29 maggio 2015

La spacciatrice di informazioni

Siccome mi piace diffondere informazioni anche su argomenti di cui non capisco notoriamente una mazza, vi segnalo che a Torino ha inaugurato ieri - e noi, che siam peggio del prezzemolo ovviamente c'eravamo - e durerà fino al 21 giugno, la mostra SPACE ART, dove si possono ammirare - e volendo anche acquistare - una cinquantina di opere del maestro Leiji Matsumoto
Che, per chi non lo sapesse è, fra le altre cose, il papà di Capitan Harlock.
Che, essendo notoriamente un emarginato con tanto di cicatrice, alla poison adolescente piaceva tantissimo.


Ci sono bozzetti, studi, litografie, una Jolly Roger tridimensionale e poi c'è pure lui, Torajima no Miime che mi sarebbe tanto piaciuto portarmi a casa. 
Ma costava troppo. 



































Dove: Temporary Art Cafè - via S.Agostino 25 (Quadrilatero Romano) Torino
Ingresso libero.


28 maggio 2015

Youth

Youth has gone
I heard you say
It doesn't matter anyway
Don't hide the photos
Or turn off the lights
I'm quite sure we've both seen
Funnier sights
Youth
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Youth has gone
Though we're still young
It's hard I know to believe
That I was somebody's son
The memories
Of what you once were
The memories of what
We both were
Youth has gone
Though don't think
I don't cry
We let ourselves slip
And now
I ask myself why
I'm on my own
And don't think I really mind
When after all
The years have been fairly kind
Youth
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Sleep in a deep deep deep
Beauty is skin deep
Youth... Youth... Sleep!



e/o la grande giovinezza
e/o di cosa parliamo quando parliamo di vecchiaia.
Sorrentino torna in Svizzera.
Dalle conseguenze dell'amore alle conseguenze della prostatite. Sono passati dieci (undici, a voler essere pignoli) anni e 4 film, alcuni cortometraggi, un libro, un Oscar, dei ringraziamenti a cazzo, e un nuovo omaggio (?) a Maradona. 
Paolo, dai, abbiamo capito che Diego ti è rimasto nel cuore, ma adesso basta.
Mi è dispiaciuto non essere riuscita a vedere Youth in versione originale, perché secondo me il monologo di Lena (Rachel Weisz, sempre bellissima) mentre fa i fanghi con il padre, e il discorso di Brenda (Jane Fonda) a partire da quel "Che cazzo è quello? Sembra un incidente!" probabilmente da soli giustificavano i 92 17 minuti di applausi che il film ha ricevuto a Cannes (dove, per inciso, non ha vinto nemmeno un dattero).
Detto ciò, Youth, se si esclude la colonna sonora - a mio personalissimo parere - di una bruttezza da Oscar, mi è piaciuto. E -  a parte la bellezza (grandissima) di alcune scene, su tutte Caine che cammina in Piazza San Marco sulle passerelle di una Venezia invasa dall'acqua alta) non saprei nemmeno spiegarne i motivi.
Molto meno frammentario di La grande bellezza, dove valeva la proprietà commutativa delle addizioni, per cui cambiando l'ordine degli addendi la somma non cambia. e tu avresti potuto prendere le scene ad una ad una, mischiarle a caso, ricomporle e non sarebbe cambiato nulla, in Youth c'è la parvenza di un filo conduttore, fosse anche solo l'ansioso emissario della regina. 
E, fra la solita miriade di personaggi spesso inutili e scene che potevano esserci come no (e il risultato non sarebbe cambiato anche in questo caso) abbiamo una coppia di grandi "vecchi" del cinema, Michael Caine e Harvey Keitel, ospiti di un lussuoso lager centro benessere svizzero che disquisiscono e filosofeggiano su tutto e su tutti, in maniera a volte banale, a volte meno, sulla vita che è stata, su quella che verrà, aggrappandosi a ricordi dolorosi per giustificare l'apatia, cercando di credere (o far credere) che le emozioni sono sopravvalutate per credere (o far credere) che alla fine non si soffre più. 
Amici di vecchia data, affrontano la vita che resta appoggiandosi alla vita che è stata, relazionandosi quotidianamente sulle rispettive minzioni, e mentre Fred Ballinger (Caine) talentuoso direttore d'orchestra ritiratosi dalle scene non vuole più saperne di tornare a dirigere, Mick Boyle (Keitel) è un regista ancora in attività che sta lavorando al suo ultimo film, nella speranza che diventi il suo "testamento artistico".
E se è vero che solo chi cade può risorgere, in questo caso è vero il contrario: cade uno e risorge l'altro. 


25 maggio 2015

La vita non è un gioco. È sopravvivenza.

La frase che dà il titolo al post è di Mike Tyson. 
Ma, siccome ogni tanto mi piace esagerare, la faccio mia.
Anche la caccia al tesoro non è stata una passeggiata, ma siamo sopravvissuti. Che, a vedermi sabato sera mentre tornavo a casa non si sarebbe detto. Ero agile e scattante come un pangolino sotto bromuro, più o meno.
Comunque.
Nonostante io abbia un'età da madaminchia in cui sarebbe senz'altro più consigliato trascorrere il pomeriggio bevendo tè e mangiando pasticcini da Baratti & Milano questo non mi ha impedito di ritrovarmi, sabato mattina, alle 8.45, abbigliata come la mamma di uno dei Village People, in piazza Solferino, dove, addormentato appoggiato a un cartello di divieto di sosta c'era lui


Sono poi arrivate la Tiz e la Tiz-sorella, e abbiamo iniziato la nostra interminabile giornata con un caffè al bar. Quindi, assieme a tutte le altre squadre partecipanti, ci siamo spostati sul luogo incriminato. Quando hanno aperto il banchetto siamo andati a registrarci. E, siccome al peggio non c'è mai fine, ci hanno scritto il numero della squadra in fronte e fornito il "kit sopravvivenza". 
Consistente in un pollo di plastica un paio di micropanini, una mela e una lattina di Mole-Cola, famosa bevanda al gusto di Coca Cola ma made in Torino. Questo se eravate fortunati. Nel kit di sopravvivenza della Tiz, ad esempio, il panino era uno solo. 
Per iniziare la "cacc(i)a" bisognava entrare in un recinto dove c'erano tantissimi palloncini contenenti all'interno il numero della squadra. Quando lo si trovava si tornava al banco, e veniva fornito il primo indizio.
Una serie di domande logico/matematiche in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra ignoranza, roba che se A beautiful mind è morto, forse è anche un po' colpa nostra. Siamo riusciti, pietendo aiuti esterni, a risolverne il minimo sindacale che ci consentisse di superare la prova. Rischiando di non farcela. Con le nostre risposte ci siamo presentati al Politecnico dove ci hanno consegnato la prova successiva: costruire una macchina di cartone e simularne la marcia nel traffico.
Giuro. 
Dopo aver assemblato una roba che se la vede Marchionne la fa sua tempo zero, abbiamo effettuato una prova su strada, e abbiamo raggiunto la stazione di Porta Susa per documentare il tutto.

Gente senza vergogna

La prova successiva consisteva nel formare una catena di vestiti al parco della Tesoriera, in un tratto compreso tra due panchine.
Siamo rimasti tutti e quattro in mutande. La Tiz per la causa si è levata pure la maglietta. Ma, siccome al peggio non c'è mai fine, nella tappa successiva bisognava simulare l'effetto spiaggia al Parco Dora, con tanto di teli mare e costume.
Quindi i quattro deficienti si sono spogliati - e non ci sarà nessuna immagine a documentare tanto disdoro - il Dantés ha fatto pure una doccia sotto la fontana mentre la sottoscritta si è tuffata da un similtrampolino su un gonfiabile. Ci dev'essere un video ad imperitura memoria del gesto atletico, ma fidatevi, son robe brutte. 
Da lì, con un bus - sul quale ho potuto degustare il mio prelibato kit sopravvivenza -  abbiamo raggiunto il parcheggio del Basic Village dove bisognava dire "si vede la Mole e pure Superga" mentre la prova successiva consisteva nel cercare un'auto parcheggiata nei dintorni conoscendone la targa. Al ritrovamento bisognava telefonare cantando una canzone che contenesse la parola "città" nel testo, e quindi recarsi alla tappa successiva con la parola d'ordine. Qua, mentre ormai avevo perso - oltre alla lucidità - pure la forza per lamentarmi, ci hanno consegnato una lista di "cose" da portare alla tappa successiva, ognuna delle quali con un determinato punteggio. Cose di uso comune e trasportabilissime per una squadra di mentecatti a piedi: un divano, la cuccia di un cane, uno scolapasta giallo, ecc. 
In qualche modo siamo riusciti a racimolare i punti necessari, la Tiz ha comprato pure un vaso di gerani per l'occasione e Dantés dei cerotti, io mi sono sacrificata comprando una tortina che andava morsicata su quattro lati... Poi, dopo aver fotografato un tizio con le mutande rosse siamo andate a Porta Nuova, dove ci hanno consegnato dei fogli A4 con i quali scrivere il nome di un piatto tipico piemontese di almeno 8 lettere. Se sullo sfondo ci fosse stato uno dei due orribili grattacieli che hanno modificato lo skyline di Torino si aveva diritto al bonus. 

Ridendo e scherzando ci siamo trascinati a fatica sul tetto del Lingotto, dove, con mezzi come palloni elastici, sedie da ufficio con le rotelle, trattorini a pedali e monopattini, bisognava scendere lungo la rampa del Lingotto stesso medesimo. E qua io e Tiz-Sorella abbiamo atteso che gli altri due effettuassero la prova. Quando ci hanno detto che avremmo dovuto andare in Piazza d'Armi a formare una piramide umana di dieci persone abbiamo deciso che si era fatta una certa, e che per noi la caccia al tesoro poteva anche concludersi lì. 
Quel sant'uomo del Tiz-fidanzato ci ha recuperato, e finalmente abbiamo potuto raggiungere Baladin dove avevamo sapientemente prenotato un tavolo per gustarci un paio di meritatissime birre, evitando pure di presentarci - inutilmente - alla premiazione.




22 maggio 2015

Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio.

La risposta è sempre la stessa, da anni. 
Sono io.
Questa volta no, questa volta il mandante è qualcun altro. 
Anzi, altrA. 
Nello specifico la Tiz.
Infatti è grazie a lei che domani, una squadra composta da quattro deficienti con tanto di elmetto antinfortunistico e tappi per le orecchie - no, ma davvero, parliamone - si ritroverà in piazza Solferino, alle 9 (nove) di mattina per partecipare alla Caccia al Tesoro organizzata da Urban Center Metropolitano.
Nella migliore delle ipotesi arriveremo ultimi.
Nella peggiore, qualcuno di voi, affezionati lettori, mercoledì contatti la redazione di Chi l'ha visto.


18 maggio 2015

Child 44


Dopo Leviathan, film Russo fatto da Russi che racconta la Russia, sembrava giusto proseguire con Child 44, film altrettanto russo anche se diretto da Daniel Espinosa, uno svedese di origine cilena, che si avvale di una coproduzione USA/Regno Unito/Romania/Repubblica Ceca, dove scopriamo che, anche se "non ci sono delitti in paradiso" i comunisti mangiavano i bambini. 
No, dai. Non è che se li mangiassero sul serio, su.  
In ogni caso, paradiso o no, qualcuno che li uccideva c'era.  
Il film inizia negli anni 30 (carestia, fame, Holodomor, migliaia di orfani, ecc...) dove facciamo conoscenza con il piccolo Leo, che si unisce ad un gruppo di soldati, e in un attimo siamo a Berlino, ed è il 2 maggio del 1945, abbiamo la foto di Evgenij Chaldej e a dimostrarcelo ci sono il nostro Leo Demidov, che nel frattempo è diventato Tom Hardy, in compagnia di Alexei Andreyev (Fares Fares, visto da poco in The Keeper of Lost Causes) a fare da modelli per quel celebre scatto. 


E, mentre nella mia testa risuonava una vecchia canzone dei CCCP, pensavo alle analogie con la foto di Joe Rosenthal, raccontata da Clint Eastwood in Flags of our Fathers.
Già, perché, come molte foto passate alla storia, anche quella di Chaldej è stata "costruita". 
Immagino abbiate già capito - se mi leggete da un po' senz'altro - che quando inizio a parlare della qualunque a discapito del film, significa che questo non mi ha entusiasmato particolarmente, né ha catturato la mia attenzione. Il che non vuol dire necessariamente che il film non mi sia piaciuto. Semplicemente l'ho trovato un po... meh,.. 
Pare si ispiri alla vicenda di Andrej Romanovič Čikatilo, serial killer conosciuto come il mostro (e/o il macellaio) di Rostov. nonostante il film sia ambientato in epoca precedente e le vittime del killer (all'epoca il termine "serial killer" non era ancora in auge, e "in paradiso" non avevano certo bisogno dei profiler dell'FBI) siano diventate dei bambini, mentre nella realtà fra le vittime di Čikatilo c'erano anche molte giovani donne.
Ma tornando al film, avevamo lasciato il giovane Leo Demidov sul tetto del Reichstag, e lo ritroviamo, eroe sovietico, a capo di una squadra dell'MGB, con il suo fedele amico Alexei e l'immancabile pezzo di merda Vasili. Nel frattempo il figlio di Alexei viene ucciso, ma, sempre per il solito motivo (non ci sono crimini in paradiso, esatto) l'omicidio viene fatto passare come incidente, e toccherà proprio a Leo comunicare la cosa ad Alexei. Passa il tempo, succedono cose, e improvvisamente Leo cade in disgrazia per essersi rifiutato di denunciare la moglie Raisa, sospettata di essere una traditrice del regime. 
La coppia viene esiliata trasferita nel ridente villaggio di Volsk e qua Leo, agli ordini del generale Nesterov scoprirà che altri bambini sono stati uccisi esattamente come il filgio di Alexei. Inizierà a indagare e alla fine scoprirà che...fra diffidenza, sospetto, giochi di potere, corruzione, insabbiamenti, paure e tradimenti, il paradiso non è poi tutta sta meraviglia. 




E... non lo so. Alcune scene vengono risolte in maniera un po' troppo frettolosa, altre risultano un po' confuse, e di altre ancora non se ne sente la necessità, ma, nel complesso, quadra più o meno tutto.
Nel cast, oltre a Tom Hardy, abbiamo Noomi Rapace già da ora candidata al premio peggior tinta di capelli del secolo, ancora in coppia con Hardy dopo "The drop", il già citato Fares Fares, Vincent Cassel, Gary Oldman, Paddy Considine, Jason Clarke e, per finire, Joel Kinnaman, che molti di voi, a differenza della sottoscritta, avranno visto interpretare il figlio di Liam Neeson nel recente Run all Night, il figlio di Robocop nel remake di Robocop, e il figlio di puttana in questo film.

15 maggio 2015

Da Arles a... casa.

Lunedì 4 maggio
Eravamo rimasti ad Arles, che purtroppo, la mattina del 4 maggio, abbiamo dovuto abbandonare per tornare a casa. Che il momento in cui bisogna tornare arriva sempre. A meno di schiantarsi in autostrada durante il tragitto, ma anche lì, a casa in qualche modo ci tornerai comunque.
Anche la colazione offerta da Le Vagabonde è stata apprezzata, quindi posso dire che tutti e tre i B&B scelti per questo breve viaggio meritano la promozione.  

Ovviamente anche oggi abbiamo in programma qualche tappa.
La prima è Les Baux-de-Provence, borgo di nemmeno 500 abitanti arroccato su uno sperone roccioso, dove non puoi entrare in auto ma devi parcheggiare all'esterno del paese.
E qua scatta il vantaggio del giorno feriale, in quanto siamo riuscite ad arrivare fino all'ingresso, lasciando l'auto in un parcheggio semideserto. E a pagamento. Tariffa unica per tutto il giorno 5€, sia che tu ti trattenga un'ora o tutto il giorno, da pagare ai parcometri. Quindi cercate di avere con voi della moneta.

Se fossimo venute qua nel week end sicuramente non saremmo riuscite a parcheggiare così vicino, e ci saremmo ritrovate a camminare per le strade lastricate del paese cercando di scansare le persone, senza riuscire a vedere nulla. 
Siccome non si possono avere tutte le fortune, il tempo non è bellissimo, ma noi ci accontentiamo. Che, se devo scegliere tra formicaio con sole e deserto con nuvole, io scelgo la seconda. Simpatia portami via. 
Entriamo in un negozio di cappelli, ne provo uno molto carino che mi sta anche bene, ma sinceramente spendere 70€ per un cappello che - se tutto va bene - metterò un paio di volte, mi sembra un po' inutile, soprattutto pensando ai TRE panama (tre) comprati in Ecuador che giacciono nel mio armadio, uno dei quali, fra l'altro, non è mai uscito dalla sua scatola. Mentre dicevo queste cose alla bionda interviene il negoziante per spiegarmi che i migliori Panama non arrivano dall'Ecuador ma vengono prodotti in Francia.
Allora. 
Io capisco. che tu sei lì per vendere i tuoi prodotti, ma non è che se mi prendi per il culo in maniera così sfacciata io mi convinco ad acquistare un cappello che non mi serve, l'avesse anche intrecciato Maria Antonietta in persona con le dita dei piedi. E un po' come se io ti facessi credere che la nduja è un prodotto tipico di Bolzano. 

Abbandoniamo il negoziante e i suoi cappelli, e anche Les Baux.
Saliamo in auto e regalo il biglietto del parcheggio ad un signore che mi stava chiedendo informazioni al proposito. Lui si sorprende molto e mi ringrazia ancor di più e io, per oggi, sono a posto con la buona azione quotidiana. 
Siccome è presto decidiamo di arrivare fino ad Aix en Provance, che inizialmente non avevamo previsto nel nostro itinerario. Per arrivarci passiamo attraverso diversi paesini, uno più grazioso dell'altro, e a St.Cannat ci fermiamo per una sosta "tecnica". Prendiamo un caffè, facciamo due passi e ripartiamo.


Arriviamo ad Aix totalmente impreparate, lasciamo l'auto in un parcheggio e iniziamo a girare seguendo il nostro metodo più collaudato: totalmente a cazzo.
Fa decisamente caldo, e la cosa ci piace.
Vaghiamo per le vie del centro, piene di negozi MOLTO interessanti, ma siamo stranamente bravissime e riusciamo, evitando di indurci in tentazione reciproca, a non spendere nemmeno un centesimo. Conoscendomi, sono quasi esterrefatta.
Consultiamo Tripadvisor per cercare un posto per il pranzo raggiungibile senza dover fare km, e la nostra scelta ricade su Fanny's che ci sfama con un ottima tartare.
Torniamo sui nostri passi e abbandoniamo anche quest'angolo di Provenza, adesso si torna davvero a casa.


Decidiamo di fare un pezzo di autostrada fino a Forcalquier, dove ci fermiamo perchè all'andata il posto ci era sembrato carino. Facciamo due passi, ci inerpichiamo fino alla cittadella, guardiamo il panorama, scendiamo nuovamente in paese, ci concediamo la nostra Leffe quotidiana che - incredibilmente - finisce in un nanosecondo, probabilmente è evaporata per via del caldo, e via, di nuovo in macchina.




Prendiamo l'autostrada fino a Gap, e da lì ci rimettiamo sulla statale. Che ci vuole? Un attimo e sei ad Embrun, da lì a Briançon che ci vuole? Praticamente sei quasi a casa.

Un par de ciufoli.
Io e la bionda siamo bravissime a distrarci, quindi è possibile che ci siamo perse un indicazione del navigatore, che ad un certo punto, ricalcolando, ci ha suggerito di girare a sinistra. Noi abbiamo guardato la strada, che era una di quelle stradine strette che sembrano portare in mezzo al nulla, quindi, siccome siamo anche presuntuose e supponenti, abbiamo irriso il navigatore e abbiamo proseguito dritto.
Il navigatore che avevo sull'altra auto avrebbe iniziato a intimarmi frasi del tipo "fate inversione a U, tornate indietro appena potete, tornate indietro appena potete, tornate indietro appena potete, GRANDISSIMA ZOCCOLA, TI DECIDI A TORNARE INDIETRO?"
Quello che c'è su questa invece è molto più mansueto, lui abbassa gli occhi mogio e si mette a ricalcolare il percorso.
Dopo aver stabilito che ho il navigatore modello "Slave", ci siamo ritrovate a percorrere la strada che costeggia la diga sul Durance, quella che forma il lago di Serre-Ponçon. Avanzavamo con il muro alla nostra destra e faceva paurissima.
Però, quando siamo arrivate in cima, abbiamo potuto goderci questo panorama.


E poi, senza più sbagliare strada, siamo riuscite a tornare a casa, sane e salve.
E, dopo questa parentesi da travelbloggercialtrona, torno a fare quella che finge di saperne di cinema, fino alla prossima.


14 maggio 2015

Secondo me...

...quelli che hanno organizzato Torino incontra Berlino sapevano cose che noi fino a ieri sera ignoravamo...




Leviathan

Leviathan è un gran bel film.
Leviathan è un gran bel film con una splendida fotografia.
Che Leviathan abbia una splendida fotografia te ne accorgi fin da subito, perché sia nelle riprese iniziali sia in quelle finali scorrono paesaggi che, nonostante non siano i classici scorci di paradiso da catalogo vacanze, emanano un fascino potente.
E, all'inizio, puoi osservarli in silenzio per sette minuti.
Fino alla prima battuta pronunciata da Kolja, che è "esco a fumare, se no mi addormento".
Ecco. 
Leviathan è un gran bel lungo film. 
Russo.
Ma no, cosa avete capito? Non ho iniziato a dormire dopo sette minuti, dicevo Russo inteso come provenienza geografica. 
Per quanto, alla lettura delle due sentenze - anche qua all'inizio e alla fine - il rischio che ti colga la narcolessia, diciamocelo, c'è.
In alternativa, una crisi isterica. 
Leviathan è inesorabilmente, inequivocabilmente, un film russo. Sprigiona russitudine da ogni singolo fotogramma. Roba che te ne accorgeresti anche se ti portassero al cinema bendato e ti togliessero la benda a film iniziato, quando anche l'ultimo dei titoli di testa è sparito dallo schermo. 
Leviathan è un gran bel film a cui una mezz'ora in meno di minutaggio avrebbe senz'altro giovato, ma, nonostante ciò, resta comunque un gran bel film.
Perché non necessariamente un film per essere bello deve raccontare una bella storia edificante, dove tutto è bene quel che finisce bene e vissero tutti felici e contenti. Troppo comodo, capaci tutti. 
In Leviathan si beve. Ma si beve tanto.
Vodka. Tanta vodka. Solo vodka.
La vodka per accompagnare i momenti di festa, la vodka per esorcizzare il dolore, la vodka perché è la prima cosa che ti capita in mano, che sia mattina, pomeriggio, sera. Ogni momento è buono per bere vodka. 
Leviathan riesce, ad un certo punto, a sprizzare, oltre ad una satira nemmeno troppo velata, momenti pervasi di sottile ironia, non so se volutamente o in maniera inconsapevole. O se l'abbiamo colta solo io e le mie amiche. 
La vicenda è quella di Kolja, che vive da sempre in una casa sul mare, in uno sperduto paese del nord della Russia, con il figlio adolescente e la seconda moglie, più giovane di lui.
La casa però è stata espropriata - valore dell'esproprio, inutile dirlo, ridicolo - dal corrottissimo sindaco del paese, che su quel terreno vuole avviare un non meglio precisato progetto di riqualficazione edilizia.
Kolja naturalmente si oppone all'esproprio, e per farlo chiede aiuto ad un suo vecchio compagno d'armi di Mosca, diventato avvocato. E tu, che non sei pervasa dal tipico pessimismo dostojevskiano, pensi che l'avvocato che arriva dalla capitale, con le sue amicizie altolocate e i suoi dossier pregni di segreti compromettenti al sindaco del paesino gli fa un culo come una capanna.
E invece.
Tra un bicchiere di vodka e l'altro la situazione degenera un po' su tutti i fronti, e quello che sembrava un dramma sociale e di denuncia assume tinte da melodramma che sfocia nel thriller, con quel finale che ti lascia sospeso in un limbo di incertezza e indignazione. 

Vodka ne abbiamo? 
Porca trojka, ho finito la vodka

11 maggio 2015

Arles

3 maggio
Siccome le visite di Aigues Mortes e Saintes Maries de la Mer ci hanno portato via meno tempo del previsto siamo arrivate ad Arles a metà pomeriggio.
Il nostro Bed & Breakfast (Le vagabonde) è in pieno centro storico, in un dedalo di vicoli strettissimi, roba che se hai un macchinone fai davvero fatica a girare. Pure la sottoscritta, arrivata ad un incrocio particolarmente ostico, ha preso male le misure riuscendo a rigare uno dei suoi bellissimi cerchi in lega... Ne ho preso atto, e alla fine, visto che, grazie a tutta una serie di sensi unici e strade chiuse continuavamo a girargli attorno (al bed & breakfast, non al cerchio in lega), abbiamo parcheggiato sul lungofiume, lungo una strada di dimensioni umane, e abbiamo raggiunto Le Vagabonde a piedi, camminando per nemmeno cento metri. 
Marie Annick, la proprietaria, très chic, ci ha mostrato la nostra camera, composta da 2 stanze comunicanti, ognuna col suo letto, più la "sala da bagno". Arredi vintage, pavimenti in cotto, davvero molto... charmant.  

Dopo averci dato qualche indicazione su ristoranti e bar a vin, ci ha mostrato la sala per la colazione, e si è offerta di prenotarci il ristorante per la cena. L'abbiamo ringraziata e siamo partite alla scoperta della città.
In cinque minuti siamo arrivate alla piazza della cattedrale, l'Église Saint-Trophime, poi la nostra attenzione è stata catturata dai criptoportici. che decidiamo di visitare, acquistando il Pass Liberté, che, con 11.00€, consente l'accesso a 4 siti archeologici a scelta + 1 museo.
Così, con il nostro Pass Libertè, (Egalité, Fraternité) siamo scese nei criptoportici, di cui vi copioincollo una breve descrizione: 
il criptoportico di Arles, risalente al 1 ° secolo aC fu costruito come fondamento per il forum, che da allora è stato sostituito con la Cappella del Collegio dei Gesuiti e il Municipio. Tre gallerie doppie parallele, disposte in forma di U sono supportate da cinquanta moli. Strutture simili a Narbonne, Reims, e Bavay sono state usate come granai. Il criptoportico ad Arles è però, troppo umido e può essere servito come una caserma per gli schiavi pubblici. 

Gli occhi si abituano in fretta all'oscurità, infatti tornate in superficie ci investe una luce abbagliante... Entriamo nella cattedrale e poi, sfruttando il pass, visitiamo il Chiostro di Saint-Trophime che purtroppo ha una parte del colonnato in ristrutturazione, ma si può salire al piano superiore, cosa che, a mia memoria, mi è capitato raramente visitando un chiostro.
Lo stile architettonico è a cavallo tra il gotico e il romanico, e risale ai secoli XII-XIV, e, nonostante molte guide segnalino ancora l'ingresso da rue du cloitre, si entra da Place de la Republique, di fianco alla cattedrale. 


Considerato che c'è ancora parecchia luce cerchiamo di ammortizzare interamente il pass, e ci dirigiamo verso il teatro. E' ancora aperto, così ne approfittiamo. Inaugurato nel 12 a.c., a differenza di quello di Orange, qua è rimasto molto meno. Della scena restano due colonne corinzie, chiamate "deux veuves", le due vedove. 


Dopo il teatro logicamente tocca all'arena, così abbiamo esaurito i 4 ingressi compresi nel nostro pass. Risalente all'80 d,c, è - a differenza del teatro - molto ben conservata, e infatti ancora oggi ospita spettacoli teatrali. Uscite dall'arena, decidiamo che è ora di fare una piccola pausa, per poterci gustare, comodamente sedute, la nostra Leffe quotidiana.
E ci scegliamo una brasserie vista arena:



Siccome è dalla famosa colazione di Montpellier che non mangiamo nulla, e sonio passate 10 ore abbondanti, la birra a stomaco vuoto sviluppa un effetto euforico abbastanza prepotente, ma senza essere nocivo. 
Ci rilassiamo, spariamo due cazzate (attività in cui, non per vantarci, siamo davvero bravine) e, in attesa che arrivi l'ora di cena (la proprietaria del b&b ha prenotato per le 20.00) decidiamo di camminare ancora un po' per questa stupenda cittadina. Ci spingiamo fino alle terme di Costantino e alla vicina Fondazione Van Gogh, ormai chiusa, e camminando senza una meta apparente, facciamo arrivare l'ora di cena. 

Arriviamo davanti al ristorante "le criquet" e un cartello all'ingresso dice che sono al completo. Ma noi abbiamo prenotato, o meglio, qualcuno ha prenotato per noi, e ci danno subito il nostro tavolo, al piano superiore del locale, che effettivamente non avrà più di una quindicina di tavoli. 
I prezzi sono nella media per un ristorante di quel livello, ma, avendo risparmiato sul pranzo, va benissimo, e, decidiamo di farci anche un Pastis come aperitivo. Cosa per me impensabile fino ad un paio di anni fa, perché il gusto dell'anice non mi ha mai fatto impazzire, però, va a sapere, adesso riesco a berlo. Il prossimo passo sarà la Sambuca, a questo punto. 
Dopo cena camminiamo  un po, passiamo di fronte all'arena e, vagando un po' a caso fra i vicoli riusciamo anche a tornare a casa, e, come sempre, a svenire nel letto in tempo zero. 


8 maggio 2015

Da Montpellier a Saintes-Maries-de-la-Mer

Domenica 3 maggio
L'itinerario di oggi è relativamente breve e prevede poche tappe, quindi possiamo prendercela con più calma (non che gli altri giorni noi si andasse in giro come due tarantolate in preda al ballo di San Vito, vorrei precisarlo).


Alle 8.30 ci viene servita la colazione in veranda.
E qua vorrei spendere due (tre, quattro, cinque, millemila) parole.
Come ho già detto il proprietario del B&B è italiano, si chiama Gianfranco e, oltre ad essere simpatico, disponibile e molto alla mano prepara personalmente la colazione. 
Ecco.
Partiamo dal famigerato succo di arancia che non è succo al retrogusto di medicina ma una vera spremuta di arancia fatta con le arance vere. 
Poi compare lui, portandoci due coppette di tiramisù fatto con le sue manone sante. Cioè. La meraviglia.
Se siete di quelli che dicono "io a colazione non mangio niente" l'isoletta non è il posto che fa per voi (che poi, se siete di quelli che non fanno colazione, mi chiedo perché dovreste prenotare in un bed & breakfast, a questo punto).
Comunque, oltre al tiramisu (non alcolico, ha precisato Gianfranco) c'era un croissant tostato - e ancora caldo - con marmellata, oltre ad un panino (tiepido) con pomodoro e mozzarella. 
Doppia razione di caffè, sigaretta, chiacchiere e noi, dopo questa colazione stile brunch abbiamo tranquillamente saltato il pranzo e pure la merenda. Quindi, in ultima analisi, un soggiorno all'isoletta vi farà anche risparmiare il costo del pranzo! 
Paghiamo, carichiamo i nostri bagagli (si parcheggia all'interno del giardino), ringraziamo Gianfranco per il piacevole soggiorno ma soprattutto per l'ottima colazione e torniamo in centro a Montpellier, a vedere con la luce tutto quello che avevamo già visto ieri sera.
La piazza principale e Place de la Comedie, ma, nel dedalo di viette e vicoli ogni tanto si aprono deliziose piazzette che regalano dei bellissimi colpi d'occhio. Oltretutto è domenica mattina, e in giro c'è pochissima gente. 

Scendiamo fino alla Cattedrale di St.Pierre, poi entriamo nel Carrè Sainte Anne (2 Rue Philippy), vecchia chiesa riconvertita a spazio espositivo d'arte contemporanea (con ingresso libero). 
Oggi è l'ultimo giorno in cui sono esposte opere di Lèopold Rabus, artista svizzero nato nel 1977. 
Quadri cupi, caratterizzati dalla presenza di volatili e figure umane. Inquietanti, ma di indubbio fascino.

Decidiamo che possiamo abbandonare anche Montpellier.
La prossima tappa é il borgo di Aigues Mortes, ad una trentina di km.

Il paese deve il suo nome (acque morte) al fatto di essere situato in una zona paludosa con gli stagni che caratterizzano la Camargue. Abbiamo parcheggiato (5.00€) fuori dal paese, interamente cinto da mura, e appena sorpassata una delle porte di ingresso avremmo voluto fuggire. Una marea di gente che riempiva le stradine del paese disseminate di negozi di souvenir uno dietro l'altro.
Adesso. 
Io lo so che, scegliendo di andare in giro durante un ponte non posso pretendere di essere l'unica cretina ad aver avuto l'idea geniale. E che se scelgo di visitare una località turistica devo mettere in conto che ci sarà gente. Che, se in una città come Parigi, Roma, Firenze o New York la folla si spalma su tutta l'area cittadina, in un paese con meno di diecimila abitanti finisce che la massa... si ammassa, appunto.
Così ci spostiamo nelle vie più laterali, costeggiando le mura dall'interno. Non essendoci negozi e locali si cammina bene, e si riesce pure a vedere qualcosa del paese, che, va detto, è molto bello e caratteristico. 



Lasciamo Aigues Mortes e ci inoltriamo nella Camargue.
La prossima tappa è Saintes-Maries-de-la-Mer, paese famoso perchè ogni anno - 24 e 25 maggio - si svolge il pellegrinaggio dei gitani, in occasione della festa di Santa Sara, loro patrona. 

La strada attraversa il parco ornitologico di Pont de Gau e infatti ad un certo punto intravedo qualcosa che sembra... sì, sono proprio fenicotteri! Non avrei creduto di riuscire a vederli, e invece, eccoli qua.
Fermiamo l'auto in una piazzola lungo la strada, ci addentriamo nel prato dopo esserci assicurate che non ci fosse acqua per poterli vedere un po' più da vicino e scattare un paio di foto.

Torniamo in macchina soddisfatte (le gioie che può regalare un uccello, alle volte, eh?) e riprendiamo la marcia. Arriviamo a SMDLM, parcheggiamo (qua gratuitamente) e, camminando sul lungomare, ci dirigiamo verso il centro del paese. C'è gente in spiaggia. E anche dei pazzi furiosi qualcuno che sta facendo il bagno, anche se sono convinta che la temperatura dell'acqua sia gelida. E' l'ora di pranzo, ma noi ovviamente dopo la GranColazioneTrionfaleMaxima non abbiamo fame, quindi ci spostiamo verso la chiesa.
Anche qua le strade sono disseminate di negozi uno attaccato all'altro. E di gente. Tanta gente. Troppa gente. 


Raggiungiamo la chiesa. All'esterno stazionano gruppi di zingare che tentano di leggerti la mano, appiccicarti medagliette della Madonna un po' ovunque e scucirti soldi. E, se ti azzardi a dire "no grazie" la buttano un po' sul personale chiedendoti se il motivo del tuo rifiuto è dovuto al fatto che loro sono gitane. No bella, è dovuto al fatto che siete delle rompicoglioni, a prescindere da razza sesso religione e gruppo etnico di appartenenza, semplice. 
Nella cripta, dove fa caldissimo a causa della quantità di lumini accesi, c'è la statua di Santa Sara, mentre, pagando 5.00€ si può (e ne vale davvero la pena) salire sul tetto della chiesa, che si raggiunge attraverso una stretta scala a chiocciola. Fortunatamente le scale sono due, una per chi sale e l'altra per chi scende.
Purtroppo la giornata è un po' scamuffa, e il cielo ha un colore imprecisato, ma sul tetto si sta davvero bene. Peccato che ad un certo punto tocchi scendere. Cercare nuovamente di evitare con cura le gitane e riprendere la camminata.
Il paesino è relativamente piccolo, e decidiamo che possiamo proseguire il nostro viaggio per arrivare ad Arles.