18 mar 2014

This is my Boomstick Award 2014

E' tempo di premi, e pure io, forse immeritatamente, sono stata premiata, non una, non due ma (ben) tre volte.
Quindi, in rigoroso ordine alfabetico, ringrazio Babol, Beatrix Kiddo e il Bradipo!
Maradona e i Talking Heads l'anno prossimo, quando vincerò l'Oscar. 
Anche quest'anno - come l'anno scorso - con l'arrivo della primavera, è tornato il Boomstick Award. 
Ideato da Hell di Book & Negative, che io purtroppo non ho il piacere di conoscere in quanto il mio nazi-filtro aziendale, per qualche misterioso motivo, mi impedisce di accedere al suo blog (ma non mi impedisce di mettervi il link, in modo che possiate andare a buttare un occhio anche per me), il B.A. è un premio che non ti fa diventare né più phiga, né più ricca, ma riesce comunque a rimpolparti l'ego. Perché è inutile che stiamo qua a menarcela, se scriviamo su un blog è perché in qualche modo ci fa piacere sapere che la gente ci legge. E che qualcuno magari apprezza anche quello che scriviamo. 




Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua.
Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.).
Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa.
Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno.
Queste sono le regole:
1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore;
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione;
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto;
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come l'ideatore del premio, ovvero Hell, le ha concepite.
E questi sono i (miei) magnifici 7:

1) Il Bollalmanacco di Cinema: intanto perché Erica - che ancora non conosco personalmente, ma sono fiduciosa - mi è tanto simpatica, ha una passione per il Giappone come la sottoscritta, e quando parla di cinema lo fa con competenza e precisione, e nei suoi post scopro sempre qualcosa che ignoravo. 
2) Combinazione Casuale, perché, anche se i nostri gusti sono abbastanza diversi, Frank scrive bene, anzi, molto bene, anzi, benissimo, lo fa con passione, e si vede. 
3) Montecristo, perché scrive di cinema e non solo, perché spesso è così criptico che non riesci nemmeno a capire di che cazzo di film stia parlando, perché sotto quella patina da snob si nasconde un cazzone (in senso metaforico, poi magari anche in senso anatomico ma io questo non lo posso/voglio sapere) di tutto rispetto, e poi perché è mio amico anche nel mondo reale. 
4) Le maratone di un bradipo cinefilo perché quest'uomo ha visto cose che noi umani... non solo non potremmo immaginare, ma facilmente nemmeno sopportare, e perché, nel conferirmi il premio, ha scritto delle cose su di me che mi sono piaciute un sacco. Oh. 
5) Cinquecentofilminsieme perchè io e lei - salvo rarissimi casi - abbiamo gusti parecchio simili, e perché adesso c'ha Tilda Swinton in versione Eve come header del blog, scusate se è poco! 
6) 50/50 Thriller, perché oltre che film recensisce libri, e scopro sempre cose molto interessanti... 
7) WhiteRussian bla bla bla, perchè Ford ha minacciato di bottigliarmi nel suo ultimo post, e io non sopporto il dolore fisico. 

Bene. Spero di non aver sbagliato niente. 


Ah, no, dimenticavo: i vincitori potranno a loro volta assegnare il premio ad altri 7 blogger, ma non vantarsi di essere gli inventori del banner e del premio...lo ha creato Hell e anche se non lo conosco per il motivoche ho spiegato all'inizio, gode comunque del mio massimo rispetto 
L'assegnazione del premio deve rispettare quelle 4 regolette scritte sopra. Qualora ciò non avvenisse, il Boomstick Award sarà annullato d'ufficio ed in sostituzione verrà assegnato questo qui:

17 mar 2014

Sacro GRA


Se nasci cialtrona come la sottoscritta, quando senti parlare del GRA non puoi non iniziare a cantare Guzzanti in versione Venditti. 
Se non nasci cialtrona magari finisci a fare la giurata al festival del cinema di Venezia, e quando vedi il documentario di Gianfranco Rosi decidi pure di premiarlo. 
Siccome io spesso e volentieri parto prevenuta, all'epoca della vittoria del film a Venezia rimasi un po' perplessa, lo ammetto. Ammetto anche che la mia curiosità nei confronti del documentario era ad un livello molto vicino allo zero. 
Avevo letto la sua recensione. Poi la sua. E anche la sua
E fattele bastare, no? Fai una media ponderata e fidati, per una volta. 
Macché.
Si sa, curiosity killed the cat. E prima o poi ucciderà anche la poison.
Cosa dire di Sacro GRA?
Abbiamo per caso una domanda di riserva?
No?
Che sfiga.
Intanto faccio la splendida e vi piazzo un po' di numeri, che fa tanto quella che si documenta in giro, e poi continua comunque a dire cazzate, ma con cognizione di causa:

Sacro Gra in cifre:

4 anni di sopralluoghi e ricerche300 ore di girato per il film
300 chilometri a piedi50 ore di registrazioni audio
1500 chilometri a bordo di un camper100 scatti fotografici professionali
4 esploratori
(un urbanista, un regista, un scrittore, un operatore video)
1000 scatti fotografici amatoriali
6 fotografi20 taccuini di appunti
Allora. Pare che per le riprese Rosi abbia girato per 2 anni in camper sul Grande Raccordo Anulare.
Forse il premio lo merita solo per questo, a pensarci bene.
Detto ciò, il film ci offre una visione su qualcuna della miriade di esistenze che gravitano attorno al raccordo, totalmente slegate fra di loro, dalle due ballerine che si cambiano nel retro di un bar per poi andare a sculettare sul bancone del bar stesso, mentre una delle due confida all'altra che lei "col rossetto rosso sembra una zoccola". Come se senza corresse il rischio di venir scambiata per una monaca cistercense della stretta osservanza..., al barelliere del 118 che quando non è di turno in ambulanza passa il tempo in video-chat, all'intellettuale che vive in un monolocale con la figlia e si interroga su tutto, anche sul profumo della melanzana (la cui prima fetta tagliata sparisce misteriosamente nel nulla, ma vabbè, son io che son cagacazzo), al botanico alle prese con l'attacco alle palme da parte del punteruolo rosso, molto preoccupato per il destino delle palme, che collega a quello dell'uomo, passando per un nobile decaduto (assieme al suo gusto per l'arredamento) che affitta la sua casa come location per film e/o fotoromanzi, dove incontriamo Gabriele, quello che "se mi avrebbero offerto una parte da protagonista" il culo l'avrebbe dato senza problemi. Basta che non gli avrebbero chiesto un pompino, quello mai (che io vorrei che qualcuno un bel giorno mi spiegasse perché in culo sì e in bocca no, ma non divaghiamo, ora), al pescatore di anguille, passando per un raduno di devoti della Madonna che pregano (durante un'eclissi, ho capito bene?)  per finire con gli operai di un cimitero, addetti all'estumulazione delle salme che verranno poi trasferite in una fossa comune.
A parte una fotografia che ho trovato davvero bella e suggestiva il documentario mi ha detto davvero poco.
Diciamo che, semplicemente, ho preso atto.


15 mar 2014

True Detective #2

"Che roba è, un bordello di montagna?"
"Scusi? Forse dovrebbe parlare con lo sceriffo Bilson, prima di formulare delle accuse."
"No... non ho nulla contro i montanari."


14 mar 2014

supercondriaco

Alla bellezza ci si abitua, alla bruttezza non ci si rassegna.
(Giovanni Soriano)

Oh. My. God.
This stuff enters at number 1 on my shit list!





Volevo farmi rimborsare i soldi del biglietto. 
La Tiz mi ha fatto notare che eravamo ad un'anteprima gratuita (e ci tengo a sottolineare GRATUITA), e non sarebbe stato possibile. Ma io volevo farmeli rimborsare lo stesso.
E potrei fermarmi qui.
Ma, sperando di fare cosa buona e giusta, aggiungo qualcosa, in modo da risparmiarvi la sofferenza che abbiamo patito io e la tiz per 107 minuti, + 5 di intervallo. 
Sua Bionditudine si è risparmiata lo strazio perché aveva la riunione condominiale. A volte, le fortune. 
Copio dal web perché, davvero, non ce la posso fare:
«Supercondriaco. Ridere fa bene alla salute» è una commedia brillante, dal ritmo travolgente, in cui si ride moltissimo; «una storia sincera e personale - ha dichiarato il protagonista e regista Dany Boon. Questo film è diventato un modo per esorcizzare le mie manie e ossessioni da ipocondriaco, riuscendo a far ridere gli altri attraverso me stesso».
Brillante, travolgente, si ride moltissimo.
Io sono alta 1.80, fighissima che Miss Universo me spiccia casa, e sono vergine. 
Premetto che io sto all'ipocondria quanto Matteo Renzi alla sinistra. E che quelli che quando hanno mal di testa pensano immediatamente di avere un tumore allo stadio terminale al cervello scatenano in me turpi istinti omicidi. Detto ciò, il film inizia.
E buona parte del pubblico in sala inizia a ridere.
Dopo 10 minuti io volevo che il protagonista morisse.
La gente continua a ridere. Quello dietro di noi lo fa mentre commenta quello che ha appena visto sullo schermo. 
Dopo mezz'ora avrei voluto che morissero tutti. 
Quando si sono accese le luci per l'intervallo la tentazione di alzarmi e andarmene era davvero forte.
Ma alla fine la masochista che è in me (e anche nella Tiz)  ha preso il sopravvento. 
Continuavo a sperare che morissero tutti, ma ovviamente in questo film non muore nessuno, altrimenti il pubblico avrebbe smesso di ridere. 
Quando un poliziotto (francese, ça va sans dire) rivela di non avere la più pallida idea di chi sia Victor Hugo, ecco, a quel punto volevo morire io.
A Dany Boon, ma vaffanculo. 

13 mar 2014

(prossima fermata) Fruitvale Station

Fruitvale Station è il primo film di Ryan Coogler, che con quest'opera ha raccattato premi e riconoscimenti in vari Festival Cinematografici sparsi per il mondo, Cannes e Sundance compresi, oltre ad essere stato inserito nei 10 film dell'anno dall'AFI. Con queste premesse, ovvio che scattasse la curiosità di vederlo, e così, giovedì scorso, approfittando di una settimana di uscite in sala che definire scamuffe equivale a far loro un complimento, e dopo essere andata al cinema lunedì (anteprima gratuita di "Her") - martedì ("The Beautiful Loser" sulla vita di Gigi Restagno) - mercoledì (anteprima gratuita di "Allacciate le cinture"), mi sono ricongiunta con il mio amato divano e (finalmente) con il buon cinema. 
Fruitvale Station è - purtroppo - una storia vera, che racconta l'ultima giornata di vita di Oscar Grant, ventiduenne ucciso da un agente della Bart, nonostante il giovane fosse disarmato, all'alba del 1° gennaio 2009 nella stazione di Fruitvale, appunto, ad Oakland, a seguito di una rissa scoppiata nel vagone del treno che stava riportando a casa Oscar e i suoi amici, dopo i festeggiamenti dell'ultimo dell'anno.



Il film inizia con delle riprese effettuate (in pieno stile found-footage) con i telefonini di alcuni testimoni dell'accaduto, e al momento dello sparo torniamo indietro di 24 ore, alla mattina del 31 dicembre 2008, nel giorno in cui Oscar (splendidamente interpretato da Michael B. Jordan, segnatevi questo nome), ha deciso di mettere ordine nella sua vita, di impegnarsi a trovare un nuovo lavoro, prendersi cura della sua compagna e di sua figlia Tatiana. E, mentre si prepara a festeggiare sia il compleanno della madre (Octavia Spencer) sia l'ultimo dell'anno, lo osserviamo alle prese con le difficoltà quotidiane, pronto a lasciarsi alle spalle un passato difficile (il ragazzo aveva precedenti per spaccio), ponendo le basi per un futuro migliore. 
Il regista non santifica in alcun modo il protagonista, ma è davvero difficile non empatizzare con lui e con tutto il film, fino a quel finale gelido e agghiacciante.
In sala esce oggi.
Non fatevelo sfuggire. 


Dopo la sparatoria, gli ufficiali coinvolti, il Direttore Generale ed il capo della polizia della BART si dimisero. 
L'agente che sparò ad Oscar (Johannes Sebastian Mehserle) fu arrestato e accusato di omicidio di primo grado. Dopo aver sostenuto di aver scambiato la pistola con il taser (!!!) la giuria lo dichiarò colpevole di omicidio colposo e lo condannò a due anni di reclusione.
Venne rilasciato dopo 11 mesi.

12 mar 2014

La poison non guarda le serie TV.
ma ogni tanto fa un'eccezione.

True Detective

"Mi considero realista, ok?
Ma in termini filosofici sono un pessimista.
Credo che la coscienza umana sia stata un tragico errore dell'evoluzione. 
Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi.
La natura ha creato un proprio aspetto indipendente da essa.
Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale."
(Rust Cohle - Matthew McConaughey)

11 mar 2014

Il superstite

Quando alla fine della visione, sabato sera, si sono accese le luci, io la bionda e la tiz eravamo le uniche superstiti in sala (ah ah ah. Simpatia, portami via).
Non che fosse gremita, sia chiaro.
Lo dico subito: io, di fronte a film del genere, alzo bandiera bianca e dichiaro la mia abissale ignoranza, mentre mi si forma sul viso la classica espressione da "Cosa avrà voluto dire???" e penso immediatamente che ci sarà qualcuno, più illuminato di me, pronto a gridare al capolavoro.
E infatti, come volevasi dimostrare, presentato alla Semaine della critique al festival di Cannes e considerato dalla critica un piccolo capolavoro, Variety lo ha definito: "un sogno ad occhi aperti visivamente emozionante" e il Guardian "la straordinaria opera prima di un prodigioso giovane talento".
Che vi avevo detto? Il problema è mio, che con le visioni, il simbolismo onirico e le allegorie ho un pessimo rapporto.
Ma lo sapevo già.
E anche voi, credo. 


In un villaggio di pescatori in Scozia, a seguito di un misterioso incidente in mare, sono morti cinque ragazzi sui sei che si erano imbarcati. L'unico sopravvissuto è Aaron, ragazzo un po' "strano", introverso e taciturno, che non ricorda assolutamente nulla dell'accaduto e che, nell'incidente, ha perso il fratello Michael, a cui era legato in modo morboso. Tra presente e passato, che ci viene riproposto in continui (troppi?) flash back, alternanze tra camera a mano e campi lunghi, dramma e favola nera, realtà e fantasia, il film, a mio parere, ne esce un po' appesantito, ma, ripeto, è soltanto il mio umile ed incompetente parere. 
Il dolore che Aaron prova è (giustamente, ci mancherebbe) insostenibile, e la sua elaborazione del lutto procede a rilento, in quanto, ossessionato da una favola che la mamma raccontava loro da bambini, sull'esistenza del mostro dell'oceano, si convince, in un crescendo di follia, che suo fratello è vivo, è stato inghiottito dal mostro e spetta a lui andarlo a riprendere. Il regista non spiega cosa sia realmente accaduto in mare, né le circostanze in cui è stato ritrovato il ragazzo. Né se i sospetti della piccola comunità nei suoi confronti, che lo ritiene colpevole dell'accaduto, siano o meno fondati. E, mentre Aaron viene emarginato da tutti gli abitanti del villaggio, il suo comportamento sempre più ambiguo e ossessivo non aiuta la povera spettatrice ignorante (sto parlando di me, naturalmente) che arriva alla fine del film con un numero imprecisato di interpretazioni diverse, probabilmente tutte sbagliate. 
Ma credo che anche quelli più intelligenti di me faranno fatica a catalogarlo in un genere preciso. 
Però, casomai avessero del tempo da perdere, potrebbero sempre provare a spiegarmelo. 


10 mar 2014

Allacciate le cinture

...in modo che, se vi venissero le convulsioni durante la crisi iperglicemica che vi coglierà durante la visione di questo film, perché vi coglierà, non ci son cazzi, non rischierete di ribaltarvi sul pavimento.

Ho visto (assieme alla Tiz e alla bionda) il film in anteprima (e fortunatamente aggratis) mercoledì scorso.
Le anteprime "filmiche" solitamente sono privilegio riservato alle multisaladimerda, quelle che io la Tiz e la bionda frequentiamo giusto gratis. Nello specifico, questa volta l'anteprima era all'UCI Lingotto. Il che significa attraversare più o meno tutta la città in un orario più o meno di punta, e perdere tempo a cercare un parcheggio ragionevolmente più o meno vicino. 
Così io e la bionda decidiamo di prendere la metro, che per arrivare al Lingotto, si sa, è (più) comoda. Salvo scoprire che, per una fuga di gas in piazza Carducci, le corse sono limitate a Porta Nuova, e da lì c'è il carro bestiame la navetta sostitutiva.
Inizio a spargere, a mo' di giaculatoria, il mio mantra a base di "che due coglioni", anche perché i tempi si allungano, e l'idea di mangiare una battuta al coltello da Eataly va gloriosamente a farsi fottere.
Arriviamo all'8Gallery, ci facciamo un panino (ottimo) al Panino Giusto che mangiamo camminando come due poveracce, entriamo al cinema e prendiamo posto in sala. 
Vi starete chiedendo perché vi sto sontuosamente parlando dei cazzi miei invece che dell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, probabilmente. 
No, non ve lo state chiedendo. 
Fa lo stesso.
Io nel frattempo ho deciso che basta. Perché non se ne può davvero più.
L'ultimo film di Ferzan Ozpetek è... un film di Ferzan Ozpetek.
C'è un gay? Sì.
C'è gente che mangia e beve? Si.
C'è qualcuno che soffre (il pubblico in sala non vale) e/o si ammala e/o muore? Sì.
Perfetto.
Abbiamo appurato che ci troviamo realmente di fronte ad un film di Ferzan Ozpetek, nel caso specifico l'ultimo.
Che è ambientato a Lecce, nell'arco di 13 anni. Per fortuna dura un po' meno.
C'è Elena (Kasia Smutniak che io trovo davvero bella, anche nel finale in cui diventa un po' smuntiak a causa della chemio) che lavora in un bar con Fabio (Filippo Scicchitano, bravino), è fidanzata con Giorgio (Francesco Scianna) e dopo un primo incontro/scontro casuale con Antonio (Francesco Arca, giudizio sospeso) se lo ritrova davanti ad una cena, in quanto fidanzato della sua amica Silvia (Corinna Negri, la cagna maledetta Carolina Crescentini). 
Trucido quanto basta, tendenzialmente omofobo, Elena lo trova - giustamente - ripugnante, salvo, per la famosa regola degli opposti che si attraggono, innamorarsene dopo interminabili sequenze di languidi sguardi(*) che si incrociano e perdere completamente la cognizione nel momento in cui lui si scola un birrino in un lasso di tempo che probabilmente gli aprirebbe le selezioni per entrare nel guinness dei primati, e, bontà sua, quando ha finito si trattiene dal farle un sonoro rutto in faccia.
(*) Gli sguardi languidi ovviamente sono appannaggio esclusivo della Smutniak, ché a Francesco Arca probabilmente non hanno fatto in tempo a insegnare come si fanno. 
Fulminata sulla via di Damasco, esce dal bar, lo segue, lo cerca, lo trova, sale in moto con lui, non si dicono una parola (e meno male) si guardano, si riguardano, si sfiorano, si risfiorano, io e la bionda ci guardiamo, alziamo gli occhi al cielo, ci riguardiamo, rialziamo gli occhi al cielo, soffoco a stento un urlo di dolore, tento invano di assopirmi, niente da fare. 
Nel frattempo lei e Fabio coltivano il sogno di aprire un locale in un vecchio distributore di benzina dismesso. Li ritroviamo 13 anni dopo, il locale lo hanno aperto, funziona, lei è sempre molto bella, torna a casa, e scopriamo che con il trucido - che nel frattempo si è inquartato - ci ha fatto due figli, un maschietto rincoglionito e una bambina fastidiosa. Non vanno d'accordo e litigano spesso. 
Siparietti triti e ritriti fra la mamma di Elena (Carla Signoris) e la zia un po' svarionata (Elena Sofia Ricci) fino al momento in cui Elena scoprirà di avere un cancro al seno, e in una via crucis che si snoda fra lo stereotipo, il melodramma, il dejavu e la macchietta, comprensivo di incontro/confronto con l'amante di turno del marito (Luisa Ranieri in versione sguaiata parrucchiera napoletana), e di scambio di confidenze a cuore aperto tra Fabio e Antonio, luoghi comuni sparsi a pioggia, finalmente il film finisce. 
E, oltre alla crisi iperglicemica, a me sanguinavano anche gli occhi.