7 nov 2016

La ragazza senza nome, il film senza empatia.


I fratelli Dardenne, di cui non sono certo la più grande estimatrice, tornano a due anni da "due giorni, una notte", ambientando il loro ultimo lavoro nella periferia di Liegi.
Protagonista è la dottoressa Jenny Davin, che presta servizio in un ambulatorio a tariffa minima, ma che è in procinto di trasferirsi in una prestigiosa clinica cittadina, dove ha ottenuto un incarico di rilievo. 
Una sera, quando l'ambulatorio è già chiuso, qualcuno suona il campanello, ma lei vieta allo stagista che lavora con lei di aprire, in quanto - appunto - l'ambulatorio è chiuso da un'ora.
Il giorno dopo viene avvicinata da un ispettore di polizia che le chiede di visionare i filmati delle telecamere, perché vicino all'ambulatorio è stato trovato il cadavere di una donna priva di documenti.
Jenny, guardando i filmati, realizza che la donna morta è quella a cui non aveva aperto in ambulatorio. Divorata dal senso di colpa, la monoespressiva dottoressa inizia ad indagare al posto della polizia.
Per carità, tutto molto bello, tutto molto legittimo, ma, in qualche modo, dovrebbe essere anche tutto molto toccante. E invece.
Diciamo che ci sono N via di mezzo tra il non aprire la porta di un locale oltre il suo orario di apertura e il trasferirsi a dormire nell'ambulatorio.
Il film dei Dardenne è senz'altro un film contro l'indifferenza generalizzata, che non riesce però ad arrivare al cuore, lasciandoci, alla fine, abbastanza indifferenti.

25 ott 2016

I, Daniel Blake



Ad.un film di Ken Loach non si dice mai di no, e il fatto che l'ultimo lavoro del regista britannico abbia vinto la palma d'oro all'ultimo festival di Cannes è sicuramente un valore aggiunto, anche se - diciamocelo - i film di Ken Loach si guardano a prescindere dal palmares. 
Il vero valore aggiunto è dato dal fatto che sia arrivato al Centrale in v.o., perché, se i film di Ken Loach si guardano a prescindere, vederli, ma soprattutto ascoltarli in v.o. è tutta un'altra storia.
E così, sabato pomeriggio, siamo entrate in sala, e, all'uscita abbiamo decretato che trasferirsi nella terra d'Albione potrebbe rivelarsi una pessima idea.

Siamo a Newcastle, dove vive Daniel Blake, qualificato carpentiere, lavoratore indefesso, ma convalescente a seguito di un infarto. I medici stabiliscono che non può ancora riprendere a lavorare, in quanto le sue condizioni fisiche non glielo permettono. Nonostante questo, a causa di un'errata valutazione, gli viene negata l'indennità di malattia, e l'uomo si vede costretto a cercare un lavoro - che non potrà comunque accettare - per ricevere il sussidio di disoccupazione, in attesa che venga accolto il suo ricorso per vedersi riconosciuta l'indennità di malattia.
Durante una delle innumerevoli visite al centro per l'impiego incontra Kate, giovane ragazza madre trasferitasi a Newcastle da Londra, anche lei alla ricerca di un lavoro. Tra i due nasce un'amicizia e Daniel cercherà di aiutare in tutti i modi Kate a sistemare la topaia in cui vive con i due figli.


I, Daniel Blake è un film tanto bello quanto triste, che ci mostra le  complesse assurdità di un sistema che, con le sue paradossali quanto ingiuste regole burocratiche/informatiche, riesce a scoraggiare ed ostacolare il cittadino, invece  di aiutarlo. nel momento stesso in cui ne avrebbe bisogno.
Ken Loach dirige, ancora una volta senza fronzoli e senza cadere nel patetico, una pellicola cruda e potente.

21 ott 2016

American Pastoral




...Dream when the day is through,
dream and they might come true,
things never are as bad as they seem,
so dream, dream, dream...

Non posso dire "era meglio il libro" perché tanto per cambiare il libro non l'ho (ancora) letto, ma hai visto mai che magari adesso lo inizio.
Posso dire che in merito all'esordio alla regia di Ewan McGregor non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma in linea di massima, va a sapere perché, le peggio cose. 
E invece.
EMG se la cava dignitosamente, sia come regista, sia come attore (è lui lo svedese), Jennifer Connely è... dio, ma quanto è bella Jennifer Connely? Non si capisce. 
Dakota Fanning non delude, anche quando diventa giaina e il suo "non ci laviamo per non fare male all'acqua" mi ha fatto finalmente capire che nel mio ufficio di giainisti ce ne sono almeno una mezza dozzina.
Mi sfugge il motivo di distribuire un film doppiato (maluccio, as usual) mantenendo però il titolo originale, ma in fondo, sti cazzi.
In ogni caso Pastorale Americana  American Pastoral mi è sembrato un film interessante, nel raccontare la vita imperfetta di una famiglia che ha tutte le carte in regola per essere perfetta, perchè, come sempre, la vita se ne frega.
In un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto.

11 ott 2016

wake me up when september ends

Dice che settembre è già finito. 
Da un pezzo pure.
Sì, me ne sono accorta. Perché ho dovuto rimettere le calze. E le scarpe chiuse. E abbandonare i sandali, che devo ancora pulire e ritirare, ma forse c'è tempo, tanto non vanno da nessuna parte. Devo fare il cambio degli armadi. Ovviamente non ne ho voglia. E penso a tutti quelli che "oh, finalmente è arrivato il freddo, la pioggia, le foglie marce per terra, a nascondere le merde umide di cane, che beeeeello!". Ho sempre pensato che a noi, nati in estate, l'autunno si addica poco, come una giacca troppo larga o un paio di scarpe troppo strette. Non ne sentiamo il bisogno, non vediamo l'ora di togliercelo da dosso, per rimetterci comodi, per stare bene, per stare meglio. E aspettiamo con ansia, o forse terrore, il cambio dell'ora, quell'ora solare che di solare ha solo il nome, perché usciremo di casa che è ancora buio e torneremo a casa che è già buio. Mi chiedo cosa ci sia di bello in tutto questo, io, che torno a casa la sera, mangio qualcosa aprendo il frigo e poi mi metto sul divano con la copertina di pile pelosa e la gatta (pelosa anche lei) a dispensare fusa e leccate sul naso. 
Chi mi segue su Instagram e su FB si sarà accorto anche che sono stata in ferie, in Andalusia, con toccata e fuga a Valencia (da cui partiva il nostro volo).
Abbiamo fatto - per fortuna - pochi km (2000) su una scomodissima Panda, e questo è stato l'itinerario: 
- da Valencia a Cordoba 
- da Cordoba a Siviglia
- da Siviglia a Tarifa passando per Cadice
- da Tarifa a Malaga passando per Ronda
- da Malaga a Granada passando per Nerja e Firigliana,
- da Granada a Valencia


Posso partire con le banalità? 
L'Andalusia è bellissima, il clima fantastico, la birra ghiacciata ed economica, il cibo ottimo e la gente splendida.
Mi sono innamorata di Siviglia, dove potrei andare a vivere la settimana prossima, e ho sviluppato una dipendenza per le Berenjenas Fritas con Miel de Caña, che sono sicura piacerebbero anche alla Tiz nonostante la sua avversione nei confronti delle melanzane. A dirla tutta nemmeno io ne vado pazza, e pensavo che la loro unica ragione di esistere fosse nella parmigiana. E invece. 
A parte le melanzane, che sono una specialità andalusa che non ci siamo fatte mancare praticamente mai, abbiamo mangiato bene direi ovnque. Dalle degustazioni di tonno del Restaurante El Ancla (per non parlare della loro strepitosa crema catalana) al menu "alla cieca" di Casa Maria a Ronda, dove tu dici soltanto se c'è qualcosa che non mangi e/o a cui sei allergico e poi ci pensa (benissimo) lo chef, alle porzioni "generose" di Granada, dove due volte siamo andate a cena e due volte siamo tornate in camera con la doggy bag. Aver scelto di soggiornare in un piccolo appartamento con cucina è stato assolutamente provvidenziale! 

Mirador Parasol - Sevilla

Ho.adorato la Mezquita de Cordoba, l'Alcazar di Siviglia e, ovviamente, l'Alhambra a Granada, anche se, a dirla proprio tutta, probabilmente l'Alcazar, che se la tira meno e non devi comprare i biglietti di ingresso con mesi di anticipo mi è piaciuto di più.

Mezquita - Cordoba
Alcazar  -  Sevilla
Alhambra - Granada (dai giardini del Generalife)
I posti in cui abbiamo dormito - tutti scelti su Booking - erano dignitosamente carini. La stanzetta a Tarifa (Hostal el Levante)  - fuori dal centro, sulla statale Carretera Nacional 340 - aveva una piccola veranda su un grande giardino, e, soprattutto, il parcheggio gratuito e un bar che offriva colazioni spartane ed economiche e che, a differenza dei locali in paese, apriva prestissimo!
A Tarifa abbiamo avuto la fortuna di trovare un paio di giorni senza troppo vento, approfittandone per stare in spiaggia. Il primo giorno a Playa de Bolonia, dove, oltre alla duna di sabbia alta 30 metri, su cui noi naturalmente siamo salite per ammirare il tramonto, si trovano le rovine della città romana di Baelo Claudia, da visitare assolutamente, anche perchè i cittadini UE entrano gratis (non che altrimenti ci si sveni, dato che il biglietto costa solo 1.50€).

Duna de Playa de Bolonia

Baelo Claudia

La.mattina in cui siamo ripartite abbiamo avuto un problema con scomodissimapanda. Nel senso che la chiave ha smesso di funzionare e noi siamo rimaste chiuse fuori, con sua bionditudine che diceva "sono cose che capitano" e io che bestemmiavo in andaluso, perché a me non sono mai capitate. La gentilissima proprietaria dell'hostal ci ha accompagnate in un negozio di ferramenta in paese, dove il gestore ha smontato la chiave, totalmente ossidata (qualcuno ci ha sicuramente fatto il bagno, non vedo altre spiegazioni), l'ha pulita, ha sostituito la pila e ce l'ha riconsegnata. Siamo tornate al Levante incrociando le dita. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto la chiave ha ripreso a funzionare - non benissimo - e noi abbiamo potuto ripartire, evitando, da quel momento, di chiudere scomodissimapanda per evitare di rimanere nuovamente chiuse fuori come due imbecilli. 
Nel tragitto da Malaga a Granada ci siamo fermate a Nerja, che a sapere che c'era un'acqua così trasparente ci saremmo attrezzate col costume, quindi a Firigliana un delizioso paesino arroccato nell'interno, dove ci siamo fermate a pranzo in un ristorantino in cui, dopo poco, il dehor è stato invaso da un tamarrissimo matrimonio inglese, con gli sposi arrivati su una porsche carrera cabrio, gli invitati abbigliati in maniera imbarazzante, e... la banda! che, per carità, suonava benissimo, ma signori miei, la sofferenza! E pensare che noi avevamo scelto quel locale proprio perché era un po' lontano dal centro, in una bellissima piazzetta deserta! Siamo uscite con le orecchie a pezzi e ci siamo rimesse in marcia... 
Ovviamente siamo salite su tutte le torri/campanili possibili immaginabili, perché ci piace sempre arrampicarci - faticosamente - da qualche parte per osservare il panorama dall'alto, Abbiamo camminato tantissimo: il contapassi installato di default sul telefono ha stabilito una media di 13km al giorno. Spero sempre che da grande mi vengano le chiappe sode come il marmo, va a sapere! 

Nerja

Nerja
Che altro aggiungere?
Che il viaggio in quelle zone della Spagna era in stand by da un sacco di tempo, e finalmente ce l'ho fatta, e sono molto molto soddisfatta, perché - casomai non si fosse capito - a parte scomodissimapanda, sono stata/siamo state davvero bene. E, viaggiando con Ryanair e bagaglio a mano, mi sono pure dovuta limitare nello shopping sfrenato. 

6 ott 2016

I Magnifici 7


Antoine Fuqua torna a dirigere, a 15 anni da Training Day, Denzel Washington e Ethan Hawke, dedicandosi al remake multietnico del film del 1960, e, oltre ai due "pezzi grossi" recluta Chris Pratt (che, oltre a ricordarmi mio cugino Enrico, mi ha fatto passare tipo tutti i 130 minuti del film a chiedermi chi fosse), Vincent D'Onofrio, che non ha bisogno di presentazioni, Lee Byung-hun, un coreano che ha due lauree e ha debuttato con Park Chan-wook, quindi Manuel Garcia-Rulfo, uno con la faccia da Colin Farrell messicano, nell'incredibile parte del messicano, e, last but not least, Martin Sensmeier, nel ruolo di Red Harvest, che, signori miei, c'ha due spalle che... no, niente. Comunque, fossercene di più in giro. 



Sì, lo so, lo so, ho sempre detto che gli uomini coi capelli lunghi non mi piacciono, ma ci sono pur sempre le eccezioni, no? E, oltre a Brad Pitt in "Vento di Passioni" adesso c'è anche Sensmeier. E comunque nel film ce li ha corti, ed è figo uguale. Sia dipinto sia no.
Ovviamente non vi sto a parlare del film, che tanto è un remake e la storia alla fine è sempre quella, siamo in California verso la fine del 1870 o giù di lì e ci sono un gruppo di buoni (non proprio buonissimi), nello specifico sette, che decidono di salvare gli innocenti abitanti di Rose Creek dai soprusi del cattivo di turno, tale Bartholomew Bogue, interpretato da Peter Sarsgaard.
Nel film c'è anche Matt Bomer, ma purtroppo muore praticamente durante i titoli di testa, Ed è proprio la sua vedova, alla ricerca di giustizia e, perché no? vendetta, a convincere  Sam Chisolm (Denzellone nostro), di passaggio a Rose Creek, ad aiutarla.


Ci saranno sicuramente i puristi di sto cazzo del western a dire che era meglio la versione del 1960, ma a me Fuqua alla fine non dispiace praticamente mai. Riesce a realizzare dei prodotti onesti senza pretendere di spacciarli per capolavori della settima arte, e la bionda ed io siamo uscite dalla sala soddisfatte, perché abbiamo visto il film che ci aspettavamo di vedere.
Denzel Washington, a (quasi) 62 anni fa sempre la sua porchissima figura, e anche Ethan Hawke, nonostante sia sempre più "stropicciato", è comunque sempre affascinante,

13 set 2016

Un padre, una figlia (Bacalaureat)

Prendi una famiglia borghese della Romania dei giorni nostri: un marito (Romeo), una moglie (Magda), una figlia. Lui è un affermato medico, lei una bibliotecaria amareggiata, la figlia una studentessa modello, che grazie ai suoi risultati scolastici ha vinto una borsa di studio per poter frequentare l'università in Inghilterra, ma ovviamente prima dovrà sostenere l'esame di maturità. 
Ma, pochi giorni prima dell'inizio degli esami la ragazza, Eliza, subisce una misteriosa aggressione, che le procurerà un leggero stato di choc e una lussazione al polso.
Il padre inizia a veder sgretolarsi il futuro roseo che aveva prospettato per la figlia e inizierà ad escogitare ogni tipo di sotterfugio per fare in modo che la ragazza possa trovare il suo posto nel mondo. Quel mondo che, restando in Romania, le sarà precluso. 


Rumore di un vetro in frantumi. Qualcuno ha tirato una pietra e spaccato il vetro di una finestra. Comincia così l'ultimo film di Cristian Mungiu, che arriva a 4 anni di distanza da "Oltre le colline" e che all'ultimo festival di Cannes ha vinto il premio per la miglior regia. Comincia così e fino alla fine ti spinge a credere che stia per succedere qualcosa di brutto, nel senso più tragico del termine, e invece non succede "niente" di eclatante, ma al contempo succede di tutto, in quei pochi giorni che coincidono con le prove scritte degli esami di Eliza, in cui Romeo, padre, preoccupato più per il futuro di Eliza che per Eliza stessa inizia a comportarsi in un modo a lui non consono. Attenzione, non sto dicendo che Romeo è un eroe senza macchia e senza paura, anzi. Alla fine il matrimonio è pura facciata, e il rapporto con la moglie, donna disillusa e al limite dell'abulia non esiste più, al suo posto l'abitudine che vira verso l'insofferenza. Ha una relazione con un'insegnante della figlia, ma anche lì, non capisci cosa provi per questa donna, esempio lampante è la sua (non)reazione all'annuncio da parte di lei di un ritardo del ciclo.  Pare che l'unico scopo nella vita sia regalare un futuro migliore a Eliza. Ma non è chiaro se Eliza sia d'accordo, anzi, facile il contrario. E si osserva Romeo muoversi in una società di persone facilmente corruttibili, di corrotti col pedigree e di corruttori spesso loro malgrado, dove l'aiutino dell'amico che deve un favore all'amico dell'amico è prassi consolidata, perché sì è sempre fatto così, e non si possono cambiare le cose.
O forse sì?


Sembra che Mungiu si limiti ad osservare e descrivere, senza prendere posizione, una realtà dei fatti che non ha bisogno di spiegazioni, e lo fa in maniera asciutta e quasi distaccata, realizzando un film che - almeno apparentemente - è meno potente dei precedenti a livello emotivo, ma che ci mostra un uomo che assiste progressivamente alla sua sconfitta, uscendone a pezzi.
Proprio come quel vetro in frantumi.




9 set 2016

The Zero Theorem
(una recensione che vale zero.
Al 100%)

Senti Terry Gilliam e pensi immediatamente a Brazil, pensi a "And finally, a wafer thin mint...", pensi a "...due a punta, due piatte e un cartoccio di ghiaia per il mio bambino!..." poi, corre l'anno 2013, e senti che Terry Gilliam presenta il suo ultimo film a Venezia. E aspetti fiduciosa.
Ma, complice la solita distribuzione a cazzo col contagocce, The Zero Theorem arriva in sala, in Italia, giusto tre anni dopo. Nel frattempo hai letto cose qua e là, e a "futuro distopico" ti son venute le bolle. Ma il cinema Massimo te lo propone una sera in versione originale,e tu, nonostante il futuro distopico (che nella stragrande maggioranza dei casi è pure dispotico) fai un eccezione e vai al cinema, portando in tasca il tuo sacchettino gonfio di pregiudizi, anche perché l'ultimo lavoro di Gilliam che hai visto era quel Parnassus tristemente rimaneggiato a seguito della prematura morte di Heath Ledger, avenuta durante una pausa delle riprese, e ricordi che eri uscita dalla sala non molto convinta.


Siamo in un posto coloratissimo e caotico che potrebbe ricordare Londra solo per i double-decker, e Christoph Waltz è Qohen Leth (Q - no U - O-H-E-N): paranoico, misantropo, asociale, vive in una chiesa sconsacrata, lavora per la multinazionale Mancom alla risoluzione, assieme a tanti altri, del Teorema Zero. Cerca invano di affermare la sua instabilità mentale per ottenere il permesso di lavorare da casa, permesso che gli verrà accordato soltanto dopo un incontro fortuito con Management, il capo supremo di Mancom, interpretato da Matt Damon in un'inedita versione Karl Lagerfeld.        
Questo desiderio deriva dal fatto che Qohen (Q - no U - O-H-E-N) deve essere a casa per rispondere ad una chiamata telefonica che aspetta da sempre, convinto che quella telefonata sia l'unico modo per trovare le risposte a tutti i suoi perché (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, ma, soprattutto, troveremo coda?).
La domanda, se l'avesse davvero fatta Qohen, sarebbe la stessa, perché lui, perennemente pervaso di pessimismo e fastidio, parla in prima persona plurale, e quando dice "moriremo tutti", non sta pensando (anche) a te, ma solo a sé stesso. 
Gli verrà affiancata un'intelligenza artificiale, con le sembianze della Dott.ssa Shrink-Rom (Tilda Swinton, nell'ennesimo ruolo eccessivamente caricaturale) e il suo lavoro, verrà interrotto dalle continue visite della bellissima Bainsley (Mélanie Thierry) e da Bob, talentuoso figlio ribelle di Management, che lo metterà in guardia sulla ragazza.
E mentre Qhoen tenta invano di risolvere il Teorema Zero, ma ogni volta “Zero è uguale al 93,789 per cento. Zero deve essere uguale al cento per cento”, le cose precipitano, e la realtà (sur)reale si mischia alla realtà virtuale, tra tramonti da cartolina e buchi neri, sotto il perenne controllo delle telecamere di Management.

The Zero Theorem è un film forse troppo ambizioso e spesso imperfetto, che sembra mettere troppa carne al fuoco, dimenticandosi di toglierla dalla griglia al momento giusto. Ma è innegabile che sia intriso di una sorta di disperazione pop, e che abbia un fascino disperato e decadente.


5 set 2016

Quando il gioco si fa duro buio...

...i lettori de Il Buio in sala iniziano a giocare.

Panorama umbro con lago Trasimeno sullo sfondo
Se non conoscete il buio in sala, e no, Leo Ortolani non c'entra, che dire? Mi dispiace per voi, ecco. Ma potete sempre porre rimedio alle vostre lacune. Oppure continuare a vivere nell'ignoranza. 
Resta il fatto che Giuseppe, il "padrone" del blog, (e se non conoscete neppure lui, vabbè, allora ciao) verso la fine di luglio ipotizzò di radunare, in un luogo X e una data Y (o Z), con il pretesto del suo compleanno appena passato un "raduno" a cui tutti i suoi lettori, fissi e occasionali, non necessariamente cinefili, avrebbero potuto partecipare. Insomma, il più classico dei blog-raduni tanto in voga negli anni passati, . 
Che tra te e te pensi "cazzo poison, c'hai un'età che anche basta con ste robe", che mi ricordo ancora un raduno in spiaggia a Ravenna - nel senso che in spiaggia ci si dormiva pure - il 14 e 15 di agosto, e io che, per tornare a Torino (il 16 avrei lavorato) ho pensato bene di accompagnare a casa degli amici di Padova e sulla strada del ritorno le due corsie dell'autostrada stavano iniziando a diventare quattro...  Questa volta non ci sono state bizzarre quanto improponibili deviazioni di percorso perché a farmi compagnia nel lungo viaggio verso l'Umbria, con me c'erano altri 3 torinesi conosciuti proprio in occasione di questo incontro. 
Siamo partiti all'alba di sabato, e devo ringraziare Roberto che è stato abbastanza puntuale per fare in modo che la partenza non avvenisse all'alba del giorno dopo (Ah. Ah. Ah). Vi ho mai detto che sono una fine umorista cialtrona col botto? Scherzi a parte il viaggio è filato liscio e i miei compagni di avventura mi sono piaciuti molto. Abbiamo in mente di riprovarci. Soprattutto perché l'agriturismo (con piscina) in cui ci ha piazzato Giuseppe è di una bellezza quasi irreale, nascosto tra colline e ulivi. Non ci fossero gli insetti, che ho passato il viaggio di ritorno a tentare di grattarmi strofinando la schiena sul sedile, roba che l'orso di revenant mi fa una pippa, sarebbe un posto perfetto. Ma già così non scherza.



Siccome ho un navigatore poratcho, quando siamo arrivati al paese non abbiamo trovato il numero civico, in compenso abbiamo trovato Aldo, un 97enne meraviglioso, che dimostrava 20anni in meno, lucido, sveglio, spiritoso e gentile. Ci ha raggiunti la mamma di Giuseppe e ci ha scortati lungo strade sterrate che per la prima volta in vita mia avrei voluto avere un pandino 4x4.
Dopo i vari ooooooooooooh, aaaaaaaaaaaaaaah, uuuuuuuuuuuuuuuuh abbiamo preso possesso del nostro appartamentino, abbiamo fatto conoscenza di un po' di gente che è riuscita ad arrivare di venerdì, e siamo tornati in paese a nutrirci (con moderazione). Il paesino, un borgo medievale inserito tra i "borghi più belli d'Italia" è, che ve lo dico a fare, delizioso. Abbiamo pranzato (in una macelleria) con un paio di taglieri accompagnati dalla torta al testo. Quando è stato il momento di andare in bagno siamo andati in Comune, e io questa cosa la trovo semplicemente bellissima.  



Siamo quindi tornati all'agriturismo, e ci siamo piazzati (quasi tutti) a bordo piscina per un paio d'ore. All'ora X siamo saliti in auto e abbiamo raggiunto, quasi senza problemi, sempre grazie al navigatore poratcho, il locale dove si sarebbe svolto tutto. Finalmente sono riuscita a dare un volto e un nome (vero) a persone con cui (qualcuna più, qualcuna meno, qualcuna magari mai) interagisco virtualmente da un sacco di tempo. Ed è una cosa che mi piace sempre davvero tanto. 
Abbiamo riso, giocato (abbiamo anche fatto una figura abbastanza barbina e mi sono resa conto, ma non che avessi dei dubbi, che per quanto riguarda il cinema sono una vera capra) scherzato, parlato, mangiato, bevuto e ancora parlato, e ancora scherzato, e ancora giocato (e ancora fatto una figura barbina, ma fa lo stesso). E, la cosa che più mi è piaciuta è che l'imbarazzo iniziale, che spesso è inevitabile non c'è praticamente mai stato. Si è creata subito un'alchimia quasi perfetta, come fosse un ritrovo tra ex compagni di scuola. E siamo stati bene, molto bene.
E se buona parte del merito è senz'altro del fantastico Giuseppe e di suo fratello  (e di tutti quelli che hanno contribuito a rendere possibile questa cosa, facendo in modo che vitto e alloggio avessero prezzi che definire popolari è riduttivo), un po' è senz'altro anche merito nostro, e della nostra passione per il cinema, che riesce ad accomunare persone diversissime tra loro, per credo politico/religioso, estrazione sociale, situazione familiare, geografica, anagrafica e stocastica, che non c'entra una minchia ma fa un certo effetto, annullando ogni possibile contrasto.




2 set 2016

il clan

s p o i l e r   f r e e

Il clan (titolo originale El clan, e stranamente per una volta non ci siamo sbizzarriti e accaniti con "una famiglia quasi perfetta" o stronzate del genere) è un film argentino (coproduzione spagna-argentina, prodotto da El Deseo di Almodovar) del 2015, diretto da Pablo Trapero, vincitore del leone d'argento lo scorso anno a Venezia, uscito la scorsa settimana nelle sale italiane. 
E io sono andata a vederlo, perché dai trailer mi incuriosiva, come mi incuriosiscono sempre i film tratti da storie vere, a prescindere dal fatto che io le conosca o meno.
Nel caso specifico la storia vera che ci viene raccontata è quella della famiglia Puccio, che, a dispetto del cognome,  non è pucciosa manco p''o cazzo.
Il clan è ambientato in un passato recente, ovvero durante la prima metà degli anni 80, quando l'Argentina era ancora governata dal Proceso de Reorganización Nacional, ovvero dalla dittatura militare autoproclamatasi nel 1976 a seguito di un colpo di stato.



Ed è in questo contesto storico, sicuramente il più buio e tragico del paese, in cui la dittatura cede il passo ad una democrazia che deve fare i conti con la sua storia recente, fatta di arresti illegali, torture, desaparecidos, voli della morte ecc. che Arquimedes Puccio, ex membro della SIDE (i servizi segreti argentini) trovandosi disoccupato, inizia, con altri due complici, la sua carriera da libero professionista del crimine, anche perché i suoi trascorsi lavorativi fanno intuire che se il  rapimento non era il suo pane quotidiano poco ci mancava.
Ma per individuare le potenziali vittime si avvale del primogenito Alejandro, valido giocatore di rugby.
E mentre tu guardi quest'uomo all'apparenza normale nella sua veste di marito e padre, ma nella realtà senza né scrupoli né emozioni (un sociopatico, in poche parole), inizialmente ti viene il dubbio che possa rapire la gente per qualche motivo politico, ma realizzi immediatamente che l'unica cosa che lo spinge ad agire in quel modo sono i soldi.
E quello che più ti "sconvolge" è che tutta la famiglia, ad eccezione forse dei due figli più piccoli, è consapevole di quello che succede, e non fa nulla per ribellarsi a quella situazione, e mentre l'ostaggio di turno urla nel suo nascondiglio in cantina, la madre cucina amorevolmente, il signor Arquimedes aiuta la figlia più piccola a fare i compiti, come nella più classica delle famiglie del mulino bianco, come se l'orrore fosse una componente normale e quasi ovvia della quotidianità della famiglia Puccio.
In un susseguirsi di salti temporali si assiste all'orrore come modus operandi generato esclusivamente
dall'avidità, senza né remore, né morale.
Bravissimo Guillermo Francella che interpreta Arquimedes Puccio.

Arquimedes Puccio

Alejandro Puccio