mosche. Qui Tam vede un cadavere e colpisce in testa uno che gli stava sparando. (??) I due comunque amoreggiano sotto i tendoni lerci di una sottospecie di casupola, sempre nella discarica. 
Poi, piuttosto confusamente, con andirivieni nel tempo buoni solo a confondere, l'azione si sposta in dei cessi in disuso, dove alle pareti ci sono gli stessi pseudo-banskj vagamente horror in sottofondo. 
Accadono cose con una lentezza esasperante, sfioro l'abbiocco più volte, Tam torna a casa e scopre che la sua famiglia è stata sterminata, e noi capiamo che il tizio che gli sparava nella discarica era il padre...
Però i ragazzi alla fine fanno il bagno nell'acqua limpida del mare.... NO! 
Lo fanno nell'acqua marron-fangosa di uno specchio d'acqua non ben identificato. 
Film inutile, noioso, confuso, ambientato nella peggiore Thailandia mai vista.
Voto 1.


29 apr 2015

On y va


Venerdì io e la bionda ci concediamo un breve week end fuori porta. 
Così posso collaudare Clio 5th e sfoggiare i suoi orribili cerchi in lega anche fuori confine. Sperando che non mi arrestino per oltraggio al paesaggio.
E tornare a parlare un po' di viaggi, che anche se non sono una travelblogger col pedigree, il fatto che mi piaccia viaggiare credo non sia un segreto per nessuno. 
L'idea mi/ci è venuta all'inizio di febbraio, quando il mio CRAL mandò una mail in cui proponeva una "gita in Camargue". Il fatto che nell'oggetto avessero scritto CamarQue non l'ho fatto pesare, ma l'idea di partire intruppate in un autobus con una miriade di colleghi a fare il GruppoVacanzePiemonte nella mia personale classifica di gradimento si posiziona all'incirca fra l'ascoltare un comizio di Salvini e il leggere un libro di Federico Moccia. 
Però.
Considerato il nostro amore per la Francia, ci siamo dette "perché non facciamo anche noi un giro simile, senza autobus e sbattimenti di maroni vari?".
Detto, fatto.
Fra le altre cose il mio Cral ha poi annullato la gita. Forse perché quando è stata ora di cercare una sistemazione alberghiera, alla voce camarQue non ha trovato nulla, va a sapere. 
Abbiamo prenotato 3 notti in 3 (apparentemente) deliziosi B&B di, nell'ordine, Avignone, Montpellier e Arles, tutti con parcheggio e colazione compresa, che si sa, ci piace  trattarci bene.
Venerdì partiamo, lunedì torniamo. 
So già che non vedrò un fenicottero nemmeno a pagarlo, ma immagino che riuscirò a sopravvivere.
Nel frattempo ho un appuntamento con i chirurghi plastici dell'Ospedale Mauriziano di cui per ora non dico nulla perché non so esattamente cosa aspettarmi. Ma, siccome lo so che siete una banda di malpensanti, sappiate che:
a) non ho intenzione di farmi le labbra come due canotti, 
b) non mi rifaccio le tette, 
c) non mi faccio liposucchiare la cellulite, per quanto quest'ultima non sarebbe nemmeno un'idea malvagia. 
Su Instagram avrò modo di sfrancicare i maroni con un tripudio di paesaggi francesi a tutti quelli che mi seguono, mentre tutti gli altri dovranno aspettare il mio ritorno. 
O iniziare a seguirmi su Instagram.

27 apr 2015

Sarà il mio tipo?

Vedendo il trailer di questo film, il cui titolo originale è "Pas son genre", si può facilmente pensare - grazie anche all'italica traduzione del titolo - di trovarsi di fronte all'ennesima commedia sentimentale francese divertente e leggera.
E invece no.
Nel senso che sì, è una commedia sentimentale francese, ma non così divertente, e non così leggera.
Il regista belga Lucas Belvaux, la cui filmografia mi è totalmente sconosciuta, dirige questo film sulla coppia e le sue dinamiche, partendo da due figure diametralmente opposte.
Da una parte il giovane Clement, parigino DOC, insegnante di filosofia, impegnato, insegnante (di filosofia, ça va sans dire), che non crede nella coppia e disquisisce di Kant e Zola come fosse Antani, dall'altra Jennifer, dolce parrucchiera che legge romanzi rosa e rotocalchi, sa tutto su Jennifer Aniston e nei week end si diverte al karaoke con le amiche. 
Clement viene improvvisamente trasferito dalla sua amata Parigi ad Arras, nel nord della Francia. Tenta invano di opporsi spiegando che lui lontano da Parigi si sente morire, ma inutilmente.
Complice un taglio di capelli conosce Jennifer, e non sappiamo se per noia o per curiosità, l'uomo la invita ad uscire. 
Assistiamo così all'incontro di due esistenze che non hanno nulla in comune, se escludiamo quella strana chimica dei corpi che notoriamente se ne frega di estrazioni sociali, convinzioni politiche, credo religiosi e affinità elettive. 
Ma può la sola passione superare queste differenze?
Ovviamente Belvaux non ha la risposta (e nemmeno io, aggiungo).
E, mentre osserviamo l'evolversi (o l'involversi) della storia tra Clement e Jennifer, proviamo ad immedesimarci in entrambi, arrivando alla fine con un po' di amaro in bocca.
I protagonisti sono bravi e convincenti, Clement è interpretato da Loic Corbery (de la Comedie Francaise), mentre Jennifer è Emilie Dequenne, ovvero la Rosetta dei Fratelli Dardenne. 



Go on now go, walk out the door, 
Just turn around now, 
'cause you're not welcome anymore, 
Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye, 
You think I'd crumble? 
You think I'd lay down and die? 
Oh no not I, I will survive, 

22 apr 2015

CITIZENFOUR

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Questa recensione è stata criptata per impedire che la National Security Agency possa accedervi, scoprendo chi sono, da dove digito, quando, come, perché, con chi e cosa ho mangiato questa sera, e quanto ho pagato. Ma soprattutto, potrebbero scoprire cosa ho visto al cinema. 
Perché, dopo la visione di Citizenfour, documentario con cui Laura Poitras ha vinto l'Oscar all'ultima edizione, qualche paranoia inevitabilmente ti viene.
Citizenfour è lo pseudonimo usato da Edward Snowden per mettersi in contatto con la regista all'inizio del 2013, attraverso messaggi criptati, in quanto la donna era già sotto controllo per i suoi precedenti lavori: un film sulla guerra in Iraq nel 2006 e un altro su Guantanamo nel 2010.
Promettendole rivelazioni sconcertanti sulla violazione dei diritti alla privacy perpetrati dalla NSA ai danni della popolazione americana e non solo, la talpa e la regista riuscirono ad incontrarsi in una stanza di albergo di Hong Kong, dove, assieme al reporter del Guardian Glenn Greenwald, Edward Snowden, per una settimana, racconterà, documenti alla mano, il sistema con cui l'NSA controlla telefonate, sms, e.mail non solo degli americani, ma di cittadini (e governi) di tutto il mondo. Il "grande fratello" globale che Snowden, dipendente della Booz Allen Hamilton prestato alla NSA vuole rendere pubblico.
Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Guardian scoppia lo scandalo (che ben presto si ripercuote in Europa quando si scopre che anche la Merkel era stata intercettata) e Snowden,  in base ad una legge risalente alla prima guerra mondiale, viene incriminato con l'accusa di spionaggio, ma, grazie all'intervento di Julian Assange - che cerca inutilmente di farlo arrivare in Ecuador - riesce ad ottenere paradossalmente asilo politico a Mosca.
Un documentario con la tensione di un thriller.
Assolutamente da vedere. 

21 apr 2015

habemus clio

Domenica a Torino è iniziata l'ostensione della Sindone, e, siccome non mi piace essere da meno, ieri sera sua ex bionditudine mi ha accompagnato alla concessionaria a ritirare l'automobile nuova, arrivata - come promessomi - prima della fine del mese, in modo che pure io possa esibirmi nell'ostensione nell'ostentazione della mia nuova (e quinta) Clio.
Ostentazione in quanto essa, di un sobrio ed elegante grigio "cassiopea" come si addice ad ogni donnino di classe come la sottoscritta, è dotata di quattro orribilissimi cerchi in lega che farebbero la gioia di ogni tamarro con la T maiuscola che popola questa città e le zone limitrofe. 
Allora.
La mitologia vuole che Cassiopea, oltre ad essere la mamma di Andromeda, fosse molto vanitosa. 
L'astronomia insegna invece che Cassiopea è una costellazione settentrionale, di facile riconoscimento grazie alla sua figura a zig-zag (che non credo sia un termine altamente scientifico, ma non importa) ecc,ecc.
Qualcuno adesso sarebbe così gentile da spiegarmi cosa cazzo c'entra Cassiopea con il colore grigio? Così, giusto per capire. 
E, già che ci siamo, visto che io  non ne ho mai riconosciuto l'appeal né ne comprendo l'utilità intriseca e/o estrinseca, mi spiegate il valore aggiunto di un cerchio in lega, non necessariamente zarro come quelli di cui da ieri dispongo pure io? 
Se qualcuno si stesse per caso domandando per quale motivo io abbia voluto i cerchi in lega non fregandomene una fonchia, vengo e mi spiego: io ho "scelto" tra le vetture in pronta consegna. quella che più si avvicinava alle mie necessità, perché se avessi ordinato quella che volevo e come la volevo, la consegna slittava drammaticamente a fine maggio/metà giugno. E non avevo nessuna voglia di aspettare tutto quel tempo. 
Quindi, considerato che il modello con caratteristiche e motorizzazione, cazzi, mazzi e palazzi che più si avvicinava ai miei desideri aveva pure i cerchi in lega, ho deciso che in fondo, ok, che sarà mai?
Ma voi non potete capire quanto siano tamarri. 
Quindi, se vedete una signora di mezza età alla guida di una Clio color grigio cassiopea con dei cerchi in lega degni di Jersey Shore, ecco, sono io.
E l'ostentazione della Clio.


20 apr 2015

ma che bella sorpresa

si fa per dire, eh?

Non che mi aspettassi chissà cosa e ci sia rimasta male, sia chiaro.
Che va bene che son stupida, ma insomma, pur sempre fino ad un certo punto. 
Comunque.
Professore milanese trapiantato a Napoli torna a casa e la fidanzata gli comunica che si è innamorata di uno skipper belga, da cui aspetta pure un figlio, quindi prende e se ne va lasciandolo lì come un babbo di minchia cicciobello a cui viene tolto il ciuccio. Che, come tutti sapete, inizia a piangere.
Crisi, disperazione, sconforto, panico e tragedia, quando, una sera, o un pomeriggio, o un mattino, non è rilevante, alla porta suona una sgnacchera mai più vista che gli chiede in prestito lo zucchero, lui si innamora come uno zucchino e tempo 13 minuti e mezzo finiscono a rotolarsi fra le lenzuola. 
Lei è la donna ideale e rasenta la perfezione, ma, siccome sappiamo tutti che la perfezione non esiste, la donna è solo il frutto della fantasia di Guido, e infatti la vede soltanto lui.
Scene imbarazzanti a nastro, finché l'uomo, messo di fronte alla realtà, cerca di farsene una ragione, e vissero tutti felici e contenti.
La cosa migliore del film?
Ornella Vanoni.
E no, non sto scherzando.



17 apr 2015

mia madre

"Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare tutto!"

E, siccome sono un po' stronza pure io, pur non essendo regista, posso affermare con tronfia sicumera che a me Nanni Moretti piace. E mi è pure simpatico. Toh.
E che anche questa volta è riuscito ad infilare nel suo film una canzone che mi ha fatto venire i brividi. In Habemus Papam era stata Todo cambia di Mercedes Sosa, questa volta abbiamo Famous blue raincoat di Leonard Cohen. 
Scusate se è poco.


Non si è mai preparati alla morte della propria madre, a qualunque età questo accada. 
E Nanni Moretti, nel suo ultimo film, prova a raccontarci questa esperienza alla sua maniera, con un film intimo, toccante e commovente, dove però non mancano sprazzi di ironia e dove ci si ritrova anche a ridere più volte, grazie soprattutto ad un meraviglioso John Turturro che dà il meglio di se ogni volta che entra in scena.
Non si tratta di un vero e proprio film autobiografico, ma nella signora Ada, ottimamente interpretata da Giulia Lazzarini si possono ritrovare molte analogie con la signora Agata Apicella, madre del regista e professoressa di ginnasio, morta nel 2010, mentre Moretti era alle prese con il montaggio di Habemus Papam.
Per questo film, che - vale la pena ricordarlo - sarà in concorso al prossimo festival di Cannes assieme ai film di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, Moretti si ritaglia un ruolo defilato, quello di Giovanni, il fratello della protagonista Margherita, una regista in crisi durante le riprese del suo ultimo film, ambientato in una fabbrica occupata, e interpretato dall'attore americano Barry Huggins (John Turturro, l'attore che interpreta l'attore), personaggio istrionico e indisciplinato, che dimentica le battute e non riesce a pronunciarle decentemente.
La donna si divide, sempre più combattuta e insicura, tra il suo lavoro e il suo ruolo di figlia nelle frequenti visite all'ospedale, per accudire la madre ricoverata, scoprendo, in un'alternanza di passato, presente ed immaginazione, molte cose sulla donna che ignorava, dall'amore per le cucine esotiche ai contatti umani mantenuti con gli ex allievi, fino ai segreti amorosi della nipote Livia, sua figlia. 
Margherita Buy, che interpreta Margherita, è l'alter ego di Moretti, con i dubbi, gli scoppi d'ira, il carattere difficile e le domande tipiche morettiane, come quando, dopo aver dato lo stop ad una scena chiede "Ma lui vorrebbe essere il poliziotto o l'operaio? Vuole picchiare o essere picchiato?"
Non sappiamo se Moretti sia riuscito a "rompere almeno uno dei suoi duecento schemi", come fa dire al suo personaggio mentre si rivolge alla sorella, ma, se anche così non fosse, a noi in fondo va bene lo stesso.





















"Ti prendono a piccole dosi perché si sentono a disagio con te"

15 apr 2015

art is long, life is short

Ieri sera io e la bionda, che nel frattempo non è più bionda e fra parentesi è fighissima, siamo andate a vedere questa cosa qua, su vita opere morte e miracoli di Van Gogh, Vincent per gli amici.
Perché ci sembrava molto interessante, e infatti lo è stato, e la sala era piena.  
Quando andai al Van Gogh Museum, forse era il 1991, rimasi colpita, più che dai famosissimi girasoli o dai campi di grano, da questo dipinto, che all'epoca riuscii pure a fotografare:


Il film racconta, tramite i curatori del Van Gogh Museum di Amsterdam, oltre al nuovo e imponente allestimento del museo, la vita del famoso pittore, dall'infanzia alla morte, passando per gli innumerevoli scambi epistolari che ebbe con l'amato fratello Theo, dal momento in cui decise di diventare un artista, con l'ossessione che metteva in ogni cosa che decideva di fare, dallo studio dei testi sacri alla ricerca di un suo stile, dall'amicizia con Toulouse Lautrec fino all'idea di formare una congregazione di artisti, tentativo iniziato con Gauguin, che visse per due mesi con Van Gogh in una grande casa gialla ad Arles, nel sud della Francia, convivenza che per diversi motivi, non ultimo il pessimo carattere attribuito a Van Gogh, si concluse con il tanto famoso quanto misterioso incidente all'orecchio.


E tra una ricostruzione - grazie ad un Van Gogh interpretato da Jamie de Courcey impressionante per la somiglianza con il Van Gogh che conosciamo attraverso i suoi innumerevoli autoritratti - e l'altra ci vengono mostrate, in maniera accessibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori, cose sulla vita dell'artista, sfatando luoghi comuni e scoprendo la complessa personalità dell'uomo, tra conflitti e paure, ispirazioni e difficoltà quotidiane, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, caratterizzati dalla malattia misteriosa di cui soffriva. C'è chi parla di epilessia, chi di schizofrenia, chi di porfiria, ma nessuna diagnosi esatta è nota. 
Fino a quel colpo di pistola che lo portò alla morte, il 29 luglio 1890, 125 anni fa, 


Il fratello Theo morì appena sei mesi dopo di lui e la moglie decise di trasferire la salma nel piccolo cimitero di Auvers-sur-Oise, paese dove Van Gogh trascorse i suoi ultimi mesi di vita.