Chiang Mai, martedì 29 settembre.
Partenza alle 6.45, ma siamo riuscite lo stesso a fare colazione. Io ho pure recuperato la sciarpa che avevo dimenticato in piscina la sera prima. E, se ve lo state chiedendo (probabilmente no) sì, è sempre la stessa sciarpa che ho scordato sull'aereo a Dhoa.
Partiamo e dopo 100 metri mi accorgo di aver dimenticato il telefono sulla panchina all'esterno dell'hotel. E, se ve lo state chiedendo (facilmente sì) sì, sono un po' rincoglionita.
Chiedo gentilmente alla guida di tornare indietro, scusandomi tantissimo, e recupero il telefono.
Mi vergogno anche un po', ma come sempre me ne faccio una ragione.
Facciamo una sosta alle Mae Khajan Hot Springs, che si trovano a metà strada tra Chiang Mai e Chiang Rai. Volendo si potrebbero immergere i piedi nell'acqua (sulfurea), ma, alla prova dito è talmente calda che ci passa ogni voglia. Guardiamo la gente che si diverte a comprare le uova e a farle bollire nell'acqua, ne approfittiamo per andare in bagno e comprarci dei sanissimi snack (caramelle al tamarindo e chips di zucca) e si riparte.
E finalmente arriviamo nei dintorni di Chiang Rai, dove sorge il famosissimo Wat Rong Khun, noto anche come White Temple, per ovvi motivi.
Oltre ad essere inequivocabilmente bianco, le decorazioni (barocchissime) sono arricchite da migliaia di specchietti, per riflettere la luce e creare un effetto particolare (oltre che abbagliante).
Il tempio, che, come la Sagrada Família di Barcellona è in perenne costruzione (si parla di una fine lavori nel 2070, ma dubito che qualcuno di noi a quell'epoca sarà ancora qua a confermarlo, io no di certo!) è opera del controverso artista Chalermchai Kositpipat, spesso accusato di essere dissacrante e sacrilego, e il motivo appare evidente soprattutto entrando nell'Ubosot: gli affreschi che rappresentano la vita del Buddha, sono arricchiti da personaggi (reali e/o fantastici) che spiazzano i fedeli o i semplici visitatori. Dall'Uomo Ragno a Po, passando per Hello Kitty e le Twin Towers.
Purtroppo all'interno non si possono fare fotografie, quindi dovete fidarvi delle mie parole.
All'interno del Wat Rong Khun l'espressione "trionfo del kitsch" assume un nuovo significato. Perchè, nonostante tutto, non potrete far altro che guardare meravigliati tutto questo "troppo" e rimanerne assolutamente affascinati.
Io poi ho pure trovato il timbro, quindi ero felice come una bambina!
Dopo aver abbandonato questo luogo incantato abbiamo raggiunto il ristorante, sulle rive del Mekong. Siamo nel Triangolo d'oro. luogo famoso negli anni principalmente per la coltivazione di oppio. Pare che il nome derivi dal fatto che l'oro fosse l'unica forma di pagamento accettata: un kg di oppio valeva un kg di oro. Siamo al confine tra Thailandia, Laos e Myanmar.
Saliamo sulla barca per un giro sul fiume. Le acque del Mekong - esattamente come in Vietnam - hanno un colore un po' inquietante, ma a me i giri in barca piacciono sempre, e, se c'è l'occasione, non me li faccio sfuggire. Sulla sponda "birmana" (non saprei come dire sponda del Myanmar: myanmarese?) stanno costruendo parecchi casinò, siccome - al momento - il gioco d'azzardo in Thailandia è vietato, e quindi i thailandesi che vogliono giocare devono oltrepassare il confine.
Noi invece sbarchiamo in Laos, su un isoletta di cui non ricordo il nome, con un mercato turistico, dove, se hai pazienza, puoi trovare contraffatta anche tua nonna, con tanto di degustazione di whisky di serpente. Ovviamente l'alcolista che è in me ha voluto assaggiarlo a tutti i costi.
Con il famoso senno del poi mi sono pentita di non essermi comprata una stecca di sigarette GoldenTriangle, al grido di "figurati se non le trovo ovunque!"
Mai più viste.
Abbandoniamo il Laos, riattraversiamo il Mekong, torniamo in Thailandia e pure - con molto piacere - in possesso dei nostri passaporti. Si riparte verso Mae Sai e il suo tempio dello Scorpione. Dalla terrazza si vede il confine tra Thailandia e Myanmar.
Ci fermiamo in un villaggio di Akha (etnia di origine cinese, dello Yunnan) e di Karen (di origine birmana), etnia famosa perchè le donne portano cerchi di ottone al collo fino ad allungarlo, e sono conosciute come "long neck" o "donne giraffa".
A voler essere pignoli sarebbero Padaung, ovvero uno dei due gruppi in cui si divisono i Kayan, che, a loro volta, sono un sottogruppo dei Red Karen.
Siete confusi?
Pure io.
Le donne giraffa sono indubbiamente affascinanti, e - nonostante io in questi casi mi senta sempre un po' a disagio, perché è come se un pullman di turisti arrivasse la domenica mattina a fotografarmi mentre sono in veranda a bermi uno spritz - non sono riuscita a non fotografarle, perché sono una turista di merda mi piacevano troppo.















































