31 gennaio 2013

D'o(h)


E alla fine io e la bionda ci siamo riuscite.
A provare la cucina di Davide Oldani nel suo ristorante D'O, in quel di San Pietro all'Olmo.
Dov'è San Pietro all'Olmo? Vicino a Cornaredo, in provincia di Milano.
Che dire?
Il locale è piccolo ma curato, i piatti sono uno meglio dell'altro, ricercati, particolari, gustosi e leggeri, e quando esci dopo aver mangiato di tutto di più (che io e la bionda quando decidiamo di provare un ristorante non ci facciamo mancare davvero nulla, dall'antipasto al dolce) non andrai alla ricerca della farmacia di turno per farti di alka-seltzer, perchè non ne avrai bisogno.
Un'ulteriore cosa degna di massimo rispetto, per un locale di questo livello (una stella Michelin), è che per pagare il conto non dovrai vendere un rene o impegnare la cassettiera luigi XVI della zia Adalgisa, perchè il rapporto qualità/prezzo è assolutamente insuperabile.
L'unico problema, se vogliamo proprio trovare un difetto, è dover affrontare tutte le portate con la posata passepartout, che può sembrare un po' inquietante. Ma è un problema che si supera, sia chiaro.
Anche perchè, nell'eventualità che nel menu ci siano spaghetti o roba del genere, i camerieri arriveranno in tuo soccorso portandoti una banalissima forchetta.
E comunque io sono già in crisi d'astinenza da cipolla caramellata.


30 gennaio 2013

Lincoln

"Tu come la vedi?"
"Sono un ingegnere."

E niente, c'è stato un misunderstanding con le altre membre del congresso, e io, che fino alle 16.00 ero convinta di andare a vedere Flight, mi sono fatta corrompere e sono andata a vedere Lincoln. In v.o. coi sottotitoli. Capita.
E qua ci starebbero bene un paio di doverose premesse (sì, mi sto parando il culo) del tipo che a scuola in storia son sempre stata una capra, e che ho dei problemi di concentrazione. Detto ciò, veniamo al dunque.
Dunque.
La guerra di secessione sta volgendo al termine e il presidente Lincoln, al suo secondo mandato, dopo la proclamazione dell'emancipazione, ha un obiettivo: ratificare il tredicesimo emendamento della costituzione degli Stati Uniti per abolire la schiavitù.
Ma per farlo mancano 20 voti. E questi dannati 20 voti verranno cercati in lungo e in largo fra i componenti del congresso, fra promesse e compromessi. E mentre ascolti questi che parlano, tramano, parlano, trigano, parlano, inzigano, parlano, complottano, parlano, parlano, parlano, parlano, parlano, parlano, ti viene sete.
Tutti bravi, per carità, Tommy Lee Jones, James Spader, Joseph Gordon-Levitt, splendida la fotografia, la scenografia, e oh, la tauromachia! Ma il lungo discorso (ma quei bei film di 90 minuti non li fanno più?) non riesce mai ad emozionare come potrebbe - e come dovrebbe - nemmeno quando la scena si sposta dal pubblico al privato, rivelando un Lincoln profondamente sofferente per il rapporto conflittuale con la moglie, che non gli perdona la morte di uno dei figli.
Ma.
A questo film manca (no, non la parola, quella c'è, eccome) il cuore.
E, esageriamo? Ma si dai, a questo punto... Daniel Day Lewis è bravo, per carità, ma... posso dirlo? A volte sembra quasi che gigioneggi un po'. Un po' troppo.
Però ad un certo punto il film finisce. Nel momento in cui inizia "the conspirator".
Pensavo peggio, ma speravo meglio.
 
 

29 gennaio 2013

The man with the iron fists

Che ogni tanto un bel film tamarro ci sta.
E questo - lasciatemelo dire - è perfetto. Pure troppo.
Il regista, nonchè protagonista, è il rapper RZA, che, fra le altre cose, ha composto pezzi per le colonne sonore di signori filmoni come Ghost Dog, Kill Bill 1 e 2, Django Unchained etc.
Evidentemente non gli bastava. A noi sì, volendo.
Nel film, oltre a lui stesso medesimo, recitano (sì, insomma, più o meno) Lucy Liu, Russel Crowe e David Bautista, che, se tanto mi dà tanto, dovrebbe essere un wrestler, or something like that, più una manciata di attori orientali che io non conosco, ma sicuramente saranno famosi da qualche parte, fosse solo il pianerottolo del condominio in cui vivono. 
Siamo nel Villaggio Selvaggio (qualcuno ha detto sticazzi?), comandato dal Clan dei Leoni. Ma, quando il governatore li incaricherà di proteggere la spedizione di un carico d'oro, il capo, Leone d'Oro, verrà tradito dal suo braccio destro (il Leone d'Argento, già) e si innescherà una lotta fra bande, dove fra Lupi, Iene e Sciacalli non si capisce più un cazzo.
Il figlio del Leone d'Oro, Zen Yi, informato dell'uccisione del padre, raggiungerà il Villaggio Selvaggio, per vendicare il padre. Nel frattempo in città è arrivato anche il comandante Jack Knife, che prenderà la residenza nel bordello cittadino, gestito da Lucy Liu, con evidente soddisfazione da parte delle zoccole gentili signorine residenti, anche perchè Mr. Knife sfoggia un campionario di oggettini da far invidia al migliore Sexy Shop del circondario. Nel frattempo il carico d'oro viaggia scortato dai Gemelli Assassini, e la banda dei lupi commissiona delle armi al fabbro del villaggio (che ovviamente è RZA in persona, mica un pisquano qualunque), che salverà la vita a Zen Yi e poi verrà torturato e salvato da Knife, si farà due protesi de fero, e spaccherà il culo ai passeri. E vissero tutti (quei due o tre che sopravvivono fino alla fine) felici e contenti.
Non manca davvero nulla, combattimenti, sangue a pioggia, evoluzioni nella migliore tradizione wuxiapian in salsa splatter, sesso, vendetta, armi al mercurio ecc. 
Insomma, un'esimia tamarrissima cazzata.
Che si fa guardare volentieri, sia chiaro.
Avrei apprezzato un pizzico di ironia in più, ma quella probabilmente l'ha usata tutta il coiffeur, perchè i "leoni" sfoggiano delle acconciature da far schiattare di invidia pure Lady Gaga.


28 gennaio 2013

The perks of being a wallflower

"Accettiamo l'amore che crediamo di meritare"
 

Sono contenta di aver visto questo film a casa.
Da sola.
Sul divano.
Perché ho pianto come un vitello. Ma in una maniera davvero indegna. Roba da andare indietro fino ai tempi di "incompreso" di Comencini, non so se rendo l'idea.
Praticamente da quando Charlie ascolta Asleep in camera. E via che si va.
Che io ultimamente i film sugli adolescenti problematici li patisco un po'. E li evito, perché mi sembra che, ormai, "it says nothing to me about my life". Lo so bene che l'adolescenza può essere un gran bel periodo di merda, lascia fare, me lo ricordo ancora. Però basta, dai.
E invece. Questo film è riuscito non so bene come e perché a toccare qualche strano tasto per cui mi ha a dir poco devastato.
Charlie deve iniziare il liceo, non ha amici, è timido e con un passato doloroso alle spalle, una zia che era "la sua preferita" e il suo migliore amico morto suicida. Ad una partita di football conosce Patrick, dell'ultimo anno, e Sam, la sua sorella(stra), ed inizierà a frequentarli.
Se stai a vedere non avviene niente di più e niente di meno di quanto non sia successo a ognuno di noi a quell'età, la difficoltà nel farsi nuovi amici, la sensazione di sentirsi inadeguati e fuori posto, sempre. La paura di farsi notare mista a quella di essere invisibili, la prima festa, la prima droga, il primo bacio, la prima rissa, il primo amore. Non necessariamente in quest'ordine, ma tant'è. Però Chbosky te lo racconta in un modo disincantato ma al contempo poetico che davvero non può lasciarti indifferente. E poi come puoi non amare un film in cui i protagonisti portano in scena the Rocky horror picture show? Non puoi, appunto.
La colonna sonora è eccellente. Anche se io vorrei che qualcuno mi spiegasse com'è possibile che i protagonisti conoscano gli Smiths e Nick Drake (cioè, Nick Drake, mica Britney Spears, capisci?), e non abbiano mai sentito Heroes di David Bowie.
E, se fossi un'adolescente inquieta, Ezra Miller sarebbe il mio nuovo idolo.
 
 
(Cannibale, questa volta si capisce che il film mi è piaciuto?)

25 gennaio 2013

Grabbers

Ieri pomeriggio ero a casa, quindi ho saltato il turno settimanale al cinema.
Per una bizzarra coincidenza, qualche tempo fa, inserendo nel lettore il dvd di THE RAID, prima dell'inizio del film ho visto il trailer di "Safe", film a me totalmente sconosciuto con Jason Statham. Ovviamente incuriosita stavo per darmi da fare per un recupero illecito, salvo scoprire che, ieri sera, il film era in programmazione in prima serata in TV. E allora non ho fatto partire il recupero. Ma, essendomi gloriosamente addormentata sul divano, alla fine Safe non l'ho visto. Sai che novità.
Nel pomeriggio era venuta a trovarmi la P., che è riuscita, andandosene, a chiudermi fuori casa. Attimo di panico, mentre già mi vedevo a rompere con un pugno il doppio vetro della porta finestra della sala, sangue, pronto soccorso, punti di sutura, e via andare.
Paura, eh?
Siccome sono un donnino previdente, ed avere la porta di ingresso con un meraviglioso pomellone sferico inamovibile ti porta inevitabilmente a prendere in considerazione l'ipotesi che prima o poi rimarrai chiuso fuori, tengo una chiave della porta del garage nascosta e pronta all'evenienza, che non si sa mai. E ieri ho avuto modo di usarla. Ma, per un nanosecondo, ammetto di essermi preoccupata.
Dicevo, "Safe" non l'ho visto.
 
 
In compenso ho guardato "Grabbers". Che è un film irlandese. Teoricamente de paura. Ma, se l'ho visto io, ovviamente non lo è.
Siamo sull'isola di Erin, tranquillo villaggio di pescatori dove non succede mai nulla. La poliziotta Lisa Nolan, da Dublino, viene mandata sull'isola per una sostituzione temporanea, con il disappunto di Ciaran O’Shea, poliziotto svogliato e più o meno alcolizzato (siamo pur sempre in Irlanda, dove, potrei sbagliarmi, ma credo che essere astemi sia considerato un reato). Nel frattempo l'equipaggio di un peschereccio scompare misteriosamente nel nulla, sulla spiaggia si verifica una strana moria di balene, mentre Paddy e Tadhg pescano una strana creatura tentacolare, che Paddy custodirà nella sua vasca da bagno. Ma, quando alcuni abitanti dell'isola iniziano a sparire misteriosamente, Ciaran e Lisa inizieranno ad indagare, aiutati dal medico dell'isola, Gleeson, e dal biologo Dr. Smith (visto recentemente in Tower Block, nel ruolo dell'alcolista), scoprendo che le strane creature, oltre ad aver deposto uova pronte a schiudersi, hanno bisogno di sangue e acqua per sopravvivere. Dopo che Paddy, ubriaco fradicio riesce a sfuggire all'attacco del suo grabber in the bathtuhb, i nostri eroi si renderanno conto che i grabbers sono refrattari all'alcool. E, per preparare la controffensiva finale, organizzeranno un megaparty nell'unico pub dell'isola. Perchè - ve lo ricordo per l'ennesima volta - siamo pur sempre in Irlanda, dove credo che fare un film senza prevedere almeno una scena in un pub sia considerato anticostituzionale.
Poi, non so se sono scema io, ma, cercando immagini in rete, mi sono imbattuta in questa "precisissima" sinossi: "Diretto da Jon Wright, racconta la storia di Ciarán O'Shea, un puritano giovane ufficiale, che è appena arrivato in un piccolo villaggio di pescatori al largo della costa occidentale dell'Irlanda".
E basta. A parte che Ciaran O'Shea non arriva da nessuna parte in quanto residente sull'isola, il significato di quel "puritano" che mi rappresenta?
Che è un po' come dire che Gola profonda è la storia di una signora un po' pettegola.
 
 

24 gennaio 2013

Looper


Kansas, 2044.
"Il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato, ma tra 30 anni lo sarà.
Sarà dichiarato subito fuori legge, usato in segreto solo dalle grosse organizzazioni criminali.
Sarà quasi impossibile liberarsi di un corpo nel futuro, mi dicono, per tecniche di identificazione e quant'altro. Così, se le organizzazioni criminali devono far sparire qualcuno nel futuro usano assassini specializzati del presente, chiamati looper. I miei capi nel futuro trovano il bersaglio, lo mandano indietro da me, il loro looper. Mi appare con le mani legate e la testa in un sacco, ed io faccio quel che devo: mi guadagno l'argento. Così il bersaglio scompare dal futuro, ed io mi sbarazzo di un corpo che, tecnicamente, non esiste."
Questo ce lo spiega Joe (Joseph Gordon-Levitt) nella scena iniziale del film.
Semplice, no?
Peccato che quando il looper decide di intraprendere quella carriera, nel suo contratto è stabilito che - prima o poi - dovrà chiudere il cerchio. E arriverà un momento in cui si ritroverà ad uccidere sè stesso rimandato indietro nel tempo. E da lì sa che gli resteranno trent'anni di vita. Peccato che nel futuro compaia uno spietato boss conosciuto con il nome di "stregone" che inizierà  a far chiudere i cerchi in tutta fretta.
Le cose iniziano ad andare in vacca nel momento in cui Seth, uno dei looper, si ritrova a chiudere il cerchio, ma al momento cruciale esita, e il Seth del futuro riesce a sfuggirgli (o a sfuggirsi?) e il Seth del presente cerca rifugio da Looper Joe. Con esiti discutibili, perchè, vedendo cosa succede al Seth del futuro (grande scena) si capisce che il Seth del presente non ha fatto proprio una bella fine.
Siete confusi? Ottimo.
Ad un certo punto arriva anche il momento della chiusura del cerchio di Joe, ma il Joe del futuro, che, non si sa bene come è riuscito a trasformarsi in Bruce Willis, ovviamente, essendo Bruce Willis, mica ci sta a farsi eliminare come l'ultimo dei babbi di minchia, e torna nel presente per un faccia a faccia con il Joe di adesso.
Siete ancora più confusi? Tranquilli, va tutto bene.
Poi, boh, tra cinesi, telecinesi, un bimbo piccolo genio che sembra buono ma che potrebbe diventare il cattivissimo del futuro e chi più ne ha più ne metta, il film inizia a mettere forse un po' troppa carne al fuoco, e mentre i due Joe si incontrano, si scontrano, se la cantano e se la suonano, a te, oltre che in un loop sembra di essere entrata in un dejavu e pensi che, nel futuro molto prossimo, quando il film arriverà in sala, sarai abbastanza contenta di non dover pagare il biglietto per vederlo.
Un film che parte bene, pure troppo, ma che - secondo me - non mantiene le promesse (o le premesse?) iniziali.
C'è di peggio, senz'altro.
Ma si poteva fare di meglio, pure.

23 gennaio 2013

cinguettii...

Si mormora che Anna Kendrik abbia twittato, dopo (o durante, sarcazzo) la visione di Gangster Squad:
«Non andare mai più a vedere Ryan Gosling al cinema: masturbarsi nelle ultime file è ancora considerato “inappropriato”».
A parte che per certe cose ci vuole una certa discrezione, e, cara Anna, se te lo devo spiegare io, significa che proprio non ci siamo, ti mancano le basi. 
Sia chiaro che non intendo giudicare nessuno, lo so bene che a volte resistere alle tentazioni è difficile, praticamente impossibile. Che la carne è debole in fondo mica l'ho detto io. Poi, che a me sia successo solo quando avevo di fianco qualcuno in carne ed ossa è un altro discorso. Del resto non siamo tutti uguali e ognuno è libero di bla bla bla...
Ma, la domanda che a me sorge spontanea è la seguente: chi cazzo è Anna Kendrik?


22 gennaio 2013

mi capita,

quando non c'ho un cazzo di meglio da fare (h24 praticamente) di accanirmi inutilmente contro le pubblicità televisive e/o radiofoniche.
Che io lo so che ci sono dietro studi, e ricerche di mercato, e brainstorming, e briefing, e target, e fughe di cervelli e obiettivi di marketing e strategie di comunicazione e poi mi fermo perche sto parlando di cose che non conosco. Nè più nè meno come quando parlo di cinema, in fondo.
Ma a volte davvero, faccio fatica a comprendere.
Cioè, no, il messaggio è abbastanza chiaro.
Il pubblicitario crede che il potenziale consumatore/acquirente sia un emerito coglione, presumibilmente decerebrato, che si faccia infinocchiare dalla visione di un personaggio più o meno famoso che gli consiglia di comprare questo o quel prodotto, di cui, sia chiaro, non ha affatto bisogno.
Perchè è l'unica conclusione a cui sono giunta dopo aver visto la pubblicità in cui Emanuele Filiberto, un uomo venuto al mondo per sostenere con la sua sola presenza la teoria Darwiniana, ci convince dei benefici dell'ennesima sigaretta elettronica, con allusioni e ammiccamenti tali da cadere nel ridicolo senza nemmeno passare dal via.
Ma, siccome al peggio non c'è mai fine, ieri sera ho avuto modo di ascoltare la pubblicità radiofonica di un'automobile, nella sua versione a 4 porte. E fin lì, nulla di strano, direte voi.
E no. Perchè hanno dovuto farci sapere che le suddette quattro porte, erano state posizionate, tenetevi forte, due da una parte e due dall'altra.
Grazie, davvero.
 
 

please...


 
Io - che sono da sempre una portatrice sana di basso profilo e poche prestese - mi accontenterei di riuscire a dormire 8 ore consecutive, ad esempio. Cosa che, per un motivo o per l'altro, ultimamente non succede. Ma, anche se potrebbe sembrare esattamente il contrario, non mi sto lamentando.
Perchè un ramo di pazzia abbellisce l'albero della saggezza.

20 gennaio 2013

Django unchained.


La D è muta.
E il film è godimento allo stato puro.
Nel 1858, da qualche parte nel Texas, il dottor Schultz, improbabile dentista tedesco (Christoph Waltz) dal parlare forbito (quasi a voler riprendere il personaggio da lui interpretato in Inglorious Basterds, con la differenza che questa volta è un buono. Nonostante uccida senza pietà, ma lo fa più o meno nel nome della legge, essendo un cacciatore di taglie.) incontra i fratelli Speck, mercanti di schiavi, con il loro carico di uomini. Fra loro c'è Django, che a Shultz serve per identificare i fratelli Britte, criminali a cui sta dando la caccia, ignorando però che aspetto abbiano.
Dopo essere riuscito in qualche modo ad acquistare lo schiavo, i due se ne vanno e da li inizia il viaggio che porterà l'improbabile coppia
(che un "negro" libero, a cavallo, negli stati del sud era a dir poco insolito) a trovare prima i criminali ricercati da Shultz, e poi, mentre il rapporto tra i due diventa un'amicizia che si fa fratellanza, alla fine dell'inverno Schultz promette a Django che lo aiuterà a ritrovare la moglie Broomhilda, da cui è stato separato in passato. Dopo aver scoperto che è di proprietà del latifondista Calvin Candie, appassionato di lotta fra mandingo, escogiteranno un piano per fare in modo di liberare la donna, e Schultz insegnerà a Django come recitare la sua parte, trasformandolo prima nel suo valletto, quindi in un negriero più razzista dei bianchi, fino all'arrivo a Candyland, dove si imbatterà in Simon, il fedele servo nero di Monsieur Candie, più abominevole del suo padrone.
Ma gli eventi precipitano,
e tu rimani lì ad aspettare che, tra neri sbranati dai cani, torture, sparatorie, uomini incappucciati (una banda di emeriti minchioni, in una delle sequenze più divertenti di tutto il film), atrocità ed esplosioni, la vendetta di Django si compia.
Ed uscirai dalla sala con la consapevolezza che Tarantino non ti delude mai.


 

19 gennaio 2013

John dies at the end


Ci sono film che riescono a catturare la mia attenzione all'istante a partire dal titolo. Credo di aver detto questa cosa non più tardi di una settimana fa. Il fatto che non ricordi assolutamente a quale film mi riferissi la dice lunga su quanto la mia memoria sia ridotta ai minimi termini. Che è anche uno dei motivi per cui ho un blog: ricordarmi le cose.
Cosa stavo dicendo?
Ah si, le solite idiozie su curiosità, titoli ecc.
John dies at the end.
Dopo averne letto sui blog degli altri movie-addicted ho deciso che lo volevo vedere pure io.
Cosa che ho fatto stamattina, invece di fare la casalinga disperata. Sempre perché posso anche essere disperata, a volte, ma casalinga, mi perdonerete, faccio davvero fatica.
È un gran casino.
Ma tanta roba proprio, per un solo film. Dal sovrannaturale, ai viaggi nel tempo, mostri, visioni alla salsa di soia, un giamaicano che si chiama Robert Marley, un hot-dog telefono cellulare, serpenti, insetti, lumaconi scorfani, una creatura che si forma uscendo dal freezer (lo sapevo che ho fatto bene a "terminare" la mia fettina, la settimana scorsa) con il tacchino del ringraziamento a fargli da testa, uno strano personaggio (Marconi) a metà strada tra Giacobbo e il Silver di Red Lights...
Un po' sconclusionato, se vogliamo. Ad esempio, ad un certo punto all'inizio ricompare sulla porta di casa di David il tizio decapitato l'anno prima con cui inizia il film. E poi non se ne sa più nulla. E vabbè, chissenefrega? Perché la storia, la sua storia, ce la racconta David Wong, seduto al tavolo di un ristorante cinese, mentre Arnie, un reporter (Paul Giamatti) lo intervista. O forse crede di farlo. Perché alla fine non sai nemmeno se sta succedendo davvero o se è un'altra visione alla salsa di soia. E anche noi, come Arnie, lo ascoltiamo inizialmente scettici, e poi sempre più curiosi.
Io so solo che fra riferimenti, citazioni, battute e altre amenità del genere, mi ha strappato crasse risate per buona parte del tempo.
E adesso scusatemi, ma devo uscire, che devo andare al cinema.

18 gennaio 2013

Cercasi amore per la fine del mondo

 
Stamattina, come sempre, mi sono svegliata con il suono della sveglia.
Ma quella di qualcun altro, probabilmente. Visto che erano le 8.00, e la mia, di sveglia, suona due ore prima. Se non altro ieri sera ho bypassato - tanto per cambiare - il problema della cena casalinga, visto che sono andata (incredibile) al cinema.
A vedere questo film, che è una commedia molto molto carina.
Nonostante Keira Knightley faccia Keira Knightley con le faccette di Keira Knightley per buona parte del film. Cosa che, se non ti piace Keira Knightley nel ruolo di Keira Knightley, potrebbe essere un problema. Ma a me Keira Knightley tutto sommato non dispiace, e questo film si gusta come il White Russian che i due protagonisti stanno bevendo nello sciroccatissimo bar in cui capitano durante il loro viaggio di ricongiungimento, appena prima di abbandonarlo allo scoccare dell'orgia.
 
 
La missione per bloccare l'asteroide Matilda è falllita, e l'impatto che provocherà la fine del mondo è imminente. Restano soltanto 21 giorni.
Dodge e Linda sentono la notizia alla radio, mentre sono fermi in auto. E in quel momento Linda scende dall'auto abbandonando per sempre (insomma, per tre settimane, alla fine) il marito. Che si ritrova un po' spaesato, e, siccome non si può morire soli gli amici fanno di tutto per trovargli una compagna, durante uno scatenato party in cui, visto che tanto non c'è più nulla da perdere, non manca nulla, dall'eroina ai fuochi di artificio.
Ma sarà l'incontro con Penny, sua stralunata vicina di casa che non si separa mai dalla sua collezione di vinili, a far decollare quello strano ultimo viaggio in cui Dodge cercherà di ritrovare Olivia, il primo amore del liceo, e Penny, nononstante abbia perso l'ultimo aereo perchè, come dirà lei stessa, è sempre in ritardo di un quarto d'ora, cercherà di tornare a casa dei suoi genitori.
Sul loro percorso si imbatteranno in personaggi più o meno bizzarri, dal negoziante che specula sul prezzo del prodotto lavavetri (80$!) al cane che viene abbandonato col biglietto "sorry" e Dodge che lo adotta chiamandolo in quel modo (e la scena a casa del padre di Dodge (Martin Sheen), in cui lui chiede a Penny come si chiama il cane, col doppiaggio ovviamente perde ogni senzo, ma noi abbiamo riso comunque immaginandocela in inglese) proseguendo con Gil Grissom William Petersen nel ruolo di un camionista filosofo che ha scoperto di avere sei mesi di vita poco prima dell'annuncio della fine del mondo, quando lui aveva già assoldato un killer per farsi uccidere, per finire con un ex moroso di Penny militare esaltato e un po' fanatico, sicuro della sua sopravvivenza.
La prima parte del film è irriverente e cinica, mentre sul finale lascia il posto ad un romanticismo a volte un po' prevedibile, ma, nel complesso, mai troppo stucchevole e fastidioso. Se poi considerate che abbiamo visto il film in una sala del centro città che fa pagare il biglietto €2.50, capirete anche voi che lamentarsi sarebbe davvero troppo.  
Se posso azzardarmi, l'unica cosa che non è da fine del mondo è la colonna sonora, che avrebbe potuto essere molto più incisiva, ma, in fondo, chi sono io per decidere cosa ascoltare mentre il mondo sta per finire?
 

17 gennaio 2013

Cosa fa la Poison quando non va al cinema?

Che già vi vedo, davanti ai vostri monitor pronti a strapparvi i capelli dalla curiosità.
Eh, ma lo posso capire.
A chi non interesserebbe?
La Poison quando non va al cinema solitamente esce dall'ufficio e va a casa, ad orari più o meno variabili. Entrata in casa, come prima cosa nutre il gatto, 4 volte su 5 con risultati discutibili. Nel senso che la bestia annusa il cibo che amorevolmente gli è stato versato nella ciotola, guarda schifato la sua padrona e se ne va con aria sdegnata.
Quindi accende la macchina del caffè (la Poison, non la bestia) e finalmente si toglie il cappotto. Accende la TV, fissa su Rai News, ascolta due cazzate notizie e perde tempo. Cosa che, fra l'altro, sa fare be.nis.si.mo.
Mentre è impegnata a bamblinare, riuscirà, simultanemanente a fumarsi una sigaretta, leggere qualche pagina del libro, sfidare degli emeriti sconosciuti a Ruzzle, spolverare, riordinare alcune cose che al mattino sono sfuggite - per mancanza di tempo - al suo maniacale controllo, decidere con quale visione addormentarsi sul divano dopo cena e, contemporaneamente, penserà a cosa prepararsi per la cena istessa.
Va detto che la Poison non è propriamente famosa per la sua attitudine culinaria.
La Poison a dire il vero non è famosa per nulla che possa fare di lei quella che le nostre nonne amavano definire "una donna da sposare". E i fatti son qui a dimostrarcelo: la Poison non se l'è sposata nessuno.
Comunque la Poison in qualche modo si nutre. A giudicare dalle sue forme, pure troppo, potrebbe azzardare qualcuno.
Adesso la Poison smette anche di parlare di sè in terza persona, perchè pare sia indice di qualche problema comportamentale.
Dicevo, mi nutro.
La settimana scorsa, ad esempio, ho trovato nel frezeer una fettina di carne. Se fossi un uomo probabilmente l'avrei trovata sul termosifone.
Comunque, la povera fettina era lì da così tanto tempo che non mi sono azzardata a mangiarla come solitamente mangio la carne, ovvero praticamente cruda. O "grondante sangue" - mi perdonino i vegetariani - che è il modo in cui la ordino quando al ristorante mi chiedono il grado di cottura.
E quindi ho pensato di farmi la classica, un po' triste, fettina impanata.
Peccato che mi mancassero le basi: uova e pan grattato.
A dire il vero un paio di uova le avrei anche, ma sono in casa da così tanto tempo che praticamente mi ci sono affezionata al punto che quando apro il frigo le saluto. Nel momento in cui dovessero iniziare a rispondermi, capirò che è giunta l'ora di separarsi.
Per farla breve la fettina è stata amorevolmente cotta nel... mirto.
Cracco, Barbieri, Bastianich, mi leggete?
No?
Fate bene.
 
 

16 gennaio 2013

Cloud Atlas


Dopo averne letto tutto e il contrario di tutto non mi era ancora ben chiaro cosa aspettarmi dalla visione di questo film. Conoscendomi (perché dopo tutti questi anni, non vorrei sembrare presuntuosa, ma un po' ho imparato a conoscermi) temevo che l'avrei patito. O dormito. O entrambe le cose.
E mi sono incamminata verso la sala cinematografica con l'ansia da prestazione e il timore di non capirci una mazza fionda.
Ma, per l'ennesima volta ho dovuto ricredermi. A parte non essermi pesata nemmeno per un istante la durata del film,  mi è piaciuto. E mica poco: mi sono venuti i brividi per ben due volte. E non è che io dispensi brividi tanto facilmente, fra l'altro.
Non mi ha disturbato nemmeno troppo la presenza di Tom Hanks. Il che è tutto dire.
 
 
Cloud Atlas è un arazzo maestoso che intreccia la sua trama attraverso sei episodi che vagano fra il tempo i luoghi e lo spazio, in qualche modo concatenati fra loro, non soltanto per la presenza ricorrente di una cometa che segna in maniera indelebile i protagonisti, collegando il giovane avvocato idealista Ewing, l'ambizioso compositore omosessuale e suicida Frobisher, il suo fidanzato Sixsmith, la reporter Ray, l'editore Cavendish, il clone Sonmi e il contadino post apocalittico Zachry, che apre e chiude il film col suo racconto, come a quadrare quell'ipotetico cerchio che è la vita. E non importa se siamo schiavi o carne da macello, vincitori o vinti, idealisti o traditori, perché la nostra vita non ci appartiene: da grembo a tomba siamo legati agli altri.
 

E, dopo aver sparso petali di rose, veniamo alle spine. Ho patito il pessimo doppiaggio. Ho sopportato a malapena il linguaggio usato da Zachry nell'episodio ambientato nel futuro, quel "106 anni dopo la caduta" (del Devoto-Oli, azzarderei), perché mi ricordava troppo uno dei libri più insopportabili che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni: quel Pigmeo che mi ha fatto mettere una definitiva croce sopra  Palahniuk. Quindi, se non l'avete ancora visto e avete intenzione di farlo, cercate di vederlo in lingua originale. Che è quello che intendo fare io, fra l'altro.
Last, but not least: qualcun altro oltre a me ha notato l'uovo come simbolo ricorrente?
E, se sì, me lo spiegherebbe?
È tutto.
Andate in pace.
 
 
No, ancora una cosa: chissà se a Nagisa Oshima questo impero degli (extra)sensi sarebbe piaciuto...

15 gennaio 2013

Get Low

Quando nel 2009 vidi questo film al Torino Film Festival ero praticamente certa che - prima o poi - sarebbe arrivato nelle sale italiane.
Credo che a questo punto dovrei far revisionare il mio generatore di certezze, siccome, ad oggi, di questo film mi pare non vi sia traccia, qua, nelle italiche lande. Ed è un vero peccato. Vuoi perchè il cast è composto da Robert Duvall, Bill Murray e Sissy Spacek, che, voglio dire, proprio degli emeriti sconosciuti non sono, e vuoi perchè (secondo la mia immodesta opinione) il film meriterebbe di essere visto.
Dite che il genere western o pseudo tale è roba che interessa me, mio nonno e una manciata di pensionati che passa i pomeriggi giocando a briscola al centro anziani? Possibile che abbiate ragione: avevo avuto dei sospetti quando, un paio di mesi fa, dopo aver visto "il mucchio selvaggio", il ggiovane davanti a me, uscendo dalla sala, disse, rivolgendosi al suo amico con tono deluso: "il classico western". Ma vai a fare in culo. Cosa ti aspettavi, che fosse un porno? 
Ma le ciance stanno a zero: il futuro è l'anziano. Del resto non è che Tarantino stia arrivando con un film di fantascienza.
 
 
Felix Bush (l'immenso Robert Duvall, un nome una garanzia) vive da quarant'anni in un casolare nel bosco in compagnia della mula Gracie, autoesiliatosi da tutto e da tutti per scontare una pena per un fatto successo appunto quarant'anni prima, e di cui il vecchio Felix porta il peso e la vergogna.
Sul suo conto circolano un sacco di leggende - quasi tutte inventate - e, proprio per sentirle raccontare, un giorno, fra lo stupore generale della popolazione, si reca in paese per organizzare il suo funerale.
Dopo il  rifiuto del parroco, viene contattato dall'agenzia di pompe funebri, il cui titolare, il signor Quinn (Bill Murray), uomo dalle mille risorse che, dopo lo sconcerto iniziale, deciderà di accontentare Bush ad organizzare il suo funeral party.
Man mano che i giorni passano e i preparativi fervono si scopre che in realtà Felix non è intenzionato a sentir raccontare le storie che circolano sul suo conto, bensì vuole essere lui a svelare il suo segreto agli altri.
Ironico e commovente. Per farla breve: bello, bello, bello.
 
 

14 gennaio 2013

Beasts of the southern wild

"Se non fosse per le palle di neve gigantesche
e l'era glaciale, io non sarei Hushpuppy,
sarei solo una colazione"
E poi ogni tanto ti succede di imbatterti in film che sono poesia.
Cruda, magica e un po' grezza. Comunque poesia.
E resti lì, a guardare, fino alla fine, dicendoti "non piangere", nell'esatto momento in cui Wink lo dice a Hushpuppy.
Che è la strepitosa protagonista di questo film, per cui Quvenzhané Wallis è candidata all'oscar. Che, in un mondo perfetto, dovrebbe vincere senza problemi. Ma, siccome la perfezione non esiste, probabilmente non succederà. Non ci resta che aspettare, per scoprire come andrà a finire.
Nell'attesta restiamo a Bathtub, al di qua della grande diga, dove vive la gente che fa festa solo una volta l'anno. Mentre a Bathtub si fa festa ogni giorno, e si vive ascoltando il battito del cuore di ogni essere vivente. E si aspetta che il riscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacci, oltre a liberare dall'ibernazione i mostruosi auroch, sommerga le terre selvagge. E la piccola Hushpuppy, che vive con il padre Wink, ma in due baracche separate, ci racconta tutto questo, e lo racconta agli ipotetici scienziati del futuro. Perchè la gente di Bathtub è abituata a resistere, e a sopravvivere. Perchè è questo che Wink, padre rude ma a suo modo amorevole e affettuoso insegna ogni giorno a Hushpuppy, spiegandole come rompere i gusci dei granchi e pescare i pesci a mani nude. E, quando Bathtub verrà evacuata, e i suoi abitanti portati in salvo al di là della diga, la comunità riuscirà a fuggire, e a fare ritorno nella loro terra. Ma la malattia di Wink porterà Hushpuppy alla ricerca della madre, grande assente ma sempre presente, e nel suo viaggio di ricerca e speranza diventerà grande, senza mai perdere la magia che le appartiene. E tornerà dal padre, portandogli delle polpettine di alligatore, imboccandolo in una delle scene più struggenti di tutto il film. Dove non bisogna piangere. Perchè a Bathtub il dolore si affronta senza lacrime.



13 gennaio 2013

La migliore offerta

Tornatore non è esattamente uno dei miei registi preferiti. Non che io abbia visto la sua opera omnia, perché due mattoni come "la leggenda del pianista sull'oceano" e "una pura formalità" mi hanno aiutato non poco a tenermi a distanza di sicurezza. Poi c'è stato "la sconosciuta", che, invece, è un bel film.
A "la migliore offerta" basandomi sul trailer, non avrei dato due lire. Ma, si sa, i trailer ingannano. Infatti anche una merda di film (e scusate se ho detto film) come a royal weekend dal trailer sembra carino.
Poi l'ha visto la Tiz, e ci ha detto che non era male. E Dantès ha fatto lo stesso. Visto che è in programmazione nella nostra sala dedicata ai film del sabato sera, io e la bionda ci siamo fidate del parere degli amici e l'abbiamo visto. Che dire?
Niente. A parte il fatto che - a parte essere un po' troppo tirato per le lunghe - non è davvero un brutto film. E che anche stavolta non vi racconto niente, a parte che Virgil Oldman è un famoso e stimato battitore d'aste, esperto d'arte e collezionista, vive in una casa-museo e indossa sempre i guanti, che probabilmente il contatto umano lo schifa un po'. Un giorno riceve la telefonata di una giovane donna che lo incarica di valutare gli arredi della villa dei genitori recentemente scomparsi. E questo lo si capisce anche guardando il trailer. E basta.
Se vi capita, dategli una chance. E valutatelo voi.

 

12 gennaio 2013

The grapes of wrath (Furore)

La Tiz ieri mattina mi manda una mail dicendo: stasera al Massimo danno Furore in versione originale allo spettacolo delle 20.30, ci andiamo?
Che fai, le dici di no?
No. E così ieri sera, per la terza volta nella settimana, sono andata al cinema. Anche perché io Furore l'avrò visto (ovviamente in tv) almeno vent'anni fa, e l'idea di vederlo sul grande schermo, e in lingua originale, era decisamente allettante.
Immagino che il film non abbia bisogno di molte spiegazioni, perché è davvero un classico. Tratto dall'omonimo romanzo di Steinbeck, fu diretto da John Ford che per questo film vinse l'oscar alla regia nel 1941, come lo vinse, come migliore attrice non protagonista, Jane Darwell, per la sua toccante interpretazione di mamma Joad.
Tom Joad, dopo aver scontato 4 anni in carcere per un omicidio, torna a casa con la condizionale, nonostante tutti, fra parenti e amici, credano sia evaso. L'Oklahoma è devastato dalla crisi e la famiglia Joad, dopo aver abbandonato la casa e i terreni aridi, confiscati dalla banca, inizieranno un viaggio della speranza verso la California, dove si vocifera ci sia lavoro per tutti. Con un camion che sembra sempre sul punto di ribaltarsi o cadere a pezzi e invece, sfidando ogni legge della fisica, riesce in qualche modo a portarli a destinazione. I due anziani nonni non riusciranno a vedere la California, e, considerato quello che la famiglia Toad troverà, una volta giunta a destinazione, ovvero altra miseria, meglio così.
Il film è potente nella sua toccante crudeltà, ed il personaggio di mamma Joad, con il suo concetto di unità e di famiglia e il discorso finale "perché noi siamo il popolo, e non moriremo mai", è pura bellezza.
Senza bisogno di effetti speciali.

11 gennaio 2013

14 anni

 
 

Mariangela Melato

A royal weekend

O Hyde Park on Hudson, o tutte le olgettine del presidente.
Dite che sto facendo confusione? Purtroppo no.
Se la solita pessima traduzione italiana del titolo - che è ancora più fastidiosa ogni volta che un titolo inglese viene cambiato inspiegabilmente con un altro titolo inglese - può indurvi a credere che il film si concentri sulla visita della coppia reale inglese in America, alla vigilia della seconda guerra mondiale, ospiti del presidente Franklin Delano Roosevelt, vi sbagliate. Per carità, la visita dei reali se non altro c'è, ma il film, principalmente, ci racconta la storia, attraverso la voce narrante della stessa protagonista, di FDR con Daisy, una sua lontana cugina di quinto o sesto grado. Che però, come scoprirà lei stessa, non ha l'esclusiva, perché - non so se corrisponda a realtà o meno, né mi interessa saperlo, sinceramente - il presidente viene rappresentato come uno che adora trombarsi qualunque cosa respiri, col beneplacito della moglie Eleanor.
Vogliamo provare a salvare qualcosa? Dai, proviamoci. Giusto i dialoghi fra la regina Elisabetta e re Giorgio VI, nell'intimità della loro stanza, soprattutto grazie alla regina. Perché per il resto il film è piatto, noioso e a tratti (si pensi alla scena in cui Daisy spalma la senape sull'hot dog del re), quasi imbarazzante.
 
 

10 gennaio 2013

Excision

Quando avevo il blog sull'altra piattaforma bazzicavo già alcuni blog di cinema che frequento tutt'ora, ma, ad agosto, quando ho definitivamente deciso di stabilirmi qua, con non poca soddisfazione ne ho scoperti altri, la cui lettura è diventata un piacere quotidiano, come fare la cacca al mattino dopo aver bevuto il caffè. Come dite? Non è un paragone molto gentile? Perché non avete idea di quanto io possa diventare insopportabile se salto l'appuntamento con la tazza per un giorno. Quindi fidatevi, che è un apprezzamento di tutto rispetto.
Leggendo codesti autorevoli blog di cinema, ho avuto modo di scoprire film di cui ignoravo l'esistenza, titoli che mi ero persa in sala e che avrei fatto bene a recuperare, e anche titoli di cui avrei potuto tranquillamente fare a meno, ovvio.
Così, con i potenti mezzi tecnologici a mia disposizione, mi sono messa a cercare qualche film. No, non ho finalmente acquistato un PC, né mi sono dotata di una connessione a banda larghissima. Ho semplicemente schiavizzato il collega dell'ufficio IT (che, fra l'altro mi adora, come è giusto che sia) mandandogli minacciose gentilissime e.mail in cui gli chiedevo la qualunque.
In questo modo ho potuto ripescare, fra gli altri, Shotgun stories e Take Shelter, nonché Safety not guaranteed.
Della prima "consegna" mi rimaneva da vedere questo Excision e, domenica pomeriggio, dopo aver titubato un paio d'ore cercando di capire se uscire per saldi a comprare cose di cui non ho alcun bisogno o se restare a casa a strafogarmi di torroncini, ho deciso di risparmiare. E strafogarmi di torroncini, naturalmente. Solo che, probabilmente ipnotizzata dalle sopracciglia di Colin Farrell, prima mi sono guardata The New World in tv. Me lo ricordavo perfettamente: un interminabile sminuzzamento di palle. Ma Farrell e le sue sopracciglia qua sono davvero al top della forma, imho.
Per fortuna a un certo punto (direi alla fine) il film è finito e io, con la mia razione K di torroncini e scetticismo, ho infilato il DVD nel lettore.
Che dire?
A parte che Pauline è un'adolescente disturbata (ma disturbata forte), che vive con una madre rompicoglioni e bigotta (ma rompicoglioni e bigotta forte) un padre totalmente succube della moglie (ma succube forte) e una sorella affetta da fibrosi cistica, poco altro.
Sogna di diventare un chirurgo, mentre di notte sogna necrofilia da orgasmo, in classe fa domande imbarazzanti, programma di perdere la verginità durante il ciclo mestruale (cosa che ad Adam, il "prescelto" che lo scoprirà durante il sesso orale - in cui non dev'essere propriamente un maestro, visto che Pauline avrà da dire in seguito che "lecca la figa come un cane che beve acqua da una ciotola" - procurerà un qual certo disappunto), ma, soprattutto, nonostante la ragazza sia pronta per la lobotomia a secco, ama sua sorella. Peccato che la ami come solo una psicopatica possa fare, di un amore malato (ma malato forte).
Nel cast troviamo parecchi volti noti, tra cui Traci Lords (paradossalmente nel ruolo della madre bigotta), Malcom McDowell, John Waters, Marlee Matlin.
A tratti divertente, a tratti grottesco, a tratti eccessivo.
A tratti mi ha fatto rimpiangere di non essere uscita a fare shopping.
 
 

9 gennaio 2013

Jack Reacher

Facciamo che per una volta non vi dico nulla, e non perché abbia dormito anche a questo giro, ma perché, conoscendomi, temo che finirei per spoilerarvelo un po' troppo, e, tutto sommato, il film non se lo merita, dato che io son solita adoperarmi in opera di bieco spoileraggio solo quando il film mi fa cagare. E non è questo il caso.
Vi dico solo che inizia con una cinquina di omicidi e che il brillante detective incaricato di seguire le indagini risolve il caso e trova il colpevole in mezza giornata. Si tratta di James Barr, un ex soldato, tiratore scelto. Durante l'interrogatorio, alla presenza del brillante detective e del procuratore distrettuale, al momento della confessione, Barr scrive sul foglio "get Jack Reacher".
E Jack Reacher, un ex poliziotto militare di cui nessuno sa una beata cippa da anni, miracolosamente si materializza al cospetto di detective e procuratore. E, assoldato dall'avvocato della difesa, che, casualmente è anche la figlia bionda del procuratore, inizia a indagare - a modo suo - sul caso. Scoprendo che...
Tom Cruise, che è anche produttore del film, si ritaglia un ruolo da gran figo, la bionda avvocatessa, Rosamund Pike, è una cagna maledetta, e se ci fosse l'oscar per gli occhioni sgranati lo vincerebbe a mani basse, ci sono l'inossidabile Robert Duvall (che ha compiuto 82 anni il 5 gennaio, fra le altre cose, e che io adoro), Richard Jenkins e nientepopodimeno che Werner Herzog. Ci sono anche una trama abbastanza avvincente, un po' di battute deliziose e scene decisamente divertenti, a volte qualche momento un po' telefonato, ma nel complesso non è male. Anche se, e devo ancora capire se sia un pregio o un difetto, è molto meno tamarro di quanto ci si potrebbe aspettare. O di quanto mi aspettassi io, comunque.
Ma, se non altro, alla fine Jack e la bionda nemmeno trombano.
Bisognerà attendere Jack Reacher 2?
 
 

8 gennaio 2013

where are we now?

As long as there’s me
As long as there’s you
 
happy birthday, mr.Bowie. 

Tutto quello che non avreste mai voluto sapere su qualunque cosa, ma che io vi dico lo stesso

Ieri sera, come ogni lunedì, sono andata a fare il mio solito massaggio settimanale.
Che per mantenersi toniche e fighe lo sanno tutti, la fortuna non basta.
Temevo gia che la massaggiatrice, un donnino di 42 kg che ricorda nelle dimensioni Linda Hunt mi domandasse, con finto disinteresse "Poison, mi ha messo su qualche chiletto?" così mi sono portata avanti col lavoro e, prima che potesse proferire verbo le ho detto "Maresa, in queste feste mi sono sfondata di cibo, lo troverà tutto sul girovita e sui glutei", così lei si è messa a ridere e non ha osato infierire.
Prima di me, si fa massaggiare la signora Adelaide, pimpante 85enne dai capelli rosso fuoco, sempre in perfetto ordine, abbastanza lucida e con un carattere di merda.
Quando io arrivo il suo turno è già finito, ma resta sul lettino ancora un quarto d'ora per rilassarsi, prima di tornare a casa. E, dall'altra cabina, quando non si addormenta, parla con la massaggiatrice, che si sta accanendo sulle mie chiappe flaccide toniche. Ma che dico toniche? Marmoree.
Ieri sera ad un certo punto esordisce con "Maresa, ho fatto il mio tempo?" che mi ha fatto troppo ridere e ho dovuto trattenere a stento un "Adelaide, minchia, hai 85 hanni, hai voglia se l'hai fatto!"
E niente.
Appena arrivata a casa ho ricevuto una splendida notizia, che mi ha messo davvero di buon umore.
E poi mi sono acciambellata sul divano a (ri)guardare Il profeta. Ma temo di essermi addormentata. Per poi svegliarmi all'1.30. La tv era ancora accesa. Così ho guardato non una, ma due puntate di Breaking Bad. Capendo per quale motivo io non ne abbia mai vista una: perchè a quell'ora solitamente dormo. Però non mi è sembrato affatto male.
Anzi.
Adesso ho un impegno concreto: dovrò porre rimedio alle mie lacune e recuperare la serie.
Fanculo. 

7 gennaio 2013

Nicolas Cage Day


Non starò a descrivervi il mio stupore quando, il 2 gennaio, ricevo (ricevetti) una mail da Frank Manila in persona. Mi spiega che oggi, in alcuni blog di cinema, si organizza una specie di evento blogghistico? bloggheristico? bloggaro? boh? fate voi, è lo stesso, e mi invita a partecipare. Avete letto bene, blog di cinema. Eh, lo so. Voi credevate che questo fosse un blog di cazzate, eh? Anche (o soprattutto), ma non solo.
Essendo nato nel 1964 (come la tenutaria di questo blog) oggi, nel giorno del suo 49esimo compleanno, qua si celebra nientepopodimeno che quel grandissimo interprete che risponde al nome di Nicholas Kim Coppola, per gli amici Nicolas Cage. L'uomo che se Clint Eastwood aveva due espressioni, lui ne ha più o meno mezza: occhioni sgranati e fissità dell'ottuso.
Ah no, scusate, è un post celebrativo, e ho promesso a Frank Manila che avrei fatto la brava. O che ci avrei provato, se non altro.
In fondo il nostro eroe ha pure vinto un Oscar, e mica come miglior effetto speciale per il suo parrucchino. No, l'ha vinto come miglior attore protagonista. Non che sia molto significativo, se stai a vedere. Del resto l'ha vinto pure Roberto Benigni: d'accordo che io sono abbastanza boccalona e disposta a credere un po' a qualunque cosa mi venga raccontata, ma se mi dite che Roberto Benigni è un attore da oscar, posso credere un po' a tutto: Simona Ventura simpatica, Giuliano Ferrara anoressico, Justin Bieber cantante, Renzo Bossi laureato.
Però Nicolas Cage l'oscar l'ha vinto davvero. E ha pure la sua bella stella sulla Hollywood Walk of Fame, voi ce l'avete?
La cosa curiosa è che Nicolas Cage non mi è mai piaciuto.
Ma ciò nonostante credo sia il mio attore non-preferito di tutti i tempi di cui ho visto una quantità di film quasi imbarazzante:
  • Rusty il selvaggio ? visto.
  • Cotton Club ? visto. 
  • Birdy - Le ali della libertà ? visto
  • Peggy Sue si è sposata ? visto. 
  • Arizona Junior ? visto. 
  • Stregata dalla luna ? visto. 
  • Apache pioggia di fuoco ? visto. 
  • Cuore selvaggio ? visto. 
  • Cara, insopportabile Tess ? visto. 
  • Può succedere anche a te ? visto. 
  • Via da Las Vegas ? visto. 
  • The Rock ? visto. 
  • Con Air ? visto. 
  • Face/Off  ? visto.
  • La città degli angeli ? visto. 
  • Omicidio in diretta ? visto
  • 8mm - Delitto a luci rosse ? visto. 
  • Fuori in 60 secondi ? visto. 
  • The Family Man, ? visto. 
  • Windtalkers? visto. 
  • Il genio della truffa ? visto. 
  • Lord of War ? visto. 
  • Segnali dal futuro ? visto. 

  • Pensa se mi piacesse.
    Dopo questa inutile premessa (e dire che una volta mi vantavo di possedere il dono della sintesi: chissà dove l'ho abbandonato!) veniamo al film. Che, per qualche bizzarra combinazione, è pure l'unico film con Nicolas Cage che ho recensito sul blog, in tempi non sospetti. Lo vidi a casa di un amico in una serata sesso & divano. Quindi è possibile che mi sia persa qualcosa. Se sono in grado di raccontarvi il film, che dura due ore, direi almeno un paio di orgasmi.
     
    S E G N A L I    D A L    F U T U R O
     
    Il film inizia nel 1959, dove, in una scuola, la maestra chiede agli alunni di preparare dei disegni da infilare in una capsula del tempo, che verrà riaperta dopo 50 anni. Fra gli alunni c’è Lucinda, bambina cupa e introversa (provate voi a vivere con delle voci che vi bisbigliano in continuazione cose nella testa) che, invece di disegnare astronavi e dischi volanti, come la maggior parte dei suoi compagni, compila una fitta serie di numeri apparentemente senza alcun significato.
    Oh, ma che combinazione(1), siamo nel 2009.
    Ci tocca riaprire la capsula del tempo.
    Combinazione per combinazione(2), la scuola è la stessa frequentata da Caleb, il figlio del nostro protagonista, vedovo impegnato in una relazione nemmeno troppo clandestina con una bottiglia di whisky, insegnante di astrofisica al M.I.T.
    Combinazione(3) a suo figlio capita proprio la busta contenente il lavoro di Lucinda.
    Che John/NicolasCage (non fatevi trarre in inganno dal fatto che al suo confronto sembra espressivo anche Chuck Norris, in fin dei conti il nostro eroe insegna astrofisica al MIT, mica vende noccioline allo stadio), dopo averci appoggiato casualmente un bicchiere di whisky sopra, scopre essere una sequenza di date in cui sono avvenuti disastri, incidenti, sciagure, attentati, terremoti, esplosioni, concerti di Eros Ramazzotti,  insomma, le peggio sfighe vi possano venire in mente, corredata dall’esatto numero di vittime oltre all’esatta individuazione del luogo, indicata con le precise coordinate di latitudine e longitudine. Oltre alle tragedie passate, combinazione(4) ci sono anche sciagure che devono ancora verificarsi. E dopo che – combinazione(5) – John si troverà nel luogo in cui è prevista la prossima disgrazia e questa avviene puntuale sotto i suoi occhi, inizia a volerci capire di più, e si mette alla ricerca di Lucinda, riuscendo a trovare Diana e Abby, rispettivamente figlia e nipote di Lucinda. Nel frattempo anche il figlio di John a sentire le voci... oltre a vedere presenze inquietanti. Ovviamente l'ultima sequenza di numeri, completata da Caleb, evidentemente posseduto dall'anima de li mortacci di Lucinda, prevede la distruzione globale e totale del pianeta, e quindi inizia ad accadere di tutto e di più.
    Il finale è - a mio modesto parere - abbastanza ridicolo, con Caleb e Abby unici sopravvissuti come novelli Adamo ed Eva, e l’astronave (poteva mancare l'astronave?) che ricorda vagamente un lampadario dell’IKEA. Montato male.
    Ma, se come me amate Nicolas Cage, non è un brutto film, eh?
      

    Gli altri blogger(s) molto più competenti di me che hanno partecipato al Nicolas Cage Day sono loro, e potete leggerli qua, ammesso e non concesso che non abbia fatto casino coi link:

    5 gennaio 2013

    Ricordi di viaggio: la Great Ocean Road

    Credo che l'Australia sia, per molti viaggiatori, la meta dei sogni. Vuoi per la sua unicità, vuoi per la sua distanza, vuoi per i suoi contrasti, gli spazi sconfinati, gli aborigeni, i canguri, quello che vi pare, i motivi sono molteplici. Io non so dirvi esattamente quale fosse, il mio, di motivo. Dopo aver preso in braccio un koala adesso lo so. Ma il desiderio di andare in Australia era lì, da sempre. Una decina di anni fa sono riuscita a coronare il sogno e, come regalo per i miei primi 40 anni, sono andata in Australia, in compagnia di sua bionditudine.
    Come sempre il periodo che precede la partenza è il più eccitante: la ricerca del volo più economico, la programmazione dell'itinerario, i trasferimenti interni, ecc. Questo, se come me, avete l'abitudine del viaggio fai da te, che comporta l'assoluta libertà di non dipendere da nessuno, sottostare a orari, visite guidate, pranzi e cene in compagnia di gente con cui non hai alcuna intenzione di socializzare (non sono esattamente la persona più affabile del globo terraqueo). Alla fine dei preparativi, e dopo aver sfrancicato i maroni a chiunque me lo chiedesse, arrivò il giorno della partenza.
    2 giugno 2004.
    Torino - Francoforte,
    Francoforte - Singapore. Durante il volo, non avendo ancora preso l'abitudine di sedarmi pesantemente mi sono rimbambita dura giocando a Tetris. Siccome il nostro biglietto ci consentiva uno stopover abbiamo fatto tappa un paio di giorni a Singapore, che mica ci potevamo perdere l'occasione di bere un Singapore Sling al Raffles Hotel, no? Un contrasto fra antico e moderno, templi induisti e pagode cinesi, grattacieli e vecchie case coloniali, oltre alla mango salad più piccante dell'universo mondo.
    Abbandoniamo Singapore e voliamo in Australia. A Melbourne. L'impatto con l'inglese parlato dagli australiani è stato a dir poco traumatico. Fai conto che il tuo interlocutore stia masticando un intero pacchetto di BigBabol e, inavvertitamente, abbia scordato di togliersi l'apparecchio. Ok, il mio inglese è abbastanza scarso, ma sono sempre stata in grado di sostenere una conversazione elementare senza dover ricorrere all'aiuto di un interprete. Di fronte agli addetti ai controlli, che ci chiedevano se nei bagagli o addosso avessimo cibo o terra (?) io e la bionda ci guardavamo basite, chiedendoci cosa cazzo mai ci stessero domandando. Non ricordo come ne venimmo fuori, ma alla fine riuscimmo anche a prendere il primo volo interno per Adelaide.
    Dopo qualche giorno ad Adelaide e dintorni, con un autobus notturno siamo tornate a Melbourne. Gli autobus notturni sono un mezzo abbastanza pratico ed economico per gli spostamenti in Australia. Viaggi tutta la notte, spesso in mezzo al nulla,con compagni di viaggio il più delle volte parecchio bizzarri, e al mattino dopo ti ritrovi a destinazione, hai male a zone del corpo che ignoravi di avere e le tue occhiaie hanno raggiunto dimensioni tali da aver bisogno del permesso di soggiorno.
    Da Melbourne parte la Great Ocean Road, lunga strada panoramica che costeggia per buona parte l'oceano, e noi decidiamo di noleggiare un auto per percorrerla.
    Una fantastica Hyundai Elantra color vomito di birra metallizzato.
    Siamo state in Australia quasi un mese. Provate a dire quanti giorni di pioggia abbiamo trovato? Uno. Quello. Il giorno in cui avevamo deciso di farci 500 km di strada panoramica.
    Partiamo. Da Melbourne a Geelong, la GOR inizia ufficialmente lì. Il primo tratto, fino a Torquay, non è niente di che. A Torquay facciamo una sosta, sotto la pioggia. Proseguiamo verso Lorne, deliziosa località di villeggiatura, che - sotto la pioggia - non ci sembra così deliziosa. Ci fermiamo a mangiare ad Apollo Bay. Il tempo sembra migliorare, tanto che, lungo la strada, possiamo ammirare uno splendido arcobaleno. Dico alla bionda: "ci fermiamo a fare una foto?". E la bionda, aka ordine e disciplina, rispose: "abbiamo ancora 150 km di strada panoramica, sai quante altre occasioni per fermarci troveremo?". Nel frattempo, un vecchio su un'imbarcazione carica di animali (tranne due leocorni) ci sorpassa. Probabilmente sta dicendo "al mio segnale scatenate il diluvio". Dopo Apollo Bay la GOR si allontana un po' dalla costa e si addentra in un tratto di foresta. Ed è lì che - sotto la pioggia - un poliziotto ci ferma, mi fa il test etilico e, dopo essersi accertato che ero sobria, ci consiglia di accendere le luci, che di lì a poco avremo trovato nebbia. Sì, esatto. Sotto la pioggia. Sulla strada panoramica.
    Alla fine, sempre sotto la pioggia, arriviamo nel punto panoramico da cui, in teoria, è possibile ammirare, in tutto il loro splendore, i 12 apostoli. Non sta piovendo: di più. Scendiamo comunque per scattare due foto. Siamo arrivate fino lì per vedere i 12 apostoli, mica puoi guardarli dall'interno di una Hyundai Elantra color vomito di birra metallizzato, ti pare? Poco importa se i 12 apostoli non si vedono perché c'è un tempo di merda e tu credi di scorgerne un paio, fra il cielo plumbeo, le nuvole e l'oceano, che hanno tutti lo stesso colore. Grigio, appunto. Risaliamo in macchina. Siamo bagnate come due trote da allevamento. Nel frattempo ha smesso di piovere: adesso diluvia. Arriviamo a Port Campbell e ci fermiamo a bere un te per riscaldarci. L'ideale sarebbe un giro in un'asciugatrice. Decidiamo che non ha alcun senso proseguire e rientriamo a Melbourne, attraverso una strada interna, che si addentra in foreste scurissime, come in un horror di serie b. Anche perché alla guida di un Elantra non è che puoi pretendere pure l'horror coi controcazzi. Buio pesto, non si vede una mazza fionda. Due auto mi si piantano al culo e mi fanno fare strada, provo più volte a rallentare ma questi di sorpassarmi non hanno alcuna intenzione. Chiamali scemi. Credo di aver contribuito all'estinzione di una dozzina di specie di rane più o meno endemiche, con tutte quelle che ho spataccato sull'asfalto, ma erano così tante che, anche mettendoci tutta la buona volontà, era davvero impossibile evitarle.
    Ancora oggi io e la bionda ricordiamo quel giorno come quello in cui, durante il viaggio, decidemmo di passare la giornata in albergo.
    Perché potrebbe sempre esser peggio. Potrebbe piovere.


    4 gennaio 2013

    The master

    "Se trovi il modo per vivere senza un maestro, faccelo sapere"

    Lo dico subito?
    Lo dico subito. Mi sono addormentata.
    Mi giustifico?
    Mi giustifico. Avevo dormito tre ore, perchè mi ero intrattenuta con Harry Hole. Che insomma, se hai a che fare con un maschio bianco di razza caucasica alto 1.90 che sfoggia magliette dei Joy Division e dei Violent Femmes, non so voi, ma io difficilmente lo lascio andare via così.
    La verità?
    La verità è che sono una cialtrona, e che se vado a vedere un film di due ore abbondanti, che inizia alle 21.45, dopo aver dormito tre ore, e, non paga, ci vado con una pizza che ha appena iniziato la sua fase digestiva, pochi cazzi, io m'addormo.
    Detto ciò, probabile che darò una seconda chance al film, perchè voglio capire se vederlo tutto riuscirà a farmelo apprezzare di più o se proprio non è un film nelle mie corde di spettatrice disincantata e (fin troppo) razionale, e scettica per tutto quanto concerne sette o presunte tali, indottrinamenti e manipolazioni.
    Coadiuvato da una fotografia splendida e abbagliante, il film inizia presentandoci Freddie Quell, un marine alla fine della seconda guerra mondiale, che, in un pomeriggio di libera uscita in spiaggia, mima un rapporto sessuale con una donna di sabbia fra l'imbarazzato sconcerto dei suoi commilitoni, finendo per masturbarsi ossessivamente sul bagnasciuga.
    Freddie è un essere istintivo e primordiale, in preda alle sue ossessioni, che, alla fine della guerra, durante i test attitudinali a cui i reduci vengono sottoposti, messo di fronte alle macchie di Rorschach individua, nell'ordine, una figa, un cazzo che entra in una figa e un cazzo rovesciato. Totalmente allo sbando, infuriato e in balia dell'inquietudine, dedito a bere intrugli improponibili che lui stesso prepara, una sera sale su una nave dove si sta svolgendo una festa, e qua conoscerà Lancaster Dodd, ambiguo e carismatico leader del movimento "La Causa", un'organizzazione di stampo fantascientifico/religioso, che crede nelle esistenze precedenti e che ha, fra i suoi scopi, la necessità di annientare il lato animalesco e selvaggio dell'individuo. Dodd riconosce in Quell la "cavia" (o vittima, o allievo, o seguace) perfetta, terreno fertile per compiere, attraverso test, rituali e formule più o meno ortodosse, il suo processo di manipolazione nei confronti dei suoi seguaci. In questo percorso Dodd è aiutato dalla moglie Peggy, donna di ferro solo apparentemente docile, che, da dietro le quinte, controlla La Causa.
    Il rapporto tra Dodd e Quell, dall'immediata intesa e attrazione reciproca è quasi morboso, evolve ed involve, tra fughe e ribellioni e riappacificazioni, fino ad un finale che ti lascia la libertà di decidere.
    Amy Adams nel ruolo di Peggy, e il sempre grande Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Dodd sono fantastici, ma Joaquin Phoenix nella parte di Freddie è semplicemente IMMENSO. E, in quanto tale, DEVE vincere l'oscar.

    3 gennaio 2013

    A volte ritornano

    in ufficio.
    Dopo 11 giorni a casa confesso che ieri mattina il suono della sveglia un po' mi ha infastidito.
    Però, armata delle migliori intenzioni, mi sono alzata al suono della seconda (la prima è propedeutica al risveglio, la terza è il segnale d'allarme del ritardo imminente), e ho fatto tutte le cose con calma. Come dovrebbe essere sempre. Ma come spesso e volentieri non è.
    Le scuole e molti uffici ancora chiusi mi hanno regalato la strada deserta. E l'aumento del pedaggio autostradale. Son soddisfazioni.
    Arrivo in ufficio, parcheggio, vado a fare colazione al bar, e, impregnata di ottimismo, immaginandomi una giornata tranquilla (è pur sempre il 2 gennaio) passo addirittura in edicola a comprare il giornale.
    In ufficio io e un paio di colleghi.
    Della Bionda Collega Surfista dalle Tette Rifatte nessuna traccia.
    Alle 9.10 (l'orario di entrata è entro le 9.00) mi manda un messaggio su uazzapp: "Arrivo alle 9.30"
    Rispondo OK altrimenti poi si preoccupa che non abbia ricevuto il messaggio.
    Sulla scrivania ho una montagna di corrispondenza da smistare. Tutta quella arrivata dal 22 dicembre in poi. Un classico lavoro di concettA che solitamente non mi compete, ma la collega preposta è ancora in ferie,e quando lei non c'è pare che io sia l'unica deficiente disposta a sobbarcarsi l'onere.
    Praticamente ho smistato corrispondenza per tutta la mattina, due coglioni che levati.
    BCSdTR ha fatto il suo trionfale ingresso in ufficio alle 10.45.
    E dopo aver acceso inutilmente il PC, ha iniziato a telefonare. E io, per tutto il giorno, ho avuto nelle orecchie la sua voce che parlava di: onde, tavole, spiagge, muri (d'acqua), Tenerife, Levanto, botox, Levanto, Tenerife, muri (d'acqua), spiagge, tavole, onde.
    Ogni tanto entrava il mio collega a portarmi un caffè, e si fermava a scambiare due parole. Lei, disturbata dalle nostre voci (!) usciva per proseguire la telefonata in corridoio. Io e lui ci guardavamo senza dire una parola.
    A fine giornata ero stanca di sentirla. Quando è uscita sono rimasta in ufficio ancora un quarto d'ora a godermi il silenzio.
    Arrivata a casa sono finalmente riuscita anche a leggere il giornale. Che conteneva un'intervista a Steve Buscemi, fra l'altro.
    In compenso adesso ho la prova provata che quando Francesco De Gregori cantava "hanno pagato Pablo, Pablo è vivo", diceva la verità.