22 luglio 2015

Viaggio a Tokyo

Lo so che il titolo potrebbe trarre in inganno, ma no, non vi parlerò del mio viaggio a Tokyo. Anche perché, essendoci stata nel 2007, arriverei, come dire, un po' in ritardo. Sto per parlarvi di un film che ho visto la settimana scorsa, grazie a una di quelle famose rassegne estive di cui parlavo l'altro giorno. 
Il film in questione, che si intitola appunto Viaggio a Tokyo (東京物語 Tōkyō monogatari) è diretto da Yasujirō Ozu (小津 安二郎 Ozu Yasujirō), è del 1953, dura 136 minuti, in giapponese e in bianco e nero. 
Siccome non faccio mistero della mia ignoranza, non conoscevo il regista giapponese, a differenza di Wim Wenders che - oltre ad avergli dedicato il suo "Tokyo-Ga" - alla domanda su cosa fosse per lui il paradiso rispose "La cosa più simile al paradiso che abbia mai incontrato è il cinema di Ozu".
Essendo molto meno prosaica di Wenders, dovessero farmi la stessa domanda durante un'intervista (ah. ah. ah. ah. scusate) avrei sinceramente delle difficoltà, e credo potrei rispondere con una banalità tipo "la vetrina di Ladurée in Rue Royale a Parigi", ad esempio. 

Ma torniamo al film.
Che inizia con i coniugi Shūkichi e Tomi Hirayama che, superati i sessant'anni, decidono di lasciare Onomichi, paese della prefettura di Hiroshima in cui vivono per andare a trovare i loro figli a Tokio, che non vedono da molto tempo.
Il viaggio in treno è abbastanza lungo e quando arrivano a Tokyo vengono ospitati in casa del loro primogenito Kōichi, medico. Ma l'uomo è troppo impegnato con il suo lavoro per trovare del tempo da dedicare ai genitori, la moglie si comporta con gentilezza ma, non potendo lasciare la casa vuota (?) non può portare i suoceri da nessuna parte, mentre i due nipotini sembrano quasi infastiditi dalla presenza dei nonni che si trasferiscono quindi a casa della figlia Shige, acida come un limone acerbo, che sembra ancora più infastidita del fratello dalla presenza dei genitori.  
L'unica che dimostrerà loro affetto sincero è la giovane Noriko, vedova di un altro figlio degli Hirayama, disperso in guerra, e sicuramente morto, otto anni prima. La donna non esiterà ad assentarsi dal lavoro per portare Shūkichi e Tomi (finalmente!) alla scoperta di Tokyo, mentre i due figli pensano a come "liberarsi" in fretta dei genitori. Sarà la perfida Shige a suggerire a Kōichi di fargli trascorrere qualche giorno alle terme di Atami e i due anziani, un po' perplessi da questa decisione, a malincuore accettano, tentando di credere che i figli lo stiano facendo per il loro bene, visto che per mandarli alle terme hanno speso dei soldi, anche se si rendono benissimo conto che i loro figli sono cambiati, e sono diventati cinici ed egoisti. 
Dopo un paio di notti insonni causate dalla vivacità degli altri ospiti dell'albergo, Shūkichi e Tomi tornano a Tokyo prima del previsto. Tomi accusa un piccolo malore, ma decide di ignorarlo e, dopo aver salutato gli affettuosissimi figlioli, la coppia riprende il treno per tornare a Onomichi. In viaggio Tomi ha un nuovo malore e devono fermarsi ad Osaka, dove vive un terzo figlio, anche lui, manco a dirlo, super impegnato con il lavoro...
A pochi giorni dal ritorno a casa dei genitori, sia Shige sia Kōichi ricevono un telegramma che li informa che la loro madre è malata gravemente, e quindi la raggiungono, assieme a Noriko.
Purtroppo non potranno far altro che riunirsi al capezzale della madre agonizzante fino al momento della sua morte, per andarsene velocemente subito dopo il funerale, con motivi banali e anche un po' fuori luogo (il figlio che vive ad Osaka deve andar via perché c'è la partita di baseball). Sarà sempre Noriko a trattenersi con Shūkichi qualche giorno in più, manifestanto ancora una volta all'uomo quell'affetto che i suoi figli non sono stati in grado di dimostrargli.
Un film lineare, se vogliamo quasi banale, che parla dell'esistenza, della quotidianità, della normalità della vita, appartenente al genere “Shomingeki” (film sulla gente comune) e che, nonostante usi e costumi tipici del Giappone che ci vengono mostrati mentre seguiamo il viaggio di questi due teneri anziani, ci mostra tematiche comunque universali, che riescono a toccare e coinvolgere tutti, e, nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua realizzazione rimane attualissimo. 
Merito di Yasujirō Ozu, ritenuto uno dei più grandi registi giapponesi assieme ad Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi, ma, soprattutto, 'il più giapponese dei registi giapponesi'.


16 commenti:

  1. A proposito di film, se ti va di darci un'occhiata ti ho taggata in un tag cinematografico :) bacione!

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  2. Film bellissimo, Ozu è davvero un grande.
    Prova a guardare Inizio di primavera. Stupendo.

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  3. Bello Viaggio a Tokyo *_*
    Io invece ti consiglio Figlio unico, riprende un po' questa analisi amara dell'ingratitudine dei figli nei confronti dei genitori.

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  4. Meglio bianco che nero! Ma mi manca Matthew....

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    1. signora mia non mi dica nulla, manca anche a me! Ieri è sparito, così, senza nemmeno una telefonata, un sms, un vaffanculo affettuoso... e adesso non riesco a trovare niente che mi soddisfi... è un mondo difficile!!!

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    2. Sì, si usa, si chiama ghosting, se ne vanno senza neanche dire "me ne vado". Così è la vita.
      Fai un po' di prove, e io ti voto i tentativi da 1 a 10. :-D

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  5. E dire che pensavo fossi andata in viaggio a Tokyo :P

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    1. eh, sì, ma purtroppo sono già passati otto anni!!!! :)

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  6. Consolati, manco io sapevo chi fosse Ozu :-P

    Ma di questo viaggio a Tokyo, però...? XD

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    1. Nel senso del "mio" viaggio a Tokyo? ;)

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  7. Avevo sentito nominare Ozu, ma non chiedermi dove, forse al corso di storia del cinema, però non conoscevo questo film che sembra faccia molto riflettere... devo segnarmi il titolo... ;)

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    1. È davvero un gran film. Nonostante i suoi anni resta validissimo, merita senz'altro di essere visto!

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  8. *_*
    Io avevo visto non tutti gli Ozu ma quasi (e cazzo, son tanti) anni fa, perché Ghezzi era impazzito e li aveva trasmessi tutti a fuori orario
    Vorrei aggiunsto aggiungere che, parlando con una che studia giapponese, ho detto l'unica parola di giapponese che sapevo, e cioè appunto monogatari, e quella mi ha risposto che non significa viaggio ma nemmeno per sogno :/

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    1. in effetti "monogatori" è più che altro traducibile con "racconto", infatti il titolo inglese "tokyo story" è più vicino al titolo originale, ma si sa che gli italiani con la traduzione dei titoli si impegnano sempre per dare il meglio... :)

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