14 lug 2014

Il calcio e' un elemento importante, ma preferisco il fosforo.

Sono finiti i mondiali.
Mi chiedo con cosa mi addormenterò adesso sul divano (con qualsiasi altra cosa, suppongo).
Ammetto di aver seguito la competizione con un sano distacco. La maggior parte delle partite dell'Italia (ammesso che abbia giocato) le ho seguite durante il viaggio in Vietnam. All'aeroporto di Doha, il giorno dopo la partita contro il Costa Rica - unica femmina nella smoking lounge - sono anche stata sontuosamente presa per il culo da un greco e da un altro signore di cui non ho capito la nazionalità per la sconfitta subita. Manco avessi giocato io. Che vita difficile. 
Italia - Uruguay l'ho guardata distrattamente a casa. Sappiamo tutti come è andata a finire.
Brasile - Germania non l'ho nemmeno vista iniziare. Ma, al risveglio, quando ho scoperto il risultato, ho riso parecchio, nonostante io sia contro qualsiasi tipo di accanimento, in qualunque ambito. 
Quando, sabato sera, ho visto che al 3° minuto l'Olanda era passata in vantaggio (ok, il rigore non c'era, ma si sa, rigore è quando arbitro fischia, quindi...) ho di nuovo tanto riso. 
Per fortuna gli olandesi non si sono accaniti in maniera furiosa conto la Seleção, rifilando alla formazione verde oro soltanto tre pappine.
Durante Germania - Argentina mi sono addormentata, come Messi sempre. 
Con la differenza che a me nessuno mi ha premiato. 
Però sto facendo progressi: ieri ho addirittura visto un film: Merantau, di Gareth Evans.
Gareth Evans è il regista di The Raid, film visto un po' di TFF fa, dalla cui visione uscii ampiamente soddisfatta. Questo è del 2009, quindi precedente. Il protagonista è, come in The Raid: Redemption e The Raid 2: Berandal (prossimamente su questi monitor), sempre Iko Uwais, e anche in questo caso le scene di combattimento di silat, arte marziale indonesiana, non mancano. Uwais interpreta Yuda, che lasciata Sumatra, si trasferisce a Giacarta, dove, per tutta una serie di motivi, nulla va come avrebbe dovuto e lui che si era trasferito per il suo Merantau (un rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta, tipico dell'etnia Minangkabau) si ritrova senza casa, senza lavoro, e pure senza portafogli. Incontra Astri, che vive col fratello, e fa la ballerina in un locale gestito dal solito cattivo di turno, e Yuda ovviamente indossa la maglietta con su scritto "io ti salverò" e, fra una mazzata e l'altra il film scorre in maniera più o meno prevedibile, fino alla fine in cui, se non stai attenta, rischi pure di commuoverti un pochino.


11 lug 2014

ve la faccio breve

Altrimenti poi davvero la convinzione che io sia una che si lamenta per la qualunque diventerà una certezza e non vi abbandonerà più.
Prima le belle notizie: il mio cancello è stato riparato e funziona di nuovo.
Lo so che non vedevate l'ora di saperlo, e io sono qua apposta.
Poi.
Ieri mattina la prima cosa che ho fatto entrando in ufficio è stata schiacciarmi un dito nella porta del cesso. 
Ho bestemmiato forte. 
Adesso ho l'unghia un po' viola, sembra che mi sia sporcata con la biro. E invece.
La cosa positiva è che sono riuscita a non pisciarmi addosso. Son cose. 
Veniamo a noi.
Dal 1° settembre diventerò la segretaria dell'Amministratore Delegato. 
E no, non mi aumenteranno lo stipendio. 
Son cose anche queste. 
Stamattina mi è stato assegnato il mio primo incarico: l'organizzazione di un evento annuale. 
A Torino.
Nello stesso week end in cui (a Torino) ci sarà il Salone del Gusto.
Queste, più che cose, son cetrioli. 

Ciao, sono il primo cetriolo ufficiale della poison. 




10 lug 2014

Antonino, aspettami.

Da: Relais et Chateaux Villa Crespi 
Inviato: mercoledì 9 luglio 2014 14:29
A: Poison
Oggetto: R: informazioni

Gentilissima Sig.ra Poison,
ringraziando per l’attenzione mostrata, siamo con piacere a confermarLe prenotazione presso il Ristorante di Cannavacciuolo per il giorno XX/XX/2014, due persone, alle ore 13.00.
Attendendo di darLe il benvenuto, restiamo a completa disposizione per qualsiasi informazione e necessità.
Cordiali saluti



Che il Giubileo della Poison capita una volta sola nella vita.
E quindi, fanculo al tempo e ai soldi.

9 lug 2014

Tuoni fulmini e saette

Sono consapevole di poter dare l'impressione di essere una di quelle donnette fastidiose e/o femmine lagnose che non fanno altro che lamentarsi per questo quello e quell'altro motivo. E se fra di voi ci fosse qualche guru della psicanalisi che sta pensando "eh, per forza, non scopi!" sappia che probabilmente ha sicuramente ragione.
Detto ciò, veniamo al dunque.
Sono effettivamente una che si lamenta spesso e volentieri, ma così, per il gusto di farlo, mica perché sia realmente convinta che il destino porco e bastardo e cinico e baro ce l'abbia con me (ovvio che ce l'ha con me, altrimenti le cose non si spiegherebbero!). Perché sì, mi incazzo un po', poi 99 volte su 100 me ne faccio una ragione, ci rido su e, fondamentalmente, me ne fotto.
Che non voglio che laggente che godono delle sfighe altrui trovi soddisfazione così, aggratis.
Dato che oltre ad essere pseudofemminalagnosa nasco cialtrona, mi piace rendervi partecipi delle piccole sfighe quotidiane che mi ravvivano le giornate. Anche se spesso ne farei volentieri a meno. Di farmele ravvivare, mica di rendervi partecipi, che credevate?
Siccome quest'estate, almeno qua nel ridente nord ovest, continua a regalarci un sacco di soddisfazioni a livello climatico, lunedì sera sono rientrata a casa e, entrando in Poisonville, un tappeto verde di foglie sull'asfalto mi ha fatto pensare che, mentre io mi stavo divertendo in ufficio, avesse piovuto parecchio.
Probabilmente dev'esserci stato anche abbastanza vento, perché ho trovato il bidone della carta, che staziona stabilmente in veranda, scaraventato vicino al portoncino di ingresso, e tutta la carta in esso contenuta a macerare sugli scalini. 
Recupero il bidone, raccolgo la carta fradicia dagli scalini, sistemo tutto, e nel mentre mi ricordo di aver lasciato la finestra della lavanderia aperta spalancata. 
Scendo a controllare: pavimento bagnato fradicio. Penso che prima o poi asciugherà, in caso contrario sabato lo asciugherò io, e, nel dubbio, chiudo la finestra.
Per fortuna il gatto mi aspettava accanto alla porta, per una volta - almeno lui - asciutto. 
Fa un freddo maiale, e il cielo non promette nulla di buono. 

Ciao, sono il cielo che non promette nulla di buono



Infatti, mentre - come tutte le sere, per quel famoso problema col fuso orario di cui parlavo l'altro giorno - sto perdendo conoscenza sul divano, sento l'inconfondibile rumore dell'acqua che scende a secchiate, con sottofondo di tuoni e contorno di fulmini. 
Dopo mezzanotte (no, non voglio parlavi del film di Davide Ferrario) mi sveglio, l'orologio del microonde che lampeggia mi fa capire che, mentre io dormivo il sonno dei giusti, è andata via la luce. Esco in veranda a fumarmi una sigaretta e vedo il cancello semiaperto. Smadonno un po' fra me e me, e scendo in garage. Il portone si apre, il cancello è morto. Mi avvicino alle fotocellule: morte anche loro. Una strage, in buona sostanza.
Decido che a quell'ora non posso fare nulla, e vado a letto. Tanto per cambiare guardo due episodi di Law & Order, alle tre sono ancora sveglia. 
Il lato positivo è che martedì mattina non mi sono svegliata alle 5 come di consueto, ma alle 6, al suono della sveglia. Nelle tre ore di sonno ho pure sognato. Ho sognato che mi svegliavo e il cancello funzionava. 
Ma, siccome i sogni saranno pure desideri, ma generalmente muoiono all'alba, il cancello era esattamente nella stessa posizione in cui l'avevo lasciato. Riprendo a smadonnare nel punto in cui mi ero interrotta e cerco la chiave per lo sblocco manuale, che, incredibilmente, trovo. 
Mi faccio il caffè e me lo gusto in veranda, ma in piedi, siccome le sedie sono bagnate. 
La chiave per lo sblocco manuale non sblocca una beata minchia, il cancello non si muove di un millimetro, e, per paura di peggiorare la situazione, non mi accanisco più di tanto.  
Esce il mio vicino, chiedo aiuto, inutilmente. Arriva anche l'altro vicino, ma la situazione non cambia.
C'è da dire che dalle mie parti siamo tutti mattinieri, se non altro. 
Ho due opzioni: starmene a casa o cambiare l'assetto aerodinamico dell'auto uscendo dal garage con il cancello socchiuso. Opto per la prima, e mando un po' di SMS in ufficio. Penso alla rivolta degli oggetti e a come le comodità possano complicarti la vita quando smettono di funzionare.
Nel frattempo avevo mandato un SMS anche al tecnico dell'assistenza, spiegandogli il problema. Alle 7.20 mi chiama, istruendomi su come sbloccare il cancello manualmente. 
Riesco nell'impresa senza spezzarmi nemmeno un'unghia e, finalmente, riesco anche ad uscire di casa mantenendo invariato l'aspetto aerodinamico di Clio IV.
E, mentre nel ridente nord ovest continua a piovere, io aspetto il preventivo per la riparazione del cancello, sperando che l'assicurazione me lo rimborsi.

Ciao, sono il fulmine che ha ucciso il cancello della poison. 



8 lug 2014

Non sono io che sono cattiva, sono loro che non capiscono un cazzo.

Adesso.
Lungi da me voler generalizzare, sia chiaro. 
Anzi, massimo rispetto per tutti i lavoratori dei call center, che lo so bene che è un lavoro di merda, sottopagato e che 11 volte su 10 hai a che fare con degli emeriti rompicoglioni. 
Ciao, sono Poison, e sono un'emerita rompicoglioni.
Ricevo la bolletta del telefono/abbonamento internet. Premessa: io sono quella che da anni vorrebbe togliere il telefono fisso da casa, ma, siccome le rode il culo spendere 60€ per la cessazione della linea, ogni bimestre continua a spenderne 30. Se pensate che io sia scema, beh, sappiate che lo penso pure io, e da molto tempo prima di voi. 
Dicevo, ricevo la bolletta.
Siccome sono rompicoglioni la controllo. Tutto a posto, non fosse per un addebito di 2.08€ nella sezione "Altri costi": addebito spese distribuzione elenchi telefonici.
Allora. 
1) Io sull'elenco telefonico avevo fatto esplicita richiesta di non comparire, fin dai tempi in cui venne istituita questa possibilità. 
2) Dall'avvento di interDet non ho più sfogliato un elenco telefonico cartaceo nemmeno per sbaglio. 
3) L'elenco telefonico che tu, gestore telefonico, mi stai addebitando, fra le altre cose non l'ho mai ricevuto.
Non ne faccio una questione economica ma di principio. Sono pur sempre quella che ha mandato una mail alla sua banca per il doppio addebito del canone mensile sul conto corrente. Canone di 1 (uno) euro. 
Guardo sul sito per vedere se esiste un indirizzo e.mail per informazioni/contatti/richieste/richiami. 
No.
Telefono. 
Seguo le istruzioni, e, dopo un'attesa nemmeno troppo lunga, mi risponde Monica, operatrice diversamente sveglia. 
ODS: come posso aiutarla?
P: buongiorno, ho ricevuto la bolletta e ho notato che c'è l'addebito per l'elenco telefonico, bla bla bla, e ripeto a ODS i punti 1 e 3.
ODS: a chi è intestata la bolletta?
P: a [nome] [cognome]
ODS: mi può dire il codice cliente o il codice fiscale?
P: il codice cliente è 1234567890
ODS: e qual è il numero di telefono:
P: 1122334455
ODS: bene. Mi può dire qual è il numero di telefono?
P: Scusi, ma gliel'ho appena detto. 1122334455.
Generalmente sono diplomatica, gentile, e porto rispetto nei confronti della gente che sta lavorando.
Generalmente. Se mi prendi per idiota tendo a diventare un po' meno gentile. 
ODS: di che importo è la bolletta?
P: millemila euro.
ODS: qual è l'importo che deve pagare per questa bolletta?
P: No, ma davvero? Le ho appena detto anche questo, millemila euro. 
ODS: si vede che è appena stata emessa, perché io non riesco a vederla.
(I miei complimenti a chi vi ha fatto il programma, allora)
P: beh, io l'ho appena ricevuta, è appena stata emessa sì, mica telefono per chiedere informazioni su una bolletta di tre anni fa. 
ODS: Quando scade?
P: il 1° agosto.
ODS: va bene. Mi dica. 
(Monica, tesoro, ma ci sei o ci fai?)
P: scusi, cos'è esattamente che dovrei dirle?
ODS: motivo di telefonata.
(Ma porco cazzo, il motivo della telefonata te l'ho spiegato all'inizio, in quale momento della telefonata ti sei resettata, esattamente? O forse le cose te le devi far ripetere due volte per contratto?)
Mentre rispiego abbastanza pazientemente il motivo della telefonata già so che sarà difficile ottenere una minima soddisfazione da questa telefonata, ma ormai sono in ballo, e proseguo. 
Monica mi attacca uno spiegone sul fatto che non comparire sull'elenco e ricevere l'elenco siano due cose diverse (grazie, Monica, davvero, mi hai illuminato la giornata), al che io le faccio presente che questo l'avevo capito, ma che il problema di base è che mi stanno facendo pagare una cosa che non mi hanno dato. 
E Monica mi spiega che loro naturalmente non si occupano della distribuzione, ma che, se voglio, mi dà il numero di telefono della società che distribuisce gli elenchi così posso parlare con loro.
Ma anche no, Monica, davvero. Che lo so che la mia sarà stata l'ennesima telefonata di merda che si va a sommare alle altre ventordicimila telefonate di merda a cui tu ogni giorno sei obbligata a rispondere nel tuo cubicolo male areato, male illuminato e mal pagato. Ma se non sai cosa rispondermi, dimmelo. Invece di raccontarmi la genesi della distribuzione dell'elenco telefonico. Il risultato è lo stesso, tu avrai risparmiato tempo, e io non avrò avuto l'impressione di essere stata presa per il culo. 
Adesso provo a ritelefonare, sperando che Monica abbia finito il turno. 

7 lug 2014

Jersey boys

Quando torno da un viaggio ho bisogno di un momento di decompressione per tornare alla normalità. Se pensate che la parola "normalità" con me non c'entri molto fate conto che io abbia scritto routine. Va meglio? 
Non mi riferisco soltanto ai problemi legati al fuso orario. Che ci sono, eh? E vi dirò, più passa il tempo (mio, in senso anagrafico) e più ci metto tempo a recuperare. Una volta in un paio di giorni la questione si risolveva senza strascichi (almeno apparenti), adesso non mi bastano nemmeno un paio di settimane. E nell'ultimo caso specifico si trattava di SOLO cinque ore di differenza. E ancora adesso al mattino mi sveglio all'alba (e alla sera mi addormento al tramonto, più o meno...).
Ovviamente questo si ripercuote sulla mia vita sociale, ammesso e non concesso che io ne abbia una. Generalmente, a parte recarmi al lavoro e andare a fare la spesa, tutto il resto viene accatastato nel limbo del "prima o poi". 
Da quando siamo tornate, ovvero dal 21 giugno, io e la bionda non ci siamo più viste. Non ho visto nemmeno la Tiz, insomma, un'eremita 2.0: faccio cose, NON vedo gente. 
La programmazione cinematografica, sia chiaro, non viene in nostro aiuto: lo so che la stagione è quella che è e laggente vanno in spiaggia. E anche se vivi a Torino o a Bolzano, ti adegui come se in spiaggia ci andassi pure tu, e se proprio vuoi andare al cinema, ti accontenti di quello che passa la distribuzione. Roba che pure il palinsesto di Rete4 sembra meno peggio del solito, in questo periodo. 
Per farvela breve, sabato io e la bionda decidiamo di uscire. Per inaugurare la stagione della granita, approfittando del fatto che sabato anche il tempo sembrava essersi reso conto che fosse luglio e ci ha concesso una giornata estiva a tutti gli effetti, e, perché no? Per tornare al cinema. Abbiamo anche scelto il film: Jersey Boys, l'ultima fatica di Clint Eastwood. Spettacolo delle 19.00, per riuscire a tornare a casa in tempo e vedere Olanda-Costa Rica.
Avevo già avuto modo di parlarvi della mia passione per la granita siciliana, credo. Roba che se abiti in Piemonte, può diventare un problema. Perché quella che in molti posti vi spacciano come "granita siciliana" non ha nulla da spartire con la granita siciliana come la intendono in Sicilia. Per carità, buona è anche buona, ma, semplicemente, è un'altra cosa. 
Però, fra i vari posti che spacciano similgranite siciliane, a Torino esiste una cremeria che fa una granita siciliana come Dio comanda, con tanto di brioche siciliana (quella col "tuppo", per intenderci) che non ha nulla da invidiare a quelle che mangiano in terra di Trinacria. Che ve lo dico a fare, ormai io e la bionda siamo clienti affezionate. Spesso l'accoppiata granita (con panna, certo. Se le cose le fai, le fai bene) e brioche diventa la nostra cena del sabato sera. Come è successo sabato. 
Nel frattempo ci era anche passata la voglia di andare al cinema, e a vedere Jersey Boys non ci siamo andate. 


3 lug 2014

La Poison e lo shopping in Vietnam

Questo è un post frivolo, in cui si parlerà di shopping.
Poi non dite che non vi ho avvisati, ok?



Lo so che molti di voi penseranno che la Poison sia una tranquilla e morigerata signora di mezza età, senza vizi e... ok, dai, la smetto di dire cazzate, tanto non sono credibile.
E la smetto anche di parlare di me in terza persona, altrimenti sembro malata.
Anche se, a dire il vero, sono malata. Insomma, un po' malata. 
Non credo di potermi definire affetta da CBD, ma, nel mio piccolo, mi difendo discretamente.
Infatti ero molto dispiaciuta nello scoprire che, pochi giorni dopo la mia partenza, a Torino aprisse - in mia assenza - uno dei miei negozi di abbigliamento preferiti, ma, ovviamente, me ne sono fatta una ragione e sono partita lo stesso.
Fare shopping mi piace, ovvio che non arrivo a indebitarmi come Rebecca Bloomwood, ma, non dovendo mantenere nessuno oltre a me stessa, diciamo che cerco di non farmi mancare niente. 
Che il detto "mi manca tutto ma non ho bisogno di niente" nel mio caso si può ribaltare con "non mi manca niente ma ho bisogno di tutto". E può essere che in questo "bisogno" di comprare cose si nascondano disagio interiore o tutte le carenze affettive dell'universo mondo, ma, spendere per spendere, piuttosto che dare i soldi a un terapeuta o ad uno spacciatore, io faccio girare l'economia. 
Ovviamente anche quando sono in giro per il mondo lo shopping diventa parte fondamentale del viaggio. Fortunatamente anche sua bionditudine è un'appassionata, quindi fra un museo e un tempio, la visita al negozietto con la vetrina accattivante diventa quasi una tappa obbligata. A volte diventa una tappa obbligata per sfuggire al caldo esterno e godersi un po' di aria condizionata a sbafo, diciamolo.
In ogni modo, siccome non sono così fanatica come potrebbe sembrare, se sono in giro con qualcuno a cui la parola shopping provoca l'eritema, posso limitarmi senza problemi. 
Avete presente i tossici che dicono "posso smettere quando voglio?" Ecco, uguale. 


Fare shopping in Vietnam (parlo di abbigliamento ovviamente) se non avete le dimensioni di una dodicenne magra, potrebbe essere un problema, nel senso che le loro taglie sono piiiiiiccole. Molto piccole. Non illudetevi, anche l'XL made in Vietnam è PIU' piccola. Certo, se siete una taglia 40 e non avete le tette potete andare tranquille, che qualcosa troverete senz'altro. 
Se, come nel mio caso, la taglia 40 l'avete portata per un paio di settimane in quinta elementare, e avete la (s)fortuna di avere delle tette che nella coppa di champagne nemmeno ci entrano, ecco, fare shopping potrebbe intristirvi, e/o irritarvi e/o farvi pensare di esservi trasformate in un tricheco con la cellulite.
O, come nel mio caso, in uno scaldabagno con le tette.  
Ma.
Potete ovviamente concentrarvi sull'oggettistica, sui manifesti della propaganda, sulle teiere in ceramica e sulle ciotole di bambù, oppure potete ostinarvi come abbiamo fatto io e la bionda, e anche voi riuscirete a strisciare la vostra carta di credito con non poca soddisfazione.
Ammesso che il negozio in questione sia dotato di POS.
Mai dare niente per scontato. 
Una sera, ad Hanoi, io e la bionda dopo aver cenato al Quan An Ngon (18 Phan Boi Chau Street, Hoan Kiem district, anche se in città ce ne sono credo altri due), che ci è piaciuto parecchio, siamo tornate a piedi al nostro albergo, facendo una strada diversa rispetto a quella fatta all'andata.
Una vetrina con due abiti splendidi attira la nostra attenzione. Nonostante siano le 20.00 passate il negozio è ancora aperto. Entriamo. Tre signore sorridenti ci accolgono. Noi chiediamo gentilmente se possiamo dare un'occhiata, e loro continuano a sorridere. 
Guardiamo, proviamo alcune cose, le tre signore sorridono, la bionda decide di prendere una tunica e io un abito. Prezzi elevati per gli standard vietnamiti, ovviamente ridicoli, per il tipo di abito, per quelli italiani. 
Loro sorridono. Dopo poco capiamo il motivo di tanto sorridere: tutte e tre assieme non riescono ad articolare mezza frase in inglese. Avevo avuto dei dubbi quando ho visto il terrore nello sguardo di una delle tre quando le ho chiesto istruzioni per il lavaggio. Ma ci vuole ben altro per scoraggiarci. Estraiamo fiere ed egagre le nostre carte di credito e le tre ciamporgne iniziano ad emettere gridolini e a fare no con la testa. 
Queste tre mentecatte vendono abiti che costano un mezzo stipendio vietnamita e non hanno la carta di credito? Siamo indignate. Stiamo per andarcene sconsolate quando vediamo dall'altra parte della strada un bancomat.
Spieghiamo Tentiamo di spiegare che andiamo a prelevare e torniamo a prendere i vestiti che abbiamo scelto.
Rischiamo la vita attraversando la strada, entriamo nell'ATM, preleviamo, rischiamo una seconda volta la vita per riattraversare la strada, e, con i nostri soldi, rientriamo nel negozio. Le tre grazie ci guardano incredule. Il tempo di un prelievo e loro avevano rimesso i vestiti sugli stendini. In buona sostanza non avevano capito una beata minchia. Alla fine, non chiedeteci come, siamo anche riuscite a farci fare lo sconto.
Mi piacerebbe dirvi il nome di questo negozio, ma a) non aveva un'insegna, b) non ci hanno fatto nessuno scontrino, c) il sacchetto era anonimo. 
Posso dirvi che non è molto distante dal ristorante, è vicino ad un incrocio e dall'altro lato della strada c'è un bancomat. 
In ogni caso, altri negozi che vendono abbigliamento per taglie occidentali e che non sono troppo etnici che quando siete là vi sembra la roba più figa del mondo e qua in italia vi sentite un po' ridicole se non state andando al raduno dei fricchettoni o alla sagra dello spiedino arrotolato sono:
- Things of Substance, il cui motto è “Western Sizes, Vietnamese Prices”, vende abbigliamento in fibre naturali: cotone, lino, seta, bambu, a prezzi contenuti. 5 Nha Tho, Hanoi (vicino alla Cattedrale, orario dalle 9am alle 8pm);
- Metiseko: (abbigliamento e biancheria per la casa) 71 Hang gai, Hanoi; 03 Chau Thuong Van Street, Hoi An; 86 Nguyen Thai Hoc street, Hoi An
- Hot Chili: 67 Nguyen Thai Hoc Street, Hoi An (vicino al mercato)
- Papillon Noir: (abiti in seta dipinti a mano) 30 Tran Hung Dao street, Hoi An
- Yaly Couture sempre ad Hoi An, è una delle innumerevoli sartorie sparse per il paese, dove mi sono fatta confezionare il mio "sobrio" cappotto su misura, preparato in un giorno e consegnato comodamente in hotel: 358 Nguyen Duy Hieu Street, Hoi An.
KitKat verde e rosa... non ho indagato. 

2 lug 2014

1 lug 2014

Leggevateveli

La Poison (occhio, che quando inizia a parlare in terza persona c'è da preoccuparsi) non è mai stata un'amante dei film de paura. In compenso negli anni ha visto un sacco di film che le hanno fatto ribrezzo, ma questa è un'altra storia.
Questo per dirvi che gli amichetti miei - quelli che hanno dei blog in cui il cinema viene trattato seriamente - mica come qua che ci siamo riconvertiti in corsa - hanno deciso di dar vita a questa interessante iniziativa a cui io non parteciperò e, a partire da stasera, ogni martedì, per tutta l'estate, come ai tempi in cui eravate ggiovani e guardavate Notte Horror su Italia1, pubblicheranno un paio di recensioni di film de paura, appunto.
Quindi, che dire? Rabbrividiamo.