31 ottobre 2013

Blancanieves

Siccome sono pigra e il rientro in ufficio ha un po' destabilizzato il fantastico ritmo del dolce far niente a cui mi ero abituata fin troppo bene (martedì sera mi sono addormentata sul divano prima dell'inizio di Ballarò e/o Criminal Minds, in alternativa) in occasione del suo arrivo in sala (e meno male, perché il film è davvero bello) vi ripropongo un post già pubblicato lo scorso 27 novembre, tanto all'epoca non se l'era filato praticamente nessuno, quindi è come se fosse nuovo. O almeno, usato pochissimo. Voi fate finta che lo sia, e fingete stupore e meraviglia.




Film spagnolo, muto, in bianco e nero, scelto dall'Accademia spagnola del cinema per concorrere nella corsa agli Oscar 2013 nella sezione dedicata al miglior film in lingua straniera, ma che non è entrato a far parte della cinquina finale. Il regista, Pablo Berger, è riuscito a realizzarlo solo grazie al successo ottenuto da The Artist. Che l'oscar l'ha vinto. E che io, invece, non ho ancora visto.
Siviglia, anni 20. Il famoso torero Antonio Villalta viene incornato alla fine di una corrida, sotto gli occhi della bellissima moglie Carmen, incinta. Mentre in una sala operatoria tentano di salvare la vita ad Antonio, in sala parto Carmen muore dopo aver dato alla luce una bimba, che il padre non vuole nemmeno vedere. La piccola Carmen cresce con la nonna, mentre il padre, rimasto paralizzato a seguito dell'incidente, si risposa con la perfida Encarna, infermiera che l'ha accudito durante la convalescenza.
Finché, durante i festeggiamenti della prima comunione di Carmen la nonna ha un malore. E muore. La bambina verrà accolta a casa del padre e della matrigna, che le impedirà di vedere Antonio e la tratterà come una sguattera. Molto più Cenerentola che Biancaneve, se stai a vedere. Un giorno, per recuperare il gallo Pepe, finisce nella stanza del padre, che, dopo averle chiesto perdono, le insegnerà i fondamentali della tauromachia.
Ma quella grandissima troia di Encarna non può tollerarlo, e, dopo aver servito a cena il povero pollo alla ragazzina (che son cose che ti traumatizzano per sempre, lasciatemelo dire. Provate a indovinare per quale motivo io non mangio pollo, ad esempio?) uccide il povero Antonio spingendolo giù dalle scale.
Con la scusa di mandarla a raccogliere fiori da portare sulla tomba del padre la fa uccidere dall'autista/amante/sottomesso. Ma viene salvata da un gruppo di nani toreri, che gira il paese con uno spettacolo itinerante. Carmen non ricorda più nulla e i nani decidono di chiamarla Blancanieves, che, scesa nell'arena un giorno per caso, diventerà una bravissima torera, ma...
Una favola amara.
Una bella favola amara.
Con Angela Molina nel ruolo della nonna.
L'attrice che interpreta Carmen/Blancanieves si chiama Macarena Garcia ed è di una bellezza che non si capisce. Che nemmeno se resti segregata per un paio di mesi a casa del signor Photoshop in persona riesci a diventare figa come lei.

30 ottobre 2013

The Lincoln Lawyer


At the hospital, not at the morgue.


L’avvocato difensore Mickey Haller ha un ufficio semovente a bordo di una Lincoln nera con tanto di autista e targa personalizzata "nt guilty", e, in quanto a correttezza, la sua etica professionale lascia un po' a desiderare, ma questo non gli impedisce certo di svolgere al meglio la sua professione, anzi, la sua clientela è sempre più che soddisfatta.
Quando gli viene proposto di assumere la difesa del ricco Louis Roulet, rampollo di una famiglia di immobiliaristi, Mickey pensa di poter guadagnare un po' di soldi facili.
Il giovane è accusato di aver aggredito e stuprato una escort, ma ovviamente lui dichiara di essere innocente.
Mickey inizialmente crede alla versione di Louis,che afferma di essere stato incastrato dalla ragazza che aveva un complice, ma quando un detective gli ricorderà che a San Quintino c'è un condannato per l'omicidio di una prostituta (che grazie alla difesa di Haller è riuscito ad evitare la pena di morte) che continua a sostenere di non essere colpevole, all'intraprendente avvocato tornano alla mente le parole del padre, che gli ricordava che i clienti più difficili erano i veri innocenti, e decide di riprendere in mano le carte di quel vecchio caso, trovando alcune impressionanti similitudini fra quell'omicidio e l'aggressione della ragazza che accusa Roulet.
Quando il suo investigatore Frank viene ucciso, Mickey capisce che Roulet è il vero colpevole, e siccome quando il gioco si fa duro non solo i duri iniziano a giocare, ma a volte giocano sporco, farà in modo che, nonostante continui a difenderlo, le cose vadano, per una volta, per il verso giusto.
Non ho letto il romanzo di Connelly da cui è stato tratto il film, quindi, per quanto mi riguarda, l'ho apprezzato.
Matthew McConaughey è bravo nel ruolo dell'avvocato dapprima senza scrupoli che, camminando sulla linea sottile che divide la giustizia dall'applicazione della legge riesce a difendere e far assolvere criminali della peggior specie (che è uno dei motivi che l'ha portato a divorziare dalla moglie, procuratore distrettuale) ma che si troverà a fare i conti con la propria coscienza.
Oltre a McConaughey nel cast ci sono William H.Macy nel ruolo di Frank, Marisa Tomei in quello dell'ex moglie di Mickey, Rhyan Philippe nel ruolo di Louis Roulet, oltre a Josh Lucas, John Leguizamo, Michael Peña, Bob Gunton e Michaela Conlin.


29 ottobre 2013

Cani sciolti

Che dire? 
Tanta roba, ma tanta davvero.
Io e le mie socie ce lo siamo godute di gusto. 
Il classico buddy movie tamarro dove non manca proprio nulla, i buoni che sembrano cattivi, i cattivi che normalmente sono i buoni, la frontiera, la droga, la rapina in banca, le ciambelle, sparatorie, esplosioni, citazioni sparse, scorrettezza a palate, violenza, politica, tradimenti, e financo lo stallo messicano. 
Bobby (Denzellone Washington, quanta classe, signori miei) e Stig (Mark Wahlberg, che da queste parti si compra praticamente a scatola chiusa) sono un agente della DEA e un ufficiale dei servizi segreti della Marina, che lavorano in coppia. Entrambi, all'insaputa dell'altro, lavorano sotto copertura, e vogliono introdursi nel cartello della droga di Papi (a un certo punto dicono che riusciranno ad arrestare Papi per estorsione. Noi si rise molto. Perchè di papi, purtroppo, non ce n'è uno solo. Ma torno immediatamente al film, tranquilli), ma, siccome durante la loro ultima visita al ranch di Sonora - con tanto di tirassegno al pollo - Papi non "esce" la coca, decidono di rapinare la banca di Tres Cruces, dove l'uomo custodisce 3 milioni di dollari, frutto del narcotraffico. 
Ovviamente, nei loro piani individuali, è compresa la cattura del socio, a rapina effettuata.
Quando scopriranno che i milioni non sono soltanto 3, ma 43 (e 125.000, per essere pignoli) e che i loro rispettivi capi nascondono molto più di qualcosa, inizialmente si separano, ma, quando capiranno di chi sono i soldi che hanno rubato, realizzano che non possono fidarsi di nessuno e uniranno le loro forze per smascherare corrotti e corruttori, fino al gran finale da film western. 
E da qualche parte, sicuramente, Sam Peckinpah sta sorridendo.


Il regista è Baltasar Kormakur, islandese, che aveva già lavorato con Wahlberg in Contraband.
Nel cast, oltre a Washington e Wahlberg ci sono Bill Paxton nella parte del perfidissimo Earl, Edward James Olmos nel ruolo di Papi, Fred Ward nel ruolo dell'ammiraglio Tuwey e James Marsden (tanto caruccio, eh?) nel ruolo di "Harvey". Che la Tiz ha collegato al coniglio invisibile amico di James Stewart

28 ottobre 2013

La signora scompare (The lady vanishes)

Film di Sir Alfred Hitchock di cui, lo dico subito, non avevo mai sentito parlare. E' del 1938 ed è uno degli ultimi film inglesi del regista, che di lì a poco si sarebbe trasferito ad Hollywood.
Visto casualmente lo scorso week end al termine di una giornata mediamente alcolica (mediamente perché stavo prendendo gli antibiotici, e il dottore mi aveva raccomandato di non bere nemmeno una birra. Il che non significa che io gli abbia dato retta) è riuscito a farsi vedere fino alla fine.


Un treno diretto a Londra a causa di una valanga che rende inagibile la ferrovia è costretto a fermarsi in uno sperduto paesino dei Balcani, e i passeggeri devono pernottare in un piccolissimo albergo. Nel gruppo, fra gli altri, ci sono Iris, in viaggio con due amiche, che sta tornando a Londra per sposarsi, Miss Froy, un'anziana governante, due tifosi di cricket alquanto contrariati per il contrattempo che rischia di non farli arrivare in tempo alla partita finale del campionato, una coppia di amanti che spera di non farsi riconoscere, e Gilbert, musicista.
La mattina successiva il treno può ripartire, e, mentre sono sulla banchina della stazione in procinto di salire in carrozza, ad Iris cade un vaso in testa. La signora Froy si prenderà cura della ragazza, ma, dopo aver pranzato assieme nella carrozza ristorante, Iris si addormenta, e, al suo risveglio, la signora Froy è sparita. 
La giovane chiederà a tutti i passeggeri se l'hanno vista, ma, incredibilmente, tutti, compresi i camerieri che le avevano servite a pranzo, negano di averla mai vista, convincendo Iris che lei era da sola, e che probabilmente la botta in testa è la causa delle sue allucinazioni. 
L'unico che sembra crederle, più che altro affascinato dalla sua bellezza che per reale convinzione, sembra essere Gilbert, che l'aiuterà nella ricerca dell'anziana governante. 
Fra un susseguirsi di avvenimenti più o meno inquietanti, i due ritrovano gli occhiali della signora Froy, e scoprono un intricato complotto destinato a far sparire la dolce signora, che in realtà è un agente segreto, e Iris e Gilbert faranno tutto il possibile per far sì che la donna porti a termine la sua missione. 
Una spy-comedy davvero gradevole, dal ritmo serrato, dove la suspance si mischia allo humour britannico.
Di questo film, che piaceva tantissimo a François Truffaut, esiste un remake del 1979, intitolato "Il mistero della signora scomparsa", con protagonisti Angela Lansbury, Cybill Shepherd ed Elliott Gould,.


26 ottobre 2013

La pacchia è finita (la mia, almeno)

Ultima settimana a casa. 
Chi ha detto "era ora!"?
Ho finito il ciclo di fisioterapia; ovviamente perché la caviglia torni "normale", ammesso che, ci vorranno ancora dei mesi. Mi è stato vietato l'uso dei tacchi per almeno i prossimi 3/4. Non che mi manchino tantissimo, cioè, un po' sì, ma me ne farò una ragione (forse. Non lo so. Anzi sì, lo so. No. Che ho comprato anche un paio di scarpe basse. E mi sono sentita strana. Quando poi mi è stato fatto notare che quello era l'inizio del declino ho capito che devo riprendere l'allenamento quanto prima. Magari sostituendo il 12 con un più tranquillo 10, toh). Ma se consideri che, mentre mi facevano esercitare a camminare in punta dei piedi la caviglia faceva malissimo e zoppicavo che nemmeno Kaiser Soze, forse non è ancora davvero il caso. In compenso, se la cosa può consolarvi, sui talloni riesco a camminare benissimo. Come se normalmente la gente passasse il tempo a camminare sui talloni, poi.
Comunque.
Lunedì si riprende la solita routine casa-ufficio ufficio-casa. Mentirei se dicessi che non vedo l'ora. 
E lo so che ho abbandonato l'ufficio il 9 agosto e che sarebbe davvero il caso di riprendere.
Oltretutto ho scoperto - mi ha telefonato un collega - che lunedì mattina, prima di rientrare in ufficio, dovrò sottopormi alla visita di controllo dal medico del lavoro. Cosa che, mi dicono, dopo 60 giorni di assenza, è obbligatoria. E io, che da quando lavoro per la mia società devo aver fatto più o meno 10 giorni di malattia spalmati su 15 anni, ovviamente lo ignoravo. 
Ma voi lo sapete in quanto tempo io mi sono abituata alla routine casalinga? Un paio d'ore, toh, facciamo un pomeriggio, a voler proprio esagerare. Roba che più di una volta ho preso seriamente in considerazione l'ipotesi del telelavoro. 
Ma non credo che per un'assistente di direzione sia fattibile, più che altro.
Devo solo capire quale faccia da culo sfoggiare per chiedere una settimana di ferie in concomitanza del TFF, e con quali tempistiche. Chiederla subito, facendo forza sul fatto che se la sono cavati benissimo anche senza di me? O aspettare la metà di novembre dopo aver sistemato tutto l'arretrato che troverò ad attendermi sulla scrivania? Ci penserò lunedì, non posso stressarmi così nel mio "ultimo" week end.
A proposito di week end, quello passato è stato così... bello, così pieno, così inaspettato che lunedì, a casa, stavo quasi male a pensare a quanto ero stata bene. Può sembrare contorto, ma è la verità. 
Per il resto non è che sia successo granché durante il resto della settimana. 
Ho cambiato il materasso. Anche se qualcuno mi ha suggerito che avrei fatto meglio a cambiare il letto, che il mio è troppo piccolo. 


25 ottobre 2013

Ciao, commissario



Andrea Brambilla (21 agosto 1946 – 24 ottobre 2013)

The Ramen Girl

Ho mangiato il Ramen per la prima volta ad Osaka, nel 2007, in un locale praticamente identico a quello del film. Qua in Italia, almeno, nei ristoranti giapponesi che sono solita frequentare, il Ramen in menu non l'ho mai trovato. Peccato, perché è davvero tanto buono. Purtroppo non posso dire altrettanto del Mori Soba, che credo sia il piatto che ho meno apprezzato durante la mia permanenza in Giappone. Se devo essere sincera non sento la mancanza nemmeno dell'Okonomiyaki, ma tanto non credo che mi capiterà di imbattermici di nuovo. 
Il ramen, dicevamo. Buono, senz'altro. Molto, pure.
Ma.
Da lì a voler assolutamente imparare l'antica arte della preparazione del ramen, come immaginerete, ce ne passa.
Ma io non sono Abby, e non vivo in un film. Anche perché se la mia vita fosse un film sarebbe di una noia mortale, roba da voler fuggire in Papuasia prima della fine dei titoli di testa. 
Non che The Ramen Girl sia un capolavoro di originalità, sia chiaro.
Ma, se siete tanto kawaii e - a differenza mia - vi piacciono le favole, potreste anche apprezzare questo film.
La classica favola moderna, le differenze culturali, le barriere linguistiche, la tenacia, la realizzazione dei desideri, bla, bla, bla, ci metto pure lo spoiler e non se ne parli più.
Comunque.
Abby (Brittany Murphy) raggiunge Ethan, il fidanzato, a Tokyo, dove lui lavora. 
Ma Ethan, approfittando di una trasferta di lavoro, la liquida tempo zero.
Konbanwa, Abby.
La povera Abby si ritrova così da un momento all'altro da sola, a Tokyo, senza sapere bene cosa voler fare della sua vita. Una sera, dal balcone di casa, vede il locale di ramen e vi si dirige. Maezumi, il proprietario, senza troppi complimenti - e ovviamente in giapponese - le dice che il locale è chiuso. Abby scoppia a piangere e l'uomo, convinto dalla moglie, le dà comunque una ciotola di Ramen, e visto che sta piovendo le presta pure un ombrello per tornare a casa.
Il giorno dopo Abby torna al locale per restituirglielo e ha una folgorazione: vuole imparare a cucinare il ramen. Chiede a Maezumi di diventare il suo sensei. Ovviamente lei parla inglese, lui giapponese, e la comprensione fra i due è a dir poco complicata. Ma, in qualche modo si capiscono, e Maezumi acconsente. 
Di farle cucinare i ramen non se ne parla, Abby viene relegata a fare le pulizie. 
Ma, siccome siamo in un film, un film americano tanto buonino, alla fine la tenacia della ragazza farà breccia nel cuore dello scontroso Maezumi, che acconsentirà ad insegnarle l'arte del ramen. 
Nel frattempo Abby riesce anche ad innamorarsi di un ragazzo giapponese, Toshi, che, tipo dopo mezz'ora che si frequentano, deve trasferirsi per lavoro a Shangai. Abby, diciamocelo, c'hai una sfiga che sembran due. 
Nel frattempo il GrandMasterChef del Ramen, è in tour in città, per dare la sua benedizione ai nuovi cuochi del ramen. Ma il piatto preparato da Abby, seppur definito buono, non avrà la benedizione (con molto diludendo da parte di Maezumi, che alla fine aveva deciso che la ragazza era degna di succedergli). Abby tornerà a New York e aprirà il suo locale, "The ramen girl". E, siccome siamo in un film, un film americano tanto buonino, un giorno nel locale compare Toshi, e, come in ogni favola che si rispetti, vissero tutti felici e contenti. 





24 ottobre 2013

Antwone Fisher

Antwone Fisher è un film del 2002 che segna l'esordio alla regia da parte di Denzel Washington.
La storia, sceneggiata da Antwone Fisher stesso (che, quindi, non è un personaggio di fantasia) parla della sua vita, da quando, arruolato in marina, a seguito dei continui scatti d'ira, viene degradato a marinaio semplice e mandato a colloquio con lo psichiatra della base, il dottor Davenport (Denzel Washington, qua nella doppia veste di attore e regista).
Inizialmente il ragazzo fa scena muta, perché non ha nessuna intenzione di parlare dei suoi problemi ad un estraneo, in quanto lui - naturalmente - sostiene di non avere alcun problema. Dopo un'ora trascorsa in silenzio nello studio di Davenport, esce, per ripresentarsi, in silenzio, la settimana successiva.
Ma, dopo un po' di volte il ragazzo inizia a parlare, e a poco a poco scopriamo chi è Antwone, e da dove viene.
Suo padre è stato ammazzato due mesi prima della sua nascita, e lui è nato in carcere. Affidato ad un orfanotrofio la madre non andrà mai a riprenderlo e il ragazzino viene affidato alla famiglia Tate, dove, assieme ad altri due ragazzini, subirà ogni tipo di sopruso e violenza, abuso sessuale compreso. 
Il rapporto con Davenport riuscirà a fargli acquistare lentamente fiducia in se stesso, fino al momento in cui Antwone capirà che potrà liberarsi dei fantasmi del suo passato soltanto andando alla ricerca delle sue origini. E partirà alla volta di Cleveland alla ricerca delle sua vera famiglia, quella che non ha mai conosciuto.
Mentre lo stesso Davenport, grazie a quel ragazzo arrabbiato, riuscirà al contempo ad affrontare i suoi problemi coniugali, di cui negava l'evidenza.
Un film di buoni sentimenti, drammi familiari e ricerca delle proprie origini, che per alcune cose (la figura dello psichiatra come padre e mentore) può ricordare Will Hunting.
Il risultato è più che discreto, e il film riesce a non essere mai sdolcinato e stucchevole.

23 ottobre 2013

Memories of murder

Film coreano del 2003 diretto da Bong Joon-ho, vincitore di una paccata di premi e riconoscimenti in vari festival qua e la per il mondo, tratto dal romanzo “Come and see me”, che si basa sulla storia del primo serial killer coreano conosciuto (e mai catturato).
1986. In un paese di campagna viene ritrovato il cadavere di una ragazza, e la polizia locale, totalmente inadeguata, indaga. Quando viene ritrovato il cadavere di una seconda vittima, da Seul arriva l’ispettore Seo, per affiancare i colleghi nelle indagini.
Si scontrerà ben presto con i metodi “investigativi” del detective Park, che si fida ciecamente del suo istinto e dei suoi metodi di interrogatorio che non disdegnano l’uso della tortura e la fabbricazione di prove su misura, per cui, alla fine, riesce ad ottenere confessioni un po’ da chiunque.
Quando i suoi sospetti si concentrano su un ragazzo ritardato del luogo, il classico "scemo del villaggio" riuscirà a farlo confessare, nonostante per Seo sia evidente che non può essere stato lui. Ma anche Park alla fine dovrà rendersi conto di aver preso l'uomo sbagliato.
Nel frattempo Seo sospetta che esista una terza vittima, una ragazza la cui scomparsa è stata denunciata un paio di mesi prima. Park lo convince che non può essere vero, che la ragazza aveva sempre espresso il desiderio di trasferirsi a Seul, e che così avrà fatto. Ma il ritrovamento del cadavere lo metterà di fronte all'evidenza che l'ispettore di città aveva nuovamente visto giusto. 
Non mancano momenti incredibilmente ironici, con Park che si reca in sauna per cercare uomini totalmente glabri (secondo l'uomo il mancato ritrovamento di peli pubici sui corpi delle vittime si può spiegare solo in quel modo) o che si reca nei boschi per un rito magico suggeritogli da una fattucchiera.
Ma, nonostante il diverso approccio, che li porterà allo scontro, continuano a non avere prove ma solo indizi, come gli omicidi commessi nei giorni di pioggia, con le vittime che indossavano sempre qualcosa di rosso. Grazie ad un'ispettrice riusciranno a scoprire che, in ognuno dei giorni in cui è stato commesso un omicidio, una radio libera ha trasmesso sempre la stessa canzone.
Rintracceranno l'autore della richiesta, ma la mancanza di prove concrete porterà all'ennesimo nulla di fatto, come non li aiuterà la testimonianza di una donna sopravvissuta all'aggressione del misterioso killer, né l'esame del DNA. 
E alla fine sembra di assistere ad un'inversione di ruoli fra i due detective: da una parte il freddo e analitico Seo che sarebbe disposto a tutto pur di avere un colpevole, mentre lo sbrigativo e spesso maldestro Park si è praticamente rassegnato. E la caccia all'uomo, nel trionfo del pessimismo più cupo, giunge al termine. 
Non ci sono colpevoli, restano solo le vittime.
Film magistrale, che mantiene la tensione per tutta la sua durata. Scena finale compresa.




22 ottobre 2013

Song for Marion (Una canzone per Marion)

Approfittando di una settimana di uscite degne di un paese del quarto mondo (perché il terzo, a livello cinematografico - e forse non solo - siamo noi) la Tiz ed io abbiamo recuperato Song for Marion in lingua originale. Unica condizione per vedere questo film, che, infatti, quando arrivò in sala, non prendemmo nemmeno in considerazione.
Song for Marion, ve lo dico subito, è un film subdolo, che le lacrime te le tira fuori a forza anche se non vuoi, e a più riprese. E ve lo dice una che detesta piangere in generale, ma al cinema soprattutto.
La storia è semplice, ma le interpretazioni di Terence Stamp, che io adoro da sempre, e di Vanessa Redgrave sono il punto di forza del film. 
Che è, fondamentalmente, una grande storia d'amore. L'amore di Arthur e Marion, che dura da una vita. Lui burbero e incazzato con il mondo e con la vita, e lei, che, a dispetto della malattia terminale che le lascia due mesi di vita, continua ad essere positiva e di ottimo umore. Grazie anche alla frequentazione di un coro amatoriale del quartiere, diretto da Elisabeth (Gemma Arterton) che, ovviamente, ad Arthur non piace, e non capisce cosa ci trovi la moglie di tanto divertente a rendersi ridicola cantando in pubblico. Fino ad arrivare al punto in cui Marion smetterà di rivolgergli la parola finché lui non acconsentirà ad accompagnarla alle prove per le audizioni per poter partecipare ad un concorso canoro, obbligandolo a scusarsi con gli altri componenti del gruppo per averli trattati malissimo qualche giorno prima.
Arthur, che ha un carattere spinoso più di un cactus tranne che con la sua amata Marion alla fine cede, per la felicità della donna. E, fra prove che si susseguono e Marion che arranca, si arriverà al giorno delle audizioni preliminari, dove gli arzilli vecchietti strapperanno applausi esibendosi in un repertorio che va dalle Salt'n Pepa ai Motorhead, fino ad una struggente True Colors interpretata dalla Redgrave (nel senso che è proprio lei a cantare) e sembra quasi che Arthur si emozioni. Ma solo un attimo, e furtivamente. Metti mai che qualcuno se ne accorga. 
Ma Marion se ne va, com'era prevedibile, e il regista è bravissimo ad evitarci la scena del funerale, grazie al cielo. Arthur dovrà abituarsi ad affrontare le giornate in solitudine, e, nonostante avesse promesso alla donna che si sarebbe comportato bene con James, il loro unico figlio, con cui non ha mai saputo costruire un rapporto, non esiterà ad allontanarlo dicendo che è meglio per tutti e due se non si vedono. 
Sarà l'ostinazione di Elisabeth, che vede in Arthur un potenziale nascosto dalla corazza con cui cerca di rendersi destestabile agli occhi di chiunque, a far capire all'uomo che è ancora possibile cambiare, e che tutto l'amore per Marion non si esaurisce con la morte della donna. 
Un film che alterna momenti di tenerezza ad altri di sano cinismo inglese, e che, nel complesso, convince e riesce a farsi apprezzare. 

















Ain't nobody 
Loves me better 
Makes me happy 
Makes me feel this way 
Ain't nobody 
Loves me better than you

21 ottobre 2013

Redemption


Steven Knight è uno sceneggiatore (Piccoli affari sporchi, La promessa dell'assassino) che pare abbia realizzato un gran bel film. Non sto parlando di Redemption, che è la sua opera prima, ma di Locke, passato fuori concorso a Venezia, interpretato da Tom Hardy e che io sto aspettando con impazienza che venga distribuito.
Nell'attesa che ciò avvenga (perché avverrà, vero?) ho recuperato questo, con Jason Statham, che da queste parti si guarda sempre con piacere. Il titolo originale è Hummingbird (colibrì), il titolo inglese è Redemption e sarebbe stato bello fermarsi lì. Ma no, aggiungiamoci anche "identità nascoste", che non c'entra una fonchia, e continuiamo a farci del male.
Joey è un reduce dell'Afghanistan. Ma un reduce che si è sottratto alla Corte Marziale, facendo perdere le sue tracce per finire a fare il barbone in mezzo ai barboni nei vicoli di Londra.
Divide il suo letto di cartone con Isabel, ma una sera, per sfuggire al pestaggio degli esattori (un paio di teste di cazzo che estorcono denaro ai senzatetto) trova rifugio in un appartamento fi-ghis-si-mo, zona Covent Garden. Un tripudio di stampe di Mapplethorpe alle pareti, oggetti di design un po' ovunque, guardaroba in ordine cromatico (e, tu pensa a volte il culo, della sua taglia precisa, eh?). Ascoltando il messaggio registrato della segreteria scopre che Daemon, il proprietario è all'estero per affari e non tornerà a Londra prima di ottobre. E siamo a febbraio.
Joey decide di rimettersi in ordine, si ripulisce, smette di bere e trova lavoro in un'organizzazione criminale gestita dai cinesi. Fa quello che sa fare, il lavoro sporco, anche se continua ad essere ossessionato da quello che ha fatto in Afghanistan. Inizia a guadagnare montagne di sterline, con le quali aiuterà suor Cristina, che gestisce una mensa per i poveri e che tante volte aveva sfamato anche lui. Nel frattempo si perdono le tracce di Isabel, ma sarà proprio la suora ad informarlo che il cadavere della ragazza è stato ripescato nel fiume. 
Joey riesce ad ottenere una vaga descrizione dell'uomo che l'ha uccisa, e dice a Cristina di informare i suoi contatti in polizia. Quando si rende conto che alla polizia interessa poco della morte di una prostituta deciderà di farsi giustizia da solo. Nel frattempo il rapporto con Cristina, che sta attraversando un periodo di crisi vocazionale, si fa più intenso, e i due uniranno le loro disperazioni (ebbene sì, anche in senso biblico), cercando di aiutarsi a vicenda, in qualche modo. Ma, anche se avrebbero la possibilità di cambiare le loro esistenze, resteranno ancorati alle loro (non) vite.Cristina, suora per scelta forzata da un passato traumatico, ha già deciso di lasciare Londra per andare in una missione in Sierra Leone. Joey è un uomo in fuga e disperato, il cui unico desiderio è che sua figlia, vedendo delle foto che si è fatto scattare apposta per fargliele avere, possa pensare che lui è una brava persona. 
E nonostante compia azioni assolutamente riprovevoli, forse una brava persona, un tempo, lo è stata davvero. Ma Joey vuole vendicare la morte di Isabel, e per farlo chiederà aiuto al capo dell'organizzazione cinese per cui lavora (una donna), che, in cambio del nome dell'assassino - un favore per un favore - chiede a Joey di far entrare a Londra un carico di clandestini (e la scena di quelle mani chiuse a pugno che spuntano dagli scatoloni ammassati in un container è qualcosa di agghiacciante).
Però.
Va bene sdoganare Statham dai ruoli da macho tutto muscoli e azione a cui ci ha abituato, e - va detto - non se la cava nemmeno male. E se me lo riprendi mentre si stira le camicie, io, ti dirò, posso anche apprezzarlo, ci mancherebbe pure. 
Ma. 
Davvero c'era bisogno di farlo ANCHE piangere? Perché insomma, va bene l'introspezione, la disperazione, la rinascita, il riscatto, e tutto quello che vuoi. Ma le lacrime di Statham dai, no, davvero. Nuncessecrede. Soprattutto perché sembra che possa scoppiare a ridere da un momento all'altro.
Di nascosto - a parte i neuroni dei titolisti italiani -  non c'è nulla, però c'è un po' di confusione, e tanta (troppa?) carne al fuoco. La guerra, lo stress post-traumatico, le allucinazioni, la corte marziale, Joey che si fa bellamente i cazzi suoi in giro per Londra e - visto che è ricercato, nonché continuamente monitorato da telecamere di nonsicapiscebenechi - nessuno riesce a trovarlo, la moglie (o ex moglie? boh?), la figlia, l'assassino di prostitute, la mafia cinese, la vendetta che ce l'hai menata per un'ora di film e poi in 37 secondi è tutto finito? il traffico di clandestini, il racket, la suora ubriaca, la rappresentazione della pietà di Michelangelo sui marciapiedi del Covent Market.
Tanta roba.
Forse troppa.
Mancavano solo Fidel, Compay Segundo, Cassius Clay, Dorando Pedri, Ian Rush, Martina Navratilova, i Supertramp, Sotomayor, Kid Creole and the Coconuts, Luc Besson e Mario e Pippo Santonastaso.


19 ottobre 2013

Just another week

Domenica: incredibilmente ho ritirato il trolley che giaceva abbandonato sul divano dal 16 di agosto, ovvero dal mio ritorno a casa nel ruolo della fratturata. Portatelo voi un trolley in mansarda con le stampelle, se ci riuscite.
Dal suo interno sono spuntate anche due paia di mutande pulite. Fossero state sporche sarebbero spuntate molto prima. Da sole. 
Il divano adesso mi appare stranamente vuoto. 
Nel pomeriggio ho oziato, attività che mi vedeva eccellere già prima, ma negli ultimi due mesi ho perfezionato, raggiungendo dei livelli di inattività totale da far invidia a un bue muschiato in letargo. Ammesso che i bue (bui? buoi?) muschiati vadano in letargo. 
Alla sera io e la bionda siamo andate ad una cena benefica da Eataly.
Mangiando cose buonissime, ampiamente morbosamente documentate su InstaGram. Se si esclude il pollo alla marengo, per l'antico problema che io ho con il pollo. Ma, siccome sprecare il cibo è sempre brutto, del mio pollo mi sono fatta fare la doggy bag per il gatto. Una kitty bag, a questo punto. 
Lunedì: Mi sveglio con calma. Penso che riabituarmi alla sveglia sarà traumatico, ma il pensiero dura un secondo, giusto il tempo di girarmi sotto le coperte. Che uscire dal letto caldo in questa stagione è terribile. 
Mentre mi godevo il sole in veranda è arrivato il mio vicino di casa, che mi conosce da 40 anni, ad invitarmi a leggere i famigerati opuscoletti dei Testimoni di Geova. Gli ho fatto presente che il trauma l'avevo avuto al piede, non alla testa, e che non ero interessata. Ma lui ha insistito, dicendomi che non potevo dire che non ero interessata se non sapevo di cosa parlavano. Eccerto.
E adesso ve lo dico di cosa parlavano, per sommi capi.
- Da dove veniamo? (E chi andiamo? ma soprattutto, ci spinge qualcuno? E chi? Spingitori di andatori, sapevatelo. Subbaqui)
- Molti mi odiavano. C'è sempre un motivo. 
- C'è una speranza per i morti? Certo, che li scritturi Romero. 
- Il super-udito della cavalletta verde. E sti cazzi pure. 
I due opuscoletti sono finiti nel bidone della carta riciclata in tempo zero. Io detesto chi fa proselitismo, di qualunque genere. Se voglio avvicinarmi a qualcosa, fosse anche il campionato mondiale di mosca cieca in autostrada, sono io che cerco informazioni, non tu che me le porti a casa. 
La seduta di fisioterapia è andata bene, settechilidigatto ha molto apprezzato il pollo alla marengo e a Poisonville è successo questo: 
















Martedì: niente da segnalare, se non che ho scoperto che settechilidigatto mi caga nel prato. Sempre meglio che sul divano, in fondo.
Il corriere UPS mi ha consegnato il pacco con gli stivali ordinati su Yoox, il corriere Bartolini il pacco con la lingerie Princesse Tam Tam. Se la poison non va a far shopping è lo shopping che va dalla poison. E sia gli stivali sia i reggiseni vanno benissimo. Uno poi mi fa un paio di tette strepitose. Ah no. Io HO un paio di tette strepitose, dimenticavo. Non metto la foto, voi fidatevi.
Mercoledì: siccome qua non ci facciamo mancare niente, mentre stavo andando a fare fisioterapia, 30 gradi, finestrino abbassato, mi è entrata una vespa (in quanto insetto, non motociclo della Piaggio) in macchina e mi ha punto sulla schiena. Ma quanto fa male?
Giovedì: ho una gobba sulla schiena. Una terza tetta, tipo. La puntura ha fatto infezione.
Risultato: un ciclo di 6 giorni di amoxicillina. Grazie, vespa di merda, grazie. 
Ho pareggiato una partita a Ruzzle. Non era mai successo. Son cose, lo so. 
Venerdì: Il pungiglione della vespa di merda è uscito dal mio corpo. Senza ricorrere all'esorcismo.
Voci di corridoio assicurano la presenza di Big Bad Wolves, thriller israeliano definito da Quentin Tarantino "the best film of the year" al TorinoFilmFestival. Sarà vero? No, non che sia il miglior film dell'anno. Che sarà presente al TFF. Lo scopriremo tra un mese, più o meno.
Sabato: siccome sono una donna di mondo, oggi pomeriggio farò merenda con le caldarroste. Vi ho mai parlato della mia insana passione per le castagne? Gli uomini di mondo invece si raduneranno domenica mattina. Perché esistono davvero, e io l'ho scoperto soltanto l'anno scorso.


18 ottobre 2013

Noise

Film del 2007 diretto da Henry Bean, che nel 2001 aveva esordito alla regia con il buon "The Believer".
Ok. Il fagiolo ha anche sceneggiato Basic Instinct 2, ma si sa, nessuno è perfetto. 
David Owen vive a New York.
E' un uomo qualunque, conduce una vita normale, ha una moglie, una figlia, una casa, un lavoro.
Ma.
Improvvisamente i rumori della città, dai clacson delle auto in fila al semaforo, agli antifurto che suonano ininterrottamente ad ogni giorno dell'ora e della notte, iniziano a farsi insopportabili, e David sviluppa una vera e propria ossessione verso ogni forma di inquinamento acustico, fino al momento in cui decide che deve fare qualcosa. Inizia con piccoli atti vandalici, rigando le auto e bucando le gomme, ma poi ci prende gusto, iniziando a disattivare gli allarmi (e non solo quelli delle auto) armato di mazza da baseball e creandosi anche un'aura da supereroe, the rectifier, con cui firmerà le sue "opere".
Inizierà a venire arrestato, ma troverà anche gente che sta dalla sua parte. 
Non la moglie, che si allontanerà, ma una studentessa che lo convince a raccogliere firme per una petizione da sottoporre al sindaco (un viscido William Hurt). 
Ma un cavillo bloccherà la cosa, che stava riscuotendo un certo successo. 
E allora David decide di fare a modo suo. 
A metà strada fra commedia e film di denuncia, l'opera seconda di Bean si rivela meno riuscita del suo esordio, e, se il film si lascia guardare volentieri - per quanto mi riguarda - è solo grazie alla presenza di Tim Robbins.
Cioè, magari siamo di fronte ad un capolavoro, ma, avendolo visto senza l'ausilio dei sottotitoli ammetto che la cosa non mi ha certo aiutato. 



17 ottobre 2013

È Last Vegas il film di apertura del 31° TFF

L'anno scorso è stata la volta dell'esordio alla regia di Dustin Hoffman con Quartet, quest'anno, per la serie il futuro è l'anziano, abbiamo, come film d'apertura per il primo Torino Film Festival targato Virzì, "Last Vegas".
Adesso.
Io non vorrei passare per la solita sophisthicazzi del cortile, tanto ci penserà Dantès a ricordarmelo, ma quando ho scoperto che la direzione del TFF sarebbe stata affidata a Virzì, di cui, per inciso, ho visto ogni film tranne l'ultimo, lo ammetto, ho pensato immediatamente ad una festival molto più mainstream, e, a giudicare dal film d'esordio, ho paura di non essermi sbagliata molto. Ma è prematuro parlarne adesso, che del programma non si sa ancora nulla, e sono sempre pronta a ricredermi. 
Save the date: Torino, 22 novembre 2013
(Se volete saperne di più sul Torino Film Festival ho inserito, nella colonna lì a destra , un box con la locandina. Se ci cliccate sopra verrete catapultati nel sito del TFF, senza passare dal via). 
Chi sono gli interpreti di Last Vegas?
Michael Douglas, classe 1944;
Robert De Niro, classe 1943;
Morgan Freeman, classe 1937;
Kevin Kline, classe 1947, il ragazzino del gruppo.
280 anni in quattro, anno più anno meno.
Il film, stando alla sinossi, sembra una cagata commedia sciocchina, con quattro vecchi rincoglioniti amici che, in occasione dell'addio al celibato perché uno di loro (non è mai troppo tardi) ha deciso di sposarsi, partono alla volta di Las Vegas per combinarne di ogni, come ai vecchi tempi. Peccato che i tempi siano cambiati, Las Vegas sia cambiata, loro siano cambiati.
Sembra di essere di fronte a Una notte da Leoni in versione terza età. Una notte da Geronti, dunque. 
Non fosse che alla regia c'è Jon Turteltaub.
Che tu dirai "E chi è?".
Cioè, questo è quello che mi sono chiesta io, prima di documentarmi su interDet per scoprire che Jon Turteltaub ha diretto una dozzina di film. 
Visto che son brava, vi evito di andarveli a cercare e ve li riporto qua, paro paro da wikipedia:


Think Big (1990)
L'auto più pazza del mondo (Driving Me Crazy) (1991)
Tre ragazzi ninja (3 Ninjas) (1992)
Cool Runnings - Quattro sottozero (Cool Runnings) (1993)
Un amore tutto suo (While You Were Sleeping) (1995)
Phenomenon (1996)
Instinct - Istinto primordiale (Instinct) (1999)
Faccia a faccia (The Kid) (2000)
Il mistero dei Templari (National Treasure) (2004)
Il mistero delle pagine perdute (National Treasure: Book of Secrets) (2007)
L'apprendista stregone (The Sorcerer's Apprentice) (2010)
Last Vegas (2013)


Se non siamo di fronte all'apoteosi del film scrauso, poco ci manca.
Incrociamo le dita. E speriamo di non dover rimpiangere troppo Gianni Amelio.



16 ottobre 2013

Rush

Quando ce la fai sono tutti con te, 
quando perdi li hai tutti contro. 
In mezzo non c'è niente.



Non sono mai stata un'appassionata di Formula 1, lo ammetto. Ma, finché c'è stato mio padre, credo di non essermi mai persa, più nolente che volente, la partenza di un Gran Premio. 
Ho comunque dei ricordi, inevitabili. Mi ricordo le Lotus, tutte nere, sponsorizzate JPS, sigarette che, sulla fine degli anni '70, facevano tanto "figo", nonostante fossero cattivissime. Io avevo addiruttura un bikini, marchiato JPS. E bello che era. Poi, il fatto che io sembrassi una salama da sugo coi capelli è un altro discorso, che non c'entra assolutamente nulla con la Formula 1, probabilmente come questa recensione, di cui mi scuso già da adesso con i puristi e gli appassionati veri, soprattutto con la mia biondina preferita, che lei è una che di queste cose ne sa a pacchi e quando ne parla si capisce che c'è la passione. Vera.
Ricordo i terribili incidenti in cui persero la vita Ayrton Senna nel 1994, Gilles Villeneuve nel 1982, e, nonostante avessi solo 12 anni, la parola Nürburgring significa soltanto una cosa. L'incidente di Niki Lauda. 
E, naturalmente, mi ricordo James Hunt. Perché a me piaceva, James Hunt. Avevate dei dubbi?
E Ron Howard ci fa rivivere, in una ricostruzione precisa di quel periodo, la rivalità fra i due piloti, e il loro diverso modo di approcciarsi alle gare, e alla vita stessa.
Da una parte l'austriaco, introverso, freddo, calcolatore, preciso, capace di perfezionare la meccanica della sua auto in tempi in cui i piloti probabilmente si limitavano a correre senza sapere se sarebbero arrivati vivi alla fine della gara, dall'altra l'inglese, soprannominato Hunt the Shunt, estroverso, libertino, donnaiolo, senza regole, incurante degli aspetti tecnico-economici che non erano affar suo. Lui doveva guidare, lui doveva correre, lui doveva sfidare la morte. Due mondi distanti e paralleli.
Il film inizia sul circuito del Nürburgring, quel 1° agosto del 1976, mentre i piloti decidono se sia meglio utilizzare gomme da asciutto o da bagnato, viste le condizioni climatiche. E immediatamente torna indietro di 6 anni, quando Hunt e Lauda correvano in Formula 3, entrambi desiderosi di diventare qualcuno. Che, nel loro caso, significava diventare Campioni del Mondo. Cosa che, effettivamente, avvenne.
Approderanno in F1 nel 1973 e Howard è bravissimo a spostare continuamente il centro dell'attenzione da Lauda ad Hunt, accentuando in questo modo le differenze tra due stili di vita agli antipodi, alternando gare e vita privata, fino a tornare dove tutto era iniziato, quel 1° agosto del 1976.
La partenza, lo schianto, le fiamme, i piloti che si fermano a soccorrere Lauda (Arturo Merzario, Guy Edwards, Harald Ertl e Brett Lunger) l'ospedale, l'estrema unzione, e Lauda che invece resuscita, e guarda in tv le gare, e Hunt che vince. E che, dopo 42 giorni, si presenta alle griglie di partenza del Gran Premio di Monza. Conquistando un incredibile quarto posto. 
Chris Hemsworth nella parte di Hunt è bravissimo, ma Daniel Brühl che interpreta Lauda è straordinario.
Però adesso qualcuno, se ha avuto la fortuna di vedere il film in lingua originale, mi tolga un dubbio, per favore: le due terrificanti macchiette di tamarri mannari che danno un passaggio a Niki e Marlene rimasti in panne a mezz'ora da Trento, con che accento parlavano? 
A parte questo, Rush è un film che riesce ad emozionare anche chi, come me, di Formula 1 non capisce una mazza fionda, perché ci fa vedere uno sport dove a dominare erano il cuore, la passione, e anche il culo. Niente è più come allora, la sicurezza è aumentata, a scapito dello spettacolo, probabilmente la percentuale di rischio è scesa sotto quel 20% che lo stesso Lauda definiva il massimo rischio che ci si poteva permettere.
L'unica cosa che non è cambiata, ancora oggi, è che io, in bikini, continuo a sembrare una salama da sugo coi capelli.



15 ottobre 2013

Odd Thomas

Posso vedere la gente morta.
Però dopo, per Dio, faccio qualcosa per questo.


Ho deciso di vedere Odd Thomas (Imdb dice che in Italia il film è uscito il 19 settembre. Ma davvero davvero?) dopo aver letto la sua interessante recensione.
Per quale motivo ho deciso di vederlo? Non certo per il regista, Stephen Sommers, di cui devo aver visto giusto La Mummia e probabilmente, ma non ci giurerei, La Mummia - Il Ritorno. Né per il libro di Dean Koontz da cui è tratto il film, di cui, per inciso, ignoravo l'esistenza. Pare che i libri con Odd Thomas protagonista siano all'incirca una dozzina, di cui, sempre stando a quello che ho letto in giro, soltanto due editi in Italia. 
E allora perché? Ebbene sì, lo ammetto: per la presenza di Willem Dafoe nel cast. 
Dimentichiamoci subito di Cole Sear e del suo "vedo la gente morta".
Siamo a Pico Mundo, in California  [(non cercatela su Google Maps, Pico Mundo non esiste e il film è stato girato tra Santa Fe e Albuquerque - New Mexico) (la lezione di geografia è finita, potete andare)] e Odd (strambo) Thomas è un ragazzo apparentemente normale, che però ha un dono: vede i morti e riesce a comunicare con loro (anche se i morti non parlano) e li aiuta ad avere giustizia per la loro morte.
Ovviamente nessuno è a conoscenza del suo segreto, tranne il capo della polizia Porter (Willem Dafoe) e Stormy, la sua fidanzata dai tempi delle scuole elementari, quando una zingara meccanica predisse loro che sarebbero stati assieme per sempre.
Ma non è finita qua, perché oltre ai morti, Odd - solo lui - vede anche delle strane creature, i bodach, argentati cuginetti di Alien, portatori di sventure e catastrofi.
Quando nel ristorante in cui lavora compare un personaggio bizzarro, i bodach attorno a lui si moltiplicano come non mai, e Odd capisce, grazie anche a un sogno premonitore (vuoi che non li faccia?) che sta per succedere qualcosa di terribile a Pico Mundo, e toccherà a lui porvi rimedio.
Non siamo certo di fronte ad un'opera indimenticabile e/o imperdibile, ma è comunque un film che scorre e si lascia vedere tranquillamente, dai dialoghi frizzanti e che si permette anche di cambiare registro, dall'inizio abbastanza cialtrone che mi ha strappato ben più di una risata, per poi virare sull'action pseudo horror e arrivare al finale in cui, il bastardo, a tradimento, è riuscito pure a farmi commuovere. 
Ma con tanto di lacrimuccia, addirittura!
Odd è interpretato da Anton Yelchin, che io avevo adorato in Charlie Bartlett


14 ottobre 2013

Gravity (si può andare controcorrente in assenza di gravità?)



Una missione spaziale di routine, a seguito di una pioggia di detriti provocata dall'esplosione di un satellite russo si trasforma in una lotta per la sopravvivenza nello spazio. Tutti i componenti dell'equipaggio sono morti, tranne il comandante della missione, Matt Kowalsky, e la dottoressa Ryan Stone. Che proveranno a tornare a casa, visto che, incredibilmente, sono sopravvissuti allo sciame cosmico.
Ebbene sì.
Ho visto Gravity.
Sì, l'ho visto in 3D, certo. 
Avevo letto della buona accoglienza a Venezia, dove il film di Cuaron era il titolo inaugurale. 
Avevo letto del magnifico piano sequenza iniziale. 
Avevo letto recensioni al limite dell'entusiasmo.
Avevo letto di filosofia.
Avevo letto un sacco di cose, sulla profondità, sul coinvolgimento, sulla magnificenza, sulla vita, sulla morte, sull'elaborazione del lutto, sulla rinascita. 
Avevo visto il trailer. E, in tutta sincerità, l'avevo trovato abbastanza fastidioso. Lo so, a me la fantascienza non piace, non è mai piaciuta. Ma dire che Gravity è un film di fantascienza, anche se è ambientato nello spazio, è abbastanza riduttivo. 
Però... non so che dire, davvero.
Non sto certo dicendo che Gravity sia un brutto film, fermi tutti. 
Ma.
Personalmente non mi ha trasmesso nulla di tutto quello che avevo letto in giro. Non mi ha coinvolto, semplicemente. Immagini splendide, impossibile sostenere il contrario. 
Non mi sono nemmeno stupita della bravura di Sandra Bullock, che - a me - è sempre piaciuta.
Siccome il cinema è principalmente finzione, dopo la pioggia di detriti iniziale non muoiono tutti, e il film continua. E va bene. 
E la dottoressa Stone, portatrice sana di sfighe cosmiche (e terrene), rimasta sola nel vuoto assoluto, farà di tutto per tornare a terra. Si chiama istinto di sopravvivenza.
Raggiungerà in qualche modo la stazione spaziale russa. E poi quella cinese. A bordo di un estintore. 
Altro che I want to believe
E ci posso pure credere che il sole sul Gange è qualcosa di splendido, perché non dovrei?
Ma se voglio vedere una sequenza di belle immagini, vado a vedere una mostra fotografica. 
Io.


12 ottobre 2013

Ho deciso che...

...nel post del sabato invece che di film parlerò dei cazzi miei.
Sempre che io abbia qualcosa da dire.
E lo so che non vedevate l'ora, già vi vedo a fare la ola sul divano. 
Cos'è successo di eclatante questa settimana? Nella mia vita poco o niente, sai che novità. 
Sto continuando la fisioterapia, con ottimi risultati. 
Nel senso che l'altro giorno un signore, comodamente sdraiato sul lettino a fare esercizi per le braccia, mentre io cercavo di mantenere l'equilibrio sulla tavoletta propriocettiva, mi guarda e mi fa: "complimenti, è proprio una bella ragazza". Mi sono guardata in giro. Diceva proprio a me. Siccome con gli anni le prospettive cambiano, ho goduto molto di più per il "ragazza" che per il "bella". 
Giovedì ho abbandonato la stampella, visto che più che usarla passavo il tempo ad andarla a recuperare in giro per casa. La fisioterapista (adesso mi segue una signora. Molto simpatica, pure) ha detto che aveva notato che "la portavo in giro" e che, se me la sentivo, ho fatto bene, ma di non strafare.
Non c'è davvero alcun rischio. 
I fanatismi da superdonna non fanno per me, non devo dimostrare nulla a nessuno. 
Faccio i miei esercizi, la caviglia mi fa ancora ragionevolmente male quando mi accovaccio, non posso permettermi ancora di fare lunghe camminate, ma, volendo, potrei andare in bicicletta.
La settimana prossima deciderò se voglio.
Nel frattempo continuo ad indossare il tutore e a non fare un cazzo.
La mia attività di gattara a mia insaputa invece procede a gonfie vele, forse ho finalmente scoperto cosa farò da grande.  
E' sparito il gatto nero con l'asma, in compenso è arrivato il figlio della gatta abusiva.
Una mattina ho sentito dei rumori alla porta, sono andata ad aprire e mi sono trovata davanti sto mini gatto, che mi ha guardata ed è entrato in casa, come fosse la cosa più normale del mondo.
Gli ho chiesto "e tu chi sei?", ma, incredibilmente, non ho ricevuto alcuna risposta. 
La gatta madre ogni tanto mi spunta in salotto direttamente dalle scale. 
Il gatto stalker entra tutte le notti a spazzolarsi le ciotole. 
Le lascia talmente lucide che saranno almeno un paio di settimane che non le lavo. 
Quel cretino del mio gatto si limita a guardarli annoiato, ma senza fare una piega. C'ho il gatto zen, io. 
E, dopo un'estate in cui mangiava come una top model anoressica, ed io mi preoccupavo di quanto fosse dimagrito (tutta invidia, la mia) è tornato a mangiare come una mandria di bufali assassini. Praticamente passo le giornate ad aprirgli scatolette. Quando non sono impegnata a nutrire il gatto gioco a Ruzzle in veranda. 
Cosa che ultimamente fatico a fare, visto che questo è il periodo delle cimici.
Forse ne avevo già parlato, a me fanno schifo tutti gli insetti. Ma tutti proprio, eh? Anche nei film, le scene con gli insetti io le patisco tantissimo, infatti il più delle volte non le guardo. 
Comunque, fra tutti gli insetti che mi fanno schifo, le cimici sono quelle che mi fanno PIU' schifo in assoluto.
Liberarsi delle cimici che entravano in casa era compito esclusivo di mia madre, adesso per forza di cose mi devo aggiustare. Continuano a farmi schifissimo, ma ho dovuto fare di necessità virtù. Ho quasi imparato a conviverci, ho smesso di urlare come un'invasata quando ne entra una in casa (adesso mi limito a bestemmiare) e sto cercando di convincermi che fondamentalmente non possono farmi niente. 
Schifo a parte. 
Ma, considerato il freddo che sta facendo, spero che muoiano presto. 
Per fortuna, almeno loro, non dovrebbero arrivare a 100 anni. 
Si può dire "era ora" quando muore qualcuno? 


11 ottobre 2013

The King

The King mi è stato regalato, sotto forma di DVD, in occasione del mio compleanno. 
E, visto che ce l'avevo (e ce l'ho)  in casa, ho deciso di guardarlo.
Questa volta per fortuna non si tratta di un brutto film, ma di un drammone bello peso, roba che una mattonata sui denti probabilmente farebbe meno male. 
Regia di James Marsh, vincitore dell'oscar per il miglior documentario nel 2008, con Man on Wire.
Che, se ve lo state chiedendo, non ho visto.
In compenso all'ultimo TFF avevo visto Shadow Dancer, qua da noi tradotto con un originalissimo Doppio Gioco. Credo che ci abbia messo mesi ad arrivare in sala solo perché il brainstorming dei titolisti non sapeva come sorprenderci. Mi aveva entusiasmato così tanto che all'epoca gli avevo dedicato quattro righe, fate un po' voi. 
Nel cast abbiamo un insolito William Hurt in versione baffuta (molto baffuta) e texana, Gael Garcia Bernal in versione l'apparenza inganna, Paul Dano nella parte del ragazzino saccente e fondamentalista cristiano e, per l'occasione, abbiamo anche la tragedia greca in tour nella provincia americana, quella provincia dove sembra sempre non succedere nulla e invece succedono sempre le peggio cose. 
Elvis si congeda dopo tre anni in marina, acquista un'auto usata e parte, in direzione del paesino di Corpus Crhisti, Texas, intenzionato a conoscere suo padre, di cui ha solo sentito parlare dalla madre, rimasta incinta dell'uomo a seguito di un rapporto occasionale.
Il padre è David Sandow, un integerrimo cristiano rinato e redento, esemplare padre di famiglia e pastore della chiesa della piccola comunità, che non vuole saperne dì Elvis, in quanto frutto dei suoi peccati di gioventù.
Il ragazzo, che vorrebbe soltanto ottenere l'amore del padre, si sente abbandonato una seconda volta e, per un desiderio di rivalsa e di orgoglio inizierà il suo percorso di vendetta, inizialmente seducendo la sorellastra, finendo, in un crescendo di aggressività e rabbia, per insinuarsi poco per volta nella quotidianità della famiglia, distruggendola dall'interno.
Ennesimo tragico viaggio all'inferno sola andata. 


10 ottobre 2013

China Blue (Crimes of Passion)


"Save your soul, whore!"

"Save your money, shithead."



All'inizio del film c'è uno scambio di battute fra un non meglio precisato gruppo di qualcosisti anonimi (perchè non si capisce) e Bobby, che è lì soltanto per accompagnare l'amico Hopper dice che lui è felicemente sposato da 11 anni. Ma poi gli sfugge che le rare volte in cui riesce a fare l'amore con sua moglie, dopo, non sa mai se accarezzarla o imbalsamarla. 
Alla fine questo film del 1984 del controverso Ken Russell (che erano anni che volevo rivedere), classificato frettolosamente come opera pornografica e, tanto per non perdere il vizio, parecchio censurato (credo soprattutto per la scena sadomaso con il poliziotto) rivisto adesso può risultare forse un po' stagionato, e nemmeno tantissimo, ma resta comunque un'opera interessante, anche se girata in un periodo in cui il declino di Ken Russell era già iniziato: incentrata sulla doppia vita di Joanna (una splendida Kathleen Turner qua davvero sensuale e splendida come non mai, più che in brivido caldo) irreprensibile ed algida stilista manager di giorno, e puttana (China Blue è il suo nome d'arte) di notte, pronta ad esaudire i desideri più reconditi di chiunque. 
Sulla sua strada incontrerà il reverendo Peter Shayne, (Anthony Perkins. Nei panni di Norman Bates. O forese Norman Bates nei panni di Anthony Perkins, decidete voi) e la sua inseparabile valigetta da medico, contenente la bibbia e un campionario di sex toys più o meno inquietanti, intenzionato a redimerla per salvare la sua anima, o più facilmente per salvare lui stesso.
Contemporaneamente Bobby, per arrotondare le entrate, accetta un lavoro notturno. Il titolare di Joanna, convinto che la donna sia responsabile di aver venduto modelli alla concorrenza, incarica l'uomo di pedinarla e scoprire quanto possibile su di lei.
Ed è così che Bobby scopre che l'irreprensibile Joanna di notte si trasforma in China Blue.
E, fingendosi un cliente, verrà travolto dall'emozione e dall'attrazione nei confronti della donna, cosa che lo porterà a fare chiarezza sul suo matrimonio con Amy, arrivando a separarsi dalla moglie.
Quando si presenterà a casa di Joanna (e non nella stanza d'albergo di China Blue) la donna farà finalmente crollare le barriere emotive che aveva costruito attorno a lei, abbandonandosi all'amore di Bobby.
Ma il reverendo Shayne è deciso a portare a termine la sua missione di salvezza.
Un thriller dei sentimenti, che indaga e indugia sui sensi di colpa, sulle menzogne che raccontiamo agli altri ma anche a noi stessi e, last but not least, sull'amore, di qualunque genere sia.






















9 ottobre 2013

Mud







Mud è un bugiardo nato.
Ecco perchè piace alla gente, 
la fa sentire bene con se stessa.

Tre è il numero perfetto.
E al suo terzo film Jeff Nichols, dopo Shotgun Stories e Take Shelter, confeziona un film che magari perfetto non è, ma è davvero tanto bello.
Anzi, no, che poi magari arrivano i puristi di sto cazzo a far la punta agli stronzi. 
Che a me è piaciuto davvero tanto. 
Di quelli che inizi a guardare e che non vorresti che arrivassero mai alla fine. 
Un film che scorre lento come il Mississippi in quell'angolo di Arkansas, e che per le due ore abbondanti, ma troppo brevi della sua durata ti tiene incollato allo schermo, perché non vedi l'ora di scoprire cosa sta per succedere. 
Un film classico, dove amore, vendetta, rabbia, bugie e illusioni si affacciano di prepotenza nella vita di Ellis, quattordicenne non più bambino, ma non ancora uomo, che, dopo aver conosciuto il misterioso Mud, che vive su una barca incastrata su un albero in un isolotto deserto, rimarrà affascinato dai racconti dell'uomo, disposto a tutto per l'amore di Juniper. 
L'amore. Sentimento che Ellis idealizza come solo un quattordicenne può fare. Soprattutto dopo aver scoperto che i suoi genitori, invece, stanno per separarsi. L'empatia per Mud, uomo in fuga che non si separa mai dalla sua camicia bianca (troppo bianca a dire il vero) che crede lo protegga dal male, come il serpente tatuato sul braccio, come la croce di chiodi nel tacco dello stivale, scatta immediatamente, ed Ellis, che vuole aiutare Mud a ritrovare Juniper, si lancia in quell'avventura con tutta la passione e la veemenza della sua giovane età.
Ma ben presto per Ellis arriva il momento in cui dovrà scontrarsi con il mondo degli adulti, con il suo dolore, con le sue menzogna, con la sua incoerenza. 
Tutto quello che non vorresti mai incontrare sul tuo cammino, perché ti costringe inesorabilmente a crescere e ad affrontare le insidie della vita. 
Inevitabile l'accostamento a Stand by me, ma anche a The Dynamiter.
Il film più classico di Nicohols, e anche il più carico di speranza.
Bello, bello, bello.
Nel cast oltre ad un sempre più convincente Matthew McConaughey (ci tengo a precisare che ho addirittura imparato a scriverlo da sola senza ricorrere al copia-incolla) ci sono il sempre mitico Sam Shepard nella parte del vecchio e burbero Tom Blankenship dal misterioso passato, una Reese Witherspoon (che io non avevo riconosciuto) nella parte di Juniper, Tye Sheridan nel rulo di Ellis (e prossimamente in Joe con Nicolas Cage) e l'immancabile Michael Shannon stavolta relegato in un piccolo ruolo marginale.
Interessante colonna sonora, con splendido pezzo finale, "Snakebite".
Come? 
Quando esce in Italia? 
Ah ah ah ah ah ah ah.

8 ottobre 2013

Cold Fish (冷たい熱帯魚 Tsumetai nettaigyo)


La vita è dolore, spiega Shamoto sul finale del film alla figlia Mitsuko.
Ma anche la visione di certi film non è una passeggiata. 
Pare che Sion Sono si sia vagamente ispirato ad una vicenda realmente accaduta negli anni 80' in Giappone, quando Gen Sekine e sua moglie Hiroko Kazama, titolari di un negozio di animali vennero accusati (e condannati a morte) a seguito dell'omicidio di quattro persone. 
A scanso di equivoci, nessuna aula di tribunale è stata maltrattata durante la realizzazione di questo film.
Può la malvagità umana essere contagiosa? O davvero siamo tutti malvagi ma abituati a nascondere a tutti, soprattutto a noi stessi la nostra vera natura? 
A giudicare dalla mutazione del mite signor Shamoto, che all'inizio sembra la variabile a mandorla del ragionier Filini e alla fine è un altro uomo, sembrerebbe che, secondo Sion Sono sicuramente sì, la crudelta è insita in ognuno di noi, pronta ad esplodere non appena si presenti un elemento scatenante. 
Shamoto gestisce un negozio di pesci tropicali, vive con la seconda moglie, la giovane Taeko e ha un rapporto conflittuale con la figlia adolescente, Mitsuko.
Quando la ragazza viene beccata a rubare in un supermercato, l'intervento dell'apparentemente affabile signor Murata, salva Mitsuko dall'avere guai con la legge. Cosa che, col senno del poi, sarebbe sicuramente stato il male minore. 
Murata convince Shamoto a fare in modo che Mitsuko vada a lavorare per lui, che, combinazione gestisce un grandissimo negozio di pesci tropicali. Shamoto ovviamente acconsente. 
Dopo qualche giorno (nel frattempo Murata ha già sedotto Taeko) Shamoto viene convocato da Murata per la stipula di un affare dove è coinvolto il signor Yashida che, dopo aver scucito 10 milioni di yen per un commercio di pesci tropicali, viene avvelenato da Murata, sotto lo sguardo terrorizzato di Shamoto.
Murata senza troppi preamboli spiega all'uomo di aver già ucciso, con l'aiuto della dolce moglie Aiko, altre 58 persone, e convince con le minacce Shamoto a diventare suo complice, portandolo in una baracca sui monti e costringendolo ad osservare mentre lui e la moglie smembrano il cadavere di Yashida.
In un crescendo di violenza, sesso a caso un po' fra chiunque, cadaveri smembrati, e deliri su morte e felicità, la metamorfosi di Shamoto si compie, fino al tragico e sanguinario (molto sanguinario) epilogo.
Solita feroce critica a famiglia, società e religione.
Che io lo vorrei proprio vedere, il signor Sion Sono, a dirigere uno spot del Mulino Bianco per il signor Guido Barilla.