20 agosto 2014

Vita di Pi(g)

Co-produzione franco-belga-tedesca del 2011, ingiustamente snobbato nonostante la vittoria di un Cesar come miglior film d'esordio, il titolo originale è "Le cochon de Gaza", in inglese si trasforma in "When pigs have wings", che già non c'entra una beata fonchia, ma al suo arrivo in Italia, nel giugno di quest'anno, plagia spudoratamente la Wertmuller e diventa, come per magi(ll)a, "Un insolito naufrago nell'inquieto mare d'Oriente". 

Si tratta di una commedia tragicomica dal sapore agrodolce, reso ovviamente molto più agro dai fatti di cronaca che ci arrivano da Gaza in questi giorni, per cui il finale, che pecca un po' di retorica e di eccessivo e utopico buonismo, purtroppo ha un sapore ancora più fantascientifico di quanto non lo sarebbe in tempi normali. Ammesso e non concesso che quella dei civili di Gaza possa considerarsi una vita normale. Ma questa è un'opera di fantasia, quindi è inutile cercare di attribuirle risvolti e significati geopolitici più o meno intrinsechi e accusarla di irrispettosa superficialità.
O meglio, liberissimi di farlo, ci mancherebbe, ma resta il fatto che stiamo sempre e solo parlando di un film, e non di un'opera di denuncia sociale.
Jafaar (Sasson Gabai, già visto in "la banda") è un pescatore di Gaza, la cui casa sorge nei pressi di una colonia e, per questo motivo, sul tetto di casa sua stazionano perennemente due soldati israeliani. Tutti i giorni esce in mare con la sua barca, ma, a parte ciabatte spaiate e rifiuti di ogni genere, di pesci se ne vedono sempre meno. Fino al giorno in cui, dalle sue reti, spunta un... maiale.
Terrorizzato da quell'animale considerato impuro inizialmente cercherà di sbarazzarsene in ogni modo, ma, venuto a conoscenza che, nella colonia adiacente a casa sua una ragazza alleva maiali, cercherà di sfruttare quella pesca poco miracolosa per trarne un vantaggio economico e poter finalmente saldare tutti i suoi debiti.
Ovviamente tutto deve avvenire di nascosto e nessuno deve scoprire l'esistenza del maiale, animale impuro sia per i musulmani sia per gli ebrei. Il tutto in un clima di ironia (più o meno) sottile dove, fra sotterfugi ed equivoci ogni situazione sottolinea l'assurdità dei comportamenti umani e dei fondamentalismi religiosi, che viene rappresentata perfettamente dai dialoghi quotidiani tra la moglie di Jafaar e uno dei soldati che ogni pomeriggio commentano una telenovela brasiliana, dove la complicata storia d'amore altro non è se non la metafora dell'incessante conflitto tra i due popoli.


2 commenti:

  1. Sì, l'ho trovato divertente e capace di parlare della situazione in modo metaforico, quasi onirico. Non un capolavoro, ma da vedere. Per me è stato l'unico recupero dell'estate (visto all'aperto, in una delle poche giornate calde di questa lunga estate fredda...).

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    1. Sono d'accordo. Divertente e scanzonato. Che va preso per quello che è, un'opera di fantasia. A me è piaciuto.
      Giornate calde? Ce ne sono state davvero? :)

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