5 nov 2015

Viaggio in Thailandia
tra bianchi templi e fiumi (non propriamente) azzurri...

Chiang Mai, martedì 29 settembre.
Partenza alle 6.45, ma siamo riuscite lo stesso a fare colazione. Io ho pure recuperato la sciarpa che avevo dimenticato in piscina la sera prima. E, se ve lo state chiedendo (probabilmente no) sì, è sempre la stessa sciarpa che ho scordato sull'aereo a Dhoa.  
Partiamo e dopo 100 metri mi accorgo di aver dimenticato il telefono sulla panchina all'esterno dell'hotel. E, se ve lo state chiedendo (facilmente sì) sì, sono un po' rincoglionita. 
Chiedo gentilmente alla guida di tornare indietro, scusandomi tantissimo, e recupero il telefono. 
Mi vergogno anche un po', ma come sempre me ne faccio una ragione. 
Facciamo una sosta alle Mae Khajan Hot Springs, che si trovano a metà strada tra Chiang Mai e Chiang Rai. Volendo si potrebbero immergere i piedi nell'acqua (sulfurea), ma, alla prova dito è talmente calda che ci passa ogni voglia. Guardiamo la gente che si diverte a comprare le uova e a farle bollire nell'acqua, ne approfittiamo per andare in bagno e comprarci dei sanissimi snack (caramelle al tamarindo e chips di zucca) e si riparte.


E finalmente arriviamo nei dintorni di Chiang Rai, dove sorge il famosissimo Wat Rong Khun, noto anche come White Temple, per ovvi motivi. 
Oltre ad essere inequivocabilmente bianco, le decorazioni (barocchissime) sono arricchite da migliaia di specchietti, per riflettere la luce e creare un effetto particolare (oltre che abbagliante).
Il tempio, che, come la Sagrada Família di Barcellona è in perenne costruzione (si parla di una fine lavori nel 2070, ma dubito che qualcuno di noi a quell'epoca sarà ancora qua a confermarlo, io no di certo!) è opera del controverso artista Chalermchai Kositpipat, spesso accusato di essere dissacrante e sacrilego, e il motivo appare evidente soprattutto entrando nell'Ubosot: gli affreschi che rappresentano la vita del Buddha, sono arricchiti da personaggi (reali e/o fantastici) che spiazzano i fedeli o i semplici visitatori. Dall'Uomo Ragno a Po, passando per Hello Kitty e le Twin Towers. 
Purtroppo all'interno non si possono fare fotografie, quindi dovete fidarvi delle mie parole. 
All'interno del Wat Rong Khun l'espressione "trionfo del kitsch" assume un nuovo significato. Perchè, nonostante tutto, non potrete far altro che guardare meravigliati tutto questo "troppo" e rimanerne assolutamente affascinati.
Io poi ho pure trovato il timbro, quindi ero felice come una bambina!

Dopo aver abbandonato questo luogo incantato abbiamo raggiunto il ristorante, sulle rive del Mekong. Siamo nel Triangolo d'oro. luogo famoso negli anni principalmente per la coltivazione di oppio. Pare che il nome derivi dal fatto che l'oro fosse l'unica forma di pagamento accettata: un kg di oppio valeva un kg di oro. Siamo al confine tra Thailandia, Laos e Myanmar.


Saliamo sulla barca per un giro sul fiume. Le acque del Mekong - esattamente come in Vietnam - hanno un colore un po' inquietante, ma a me i giri in barca piacciono sempre, e, se c'è l'occasione, non me li faccio sfuggire. Sulla sponda "birmana" (non saprei come dire sponda del Myanmar: myanmarese?) stanno costruendo parecchi casinò, siccome - al momento - il gioco d'azzardo in Thailandia è vietato, e quindi i thailandesi che vogliono giocare devono oltrepassare il confine. 
Noi invece sbarchiamo in Laos, su un isoletta di cui non ricordo il nome, con un mercato turistico, dove, se hai pazienza, puoi trovare contraffatta anche tua nonna, con tanto di degustazione di whisky di serpente. Ovviamente l'alcolista che è in me ha voluto assaggiarlo a tutti i costi. 
Con il famoso senno del poi mi sono pentita di non essermi comprata una stecca di sigarette GoldenTriangle, al grido di "figurati se non le trovo ovunque!" 
Mai più viste.



Abbandoniamo il Laos, riattraversiamo il Mekong, torniamo in Thailandia e pure - con molto piacere - in possesso dei nostri passaporti. Si riparte verso Mae Sai e il suo tempio dello Scorpione. Dalla terrazza si vede il confine tra Thailandia e Myanmar. 
Ci fermiamo in un villaggio di Akha (etnia di origine cinese, dello Yunnan) e di Karen (di origine birmana), etnia famosa perchè le donne portano cerchi di ottone al collo fino ad allungarlo, e sono conosciute come "long neck" o "donne giraffa". 
A voler essere pignoli sarebbero Padaung, ovvero uno dei due gruppi in cui si divisono i Kayan, che, a loro volta, sono un sottogruppo dei Red Karen. 
Siete confusi?
Pure io.
Le donne giraffa sono indubbiamente affascinanti, e - nonostante io in questi casi mi senta sempre un po' a disagio, perché è come se un pullman di turisti arrivasse la domenica mattina a fotografarmi mentre sono in veranda a bermi uno spritz - non sono riuscita a non fotografarle, perché sono una turista di merda mi piacevano troppo.

3 nov 2015

Mustang

Guardando Mustang, opera prima di Deniz Gamze Ergüven, film scelto dalla Francia per concorrere agli Oscar 2016, è praticamente impossibile non pensare alle cinque sorelle Lisbon raccontate da Jeffrey Eugenides e portate sullo schermo da Sofia Coppola, ma con una differenza: quello era un romanzo, la Ergüven ha realizzato il film basandosi su storie vere, nonostante anche lei abbia romanzato parte della vicenda. 
Siamo in un villaggio sulla costa del Mar Nero, in Turchia, ed è l'ultimo giorno di scuola. Le cinque vivaci sorelle (Lale, la più piccola, assieme a Nur, Ece, Selma e Sonay) tornando a casa si fermano a giocare con un gruppo di ragazzi sulla spiaggia, facendo "addirittura" il bagno assieme a loro (seppur completamente vestite).
Il loro comportamento scandaloso arriva alle orecchie della nonna (le ragazze sono orfane e vivono con la nonna e uno zio retrogrado e maschilista), ancora prima che le ragazze facciano ritorno a casa (da qui si deduce che farsi i cazzi degli altri è l'attività preferita degli abitanti dei piccoli centri, a qualsiasi latitudine) e da quel momento, come dice la voce fuori campo della piccola Lale, "tutto mutò in un battito di ciglia". 



Le ragazze, fino a quel momento libere e spensierate, come ogni adolescente che si rispetti, vengono rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo, e costrette ad indossare vestiti informi color merda (cit.), fino al momento in cui la famiglia decide di organizzare una serie di matrimoni combinati.
E, in un sapiente equilibrio di dramma e ironia, a ogni tentativo di fuga nella casa-prigione vengono erette via via barriera sempre più insormontabili, dalla semplice porta chiusa a chiave al cancello, fino alle grate alle finestre.
In un paese pieno di contraddizioni, in perenne bilico tra Oriente e Occidente, passato e futuro, la ribellione e il coraggio passano anche attraverso una partita di pallone, mentre la verginità è ancora un valore assoluto, da esibire attraverso l'umiliante esposizione di un lenzuolo insanguinato dopo la prima notte di nozze (roba che, senza andare troppo lontano, usava anche da noi, fra l'altro). 
Film che offre un ritratto lucido della condizione femminile, senza però accanirsi contro l'universo maschile, perché non tutti gli uomini sono meschini come lo zio delle sorelle.
Le cinque protagoniste, con le loro lunghe chiome (quasi ad evocare le criniere dei cavalli mustang, dal carattere selvaggio ed indomabile), sono, oltre che belle, tutte bravissime, fra l'altro. 
A cominciare dalla giovanissima Güneş Nezihe Şensoy nel ruolo di Lale, che proprio non ci sta ad accettare che il suo futuro venga deciso da qualcun altro.
Se accettate un consiglio, andate a vedere Mustang, ne vale davvero la pena.




2 nov 2015

La legge del mercato

Vincent Lindon, protagonista del film, per questo ruolo ha vinto la palma d'oro all'ultimo festival di Cannes. 
E il film - dal trailer - mi (ci, anche alle mie socie) sembrava interessante. 
Peccato che, alla fine della visione, l'espressione mia e della Tiz fosse più o meno simile a quella di Lindon nell'immagine qua sopra, borse comprese, nonostante i 90 minuti di durata. 
Sia chiaro, non che mi aspettassi che Thierry Taugourdeau, ritrovatosi disoccupato in un'età più vicina alla pensione che non all'apprendistato, ad un certo punto, stanco dei continui rifiuti, si trasformasse nell'angelo sterminatore e iniziasse ad ammazzare tutti, però ecco, quasi l'avrei preferito.
Thierry ha 51 anni (ehi, cazzo, pure io ho 51 anni!) ed è disoccupato. 
Il film inizia con lui a colloquio dopo l'ennesimo stage che - in concreto - non gli è servito a nulla, e, fra una lezione di danza con la moglie, un appuntamento in banca per una valutazione delle sue (poche) finanze, un colloquio a scuola per il rendimento del figlio e un'interminabile manfrina in cui cerca inutilmente di vendere la sua mobilhome ad un'altra coppia, ma senza riuscire a mettersi d'accordo sul prezzo, finalmente - non si capisce bene quando come e perché - trova lavoro come sorvegliante in un ipermercato, in cui l'unico interesse della proprietà è il profitto, che, si sa, non guarda in faccia nessuno: aumentare i guadagli diminuendo i costi. E il modo più veloce per diminuire i costi è ridurre il personale.
E Thierry, preso in mezzo, si troverà ben presto a fare i conti con la sua morale. 
Fino a che punto il bisogno di lavorare può spingerti ad accettare i compromessi di un mondo del lavoro sempre più cinico e spietato?
Un tema di indubbia attualità che ti porta a domandarti come ti comporteresti tu nei panni del protagonista, realizzato in maniera volutamente scarna ed essenziale.
Forse pure troppo.

29 ott 2015

Suburra

Ciao, sono la poison e faccio coming out: non ho mai visto una puntata né di Romanzo Criminale, né di Gomorra. E no, non ho visto nemmeno ACAB. 
In compenso ho visto Suburra. 
E, se l'avesse visto anche Shakespeare, ci avrebbe pensato due volte prima di far pronunciare a Marcello la frase "C'è del marcio in Danimarca".
Perché il marcio della Danimarca, al confronto, sembra un bambino che vomita l'ovetto kinder durante la ricreazione all'asilo.

La storia vera (da Wikipedia) 
12 novembre 2011 - La Camera approva in via definitiva (con 380 sì, 26 no e 2 astenuti) la Legge di Stabilità 2012. Subito dopo è approvata in via definitiva (con 379 sì, 26 no e 2 astenuti) la Legge di Bilancio. Favorevoli la maggioranza e il Terzo Polo, contraria l'Italia dei Valori, mentre il Partito Democratico non partecipa al voto. Subito dopo l'approvazione, il Presidente del Consiglio sale al Quirinale e rassegna le dimissioni. L'evento richiama una grande e spontanea partecipazione di popolo, mai vista in casi analoghi, che sulla piazza del Quirinale attende l'arrivo del dimissionario Presidente del Consiglio, pacificamente ma dando segni di grande soddisfazione.

True story (da Wikipedia)



La storia finta (ovvero il film)
12 novembre 2011, il giorno dell'apocalisse, quando tutto - per il momento - sembra avere una fine. Perché Sollima, che si ispira all'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, con Suburra dipinge una Roma tragica e tetra, nella settimana che - appunto - precede l'apocalisse. E se i riferimenti alla triste realtà di Mafia Capitale ci inducono a pensare che sia tutto vero, o se non altro verosimile, è sempre meglio non dimenticare che stiamo comunque vedendo un film, girato prima che il funerale di Vittorio Casamonica dell'agosto scorso ci facesse scoprire che, toh, guarda, non esiste solo la mafia, ci sono anche gli zingari di merda (cit.).
Mentre la pioggia scende ininterrottamente senza lavare via nulla, conosciamo uno a uno i personaggi di questa squallida vicenda, tutti, più o meno consapevolmente, collegati tra loro in una ragnatela dove le trame vengono tessute da una serie di personaggi "maligni", siano essi politici, prelati, criminali. Qua la classica definizione "il più sano c'ha la rogna" risulta a dir poco riduttiva. 
Mentre in una villa di proprietà del PR Sebastiano si tengono feste in stile "grande bellezza" e un vecchio complice del Samurai esce di galera dopo essersi fatto vent'anni per rapina a mano armata ed esce di scena nel momento stesso in cui prova a ricattare il suo "amico", nei palazzi del potere si sta cercando di far approvare una legge che contiene, al suo interno, un emendamento che consentirà di trasformare il litorale di Ostia in una Las Vegas de' noartri, grazie agli intrallazzi del corrottissimo onorevole Malgradi (interpretato da un bravissimo Pierfrancesco Favino, a memoria mai così sgradevole), che sfoggia una croce celtica al collo, bacia il figlio quando si ricorda di tornare a casa, dopo essersi scopato un paio di mignotte alla volta, e, fatto come un cavallo, piscia su Roma, intanto che scende la pioggia (ma che fa, crolla il mondo addosso a me - cit.).
E infatti il mondo di Malgradi inizia a crollare, come un domino in cui le tessere sono di fango, la sera in cui una delle due puttane muore per overdose.  L'unico corpo che intende far sparire è il suo, e infatti l'onorevole si volatilizza, lasciando l'altra ragazza ad occuparsi del cadavere. Chiamerà Spadino, il piccolo della famiglia zingara degli Anacleti, che non ci penserà due volte ad andare a ricattare l'onorevole, il quale non ci sta, e, chiederà ad un suo compagno di partito di aiutarlo ad intimorire il ragazzo. Qua entra in scena Numero 8, boss di Ostia, figlio d'arte, che non si limita ad intimorire Spadino ma lo uccide.
Il vecchio Samurai cerca di mettere pace andando a trovare Numero 8 e spiegandogli che non è tempo per le guerre, altrimenti il progetto di Ostia rischia di andare a puttane, e c'è troppa gente interessata. Nel frattempo a causa dei debiti il padre di Sebastiano si suicida, e Manfredi Anacleti, capo della famiglia nonchè fratello maggiore di Spadino, sequestra Sebastiano per fargli capire che i debiti di suo padre adesso li ha ereditati lui. Ovviamente senza dimenticarsi di vendicare la morte del fratello, e, quando scopre, proprio grazie a Sebastiano, chi è stato, nonostante l'ennesimo intervento di Samurai, si aprono le danze, e si inizia a perdere il conto dei morti, in un escalation di violenza che non risparmia niente.
E nessuno.



Suburra è un film potente e teso, con una fotografia bellissima e una colonna sonora strepitosa. che non dà un attimo di tregua allo spettatore, impegnato a seguire le varie storie parallele che poi, inevitabilmente, ad un certo punto, finiscono per incrociarsi.
Però.
Può un film volutamente eccessivo, dove c'è davvero di tutto di più. lasciarmi con la sensazione che gli manchi qualcosa? Sì. Non sono ancora riuscita a capire esattamente cosa, ma sono uscita dalla sala pensando che quello che avevo visto era sicuramente un gran film. Ma resta qualcosa che non mi torna.
Non mi torna la scena di Viola nel centro estetico, non mi torna che ad un certo punto Sabrina scompare e non se ne sa più nulla, ma, soprattutto, non mi torna che quello stronzo di Sebastiano se la cavi.


Quello che va detto è che è interpretato magistralmente.
Di Favino ho già detto,
Amendola nel ruolo di Samurai è più che convincente, per non parlare di Alessandro Borghi (Numero 8) che non conoscevo e che è stato una gran bella scoperta.
Bravissimo anche Adamo Dionisi nel ruolo di Manfredi Anacleti, il capo della famiglia degli zingari.
E poi c'è Elio Germano.
Lo so che è difficile, in un film in cui i cattivi sono così cattivi perché si, mentre i buoni... i buoni non ci sono e basta, fare una classifica di chi sia il peggiore, ma il personaggio di Sebastiano, mi si consenta, è una vera merda: codardo, vigliacco e, come se non bastasse, pure infame.
E il fatto arrivi vivo ai titoli di coda è una delle cose che, probabilmente, mi ha dato più fastidio.


28 ott 2015

Viaggio in Thailandia tra cascate e parchi nazionali

E' il 28 settembre, e oggi si va in "gita".
Siccome siamo pigre, ci siamo affidate ad un agenzia locale (noi abbiamo scelto la Travel Hub, ma, naturalmente, c'è soltanto l'imbarazzo della scelta) per effettuare un paio di escursioni nella zona. Niente che non si possa fare in autonomia risparmiando sicuramente qualche soldino, ma come ho già detto in precedenza, inizio ad averci una certa, e non è che se mi sbatto a cercare stazioni di autobus e coincidenze di treni aspettando seduta e sudata su un marciapiede divento più figa e avventurosa. O magari sì, ma sai che c'è? Chissenefrega.
Facciamo colazione sull'enorme tavolone comune dell'hotel, la scelta è varia e gli ospiti (quasi tutti cinesi) sembrano apprezzare molto. Io resto sul tradizionale, croissant, caffè e succo di frutta, che ali di pollo fritte e sticky rice non corrispondono esattamente al mio concetto di colazione. Più che altro perché le ali di pollo fritte non corrispondono proprio al mio ideale di cibo a qualsiasi ora, probabilmente. Questo finché avrò la fortuna di potermi permettere di scegliere, ma credo sia sottinteso.
Alle 8.35 arriva la nostra guida a recuperarci, e saliamo sul pullmino; i nostri compagni di viaggio sono una famiglia cinese silenziosa e tre ragazze di Taiwan molto simpatiche. La guida durante il viaggio ci spiega un sacco di cose in particolare sulla lingua thai, di come la stessa parola possa avere più significati (anche 5 differenti) a seconda della pronuncia, facendoci l'esempio di un termine (che ovviamente non ricordo) che può significare sia "carino" sia "brutto".  E quindi tu, neofita della lingua, mentre pensi di fare un complimento ad una ragazza, sbagli pronuncia e finisci per offenderla. Mi pare che la stessa cosa avvenga con il cinese, ma io è già tanto se riesco a farmi capire in inglese, quindi non mi sbilancio. 
Il giro di oggi è all'interno del Doi Inthanon National Park, e il Doi Inthanon con i suoi 2565 metri è la montagna più alta della Thailandia. 
Raggiungiamo la nostra prima tappa della giornata, ovvero le Sirithan waterfall, che si trovano a circa 80 km da Chiang Mai. Siamo in mezzo alla foresta, ma, per fortuna non mi punge nessun insetto. Le cascate non sono grandissime, e, sinceramente, nemmeno così entusiasmanti, per quanto lo spettacolo della natura sia sempre affascinante. Proseguiamo poi verso un villaggio fra le colline e le risaie, dove le donne tessono stoffe coloratissime al telaio.


Camminiamo un po' fra risaie e capanne (anche se ultimamente anche queste tribù hanno iniziato a costruirsi case in muratura) poi riprendiamo il viaggio e raggiungiamo le Wachirathan Waterfalls. Che sono un po' più "serie" delle precedenti, ma, senza scomodare Niagara, Iguazu o Vittoria, la nostrana cascata delle Marmore non ha nulla da invidiare... 

Wachirathan Falls (Thai: น้ำตกวชิรธาร lit. Diamond Creek Falls)
Però il cielo è azzurro, la temperatura decisamente gradevole e si sta benissimo. Camminiamo su e giù per le colline circostanti ed arriva l'ora di pranzo. Siamo pochi e mangiamo allo stesso tavolo, la famiglia cinese da una parte, sempre senza dire una parola, noi e le ragazze di Taiwan dall'altra, ridendo e condividendo le varie portate. Tutte  buone, abbondanti, e - soprattutto - piccanti in maniera quasi tollerabile. 
Ripartiamo in direzione delle moderne pagode del Re e della Regina (Phra Mahathat Naphamethanidon and Nophamethanidon) fatte costruire rispettivamente nel 1989 e nel 1992, in occasione del 60° compleanno dei sovrani. Essendo moderne hanno decisamente poco appeal, ma si trovano sulla sommità di due colline, una di fronte all'altra, circondate da stupendi giardini, e il colpo d'occhio è senz'altro notevole, nonostante il cielo si sia annuvolato. Facciamo un giro veloce, approfittando del fatto che ad entrambe le pagode si accede con una comodissima scala mobile... Evitiamo la visita dei giardini per berci un caffè, ricordando e rimpiangendo la bontà del caffè vietnamita.

the modern chedis of the King
Lasciamo anche questo luogo e raggiungiamo la sommità del Doi Inthanon. La temperatura è scesa notevolmente, ci sono 16 gradi. Questa mattina alle 6 ce n'erano addirittura 10! Incredibile. Si sta benissimo, siamo circondati dal verde, le cui sfumature sono altro che 50... 
Nel parco vivono tantissime specie animali, e se siete appassionati di birdwatching questo è senz'altro il posto che fa per voi.

Sulla strada del ritorno facciamo l'ultima sosta al Royal Project Research Station, costruito alla fine degli anni 70 per fare in modo che le popolazioni locali abbandonassero la coltivazione dell'oppio in favore di frutta e verdura. Le piantagioni di caffè hanno preso il posto dell'oppio, e ci sono serre in cui crescono piante e fiori di ogni tipo.

Rientriamo a Chiang Mai abbastanza presto, giusto il tempo per rilassarsi un po e prepararsi per la cena, prevista all'Old Chiang Mai Cultural Center con tanto di musica e danze tradizionali. Le danzatrici sono bellissime, magrissime e aggraziatissime, e, nonostante la musica non sia esattamente "celestiale" le osserviamo ammirate, mentre, leggermente impacciate, traffichiamo un po' dividendoci il cibo, sistemato su un piccolo tavolino rialzato (o un grande vassoio coi piedini, fate voi), comodamente sedute per terra. 

foto presa da www.lonelyplanet.com

27 ott 2015

Dheepan

Vincitore della palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, è finalmente arrivato sugli schermi l'ultimo film di Jacques Audiard, a tre anni di distanza dal meraviglioso Un sapore di ruggine e ossa.
Anche questa volta si tratta di un film potente, fisico, doloroso. 
Ambientato in un microcosmo che, per alcune cose, può ricordare "un profeta". Là era il carcere, con le sue regole. Qua è la periferia degradata, dove le regole, a livello gerarchico, sono le stesse.
E, anche questa volta, a me è piaciuto. 
Molto.
Non vorrei dire troppo su questo film, per non togliervi il piacere della visione, senza però essere stringata come wikipedia, che, per carità, va bene il dono della sintesi, ma, insomma...

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Dheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka.

Dicevamo.
Dheepan (no, i nomi degli attori non ve li scrivo, che già ci ho messo mesi per imparare a scrivere McConaughey senza ricorrere al copia-e-incolla figuratevi in questo caso...) è un Tamil in fuga da uno Sri Lanka martoriato dalla guerra civile (quindi il film si colloca, a livello temporale, in un passato recente, immediatamente prima della fine del conflitto, avvenuta nel 2009) che ha perso tutto, e che, in una specie di ufficio, entra in possesso di un falso passaporto, di una falsa moglie e di una falsa figlia. e con loro intraprenderà il viaggio della speranza verso la sua nuova vita, verso la "civilissima" Europa. 
E qua, appena dopo la caotica partenza, c'è una scena splendida e feroce, con tante piccole lucine colorate che lampeggiano nel buio e tu non capisci, finchè l'immagine non viene messa a fuoco e realizzi che quelle lucine non sono altro che le orecchie luminose dei cerchietti che Dheepan, e tanti disgraziati come lui, si ritrovano a vendere, per le strade di Parigi, assieme all'armamentario classico di cianfrusaglie dei venditori ambulanti di tutte le città, sempre pronti a fuggire all'arrivo della polizia, fino a quando all'uomo non viene assegnato un appartamento (fatiscente) e un regolare lavoro da custode in un casermone della banlieue abbandonata a se stessa, un luogo da far sembrare le famigerate vele di Scampia un quartiere residenziale.  
In un posto dove la legge non arriva, Dheepan, la giovane Yalini e la piccola Illayaal dovranno ben presto cercare di integrarsi ma, ancora più difficile, imparare a sopravvivere, sottostando a regole non scritte dettate dalla banda che controlla la zona, e dove l'unica legge che conta è quella del più forte. 
Obbedire ciecamente, non fare domande, non vedere, non sentire, non parlare. 
Ma ogni banda che si rispetti ha una banda rivale, che, presto o tardi, vorrà impossessarsi del territorio.  
E quando le schermaglie diventano guerra, quello è il momento in cui bisogna tornare ad essere feroci.
Come una tigre.
Una tigre Tamil.
Io, se proprio vogliamo star qua a fare le pulci, personalmente, avrei fatto partire i titoli di coda giusto quei tre minuti prima del finale.
Ma si sa, io sono brutta e cattiva.






26 ott 2015

Viaggio in Thailandia
Chiang Mai

Siamo a Chiang Mai, dove facciamo tappa per ben quattro giorni, finalmente possiamo anche togliere un po' di vestiti dalla valigia per farli "respirare". Arrivate all'ora di pranzo, dopo aver preso possesso della nostra camera siamo subito uscite per iniziare a visitare la città, partendo come dicevo nell'ultimo post, dalla visita del tempio più vicino al nostro hotel, il  Wat Phra Singh (per gli amici, ché il nome completo è Wat Phra Singh Woramahaviharn oppure  วัดพระสิงห์วรมหาวิหาร) che è uno dei pochi templi, fra quelli visitati, in cui abbiamo dovuto pagare un biglietto di ingresso (20baht, che pagano solo gli stranieri, i thailandesi no).

Dopo aver visitato il tempio in lungo e in largo abbiamo fatto un giro nel piccolo mercatino allestito nel cortile, e qua la nostra attenzione è stata attirata da un frutto che non avevamo mai visto in precedenza: il GAC.

Gac juice
Incuriosite ci siamo comprate una bottiglietta di succo per assaggiarlo, e devo dire che non è affatto male. Decisamente dissetante, e con un gusto dolce-acidulo e anche leggermente salato. Non diventerà di certo la mia bevanda preferita (anche perché non l'abbiamo più trovata da nessun altra parte) ma non è affatto male.
Uscite dal Wat Phra Singh, dopo essere state intervistate da una studentessa che stava facendo un'esercitazione di inglese in cui avremmo sicuramente fatto una figura barbina, ci siamo dirette al Wat Chedi Luang (Thai: วัดเจดีย์หลวง, lit. temple of the big stupa) probabilmente uno di quelli - fra i millemila visitati in questo viaggio - che mi è piaciuto di più, e dove contiamo di tornare di mattina per poter scattare alcune foto in favore di luce.

Wat Chedi Luang, Chiang Mai
Raggiungiamo quindi il Wat Chiang Man, o Wat Chiang Mun, a ridosso delle mura, che dovrebbe essere il più antico tempio della città, con un bellissimo "elephant chedi" (Chedi Chang Lom).
Siamo le uniche due visitatrici, e la cosa ci piace molto (vi ho mai detto che odio la folla?), possiamo girare indisturbate senza dover fare attenzione ad evitare le mandrie di selfisti che sto iniziando a detestare, loro e i loro cazzo di selfie-stick (che in molti siti - con mio sommo gaudio - sono vietati con apposito cartello, fra l'altro). Perché rovinare la bellezza che ti circonda mettendo la tua faccia da pirla in primo piano?


Chedi Chang Lom - the 'Elephant Chedi - Wat Chiang Man'

Abbandoniamo il tempio e torniamo verso l'hotel. Lungo la strada stanno già allestendo tutte le bancarelle per il Sunday night market, o Sunday walking street market, che ovviamente non vediamo l'ora di visitare.
Inizia a far buio, e noi, accaldate e anche un po' stanche, ci facciamo un bagno in piscina. Si sta divinamente. Dopo cena raggiungiamo il mercato, che si estende lungo tutta la Ratchadamnoen Road, dal Wat Phra Singh al Tha Pae Gate, oltre ad alcune viette laterali.
C'è di tutto, e, in gran varietà, e, cosa positiva e anche abbastanza rara, sono davvero pochi i banchi che vendono gli stessi articoli. Un tripudio di mille colori e mille sapori. Finalmente riesco anche a fare qualche acquisto. Perchè sono in Thailandia da una settimana e non ho ancora comprato nulla: iniziavo seriamente a preoccuparmi. Ma anni ed anni di esperienza mi hanno insegnato che, se non sei una venditrice di incenso sotto i portici di via Po o una lettrice di tarocchi in via Fiori Oscuri, il pantalone con gli elefantini stampati (a giudicare da quanti ne ho visti credo sia l'articolo più venduto in tutto il paese)  indossato a Torino e/o a Milano e/o un po' ovunque in occidente, diventa un po' ridicolo, almeno, a mio giudizio. Poi si sa, non sono fashion-blogger quindi potrei sempre sbagliarmi.
E, dopo tutto questo pippone, ho finito per comprarmi, tra le altre cose, un paio di pantaloni stampati pure io. Ma senza elefantini. Che insomma, dell'elefantino ho già le dimensioni, perché accanirsi?

Abbandoniamo il mercato comprandoci una bottiglietta di succo di maracuja, e andiamo a dormire. I prossimi due giorni sono dedicati ad un paio di escursioni nei dintorni di Chiang Mai, mentre l'ultimo giorno (30 settembre) torniamo al Wat Chedi Luang, che visitiamo con più calma.

Wat Chedi Luang. Apprendisti monaci in contemplazione


Ci spingiamo poi fuori dalle mura per visitare il Wat Lok Molee consigliatoci da una delle ragazze dell'albergo. Molto bello, in effetti.


Torniamo sui nostri passi, costeggiando le mura, Entriamo in un altro paio di templi e poi decido che è giunto il momento di farmi un piccolo sak yant sulla schiena, più precisamente un Hah Taew. La tecnica tradizionale del tatuaggio thai, che prevede l'utilizzo di una lunga bacchetta di bambù a cui è fissato un ago non è affatto dolorosa, e il risultato, alla fine, è questo:


Usciamo dallo studio di tatuaggi e andiamo a pranzo, poi decidiamo di abbandonare la città vecchia per visitare la moderna zona di Nimman, che raggiungiamo a bordo di un tuk-tuk.
La zona è piena di negozietti interessanti, alberghi di design e locali alla moda. Che, dopo tanta storia. un po' di modernità non guasta. Camminiamo senza meta lungo le strade del quartiere, entrando e uscendo dai negozi, fermandoci ogni tanto ad osservare la gente, fumandoci una sigaretta tranquille.
Sawasdee, Chiang Mai, è stato bello.



22 ott 2015

The lobster
(il mio parere cazzaro)

Probabile presenza di spoiler, ma non troppo.



Per una cialtrona come la sottoscritta parlare di un film "weird" come The Lobster non sarà affatto facile, quindi, se cercate opinioni alte e/o illuminate, questo non è il posto (né il post) che fa per voi. Come sempre, in fondo.
In ogni modo The Lobster potrà piacere o non piacere, ma è indiscutibilmente - per chi scrive - una delle visioni più bizzarre degli ultimi anni. Disturbante in un paio di scene, cinico e a suo modo cri(p)tico, anche ironico in modo ferocemente caustico. Sicuramente interessante. 
Comunque. 
Primo film "mainstream" del regista greco Yorgos Lanthimos, di cui la sottoscritta sta cercando (inutilmente) di recuperare da anni Kynodontas (aka Dogtooth). Nella speranza di riuscirci, martedì sera ho fatto la conoscenza del registra greco iniziando dalla fine. Questo film, come il già citato Kynodontas ed il successivo Alps oltre che diretto, è prodotto e sceneggiato (anzi, co-sceneggiato con Efthymis Filippou) da Lanthimos stesso.
La sala del Massimo1 (450posti) era piena.
Siccome sono una cialtrona, alla fine del film mi sono interrogata sul significato della scena iniziale, in cui la stronza (nel film - a parte Colin Farrell - sui nomi dei personaggi si è andati al risparmio) senza cuore scende dall'auto e ammazza un tenero asinello a colpi di pistola.
Ma non sono riuscita a rispondermi.
In compenso ho scoperto che la stronza senza cuore - che d'ora in avanti, per comodità, chiamerò semplicemente stronza - è Angeliki Papoulia, presente anche nei due precedenti film del regista.
Adesso la smetto di fare wikiTedia, promesso.
Colin Farrell per questo film abbandona temporaneamente i panni di Colintamarrofarrell per indossare quelli di Colinquartatofarrel e nella scena del colloquio iniziale assomiglia drammaticamente ad Elio.

Massimo rispetto per Yorgos che nella colonna sonora usa non uno ma due pezzi del mio amato Nick Cave, anche se il primo (di cui esiste anche una versione di Marc Almond & Gene Pitney) - Something's Gotten Hold of My Heart - lo fa maltrattare ai due gestori dell'hotel, mentre l'altro - Where the Wild Roses Grow - si sente durante l'ascolto in cuffia da parte dei solitari... 
Ordunque, veniamo al film.


Nel solito futuro distopico le persone sono obbligate a vivere in coppia. Quelli che restano da soli (vedovi e/o abbandonati) vengono segregati nell'hotel, dove hanno 45 giorni di tempo per trovare un nuovo compagno, al termine dei quali, in caso di fallimento, verranno trasformati in un animale che loro stessi hanno scelto al momento del loro arrivo.
Così, dopo essere stato lasciato dalla moglie, David decide che, non dovesse riuscire a trovare una nuova compagna, vuole essere trasformato in un'aragosta. 
La vita nell'Hotel scorre secondo regole ferree, divieti tassativi e attività più o meno ludiche, come la divertentissima caccia agli abitanti del bosco, allegrissime feste danzanti, copule simulate e via andare. Allo scadere dei suoi 45 giorni David decide di fingersi stronzo per accoppiarsi con la stronza. La cosa non funziona (ché stronzi si nasce, mica ci si improvvisa così, dall'oggi al domani) e quando la stronza gli ammazza il cane (quello che una volta era suo fratello), a parte che a me è quasi venuta voglia di alzarmi e andarmene, a David gli si inchianano finalmente i cazzi, si trasforma in John Wick, e decide di abbandonare quel posto di merda per rifugiarsi nel bosco, dove vivono i solitari.
Che tu dici, OK, se nell'hotel devi sottostare ad un sacco di regole e quelli che vivono nel bosco sono dei "ribelli", potranno ben fare quello che gli pare, no?
Sto cazzo.
Se possibile le regole sono ancora più rigide e assurde, compresa quella di non flirtare né tanto meno innamorarsi fra loro: "noi non balliamo assieme, è per questo che ascoltiamo musica elettronica" (risate in sala).
Cosa che, puntualmente, avviene, con gran disappunto della capa dei solitari, interpretata da una bellissima Lea Seydoux. 
Fra codici segreti, incursioni in città (a proposito, qualcuno mi spiegherebbe dove i solitari, che vivono nel bosco vestiti come straccioni e generalmente infangati come Rambo, conservano i vestiti immacolati e inamidati che indossano quando vanno in città?) e momenti di festa ( ! ! ! ) in cui si divertono come pazzi, si arriva ad un finale a cui - secondo la mia ignorantissima opinione - ognuno può dare la sua liberissima interpretazione. 
Ma sai che, forse forse, alla fine, venire trasformati in aragosta non sarebbe stato poi così terribile? 
Del resto lo diceva anche David Foster Wallace: considera l'aragosta.