27 marzo 2015

Ho ucciso Napoleone

Io invece, tornando a casa dopo la visione del film, ho ucciso la mia Clio.
Perché l'altro automobilista ha ben pensato di girare a sinistra mentre io, con il mio bel semaforo verde, attraversavo l'incrocio. Io ho ragione, lui ha torto. In compenso non ho più una macchina, ma fa lo stesso. Tanto avevo intenzione di cambiarla.
Il prossimo anno, però.
Siccome sono pur sempre una donna di classe, ho omesso tutti i vaffanculo del caso, ma voi fate conto che ci siano. 


La cosa migliore di "Ho ucciso Napoleone", oltre al fatto di averlo visto gratis (se non consideriamo il fatto che dovrò spendere almeno 15.000 euro per comprarmi una nuova auto, ma che sarà mai?) è indubbiamente la colonna sonora, con pezzi di Violent Femmes, Goldfrapp, The Thrashmen...
Micaela Ramazzotti è Anita, una donna single dalla carriera in ascesa, sufficientemente austera, anaffettiva, asociale, antipatica, astronza, che scopre di essere incinta di quattro mesi, quando è ormai troppo tardi per ricorrere all'interruzione di gravidanza. Il figlio è del suo capo, ovviamente già sposato e con prole. Ma questo non è che il primo dei problemi, perché dopo un paio di giorni dalla scoperta della gravidanza, Anita riceve anche una lettera di licenziamento.
E, mentre riflette sul da farsi seduta sull'altalena di un parco fa la conoscenza di un ex assistente di uno studio medico che, dopo essere rimasta senza lavoro, spaccia farmaci. Fra le sue "clienti" c'è un'avvocatessa che la convince a fare causa all'azienda, ma Anita ha in mente una piano, e, con l'aiuto di un ex-collega, il timido e impacciato avvocato Biagio, riuscirà a compiere la sua vendetta.
Ma non avrebbe mai creduto che...

Se escludiamo la caterva di momenti WTF con situazioni alquanto improbabili e/o improponibili, il film è comunque scorrevole e si lascia guardare. Micaela Ramazzotti se la cava dignitosamente, e anche il resto del cast (Adriano Giannini, Libero De Rienzo, Elena Sofia Ricci, Iaia Forte ecc.) merita la sufficienza. O forse no, e io sto scrivendo sotto l'effetto del gas degli airbag.

26 marzo 2015

En chance til (A second chance)
e/o giovedì gnocchi

L'ultimo film di Susanne Bier arriverà in sala il prossimo 2 aprile, e, avendolo visto al Torino Film Festival, ve ne parlo brevemente.
Brevemente perché il rischio spoiler è altissimo. 
Quello che vi posso dire è che, come sempre, ho visto il film motivata dalla presenza di Nikolaj Coster-Waldau nel cast. 
E, sinceramente, sto iniziando a preoccuparmi. Perché a me i biondi NON sono mai piaciuti. Mentre ultimamente lui e Matthias Schoenaerts sono fra i pochi a smuovere i miei ormoncini moribondi...



(non capisco come mai, fra l'altro...) 


Comunque, l'ultimo film di Susanne Bier, ha per protagonista appunto Nikolaj Coster-Waldau (che io, non avendo mai visto una puntata di Games of Thrones, ho scoperto casualmente in Oblivion), nei panni di Andreas, poliziotto modello nonché marito perfetto e da pochi mesi padre amorevole, che un giorno, durante un sopralluogo di routine, si imbatte nello spregevole Tristan, tossico e violento, che, come lui, da poco ha avuto un bimbo dalla compagna Sanne (May Anderson: io vi dico solo che riesce ad essere figa anche truccata da eroinomane strafatta, fate voi). Il neonato è coperto di escrementi ed abbandonato a se stesso, l'esatto contrario del figlio di Andreas, amato e coccolato come ogni neonato meriterebbe. 
Ma il destino porco e bastardo è in agguato, e Andreas si ritroverà a fare i conti con etica e morale.
E questa volta mi fermo davvero qua, perché non voglio spoilerarvi un film che mescola sapientemente thriller e dramma familiare. 
Se volete saperne di più, non vi resta che aspettare la settimana prossima. 




25 marzo 2015

Abbiamo una meta

Ogni tanto questo blog cazzaro torna alle origini e diventa uno pseudo travel-blog.
Chiaro che, come non mi reputo una cinefila, non mi reputo nemmeno una travelblogger, per quanto viaggiare sia una delle cose che amo più fare nella vita. L'anno scorso in questo periodo sapevo già da quasi tre mesi quale sarebbe stata la destinazione delle nostre vacanze e avevo già il biglietto aereo in tasca. Aggiungo anche che per quanto riguarda il 2014, a livello di viaggi, non mi posso certo lamentare, perché davvero non mi sono fatta mancare nulla: il Vietnam a giugno, Formentera a settembre, New York ad ottobre. Quest'anno invece la bionda ed io ce la siamo prese un po' più comoda per tutta una serie di motivi logistico-organizzativi.
Sapevamo solo che saremmo andate da qualche parte, prima o poi. 
Il che lo ammetto, è abbastanza vago. 
Poi abbiamo iniziato a restringere il campo, finché le mete possibili/papabili sono rimaste un paio.
Un giro da qualche parte negli States, o la Thailandia.
A mali estremi io ho da anni pronto un piano B nell'eventualità che non si trovi un biglietto aereo conveniente: un giro della Spagna in auto. E prima o poi farò anche quello.
Il recente impoverimento dell'€uro nei confronti del dollaro ci ha però spinte a depennare - almeno per quest'anno - gli USA. Poi si vedrà.
La settimana scorsa mi arriva una delle tante mail da una delle tante compagnie aeree, e io simulo l'acquisto di un volo (simulare l'acquisto di un biglietto aereo mi gratifica più che simulare un orgasmo, per dire). E lo mando via mail alla bionda.
Che - quella donna mi dà sempre un sacco di soddisfazioni - si mostra interessata, mi chiede di vedere se, partendo una settimana dopo il prezzo - a nostro parere decisamente interessante - è lo stesso. 
Affermativo.
L'offerta è valida fino al 23 marzo.
Che facciamo, andiamo, stiamo, ci pensiamo, tempo per pensarci alla fine non ce n'è tantissimo. Venerdì ci salutiamo dicendo "ci pensiamo nel week end". 
Nel week end ci abbiamo pensato, ma tanto sapevamo già benissimo cosa avremmo fatto, e, infatti, lunedì 23 marzo abbiamo comprato i biglietti aerei.
Destinazione: THAILANDIA.
Partenza: il 20 settembre.
T r a.
S e i.
M e s i.
Che sono un'eternità, ma sono fiduciosa.
Sono anche consapevole che potrei morire stasera, tipo. 
E so anche che non è esattamente la stagione migliore per visitare il paese, ma, come al solito, ci aggiungo il solito echissenefrega, ché quando sono partita per il Vietnam in teoria avrei dovuto trovare pioggia pioggia pioggia pioggia. L'ho trovata, sì, ma al mio rientro a Torino. 
In ogni caso adesso che ve l'ho detto prometto di non sfrancicarvi più le gonadi per almeno i prossimi tre mesi, poi, magari, verso luglio, inizieremo a dare forma al viaggio.
Però, nel frattempo, tutti i consigli che mi vorrete dare su cose da fare, da evitare, da vedere assolutamente e quelle che anche no, saranno bene accetti. 



24 marzo 2015

Una nuova amica

E un vecchio film.
O di quando La legge del desiderio incontra Tacchi a spillo e Ozon fa l'Almodovar del bel tempo che fu, ovvero con almeno vent'anni di ritardo. 
Avevamo lasciato Ozon con l'ottimo "Nella casa" e lo ritroviamo con questa commedia pseudo-morbosa che boh? Un film che indubbiamente tocca temi importanti, ma che - ripeto, a me - sembra anacronistico. E hai voglia a dire che c'è bisogno che certe cose si sappiano e che vadano raccontate. Tanto chi vuole sapere già sa, mentre chi ha paura del "diverso" continuerà ad averne e non sarà sicuramente un film a fargli cambiare idea. Anche perché, facilmente il commento sarà "io non lo guardo un film di ricchioni!", ma, insisto, è semplicemente il mio pensiero.  
Magari nello specifico è un problema mio che sono cresciuta appunto con l'Almodovar dei primi anni 80 - mica quello stucchevole di "gli amanti passeggeri" - e che, vivendo a Torino, ho frequentato il TGLFF quando ancora si chiamava "da Sodoma a Hollywood", e di film così ne ho visti a pacchi, ma il senso di "meh" al termine della visione era tangibilmente stampato sia sul mio volto sia su quello della bionda. 


Nella locandina, come sempre, ci sono delle frasi ad effetto totalmente a muzzo: si parte da quel "diabolico, sensuale, travolgente" 
Adesso, siccome si sa, son cagacazzo, prendiamo il dizionario e leggiamo:
diabolico
[dia-bò-li-co] agg. (pl.m. -ci, f. -che)
1 Del diavolo SIN demoniaco: tentazioni d.
2 estens. Paragonabile al diavolo e alla sua eccellenza nel male SIN malvagio,maligno, perfido: animo d.; escogitare un piano d.
Signori miei, non so come dirvelo, ma qua del diavolo non c'è nemmeno l'ombra.
sensuale
[sen-su-à-le] agg.
1 Relativo ai sensi, al piacere dei sensi: appetiti s.
2 Particolarmente incline al piacere dei sensi: donna s.
3 Che denota sensualità; che eccita i sensi: sguardo, voce s.
• avv. sensualmente, in modo s.
Tutto è relativo, si sa. 
travolgente
[tra-vol-gèn-te] agg.
• fig. Che coinvolge in maniera irresistibile: passione t.
Come dire, anche no.
"Almodovar incontra Hitchcock".
Come ho detto all'inizio, che sia un film molto almodovariano anni 80 lo capirebbe anche il mio gatto. Ma se la smettessimo una buona volta di scomodare Hitchock ogni 3 x 2, che a forza di rigirarsi nella tomba sarà diventato magro come Fassino? 

In estrema sintesi il film inizia con la scena qua sopra . Quella che riposa in eterno nella bara è Laura, e durante la cerimonia funebre la sua migliore amica Claire ripercorre le tappe di un'amicizia profonda, nata sui banchi della scuola elementare (che potrebbe essere praticamente quella che lega me e la Lu, amiche dalla prima elementare, con la differenza che entrambe siamo ancora in vita) e protrattasi fino alla fine prematura di una delle due, dai nomi incisi sul tronco di un albero, al patto di sangue, ai primi flirt in discoteca, al matrimonio prima di Laura con David, poi di Claire con Gilles, alla nascita della piccola Lucy, poi la malattia, la morte, il vuoto.
La disperazione di quando viene a mancare una persona cara, che non è soltanto un'amica (o amico), ma una parte di te.
Claire ha promesso a Laura che si sarebbe presa cura del marito David e della piccola Lucy, ma sa che rivederlo innescherebbe un'inevitabile serie di ricordi ancora troppo dolorosi da affrontare. Finché un giorno si decide, e, mentre sta facendo jogging, arriva fino alla casa di David.
Suona, nessuno risponde.
Quasi sollevata se ne va, ma poi sente il pianto della bimba e decide di entrare in casa.
La porta è aperta.
Claire arriva in salotto e vede una signora bionda che tiene in braccio la bimba.
Ma, quando la signora si volta, scopre che si tratta di David.
Momento di enorme imbarazzo da parte di entrambi, lei fa per andarsene, lui che prova a spiegarle, lei che si ferma ad ascoltare, e da lì in poi si snoda la vicenda, con lei che promette di mantenere il segreto, e, pian piano, inizia ad accettare la situazione, e, in un crescendo di complicità via via sempre più intima, scopre che della "nuova amica" non può più fare a meno.
Io al contrario, potevo tranquillamente fare a meno di questo film, che - nonostante non sia affatto brutto, e dove i protagonisti se la cavano egregiamente - alla fine, nonostante l'inizio sembri davvero promettente, sembra girare in tondo senza trovare la giusta direzione.




23 marzo 2015

Foxcatcher




Ero un po' titubante ad affrontare la visione di Foxcatcher, ma alla fine mi sono decisa. Non so nemmeno se l'avvertenza di spoiler sia corretta, parlando di un film che tratta essenzialmente di un fatto di cronaca. Comunque, nel dubbio, metto le mani avanti.
E non so nemmeno quanto possa essere corretta la definizione di "film sportivo", nonostante lo sport sia indubbiamente presente, e la scena del primo allenamento dei due fratelli nella piccola palestra di Dave, che ricorda una danza e un rituale di accoppiamento animale al tempo stesso è qualcosa di magistralmente sublime.
L'estensione italiana del titolo è "una storia americana". 
Ma Foxcatcher, che è anche una storia vera, o meglio, l'adattamento cinematografico di una storia vera, è, soprattutto, una storia malata, che racconta quello che successe ai fratelli Schultz, Mark e Dave, dopo il loro incontro con John Eleuthère du Pont, un problematico miliardario, figlio minore di una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, da sempre definito "eccentrico". Potere dei soldi, fosse stato un morto di fame al posto di eccentrico avremmo letto pazzo furioso. 
Un uomo alla costante ricerca di affermazione e di un suo posto nel mondo, cresciuto senza amici, e, siccome era un bimbo goffo e impacciato, che non riusciva a socializzare con nessuno, la madre arrivò al punto di pagare un ragazzino, tale Hugh Cherry, affinché fosse amico del figlio, salvo allontanarlo dopo aver scoperto che quando John era a casa dei Cherry, mangiava junk food. Un uomo che, all'apice della sua follia (questo nel film non c'è) fece allontanare gli atleti di colore dalla tenuta in quanto il nero era il colore della morte, e fece levare tutti i tapis roulant in quanto credeva che avrebbero potuto portarlo indietro nel tempo...

E così John si ritrovò a crescere senza amici, succube della madre, dedicandosi alle attività più disparate (lavorare mai, eh?), ornitologo, filatelico, pentatleta dallo scarso successo e, inevitabilmente patriota. Al punto da costruire un poligono nella sua tenuta dove la polizia andava ad esercitarsi liberamente. Così patriota da comprarsi un carrarmato con cui andava in giro nel suo immenso parco. 
Un giorno DuPont decide che, non potendo diventare, per evidenti limiti, un campione sportivo, farà in modo di diventare il padrone di una squadra di lotta libera, e cosi telefona a Mark Schultz. 
Siamo nel 1987, tre anni prima Mark ha vinto l'oro olimpico a Los Angeles, assieme al fratello Dave, e adesso continua ad allenarsi assieme a lui nella piccola palestra di Dave, che è fratello maggiore, amico, allenatore, padre (nonostante fra i due ci sia solo un anno e mezzo di differenza) da quando i genitori si sono separati. 
Dave è un uomo buono e tranquillo è realizzato, ha una moglie, due figli, e per lui va bene così. Mark non se la passa molto bene, e deve ancora capire cosa farà da grande. Così, quando riceve la telefonata di DuPont, pur ignorando chi sia, si reca a casa dell'uomo che gli spiega cosa ha in mente. Mark accetta e, dopo aver tentato inutilmente di coinvolgere anche Dave nel progetto, si trasferisce a Foxcatcher. Qua fra allenamenti, tornei e vittorie il rapporto con John si fa un po' ambiguo (nonostante il vero Mark Schultz abbia sempre negato fermamente le voci riguardanti l'omosessualità) e il ragazzo inizierà a bere e assumere cocaina, cosa che influirà negativamente sui suoi risultati sportivi. DuPont a quel punto chiama Dave alla tenuta e lui, per poter stare vicino al fratello questa volta accetta di trasferirsi.
Mark con l'aiuto di Dave torna alla vittoria, il prossimo obbiettivo è l'olimpiade di Seul. Nel frattempo l'anziana madre di DuPont muore e John è totalmente destabilizzato e fuori controllo.
Dopo le olimpiadi, dove Mark non riuscirà a salire sul podio, capisce che se vuole crescere deve imparare a cavarsela da solo, e abbandona la tenuta, lasciando di fatto, per l'ennesima volta, John DuPont da solo. Lo vediamo osservare apparentemente impassibile, il furgone di Mark che abbandona la tenuta.
Nella realtà le cose andarono un po' diversamente, passeranno degli anni, che nel film per ovvi motivi si riducono a pochi mesi, quando, un mattino di gennaio DuPont salirà in macchina per raggiungere l'abitazione di Dave, dove, al grido di "“You got a problem with me?” gli sparerà tre colpi a bruciapelo.
Dave Schultz morirà poco dopo, sul vialetto di casa, a 36 anni.
John DuPont molti anni dopo, in carcere, nel 2010. Solo. Come sempre.

Foxcatcher è un film potente, dove i lunghi silenzi dicono molto di più degli scarni dialoghi, con un paio di scene che da sole valgono tutto il film. Oltre a quella dell'allenamento di cui ho già parlato all'inizio, le altre sono quelle in cui compare Vanessa Redgrave (nel ruolo dell'anziana madre di DuPont): quando il figlio le porta pieno di orgoglio il trofeo vinto ad un campionato master, anche se per ottenerlo abbia dovuto comprarsi l'avversario, e quando la donna fa la sua apparizione in palestra, e immediatamente John si atteggia ad allenatore. Più che un aquila, come amava farsi chiamare, un pavone che tenta invano di fare la ruota.
Ma la ruota è bucata.
Bravissimo Steve Carrell (e notevole la somiglianza con il vero DuPont), Mark Ruffalo non ha bisogno di elogi, in quanto ogni sua interpretazione è sempre incredibilmente impeccabile e sentita. Channing Tatum punta tutto sulla fisicità e riesce ad essere abbastanza convincente, soprattutto quando DuPont lo definisce "scimmione ingrato",
E meno male che ci hanno pensato a Cannes a dare il giusto riconoscimento a questo film, premiando Bennett Miller per la miglior regia. 

19 marzo 2015

' 71


In attesa di una sua (spero per voi, ché io l'ho già visto) distribuzione - io vi dico solo che è uscito in Kuwait, e non aggiungo altro - vi parlerò di questo film diretto da Yann Demange, praticamente al suo esordio cinematografico, avendo in precedenza diretto serie TV come Secret Diary of a Call Girl (2007), Dead Set (2008) e Top Boy (2011), passato nel 2014 attraverso tutti i festival cinematografici noti e meno noti, da Berlino a Toronto, e, last but not least, anche al "mio" TFF.
E, ve lo dico subito così ci togliamo il problema, assieme a Whiplash, è stato uno dei titoli di quest'ultima edizione che mi è piaciuto di più. 
Il che non significa assolutamente nulla, in quanto i pareri personali su un film, sono, appunto, personali.
Questo se sei una persona normale.
Il fatto che ci sia gente che pensa che la sua opinione, che si tratti di un film, di un libro, o del giusto spessore della fetta di prosciutto corrisponda a verità assoluta è ovviamente un altro discorso. Che - altrettanto ovviamente - esula dalla mia comprensione.
Il protagonista è Jack O'Connell, che molti di voi avranno visto in Unbroken (io non ancora), ma che ha preso parte ad altri film che la sottoscritta ha avuto modo di apprezzare negli ultimi anni, dal suo esordio in This is England (era Puckey), a Tower Block,  e The Liability




Siamo a Belfast, Irlanda del Nord, e l'anno mi sembra superfluo specificarlo.
Cosa succedeva in quegli anni in Irlanda credo sia inutile star qui a raccontarvelo, anche perché ci sono fior fior di film - e io sono sicura di averne visto una grandissima parte - sull'argomento. Ma, se la memoria non mi inganna, questo dovrebbe essere il primo visto (e vissuto) dalla parte di un inglese. Nello specifico si tratta di Gary Hook, una giovane recluta dell'esercito britannico, che viene mandata, mentre sta svolgendo un'esercitazione, con il suo plotone, a sedare una rivolta. 
Ma questa purtroppo non è un'esercitazione e la situazione ben presto degenera, costringendo i soldati ad una frettolosa ritirata, dopo che c'è scappato il morto. E, per tentare di soccorrere inutilmente il suo compagno, anche Gary viene abbandonato.
Per il ragazzo è l'inizio di un vero e proprio incubo. Dovrà cercare di sopravvivere in una città che gli è ostile, dove lui è nemico e traditore, e dove non può sapere se chi si troverà davanti vuole aiutarlo oppure ucciderlo. 
Lo seguiamo nella sua corsa contro il tempo attraverso vicoli sconosciuti alla ricerca della salvezza entrerà in un caotico labirinto denso di sfaccettature dove, oltre alla violenza e alla paura, scoprirà trame oscure fatte di doppi e tripli giochi, e le certezze si trasformano improvvisamente in un'idea, un concetto astratto. 
E Gary in una notte livida e piovosa si scoprirà una semplice pedina (o l'agnello sacrificale) in un gioco troppo grande per lui. 
Teso e concreto, drammatico e concitato, ben girato e ancora meglio interpretato.
In due parole?
Gran film.



18 marzo 2015

Suite Francese

I nobili motivi che mi hanno spinto alla visione di questo film sono, nell'ordine:
- la presenza di Matthias Schoenaerts nel cast;
poi:
- ..............; 
- ..............; 
- ..............;
Strano, non me ne viene in mente nessun altro.
Perché, sulla carta, o meglio, dal trailer, mi dava l'idea di un polpettone melenso con la WWII sullo sfondo. Che ci volete fare? Son tutta piena di pregiudizi e lasmesté.
Alla fine ho dovuto ricredermi, non è poi nemmeno troppo melenso (per essere un polpettone). 
Tratto dall'opera (incompiuta) di Irène Némirovsky pubblicata postuma nel 2004, grande successo di pubblico e critica, l'adattamento cinematografico (praticamene solo della seconda parte del romanzo, "Dolce", che la prima se la sbrigano in cinque minuti) è diretto da Saul Dibb, conosciuto per "la duchessa", film del 2008 con Keira Knightley e Ralph Fiennes, che, non so voi, ma io non ho visto.
Nonostante io ami vedere i film in lingua originale, posso dire che questa è la classica eccezione che conferma la regola. Perché, malgrado il film sia ambientato in Francia e sullo schermo ci siano soltanto francesi e tedeschi, in che lingua parlano tutti? Ma in inglese, no?
No! No! No! No! No! No!
Siamo nel 1940 e tu non mi puoi far parlare dei contadini presumibilmente mezzo analfabeti del nord della Francia in inglese, ma che cazzo! 
Scusate, mi ricompongo. 
Nel cast, oltre a Matthias Schoenaerts - che ritroveremo nel prossimo film di Thomas Vinterberg, "Far from the Madding Crowd" - ci sono Michelle Williams, Kristin Scott Thomas, Lambert Wilson (probabilmente l'unico francese di tutta la produzione), Sam Riley ed un'irriconoscibile Margot Robbie (o meglio, io per rendermi conto che fosse lei ho avuto bisogno dei titoli di coda).

Come dicevo poc'anzi, siamo nel 1940, la Francia è occupata dai tedeschi, ma in alcune zone di campagna la guerra sembra una questione lontana. Quando la popolazione parigina abbandona la città e cerca rifugio nelle campagne, la vita del piccolo paese di Bussy improvvisamente cambia. Dopo gli sfollati, anche un reggimento della Wehrmacht si insedia nel paese, e gli abitanti più benestanti dovranno ospitare gli ufficiali; il tenente Bruno von Falk trova ospitalità a casa Angellier, dove vivono Lucille con la suocera, Madame Angellier, che subisce l'occupazione tedesca come un affronto personale, in quanto il figlio Gaston, nonché marito di Lucille, è in guerra e di lui non si hanno più notizie.
A darle il volto la sempre impeccabile Kristin Scott Thomas, perfetta nel ruolo di donna arcigna e intransigente, incurante del fatto che la guerra abbia ridotto in povertà i mezzadri da cui riscuote puntualmente l'affitto, e che ogni tanto sfoggia quest'espressione qui:



Nel ruolo di Lucille la famosissima attirce francese troviamo Michelle Williams, che, diciamocelo, contrariamente alla suocera, del destino del povero Gaston sembra fottergliene una sega.
Signore e signori, famo a capisse,  io sono Lucille, mio marito Gaston è in guerra, io non ho mai amato lui e lui non ha mai amato me, nella migliore delle ipotesi son mesi che è morto sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, e in casa mi arriva Bruno von Falk.
La fai facile cara la mia suocera Madame Angellier a dirle "noi non parliamo con il nemico!"
Vedi un po' tu.
Comunque, com'è come non è, la storia prosegue, Lucille e von Falk (no, Dantès, non stavo per dire dall'enorme schwanzstuck, smettila immediatamente) si parlano, si scopre che lui è candidato al premio nazista buono dell'anno, e che prima di arruolarsi era un compositore, e per questo lei non aveva riconosciuto la struggente melodia che lui suona al pianoforte tutti i giorni. Ma, anche se la musica è universale ed unisce, la guerra se ne frega e divide, mentre la piccola comunità di Bussy dal canto suo si dedica con discreto successo alla garbata pratica della delazione, con lettere anonime in cui i solerti cittadini denunciano al comando tedesco ebrei, comunisti, omosessuali, negri no perché a) non ce ne sono, b) non ce n'è bisogno. E alla fine è come se non ci fossero più distinzioni tra tedeschi cattivi e francesi buoni, ma solo persone, più o meno meschine, più o meno vigliacche.
Sia io sia la bionda ci aspettavamo il finalone tragico, e invece.
Nel complesso, comunque, temendo davvero le peggio cose, non l'ho trovato nemmeno così pessimo.


16 marzo 2015

b l a c k h a t

Se doveste per caso incontrare la bionda e/o la Tiz non chiedete loro come hanno trovato l'ultimo film di Michael Mann: dalle loro bocche uscirà una sequela di "brutto, brutto, brutto, brutto, brutto".
Ma brutto, eh?
Io, invece, non l'ho trovato proprio così brutto.
Il che non necessariamente significa che Blackhat sia un bel film. 
E Chris patatone Hemsworth nel ruolo del protagonista, diciamolo, non aiuta. Che magari che so, utilizzando un attore non necessariamente bravissimo, ma in grado di esibirsi in almeno un paio di espressioni - il che vorrebbe dire il 50% in più di quelle utilizzate da Hemsworth - non dico avrebbe risolto la situazione, ma insomma, una mano glie l'avrebbe senz'altro data.
Lo ammetto, sono vittima del pregiudizio più bieco, ma, pensando ad un hacker, blackhat o whitehat che sia, non riesco proprio ad immaginarmelo con la faccia - ma soprattutto il fisico - di Hemswort.
Nella foto qua a fianco potete osservare, nell'ordine, Adrian Lamo, Kevin Mitnick e Kevin Poulsen, tre fra gli hacker più famosi del passato recente, che, con il nostro atletico australiano credo abbiano ben poco da spartire.
Comunque, facciamo finta che Chris Hemsworth sia un hacker (del resto se riusciamo a credere che sia un attore possiamo credere un po' a tutto) e veniamo al film.
Che inizia mostrandoci cosa avviene nel computer dopo la pressione di un tasto, con una panoramica interna sempre più precisa e microscopica, che sicuramente avrà mandato in visibilio ogni appassionato di informatica, e, contemporaneamente, avrà stracciato i maroni a tutti gli altri.

Con il lancio di questo comando, seguiamo, bit dopo bit, tutto quello che avviene. Ovvero - tramite l'arresto forzato di una turbina - un esplosione in una centrale nucleare nel distretto di Chai Wang, Hong Kong. Stato di allerta, riunione dei massimi vertici, e un esperto della sicurezza nazionale dice che per risolvere l'attacco informatico ha bisogno di collaborare con gli USA. Grosse perplessità da parte del governo cinese, ma alla fine, per la sicurezza nazionale (barra) mondiale, questo e altro.
E così l'agente Dawai Chen vola negli USA in compagnia della sorella, alla prima riunione dei massimi vertici informatici dell'FBI fa un po' lo sborone e rivela che il codice usato dal blackhat, che si è introdotto nel sistema tramite un RAT (e se non sapete nulla di informatica son tutti cazzi vostri, comunque RAT è l'acronimo di Remote Access Tool) l'avevano ideato lui e un suo amico per gioco quando studiavano al MIT, e che per capire come è stato sviluppato il nuovo codice bisogna avvalersi di chi quel codice l'aveva inventato. E qua entra in gioco patatone Hemsworth, il famoso hacker di cui sopra, ovvero Nick Hathaway, che, ma tu pensa, sta scontando una pena di 15 anni nel carcere Tal dei Tali a seguito di una truffa con le carte di credito.
Alla fine si fa l'accordo, Nick viene rilasciato per aiutare il vecchio amico a individuare chi c'è dietro l'attentato, ma, nel frattempo un'altra falla nel sistema fa impazzire la borsa facendo schizzare alle stelle il prezzo della soia.

Ve la faccio breve altrimenti corro il rischio di inciampare in qualche spoiler, ma dopo una serie di avvenimenti più o meno collegati tra loro, che non vi racconterò, i nostri eroi, ovvero l'hacker patatone, l'investigatore cinese e la di lui sorella, che, ovviamente, alla prima occasione si innamora - ricambiata - del patatone, la detective dell'FBI e il marshall incaricato di sorvegliare (totalmente a cazzo) l'hacker in libertà vigilata inizieranno a seguire - con il collaudato metodo "segui i soldi" - le tracce del blackhat, e da Chicago ad all'Indonesia, passando per Hong Kong e per la Malesia, improvvisamente ci ritroviamo con i buoni che inseguono i cattivi con tanto di sparatorie e morti ammazzati, con il patatone che ovviamente è pure bravissimo ad usare le armi da fuoco, come non avesse mai fatto altro nella vita, ma, se non altro, finalmente (finalmente per modo di dire, che è già passata un'ora abbondante) il film acquista un po' di ritmo, anche se non mancano inutili quanto interminabili scene di sguardi languidi, rimandi all'11 settembre (basta, vi prego!) e immensi momenti WTF, su tutte il patatone che, corazzato con un giubbotto antiproiettile dell'ikea, e una sciarpa che sembra un banale asciugamano, ma che deve essere in kevlar, altrimenti non si spiega, ci porta verso il finale del film, e vissero tutti felici e contenti. A parte la bionda e Tiz, che stanno ancora dicendo brutto brutto brutto brutto brutto brutto.
Voi nel dubbio fate una cosa: scordatevi Collateral.
Che è meglio.




12 marzo 2015

La Famiglia Bélier

Ennesimo invito ricevuto per assistere (aggratis) all'anteprima dell'ennesima commedia francese tanto per cambiare campione di incassi in patria. Non nutro pregiudizi nei confronti del genere, che può regalare gradite sorprese quanto sòle paurose. Di questa pellicola di Lartigau sapevo davvero poco, l'unica cosa che speravo in cuor mio è che non fosse pessima (a voler essere generosi) come un altro film francese, sempre visto (aggratis) nella stessa sala. ma ero sicura che difficilmente avrebbe potuto raggiungere quei livelli di rara bruttezza. 
Quindi, forti di questa consapevolezza, la Tiz ed io abbiamo preso posto in sala, che, dal momento che il gratis è come la patata, tira sempre, era piena. 
Il film, per la cronaca, uscirà nelle sale il prossimo 26 marzo, e, lo dico subito, a noi non è affatto dispiaciuto, nonostante abbia tutte le carte in regola per entrare di diritto nella categoria delle commedie furbette e piacione. E già me la vedo laggente che dicono che è un film ruffiano. Io ci aggiungo un bell'ecchissenefrega e considero chiusa la questione. 



Siamo in qualche angolo della Normandia e la famiglia Bélier, composta da padre, madre e due figli vive serena nella sua fattoria. Hanno animali e terreni, allevano bestiame e producono formaggi.
Ad esclusione di Paula, la figlia sedicenne, il resto della famiglia è sordomuto, e, ovviamente Paula ha l'ingrato compito di fare da tramite tra i genitori e il mondo esterno, dai rapporti telefonici con clienti e fornitori, alle piccole incombenze quotidiane, cosa che spesso - vedasi la visita della madre dal dottore - riesce a metterla in imbarazzo. 
Quando a scuola, in compagnia della sua amica Mathilde, decide di frequentare le lezioni del coro, per motivi che con il canto non hanno nulla a che fare, scopre inaspettatamente di essere dotata di una voce incantevole, e, oltre a guadagnarsi un ruolo di rilievo nel saggio di fine anno, il professore tenta di convincerla a partecipare ad un prestigioso concorso che si tiene annualmente a Parigi.
Paula è titubante e combattuta. Vorrebbe dare spazio alla sua passione ma allo stesso tempo non sa come dirlo ai suoi genitori, che, per ovvi motivi, non potrebbero capire, e andare a Parigi significherebbe allo stesso tempo abbandonarli. 
Cosa deciderà Paula?
Si ride, si sorride, e inevitabilmente si finisce per commuoversi anche un po'. E ve lo sta dicendo una che, a differenza di Dantés, si commuove raramente... 
Bravi Karin Viard e Francois Damiens nel ruolo della signora e del signor Bélier, goffi ma determinati, ma soprattutto molto interessante l'esordiente Louane Emera, che per questo ruolo ha vinto, all'ultima edizione, il premio César nella categoria "meilleur espoir féminin".
Non ci troviamo sicuramente di fronte al film dell'anno, ma, nel mare magnum delle commedie - di qualunque nazionalità esse siano - questa non sarà certo la peggiore. 

10 marzo 2015

The Keeper of Lost Causes

Cosa mi ha spinto alla visione di questo film? 
Credo mi abbia incuriosita il titolo, perché per il resto - a parte che si tratta di un film danese del 2013, diretto da Mikkel Norgaard - non ne sapevo assolutamente nulla.
In originale è Kvinden I buret (la donna in gabbia) e no, un titolo italiano per il film al momento non esiste. Né credo esisterà, perché non mi pare che sia mai stato distribuito.
E' tratto dal romanzo omonimo di Jussi Adler-Olsen, in italia edito da Marsilio con il titolo "La donna in gabbia" (appunto). Se volete saperne di più fate un giro su 50/50 Thriller, dove troverete tutte le recensioni. Già, perché questo è solo il primo di 5 romanzi (credo l'ultimo non sia ancora stato tradotto, ma potrei sbagliarmi) a cui fanno seguito "Battuta di caccia" (Fasandræberne), "Il messaggio nella bottiglia" (Flaskepost fra P) e"Paziente 64" (Journal 64).

Dopo la solita immancabile divagazione, veniamo al film. 
Che ha per protagonista l'ispettore Carl Morck (Nikolaj Lie Kaas), che si ripresenta al lavoro dopo mesi di "malattia", a seguito di una missione dall'esito tragico: un suo compagno è morto, l'altro è rimasto paralizzato e lui stesso ferito, palesemente più nello spirito che nel corpo. E, per non farsi mancare nulla, sua moglie l'ha lasciato. 
Il suo capo gli comunica subito che non potrà riassegnarlo alla squadra omicidi, un po' perché, a causa del suo carattere "difficile", già prima dell'incidente nessuno voleva lavorare con lui, e un po' perché il prolungato uso (o abuso) di farmaci e alcolici non aiutano certo a farne il poliziotto più affidabile in circolazione.
Viene quindi assegnato al "Dipartimento Q", una sezione che si occupa dei cold case. 
L'ufficio è nei sotterranei, e sembra un magazzino impolverato. Ad aiutarlo troverà Assad (Fares Fares), che nei due anni precedenti ha davvero lavorato in magazzino. Insomma, il Dipartimento Q sembra più che altro un refugium peccatorum, e mentre Carl si crogiola nella sofferenza Assad metterà ordine, spronando l'ispettore a reagire. 
Il caso di Merete Lynggaard, giovane donna scomparsa cinque anni prima, durante una traversata a bordo di un traghetto in compagnia del fratello disturbato, archiviato sbrigativamente come suicidio, non convince Carl, per tutta una serie di piccoli particolari, che porteranno lui ed Assad ad indagare - spesso senza l'autorizzazione dei superiori - per cercare di far luce su quel vecchio caso di cui a nessuno sembra importare più nulla.



Il risultato è un film senza troppi fronzoli (del resto è una co-produzione danese-svedese-tedesca, mica hanno tempo da perdere da quelle parti) che funziona, a partire dalla strana coppia formata da Carl e Assad, di cui sentiremo ancora parlare. Probabilmente non in Italia.
Il secondo film tratto dai romanzi del Dipartimento Q, sempre diretto da Norgaard, si intitola The Absent One ed è stato campione di incassi in Danimarca nel 2014, mentre il regista del terzo capitolo, A Conspiracy Of Faith, attualmente in pre-produzione, sarà Nikolaj Arcel, che abbiamo avuto modo di apprezzare un paio di anni fa per il suo A royal affair.e che dei primi due film è stato lo sceneggiatore.
Per quanto mi riguarda, il Dipartimento Q mi ha convinta.

9 marzo 2015

Focus

Aggiungiamoci anche l'inutile estensione italiana "niente è come sembra", dai, dai, che bello! 
Oh, adesso sì che è un titolo davvero figo. 
Allora.
A me Will Smith è simpatico. E, dai tempi di quel gran bel film che fu "Sei gradi di separazione" (1993) trovo che sia anche un attore discreto, cosa che ha confermato diversi anni dopo diretto da Michael Mann in Alì. 
Bad Boys è uno dei miei guilty pleasure, e, non paga, aggiungo che mi ero divertita anche con Wild Wild West, così la mia già scarsa credibilità va completamente a farsi fottere e possiamo chiudere qua il discorso.
Ovviamente nessuno è perfetto, e il film sòla capita a tutti. Solo che ultimamente il nostro Will, fra Hancock, Sette Anime, After Earth, e sicuramente qualcos'altro che al momento mi sfugge, sembra che abbia scelto i copioni bendato. 

Così, quando è arrivato Focus in sala, mi sono detta che gli si poteva concedere una chance.
Secondo il mio modestissimo parere, ci sono tre modi per dirigere un film come Focus, che, fondamentalmente, è la storia di un truffatore (interpretato appunto da Will Smith).
1) Ne fai un film leggero, di quelli che non si prendono mai troppo sul serio, pieni di ironia e autoironia (tipo la saga degli Oceans'11/12/13 ecc.), 
2) Ne fai un film in cui scena dopo scena la tensione e la suspance la fanno da padroni, tu non capisci bene chi sta rubando cosa e a chi, e, curioso di scoprirlo, rimani incollato allo schermo per vedere come va a finire.
3) Sei Glenn Ficarra & John Requa: semplicemente te ne fotti, e dirigi Focus così com'è, senza dargli le sembianze né della prima categoria né della seconda, facendolo diventare un film né carne né pesce, che intrattiene nella misura in cui ti può intrattenere guardare il tuo gatto che tenta di afferrare la sua ombra sul pavimento. 
Io, dopo mezz'ora dalla fine della visione, mentre mi stavo facendo un sontuoso scrub nella vasca da bagno ad un certo punto ho fatto fatica a ricordarmi come fosse finito. 
Per dire.
Intendiamoci, i film brutti sono diversi.
E, va da sé, anche quelli belli.
Comunque, veniamo brevemente al film.
Anche perché se ve lo racconto finisce che vi svelo l'unico colpo di scena che io, fanculo, avevo capito mezz'ora prima, e non ho avuto nemmeno quella soddisfazione. 


Siamo a New York e Nicky Mellow Spurgeon, truffatore di terza generazione, con alle spalle un'organizzazione rodata e perfettamente funzionante fa la conoscenza di Jess, truffatrice inesperta ed alle prime arti, che tenta di fregare proprio Nicky, venendo smascherata in un nanosecondo.
La ragazza supplica quindi Nick di insegnarle i trucchi del mestiere e, in quattro e quattro otto diventa, chettelodicaffare, bravissimissima, che fighissimissima lo era già di suo. 
Da New York ci spostiamo a New Orleans, dove, durante una partita di football il nostro, assistito dalla bella quanto inconsapevole Jess, sfida la sorte scommettendo un milione di dollari contro un miliardario asiatico (B.D.Wong, ovvero il dottor Huang di Law & Order SVU).
Passano un paio di anni e ritroviamo Nicky a Buenos Aires, ingaggiato da Garriga, un manager di Formula 1 per portare a termine una truffa nei confronti di un altro costruttore, peccato che sul più bello compaia, negli aderentissimi panni della fidanzata di Garriga, la sempre splendida Jess, e Nick vedendola vada un po' in palla, decidendo così di...


6 marzo 2015

Noi e la Giulia

Ciao, sono la voce fuori dal coro e oggi vi parlerò del film di Edoardo Leo di cui potete leggere cose bellissime un po' ovunque (ma non qui).
Non avendo - tanto per cambiare - letto il romanzo da cui è tratto, ovvero "Giulia 1300 e altri miracoli" di Fabio Bartolomei, di cui si dice un gran bene, quando ho avuto occasione di vedere il trailer ho pensato semplicemente "mah".
Poi hanno iniziato ad arrivare le recensioni in rete, tutte molto positive, ma io continuavo ad essere un po' dubbiosa. Ho anche letto cose del genere:
Il più grande difetto di Noi e la Giulia e’ quello di essere un film italiano. Perché se fosse stato americano subito si sarebbe sprecate definizioni (geniale black comedy degli equivoci sarebbe stata la più gettonata) seguite da commenti entusiastici verso l’opera del tal regista e tal sceneggiatore.(...)
Che ok, va bene tutto, ma insomma, anche meno.
Complice una settimana di uscite cinematografiche paragonabile per pochezza alla settimana di Ferragosto, io e le altre due solite note abbiamo optato per il recupero del film. Del resto Edoardo Leo (come attore, perché come regista non lo conosco) non mi è nemmeno antipatico, poi dai, ho visto Smetto quando voglio e La mossa del pinguino, non è che posso mettermi a fare la difficile proprio adesso, no?
La storia, che immagino conosciate un po' tutti, è quella di tre giovani uomini più o meno quarantenni, provenienti da esperienze diverse - ma tutte fallimentari - che decidono di cambiare vita. E se, come dirà uno dei tre ad un certo punto, il sogno dei 20 anni è quello di aprire un chiringuito sulla spiaggia (che io a 20 anni non avevo, ma fa niente) arrivati a 40 è quello di aprire un agriturismo (devo dirvi che a 40 non ho avuto nemmeno quello o lascio stare?).
Fausto (Maria), romano, coatto, fascista, pieno di debiti, conduce televendite in cui propone orologi farlocchi, cercando di sottrarsi alle intimidazioni di Sergio, indomito comunista di quando nel simbolo del partito c'erano ancora la falce e il martello e, ovviamente, Berlinguer, che vuole riavere i suoi 30.000€.
Diego, bravo ragazzo, impiegato in una concessionaria, vende auto cercando di mostrarsi "costernato" di fronte alle lamentele dei clienti, ma, alla morte del padre - che lo considerava un debole - decide che è ora di mollare tutto.
Claudio, pavido e paranoico, che è riuscito a far fallire in soli 5 anni la secolare attività di famiglia, una gastronomia aperta nel 1910.



I tre si ritroveranno lo stesso giorno alla stessa ora, nello stesso luogo: sopralluogo con l'agente immobiliare di un casale semi diroccato per farne l'agriturismo dei loro sogni. Quando scopriranno che il prezzo di vendita è praticamente il doppio rispetto a quello (erroneamente) riportato sull'annuncio e quindi non è alla loro portata cosa fanno? Nel mondo reale direbbero "grazie, non mi interessa, arrivederci" e tornerebbero alle loro vite, Loro invece pensano di comprarlo in società...
E qua, scusate se rompo il cazzo, parte il momento WTF. Con quali soldi? A parte Diego, che probabilmente incasserà l'eredità del padre, Fausto è pluriprotestato e pieno di debiti, mentre Claudio ha appena dichiarato fallimento. Ma vabbè.
Mentre stanno per iniziare i lavori di ristrutturazione al casale arriva Sergio, che - vi fosse sfuggito - avanza un sacco di soldi da Fausto, e decide di aderire al progetto dei tre, che così diventano quattro e decidono di ristrutturare la baracca da soli.
Ma non hanno fatto i conti con la realtà della zona in cui si trovano, dove la camorra agisce indisturbata chiedendo il pizzo a chiunque intenda intraprendere una qualsiasi attività.
E quando, a bordo della sua Giulia perfettamente conservata, con tanto di impianto stereo che diffonde musica classica e sinfonica, si presenta Vito (ma è solo il primo della lista), a fare il suo (s)porco lavoro, l'eterogeneo gruppo deciderà che è giunto il momento di ribellarsi per difendere il loro sogno, iniziando una personalissima lotta alla camorra camuffata da resistenza (dis)armata. E, a tratti, disarmante.
Non nego che l'idea sia carina e in alcuni punti il film riesca anche a divertire, peccato che alla fine finisca per cadere nei soliti cliché: abbiamo il terribile camorrista che così terribile non è, e si offre di collaborare con i nostri eroi, la ragazza "alternativa" finto sciroccata e in quanto tale tutta tatuata, il ne(g)ro buono e servizievole, che non chiede mai nulla, sempre pronto ad aiutare il prossimo, e ovviamente sempre al posto giusto al momento giusto, il fascista tutto "l'Italia agli Italiani" che alla fine si ritroverà a brindare con il famoso ne(g)ro di cui sopra, il personaggio di Diego - interpretato da Luca Argentero - che sfoggia un esasperato accento così smaccatamente e fintamente piEmontEEEse che nemmeno se incroci Magda Zoccano, Margherita Fumero ed Erminio Macario ottieni tanto e non ci risparmierà nemmeno il pippotto moralista voice off sul finale.
Quindi, scusate se insisto, ma tutto questo entusiasmo nei confronti di una commedia giusto carina, continua a lasciarmi perplessa.




5 marzo 2015

Quando il teatro va al cinema:
"Of mice and men"

George disse: - Gente come noi non ha famiglia. Raccolgono una paga e poi la sprecano. Non hanno nessuno al mondo a cui importi di loro... 
- Ma noi no, - gridò Lennie felice. - Di' come siamo noi, ora. 
George tacque un istante. - Ma noi no, - disse; -Perché... Perché io ho te e... 
- E io ho te. Ci siamo tutti e due, e c'importa qualcosa di noi, ecco perché, - gridò Lennie trionfalmente.




Ed eccoci di nuovo alle prese con James Franco, che, se non dirige un film o non ci recita, decide di darsi al teatro. Viene da chiedersi se quest'uomo abbia anche una vita privata. 
Anche perché lo troveremo di nuovo alle prese con Steinbeck e l'adattamento cinematografico di un altro suo romanzo, "La Battaglia", con un cast in fase di assemblaggio in cui si fanno i nomi di (oltre a Franco stesso, ça va sans dire) Selena Gomez,Vincent D’Onofrio, Robert Duvall, Ed Harris, ecc.
Grazie all'iniziativa di Nexo Digital, il 3 marzo - per un giorno - si è potuto assistere all'evento live dello spettacolo che la regista Anna D.Shapiro ha portato in scena al Longacre Theater di Broadway, tratto dal libro del premio Nobel per la letteratura John Steinbeck, con protagonisti, appunto, James Franco nel ruolo di Georgie e Chris O'Dowd in quello di Lennie, oltre a Leighton Meester, Jim Parrack, Jim Norton, Ron Cephas Jones, Alex Morf, Joel Marsh Garland, James McMenamin e Jim Ortlieb.
Di Uomini e Topi, oltre ad aver letto il libro quando ero giovane, avevo visto, nel lontano 1992, l'adattamento cinematografico diretto da Gary Sinise, con protagonisti lo stesso Sinise nel ruolo di George e John Malkovich ad interpretare Lennie. 
Ma questo non mi ha impedito di commuovermi, alla fine.
La storia credo non abbia bisogno di essere raccontata, ma, per sommi capi, si tratta di un ritratto dell'America dopo la grande depressione del 1929 oltre che una splendida storia di amicizia. Ambientato in California, narra le vicende di George e Lennie, due braccianti itineranti che, per lavoro, si spostano da un ranch all'altro, coltivando il sogno di guadagnare abbastanza per comprarsi un giorno un loro pezzo di terra e fare in modo che Lennie possa finalmente accudire i conigli da lui tanto amati.
Peccato che Lennie, un cervello da bambino nel corpo di un uomo dal fisico massiccio e dalla forza incontrollabile, sfugga spesso al controllo dell'amico e finisca per mettersi nei guai. Questo è il motivo principale per cui i due non riescono mai a mettere radici in un posto.
Quando arrivano nel ranch dei Curley, Lennie provocherà accidentalmente la morte della moglie del figlio del padrone, e George, per sottrarlo al linciaggio, sarà costretto ad uccidere l'amico.
Che mi sono commossa l'ho già detto, vero?





Cos'altro dire? 
Che James Franco, qua al suo esordio come attore di teatro, è davvero bravo, ma questo probabilmente lo sapevamo già, ma ancora più sorprendente è la prova di Chris O'Dowd, che al cinema è spesso impegnato in ruoli comici mentre qua da corpo e anima ad un Lennie davvero intenso e commovente. 
Anche tutto il resto del cast si comporta egregiamente, infatti le critiche sono state più che positive, come potete leggere sulla pagina del Longacre.
Per quanto mi riguarda, questo esperimento di teatro al cinema mi è davvero piaciuto, e credo che, dovesse capitare, potrei ripetere l'esperienza. 


4 marzo 2015

Vizio di forma

dal vangelo secondo P.T.Anderson: "l'ultima cena"
Ci sono registi che per qualche inspiegabile motivo assurgono al ruolo di semidei e per cui un sacco di persone iniziano a nutrire un amore tale al punto che potresti insultare le loro madri e ci passerebbero sopra nel giro di un paio di minuti scarsi, ma guai a dire che un film di Malick, o Von Trier, o Lynch o Kubrik non ti è piaciuto. Potessero ti prenderebbero a schiaffoni. Spesso succede che si tratti delle stesse persone che si indignano tantissimo quando la libertà di espressione viene minacciata da gente fanatica (come loro). Jesuischarlie chi? 
Paul Thomas Anderson, arrivato al suo settimo film, fa sicuramente parte di questo esercito di esseri mitologici, metà uomo metà regista, per cui, se ti azzardi a dire che un suo film non ti è piaciuto... apriti cielo.
Io, che i fanatismi li ho abbandonati da un pezzo, di fronte a queste esplosioni d'ammore a senso unico reagisco in modi differenti a seconda dell'umore. 
a) mi diverto un sacco,
b) mi irrito un po',
c) ti tocchi,
d) non sa/non risponde.
Di Paul Thomas Anderson ho visto 3 film, 4 con questo: Boogie Nights era stato interessante, ma confesso che, a 18 anni di distanza, una delle poche cose che ricordo del film è Heather Graham sui pattini. Magnolia, che ho adorato, mi ha fatto scoprire che Tom Cruise era in grado di recitare, mentre il più recente The Master mi aveva annoiato alquanto. Il resto - compreso il petroliere - mi manca. 
Tutto questo inutile pippone per dirvi che sabato la bionda Dantès ed io siamo andati a vedere Vizio di forma, che, se l'avessi visto in v.o. sarebbe Inherent Vice. Ma così come non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti i film escono al Centrale, e tocca accontentarsi (anche se pare che il film in v.o. potrebbe arrivare al Centrale dal 12 marzo).
Siccome questo blog è gestito da una cialtrona senza né arte né parte, non sarà certo lei ad accanirsi sulla differenza di significato che passa tra "vizio di forma" e "vizio intrinseco", E, sempre per la cialtronaggine intrinseca che la contraddistingue, proverà a dirvi qualcosa del film senza raccontare troppo. E soprattutto, senza spiegarvi nulla. Anche perché, davvero, non c'è niente da capire. 




Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Thomas Pynchon, che mi rammarico di non aver letto, perché sono sicura che avrei apprezzato di più.
F e r m i   t u t t i. 
Non ho detto che il film non mi è piaciuto.
E no. Non sto nemmeno dicendo che sono uscita dalla sala urlando al capolavoro. Termine che, ultimamente, viene usato molto spesso a sproposito.
Detto ciò posso dire che il film, pur senza entusiasmarmi, l'ho apprezzato. Anche se quel continuo uso (e abuso) del termine "hippie fattoni" iniziava a darmi fastidio.
La voce narrante di Sortilège (forse un pelino impegnativo, ma gran bel nome) ci spiega cose a caso, mentre Shasta, in qualità di ex fidanzata, un giorno si presenta alla porta di Larry "doc" Sportello, per chiedergli aiuto: da quando si sono lasciati è diventata l'amante di Mickey Wolfmann (He’s technically Jewish but wants to be a Nazi) un costruttore miliardario, la cui moglie - che lo tradisce a sua volta con una specie di Big Jim biondo platAno - sta architettando un piano per rinchiuderlo in manicomio e lei ovviamente vorrebbe impedirlo.
Doc, che è un investigatore privato molto sui generis, accetta l'incarico.
Siamo in California, sul finire degli anni 60. Le droghe alimentano un'idea astratta di sogno americano, che però ogni tanto si ritrova a fare i conti con la realtà, e più che la politica di Nixon e la guerra in Vietnam, che sembra non interessare il microcosmo che popola Gordita Beach, ad alimentare la paranoia di tutti è Charlie Manson, il cui nome ricorre più volte durante il film.
E, fra una canna e l'altra, che se il film fosse stato in odorama avresti abbandonato la sala strafatto, vediamo Doc affrontare una serie di situazioni che, in maniera del tutto casuale, lo portano a ricomporre una sorta di puzzle psichedelico in cui gli eventi si susseguono e si accavallano come in preda al caos, salvo scoprire, scomodando se vogliamo la teoria dei sei gradi di separazione, che è tutto collegato, partendo da quando Doc, che pare abbia lo studio all'interno di quello che sembra un'ambulatorio, con Petunia a fargli da assistente, inizia le sue indagini in un bordello e si ritrova accusato da Bigfoot dell'omicidio di una guardia del corpo di Wolfmann, appartenente alla fratellanza ariana, mentre un'ex tossica gli chiede di rintracciare il marito ufficialmente morto, che ritroverà in una specie di setta travestita da rehab, al cui interno sta soggiornando lo stesso Wolfmann, che sembra essere il trait d'union attorno a cui si muove tutto, a partire dalla misteriosa Golden Fang: un'imbarcazione? un cartello orientale della droga? un'associazione di dentisti massonici dediti all'evasione fiscale? Fra cravatte e banane al cioccolato, giovani figlie di papà in cerca di libertà, svastiche tatuate (male), poliziotti corrotti, assistenti procuratori finto per bene, influsso dei pianeti e tavolette ouija, abusi edilizi,  bisognerà arrivare alla fine per capire tutto quanto.
Forse.
O forse no.




Per apprezzare Vizio di Forma è necessario lasciarsi andare e fingere che la logica non esista, altrimenti si corre il rischio di non uscirne vivi. 
Magistralmente interpretato da un Joaquin Phoenix che per l'ennesima volta dimostra la sua bravura, e per il quale una nomination all'Oscar sarebbe stata strameritata, il film si avvale anche dell'ottima interpretazione di Josh Brolin nel ruolo di Christian "Bigfoot" Bjornsen, oltre a Benicio Del Toro, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Martin Short, Eric Roberts, Maya Rudolph, Katherine Waterson e Joanna Newsom che interpretano rispettivamente  Shasta e Sortilège.
Dialoghi che strappano ben più di una risata, fotografia interessante, costumi perfetti (per il personaggio di Doc Sportello pare che si siano ispirati a Neil Young) e colonna sonora da urlo. Quando parte Harvest stavo quasi per applaudire, poi mi tenni.
E, a pensarci bene, mi rendo conto che il film mi è piaciuto molto più di quanto non mi fosse sembrato appena uscita dalla sala.
A volte succede.
Altre volte succede il contrario. 




È troppo tempo amore che noi giochiamo a scacchi,
mi dicono che stai vincendo e ridono da matti,
ma io non lo sapevo che era una partita,
posso dartela vinta e tenermi la mia vita.
Però se un giorno tornerai da queste parti,
riportami i miei occhi e il tuo fucile.
E non c'è niente da capire.

3 marzo 2015

Kingsman: secret service

Cosa ci si aspetta da un film come Kingsman?
Cosa vi aspettiate voi sinceramente non ho la pretesa di saperlo, io, personalmente, vedendo il trailer, mi aspettavo un'immensa cazzatona (detto con il massimo rispetto, sia chiaro), di quelle divertenti e fatte bene.
E, dopo aver visto il film, posso dire di essere stata accontentata. 
Kingsman è effettivamente un'immensa (forse fin troppo immensa, nel senso che due ore abbondanti di durata magari sono un filino troppe, ma credo che questa mia critica sia dovuta al fatto che mi scappasse tantissimo la pipì e quindi non vedevo l'ora che finisse per poter correre in bagno) cazzatona pop, con un cast che funziona, idee carine, un paio di scene fantastiche - il massacro in chiesa e il party con tanto di fuochi d'artificio - oltre a citazioni e riferimenti vari sparsi a pioggia lungo il percorso.
Premesso che il film diretto da Matthew Vaughn è l'adattamento di un fumetto, e la sottoscritta non legge fumetti, non so dirvi se e quanto possa essere fedele all'originale, ho deciso che non vi racconterò molto della trama, in quanto, se andate su Wikipedia, potete trovarla dall'inizio alla fine, spoiler compreso.
Parliamo quindi del cast: un divertente e sicuramente divertito Colin Firth nel ruolo dell'agente (segreto) Harry Hart (nome in codice Galahad), che nel suo abito sartoriale su misura - non sia mai che un gentleman compri "moda pronta" - alterna un impeccabile aplomb inglese alla capacità di stendere sei brutti ceffi in un pub senza nemmeno spettinarsi, un aspirante Kingsman (l'esordiente Taron Egerton, che se la cava più che egregiamente) figlio di un vecchio compagno d'armi di Hart caduto in missione, giovane dalle grandi potenzialità ma cresciuto un po' allo sbando, l'inossidabile Michael Caine (Artu) nei panni del capo dell'agenzia, e un fidato collaboratore (Merlino), interpretato dal sempre perfetto Mark Strong, che, dove lo metti lo metti, non stona mai. 

La storia inizia in Argentina, quando, per liberare il professor Arnold che è stato rapito, l'agente Lancillotto viene ucciso (e il modo in cui viene ucciso è da applausi, io e la bionda abbiamo molto riso). L'associazione dei Kingsman deve quindi rimpiazzarlo, e la tradizione vuole che ogni agente in servizio proponga un candidato che sostituisca l'agente caduto in missione. 
La scelta di Hart cade su Eggsy, che altri non è che il figlio del suo compagno morto 17 anni prima. 
Mentre i giovani candidati vengono sottoposti ad un duro addestramento curato da Merlino, il cattivo di turno, il miliardario Valentine (Samuel Jackson) sta mettendo a punto un piano per salvare il mondo dal terribile virus che lo affligge: l'umanità. 
Sarà compito dei Kingsman riuscire ad impedirlo, ovviamente salvando il mondo e soprattutto i suoi abitanti.
Film che intrattiene con garbo e mantiene quello che promette, con la giusta dose di intelligenza.