L'inizio della canzone canzone di Cat Stevens Yusuf Islam sembra scritto apposta per il film.
Hirokazu Koreeda - il cui cognome ha evidentemente (sarcazzo why) tratto in inganno la spettatrice seduta dietro di me facendole pensare che si trattasse di un film coreano - dirige, con estrema sensibilità e delicatezza, un dramma che nel Giappone degli anni Settanta si è verificato almeno una quarantina di volte, e che anche nel cinema, basti solo pensare al recente "il figlio dell'altra", è stato già usato, ovvero lo scambio dei neonati in culla.
L'interrogativo è sempre lo stesso. Vale più il legame di sangue o quello degli affetti?
Conta il DNA o l'esperienza di vita? I figli sono di chi li fa o di chi li cresce?
Ryota Nonomiya è un architetto affermato ossessionato dal lavoro e dall'importanza di avere successo nella vita, valori che, uniti allo studio del pianoforte e al senso del dovere, cerca di trasmettere al piccolo Keita, che conosciamo durante la prova di ammissione ad un'esclusiva scuola elementare privata, dove, per ingraziarsi chi deve decidere la sua ammissione, racconta una bugia innocente sul suo rapporto con il padre, il quale, quando gli viene chiesto quale sia un difetto del figlio, risponde la generosità (vista come un segno di debolezza, evidentemente).
Alcuni giorni dopo a casa Nonomiya arriva la telefonata dell'ospedale di provincia, dove la moglie, 6 anni prima, aveva dato alla luce Keita, e, una volta sul posto, marito e moglie vengono informati di quello che è accaduto.
Viene presto rintracciata anche l'altra famiglia, i Saiki, dove è cresciuto il piccolo Ryu-sei, ma oltre a lui la coppia, Yudai e Yukari, hanno avuto altri due figli. Lui gestisce un negozio di materiale elettrico, e la famiglia vive in un piccolo alloggio ricavato nel retrobottega. A differenza di Ryota, tutto ordine e disciplina, Yudai è un casinista, sempre in ritardo, il cui motto è "non fare oggi quello che puoi fare domani". In buona sostanza due universi paralleli.
Le due famiglie, dopo il primo incontro ufficiale, decidono di iniziare a frequentarsi cercando di prendere tempo prima di affrontare una decisione così dolorosa e complicata. Come nel film di Lorraine Levy le due madri entrano subito in sintonia, ma, siccome siamo in Giappone, società patriarcale, le due donne restano un po' relegate sullo sfondo, lasciando ai padri, e alle loro esistenze così diverse, il ruolo principale, ma del resto era evidente già dal titolo.
Non credo che in casi come questi ci siano scelte giuste o sbagliate, e infatti il regista, con uno stile asciutto e delicato non prende posizione, né parteggia per una famiglia o per l'altra.





















