21 ottobre 2010

inception (in) the town (2 films is megl che uan)


Ieri sera ho visto “Inception”. Lo ammetto, sono un po’ confusa. Ad un certo punto ho sperato che qualcuno mi uccidesse, in modo da potermi svegliare. In compenso c’era Arthur (Joseph Gordon-Levitt ) a tenermi sveglia. Davvero caruccio, il ragazzino. Comunque fra estrattori di sogni nei sogni, trottole e visioni, ad un certo punto l’imbolsito di Caprio mi ha rimandato al protagonista di “sciatterailand”. Che non riesci a capire se ci è o ci fa. E poi si vede Pete Postlethwaite che muore, e tu pensi che stai sognando e sei finita a rivedere “The Town”, dove il vecchio Pete interpreta quel grandissimo pezzo di merda di Fergie, un cattivo vero travestito da fioraio, e pensi che tutto sommato Ben Affleck non è poi tanto male, come regista. E poi torni in Inception, e mentre il sogno si mischia alla realtà tu non capisci per quale motivo Ken Watanabe sia stato doppiato dall’omino delle informazioni di Trenitalia.

19 ottobre 2010

getting back to normality

E’ passata una settimana.
Ché il tempo vola, lo sanno tutti. E pian piano, inevitabilmente, si torna alla routine quotidiana. Anche perchè, che ti piaccia o no, è l’unica cosa che puoi fare.
In alternativa potresti struggerti il cuore riguardando le foto che – fra l’altro - non hai ancora scaricato, pensare a cosa stavi facendo quel giorno a quell’ora, ma non porterebbe a nulla di concreto.
Poi apri la posta elettronica, e leggi un messaggio che dice: “Non ti dimenticherò mai, sarò in Europa a febbraio, ci incontreremo in Italia”. E, anche se sai che non è vero, fingi di crederci, che tanto non costa nulla. E inizi a pensare a quanto manca a febbraio. E a come sarebbe bello se...
Poi riapri gli occhi, e pensi che a casa tua si è rotta la caldaia, e che stamattina ti sei lavata a pezzettini, perchè tu la doccia con l’acqua fredda non la fai nemmeno ad agosto. Che farsi il bidet ti ha procurato un brivido. Ma non era di piacere.
Cerchi nell’armadio qualcosa da metterti.
Provi una gonna che ti andava, fino al mese scorso. E’ larga. Ma ha il vantaggio di non cadere sul pavimento, e la metti lo stesso, tanto sopra hai una maglia lunga a sufficienza da non far vedere fin dove scende la gonna. Hai perso 17 kg. Sulla pancia al posto della tartaruga esibisci uno shar-pei, ma tanto non lo vede nessuno, che la tua vita sessuale è paragonabile, per vivacità ed esuberanza, a quella di un’ostrica da allevamento. E ti interroghi sul perchè tu venerdì pomeriggio ti sia comprata quel delizioso completo intimo La Perla in pizzo viola.

incastrando pezzettini

come tessere di un mosaico che faccio fatica a ricomporre.
I ricordi sono lì, indelebili. E lì resteranno, a lungo.
Ma quando provo ad estrarne uno dal mucchio questo si sposta, come se non volesse farsi afferrare.
Perchè ci sono emozioni che non si possono spiegare, a parole.
Il sorriso che spunta fra le lacrime di un bambino himba, lo sguardo fiero di sua madre, “scalare” la duna 45, ma soprattutto, una volta arrivati in cima, lasciarsi scivolare in basso, con la sabbia che ti entra dappertutto e tu che saltelli leggera sulla sabbia soffice, e ridi, e ti sembra quasi di essere felice.
E fermarsi all’ombra di un albero a bere caffè, intrecciare un lungo gioco di sguardi, e ripartire.
E scoprire che una curva è sufficiente per cambiare scenario, e passare dal caldo secco dell’interno al freddo umido della costa, che nemmeno l’Amarula riesce a scaldarti. Ma basta un’otaria che sale sul catamarano e si lascia accarezzare per farti dimenticare il freddo.
E un vestito africano indossato per caso, e ancora sguardi che si intrecciano, e che diventano abbracci nell’oscurità di un gazebo, mentre cerchi di contare le stelle, che sono troppe.
E camminare nel buio con il cuore che sembra fermarsi quando senti un rumore nell’erba, e non sapere se correre, fermarti, urlare o morire.
Aspettare un istante che sembra durare per sempre.
E ricominciare a camminare, ostentando una sicurezza che non hai.
E sorridere, nel buio, che tanto nessuno ti vede.

SAUDADE

684 e.mail da leggere e/o cestinare, il prezzo delle sigarette aumentato, un freddo maiale e un’umidità che ero riuscita a scordare.
2 settimane fuori dal mondo.
O meglio, in un altro mondo.
Forse non migliore, ma peggiore no di sicuro.
Non appena lo spezzatino che ho adesso al posto del cuore si ricompatterà, riuscirò a raccontare qualcosa, senza che le lacrime prendano il sopravvento.
Ma adesso no, è ancora troppo presto.

allora io andrei, eh?

Ieri sera io e s.b. ci siamo viste per la classica “ultima pizza” prima della partenza. Che, metti mai dovesse cadere l’aereo, almeno abbiamo un buon ricordo. Anche se, come diciamo sempre, se proprio proprio deve cadere, meglio al ritorno piuttosto che all’andata.
Ho approfittato del fatto di essere riuscita ad uscire abbastanza presto per passare dalla nostra massaggiatrice di fiducia, che mi ha “ritoccato” le sopracciglia. Che io con la pinzetta sono un disastro. E soffro troppissimo. Quindi via, uno strappo di ceretta e passa la paura.
Peccato che poi, mentre ingannavo l’attesa comprandomi due paia di pantaloni, mi sia guardata allo specchio: avevo la pelle arrossata che sembravo la sorella scema di Bozo il clown... e ovviamente non avevo la cipria per il ritocco. Un dramma di proporzioni bibliche, in pratica.
C’era solo una cosa da fare: smettere di guardarsi allo specchio.
All'ora concordata ho raggiunto s.b. e siamo andate a mangiare la famosa pizza. Che abbiamo chiesto con aggiunta di olive taggiasche. Che sono riusciti a farci pagare “appena” 1.50€ a testa. Va bene tutto, ma mi sembra un po’ sovrastimato, come supplemento.
Abbiamo parlato un po’ del viaggio, cercando di capire cosa fare nel (poco) tempo libero che avremo a disposizione, ma senza concludere nulla. Quindi abbiamo deciso che faremo come al solito, improvvisando.
Credo che domani e/o domenica inizierò a pensare a cosa mettere in valigia. Al momento ho scelto i libri da portare. Solo due, perchè tempo per il relax ce n’è davvero poco.

Io amo l'umanità. È la gente che non sopporto!

Ieri sera consegna dei documenti di viaggio.
Con l’occasione è stato organizzato un aperitivo in un bar cittadino in modo che i partecipanti al viaggio potessero conoscersi prima della partenza. Non vedevo l’ora. Sua bionditudine si è data, lasciando a me l’ingrato compito.
Arrivo – in anticipo nonostante l’attraversamento di piazza Statuto – al luogo X, parcheggio, e, mentre il caro Max mi intrattiene piacevolmente al telefono, osservo la prima coppia di pensionati. A malincuore saluto Max e mi avvicino. Mi chiedono “Namibia?”. Annuisco. Ci presentiamo. Non ricordo un nome che sia uno. A malapena qualche faccia.
A parte un bimbo di circa 9/10 anni (che io mi chiedo: ma i genitori gli fanno perdere due settimane di scuola?) io e s.b. abbassiamo l’età media, e questo la dice lunga sul resto della comitiva. Sembra il soggiorno estivo di Villa Mariuccia. Una prevalenza di carampane in preda all’eccitazione, che chiede di tutto, di più.
Da quanti soldi bisogna portarsi, a come bisogna vestirsi, se devono mettere la marca da bollo sul passaporto e via di questo passo. Quando viene comunicato che si viaggerà su dei fuoristrada e che sarebbe meglio avere un bagaglio morbido, un sommesso brontolio di sottofondo unito a “ma in aereo te lo rovinano!” (segnale evidente che la madaminchia in questione non ha mai visto con quanta delicatezza vengano trattate le valigie rigide) fa capire che lunedì, al check in, sarà un tripudio di Samsonite in lega di titanio e carbonio.
E va bene che stai andando nell’Africa “selvaggia”, ma, se posso darti un consiglio, quell’inguardabile giacca zebrata io la lascerei a casa.