14 mar 2014

supercondriaco

Alla bellezza ci si abitua, alla bruttezza non ci si rassegna.
(Giovanni Soriano)

Oh. My. God.
This stuff enters at number 1 on my shit list!





Volevo farmi rimborsare i soldi del biglietto. 
La Tiz mi ha fatto notare che eravamo ad un'anteprima gratuita (e ci tengo a sottolineare GRATUITA), e non sarebbe stato possibile. Ma io volevo farmeli rimborsare lo stesso.
E potrei fermarmi qui.
Ma, sperando di fare cosa buona e giusta, aggiungo qualcosa, in modo da risparmiarvi la sofferenza che abbiamo patito io e la tiz per 107 minuti, + 5 di intervallo. 
Sua Bionditudine si è risparmiata lo strazio perché aveva la riunione condominiale. A volte, le fortune. 
Copio dal web perché, davvero, non ce la posso fare:
«Supercondriaco. Ridere fa bene alla salute» è una commedia brillante, dal ritmo travolgente, in cui si ride moltissimo; «una storia sincera e personale - ha dichiarato il protagonista e regista Dany Boon. Questo film è diventato un modo per esorcizzare le mie manie e ossessioni da ipocondriaco, riuscendo a far ridere gli altri attraverso me stesso».
Brillante, travolgente, si ride moltissimo.
Io sono alta 1.80, fighissima che Miss Universo me spiccia casa, e sono vergine. 
Premetto che io sto all'ipocondria quanto Matteo Renzi alla sinistra. E che quelli che quando hanno mal di testa pensano immediatamente di avere un tumore allo stadio terminale al cervello scatenano in me turpi istinti omicidi. Detto ciò, il film inizia.
E buona parte del pubblico in sala inizia a ridere.
Dopo 10 minuti io volevo che il protagonista morisse.
La gente continua a ridere. Quello dietro di noi lo fa mentre commenta quello che ha appena visto sullo schermo. 
Dopo mezz'ora avrei voluto che morissero tutti. 
Quando si sono accese le luci per l'intervallo la tentazione di alzarmi e andarmene era davvero forte.
Ma alla fine la masochista che è in me (e anche nella Tiz)  ha preso il sopravvento. 
Continuavo a sperare che morissero tutti, ma ovviamente in questo film non muore nessuno, altrimenti il pubblico avrebbe smesso di ridere. 
Quando un poliziotto (francese, ça va sans dire) rivela di non avere la più pallida idea di chi sia Victor Hugo, ecco, a quel punto volevo morire io.
A Dany Boon, ma vaffanculo. 

13 mar 2014

(prossima fermata) Fruitvale Station

Fruitvale Station è il primo film di Ryan Coogler, che con quest'opera ha raccattato premi e riconoscimenti in vari Festival Cinematografici sparsi per il mondo, Cannes e Sundance compresi, oltre ad essere stato inserito nei 10 film dell'anno dall'AFI. Con queste premesse, ovvio che scattasse la curiosità di vederlo, e così, giovedì scorso, approfittando di una settimana di uscite in sala che definire scamuffe equivale a far loro un complimento, e dopo essere andata al cinema lunedì (anteprima gratuita di "Her") - martedì ("The Beautiful Loser" sulla vita di Gigi Restagno) - mercoledì (anteprima gratuita di "Allacciate le cinture"), mi sono ricongiunta con il mio amato divano e (finalmente) con il buon cinema. 
Fruitvale Station è - purtroppo - una storia vera, che racconta l'ultima giornata di vita di Oscar Grant, ventiduenne ucciso da un agente della Bart, nonostante il giovane fosse disarmato, all'alba del 1° gennaio 2009 nella stazione di Fruitvale, appunto, ad Oakland, a seguito di una rissa scoppiata nel vagone del treno che stava riportando a casa Oscar e i suoi amici, dopo i festeggiamenti dell'ultimo dell'anno.



Il film inizia con delle riprese effettuate (in pieno stile found-footage) con i telefonini di alcuni testimoni dell'accaduto, e al momento dello sparo torniamo indietro di 24 ore, alla mattina del 31 dicembre 2008, nel giorno in cui Oscar (splendidamente interpretato da Michael B. Jordan, segnatevi questo nome), ha deciso di mettere ordine nella sua vita, di impegnarsi a trovare un nuovo lavoro, prendersi cura della sua compagna e di sua figlia Tatiana. E, mentre si prepara a festeggiare sia il compleanno della madre (Octavia Spencer) sia l'ultimo dell'anno, lo osserviamo alle prese con le difficoltà quotidiane, pronto a lasciarsi alle spalle un passato difficile (il ragazzo aveva precedenti per spaccio), ponendo le basi per un futuro migliore. 
Il regista non santifica in alcun modo il protagonista, ma è davvero difficile non empatizzare con lui e con tutto il film, fino a quel finale gelido e agghiacciante.
In sala esce oggi.
Non fatevelo sfuggire. 


Dopo la sparatoria, gli ufficiali coinvolti, il Direttore Generale ed il capo della polizia della BART si dimisero. 
L'agente che sparò ad Oscar (Johannes Sebastian Mehserle) fu arrestato e accusato di omicidio di primo grado. Dopo aver sostenuto di aver scambiato la pistola con il taser (!!!) la giuria lo dichiarò colpevole di omicidio colposo e lo condannò a due anni di reclusione.
Venne rilasciato dopo 11 mesi.

12 mar 2014

La poison non guarda le serie TV.
ma ogni tanto fa un'eccezione.

True Detective

"Mi considero realista, ok?
Ma in termini filosofici sono un pessimista.
Credo che la coscienza umana sia stata un tragico errore dell'evoluzione. 
Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi.
La natura ha creato un proprio aspetto indipendente da essa.
Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale."
(Rust Cohle - Matthew McConaughey)

11 mar 2014

Il superstite

Quando alla fine della visione, sabato sera, si sono accese le luci, io la bionda e la tiz eravamo le uniche superstiti in sala (ah ah ah. Simpatia, portami via).
Non che fosse gremita, sia chiaro.
Lo dico subito: io, di fronte a film del genere, alzo bandiera bianca e dichiaro la mia abissale ignoranza, mentre mi si forma sul viso la classica espressione da "Cosa avrà voluto dire???" e penso immediatamente che ci sarà qualcuno, più illuminato di me, pronto a gridare al capolavoro.
E infatti, come volevasi dimostrare, presentato alla Semaine della critique al festival di Cannes e considerato dalla critica un piccolo capolavoro, Variety lo ha definito: "un sogno ad occhi aperti visivamente emozionante" e il Guardian "la straordinaria opera prima di un prodigioso giovane talento".
Che vi avevo detto? Il problema è mio, che con le visioni, il simbolismo onirico e le allegorie ho un pessimo rapporto.
Ma lo sapevo già.
E anche voi, credo. 


In un villaggio di pescatori in Scozia, a seguito di un misterioso incidente in mare, sono morti cinque ragazzi sui sei che si erano imbarcati. L'unico sopravvissuto è Aaron, ragazzo un po' "strano", introverso e taciturno, che non ricorda assolutamente nulla dell'accaduto e che, nell'incidente, ha perso il fratello Michael, a cui era legato in modo morboso. Tra presente e passato, che ci viene riproposto in continui (troppi?) flash back, alternanze tra camera a mano e campi lunghi, dramma e favola nera, realtà e fantasia, il film, a mio parere, ne esce un po' appesantito, ma, ripeto, è soltanto il mio umile ed incompetente parere. 
Il dolore che Aaron prova è (giustamente, ci mancherebbe) insostenibile, e la sua elaborazione del lutto procede a rilento, in quanto, ossessionato da una favola che la mamma raccontava loro da bambini, sull'esistenza del mostro dell'oceano, si convince, in un crescendo di follia, che suo fratello è vivo, è stato inghiottito dal mostro e spetta a lui andarlo a riprendere. Il regista non spiega cosa sia realmente accaduto in mare, né le circostanze in cui è stato ritrovato il ragazzo. Né se i sospetti della piccola comunità nei suoi confronti, che lo ritiene colpevole dell'accaduto, siano o meno fondati. E, mentre Aaron viene emarginato da tutti gli abitanti del villaggio, il suo comportamento sempre più ambiguo e ossessivo non aiuta la povera spettatrice ignorante (sto parlando di me, naturalmente) che arriva alla fine del film con un numero imprecisato di interpretazioni diverse, probabilmente tutte sbagliate. 
Ma credo che anche quelli più intelligenti di me faranno fatica a catalogarlo in un genere preciso. 
Però, casomai avessero del tempo da perdere, potrebbero sempre provare a spiegarmelo. 


10 mar 2014

Allacciate le cinture

...in modo che, se vi venissero le convulsioni durante la crisi iperglicemica che vi coglierà durante la visione di questo film, perché vi coglierà, non ci son cazzi, non rischierete di ribaltarvi sul pavimento.

Ho visto (assieme alla Tiz e alla bionda) il film in anteprima (e fortunatamente aggratis) mercoledì scorso.
Le anteprime "filmiche" solitamente sono privilegio riservato alle multisaladimerda, quelle che io la Tiz e la bionda frequentiamo giusto gratis. Nello specifico, questa volta l'anteprima era all'UCI Lingotto. Il che significa attraversare più o meno tutta la città in un orario più o meno di punta, e perdere tempo a cercare un parcheggio ragionevolmente più o meno vicino. 
Così io e la bionda decidiamo di prendere la metro, che per arrivare al Lingotto, si sa, è (più) comoda. Salvo scoprire che, per una fuga di gas in piazza Carducci, le corse sono limitate a Porta Nuova, e da lì c'è il carro bestiame la navetta sostitutiva.
Inizio a spargere, a mo' di giaculatoria, il mio mantra a base di "che due coglioni", anche perché i tempi si allungano, e l'idea di mangiare una battuta al coltello da Eataly va gloriosamente a farsi fottere.
Arriviamo all'8Gallery, ci facciamo un panino (ottimo) al Panino Giusto che mangiamo camminando come due poveracce, entriamo al cinema e prendiamo posto in sala. 
Vi starete chiedendo perché vi sto sontuosamente parlando dei cazzi miei invece che dell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, probabilmente. 
No, non ve lo state chiedendo. 
Fa lo stesso.
Io nel frattempo ho deciso che basta. Perché non se ne può davvero più.
L'ultimo film di Ferzan Ozpetek è... un film di Ferzan Ozpetek.
C'è un gay? Sì.
C'è gente che mangia e beve? Si.
C'è qualcuno che soffre (il pubblico in sala non vale) e/o si ammala e/o muore? Sì.
Perfetto.
Abbiamo appurato che ci troviamo realmente di fronte ad un film di Ferzan Ozpetek, nel caso specifico l'ultimo.
Che è ambientato a Lecce, nell'arco di 13 anni. Per fortuna dura un po' meno.
C'è Elena (Kasia Smutniak che io trovo davvero bella, anche nel finale in cui diventa un po' smuntiak a causa della chemio) che lavora in un bar con Fabio (Filippo Scicchitano, bravino), è fidanzata con Giorgio (Francesco Scianna) e dopo un primo incontro/scontro casuale con Antonio (Francesco Arca, giudizio sospeso) se lo ritrova davanti ad una cena, in quanto fidanzato della sua amica Silvia (Corinna Negri, la cagna maledetta Carolina Crescentini). 
Trucido quanto basta, tendenzialmente omofobo, Elena lo trova - giustamente - ripugnante, salvo, per la famosa regola degli opposti che si attraggono, innamorarsene dopo interminabili sequenze di languidi sguardi(*) che si incrociano e perdere completamente la cognizione nel momento in cui lui si scola un birrino in un lasso di tempo che probabilmente gli aprirebbe le selezioni per entrare nel guinness dei primati, e, bontà sua, quando ha finito si trattiene dal farle un sonoro rutto in faccia.
(*) Gli sguardi languidi ovviamente sono appannaggio esclusivo della Smutniak, ché a Francesco Arca probabilmente non hanno fatto in tempo a insegnare come si fanno. 
Fulminata sulla via di Damasco, esce dal bar, lo segue, lo cerca, lo trova, sale in moto con lui, non si dicono una parola (e meno male) si guardano, si riguardano, si sfiorano, si risfiorano, io e la bionda ci guardiamo, alziamo gli occhi al cielo, ci riguardiamo, rialziamo gli occhi al cielo, soffoco a stento un urlo di dolore, tento invano di assopirmi, niente da fare. 
Nel frattempo lei e Fabio coltivano il sogno di aprire un locale in un vecchio distributore di benzina dismesso. Li ritroviamo 13 anni dopo, il locale lo hanno aperto, funziona, lei è sempre molto bella, torna a casa, e scopriamo che con il trucido - che nel frattempo si è inquartato - ci ha fatto due figli, un maschietto rincoglionito e una bambina fastidiosa. Non vanno d'accordo e litigano spesso. 
Siparietti triti e ritriti fra la mamma di Elena (Carla Signoris) e la zia un po' svarionata (Elena Sofia Ricci) fino al momento in cui Elena scoprirà di avere un cancro al seno, e in una via crucis che si snoda fra lo stereotipo, il melodramma, il dejavu e la macchietta, comprensivo di incontro/confronto con l'amante di turno del marito (Luisa Ranieri in versione sguaiata parrucchiera napoletana), e di scambio di confidenze a cuore aperto tra Fabio e Antonio, luoghi comuni sparsi a pioggia, finalmente il film finisce. 
E, oltre alla crisi iperglicemica, a me sanguinavano anche gli occhi. 


8 mar 2014

Felice chi è diverso


Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.



Introdotto da Gianni Amelio, il documentario, che arriva in sala in versione "ridotta" (per la visione integrale bisognerà attendere l'uscita del DVD) è un viaggio attraverso l'italia fatto di interviste e testimonianze di persone "normali", nel senso che - se si escludono Ninetto Davoli e Paolo Poli - nessuno di loro è un personaggio pubblico o famoso, che racconta cos'è e com'è stato vivere l'omosessualità sotto il fascismo, o attraverso immagini di repertorio dei cinegiornali dell'epoca, di come l'omosessualità fosse un crimine vergognoso, e di come titoli di giornali come Il borghese o Lo specchio affrontassero, tra un "invertito" e un "capovolto" l'argomento, con titoli che - sempre se non sei Giovanardi - fanno accapponare la pelle solo a leggerli.
Fra testimonianze di improbabili metodi correttivi (su tutte quelle di un uomo il cui zio, scoperta la "malattia", gli pagava - salvo poi scoprire che i soldi li cacciava la nonna anche per lui - due sessioni giornaliere con una prostituta) e i racconti di un'anziana coppia di signori torinesi (presenti in sala) che, oltre a rivendicare non necessariamente il matrimonio, ma l'estensione dei diritti ad ogni tipo di famiglia, compresa la possibilità di adottare dei figli, in maniera molto pacata, si alternano le varie testimonianze, alcune serene, altre più sofferte. 
Ninetto Davoli commuove, Paolo Poli - come sempre - affascina.
Interessante.

7 mar 2014

Last Minute

Al Cinema Massimo Gianni Amelio presenta al pubblico il suo documentario Felice chi è diverso.
Cinema Massimo – 7 marzo 2014, ore 20.30/22.30


In occasione dell’uscita dell’ultimo film di Gianni Amelio, Felice chi è diverso - dal 6 marzo in esclusiva per Torino al Cinema Massimo - il Museo Nazionale del Cinema presenta venerdì 7 marzo 2014, alle ore 20.30, una serata evento con Gianni Amelio e Alberto Barbera.
Il regista farà una lunga introduzione del suo film che racconta la battaglia combattuta contro l'omosessualità in Italia nella seconda metà del novecento, attraverso le parole dei giornali, le immagini di repertorio della televisione e le testimonianze dirette di coloro che l’hanno subita. Ingresso 7.50/5.00/4.00 euro.
Così diverso da tutti gli altri documentari finora girati sull'argomento, il film di Amelio vuole celebrare la diversità non tanto intesa come diversità dal normale, come troppo spesso viene identificata l’omosessualità, ma esplorando la diversità in quanto tale, anche all'interno della singola categoria, una diversità portatrice infine di una seppur malinconica gioia delle differenze.


Hell baby

Cosa stanno guardando così estasiati questi due minchioni? 
La reggia di Venaria? La palazzina di caccia di Stupinigi? Il castello del Valentino? 
No.
I due minchioni stanno ammirando la splendida villetta appena comprata, nel peggio quartiere di New Orleans, roba che al confronto Scampia sembra Places des Vosges e la casa di Amityville Horror la reggia di Versailles. 
Una volta all'interno li raggiunge, entrando dalla finestra, il loro vicino F'resnel, più che vicino un inquilino, visto che è sempre lì, che sa già vita morte e miracoli sia di Jack sia di Vanessa, e li informa che quella casa, chiamata indifferentemente "maison de sang", "le ou les mort ne someillent jamais", "casa perdirosa" o, semplicemente, "la casa spettrale in fondo alla strada" non è comunque un luogo pericoloso, perché nessuno è mai stato ucciso da molto, molto, molto tempo (2 mesi e una settimana). 
Vanessa inizia a battere le querce praticamente subito, comportandosi come ogni posseduta da lo dimonio che si rispetti. 
Iniziano a succedere cose "bizzarre" e, dopo il ritrovamento del cadavere del medico di Vanessa  dal vaticano arriva un'improbabile coppia di esorcisti, che al confronto l'esorciccio sembra davvero un film de paura. Aggiungi una coppia di poliziotti imbecilli, ma imbecilli davvero, e...  niente.
Ovviamente Vanessa, che è incinta di due gemelli, partorirà, nel bel mezzo dell'esorcismo, un bimbo normale, e un piccolo demonio, tutto insanguinato, con la coda, i cornetti e tantissimi dentini aguzzi, ma, purtroppo per noi, non riuscirà ad eliminare tutti i presenti nella stanza, cominciando dal regista per finire con lo sceneggiatore, ammesso che ne esista uno, mettendo fine a questo strazio.
No, beh, che Hell Baby fosse una merda di film l'avevate già capito, no?
Ecco.
Voi non potete nemmeno immaginare quanto.
Io, purtroppo, sì.
Che se vuoi prendere per il culo un genere, fallo come dio comanda.
Altrimenti lascia stare, e fai prima.


6 mar 2014

Lo sconosciuto del lago

Se siete vagamente omofobi e/o omofobici evitate di guardare questo film, potrebbe infastidirvi.
Giovanardi, sei avvisato. 
Io, che non sono né omofoba né omofobica, il film l'ho guardato. 
E, sinceramente, non mi ha fatto impazzire, nonostante la vittoria della Queer Palm all'ultimo festival di Cannes.
Un'estate qualunque, la riva di un lago da qualche parte in Francia.
Come potrebbe essere la spiaggia del Torrente Orco vicino a Chivasso, o l'area di sosta Pietra Grossa sull'autostrada A5, il luogo è un posto di battuage, dove uomini di ogni età si ritrovano nei caldi pomeriggi estivi, con un unico scopo: rimorchiare.
Fra loro il giovane Franck (Pierre Deladonchamps), che inizia a frequentare il lago assiduamente.
Fa conoscenza con Henri, un uomo che deve far passare le sue tre settimane di ferie, è stato lasciato dalla moglie, se ne sta sempre in disparte, vestito, non fa il bagno per paura dei siluri (Dantès, smettila immediatamente!) e non cerca avventure occasionali, ma si trova bene a parlare con Franck.
Che, al contrario dell'uomo, si reca al lago alla ricerca di sesso.
Un giorno nota Michel (Christophe Paou), che sembra uscito da una tavola di Tom of Finland, e ne è subito attratto. 
Ma una sera, quando al lago non è rimasto quasi più nessuno, vede Michel affogare il suo amante.
Nonostante la logica gli suggerisca di stare lontano da quell'uomo, l'attrazione fisica nei suoi confronti è talmente forte, e ben presto condivisa, che i due iniziano a frequentarsi in un crescendo di passione che farà dimenticare a Franck quello che ha fatto Michel.
Quando, dopo un paio di giorni, verrà scoperto il cadavere, un commissario di polizia si recherà su luogo del ritrovamento, iniziando ad interrogare tutti i frequentatori del lago, compresi Franck e Michel. 
Franck, confida ad Henri che si sta innamorando di Michel, incurante della pericolosità del suo nuovo amante e decide di vivere la storia senza preoccuparsi di niente.
Le giornate trascorrono uguali, tra incontri clandestini, sesso occasionale, voyeurismo e promiscuità, fino al momento in cui, approfittando di un momento in cui Franck è andato a fare il bagno, Henri si avvicina a Michel... e qua il film svolta rapidamente nel più classico dei thriller, in maniera forse un po' troppo spinta e precipitosa...


...noi coperti sotto il mare
 a far l'amore in tutti i modi, 
in tutti i luoghi in tutti i laghi
 in tutto il mondo...