26 febbraio 2010

An education

oh, non ti preoccupare, 
mi hanno detto che fra 50 anni 
nessuno parlerà più il latino, 
nemmeno i latini! 



Twickenham, periferia di Londra, 1961. Jenny, 16 anni, è una studentessa modello (tranne che in latino), suona il violoncello e sogna di andare ad Oxford. Adora Parigi e le canzoni di Juliette Greco. Un giorno, sotto la pioggia, incontra David, un trentenne che Jenny, inevitabilmente, troverà affascinante (quanto può esserlo uno che assomiglia al fratello sovrappeso di Ewan Mc Gregor) e che la introdurrà in un mondo che la ragazza ha sempre soltanto sognato, fatto di concerti, cene, aste e serate in locali alla moda, in compagnia dell’attraente amico Danny e della sua svampita fidanzata Helen. Nonostante la differenza d’età e il fatto che sia ebreo, David, con i suoi modi accattivanti, riuscirà a conquistare anche i conservatorissimi genitori della ragazza, che acconsentiranno a far trascorrere alla figlia un week end ad Oxford, e poi, per il suo 17° compleanno (che coincide con la data in cui Jenny ha deciso di perdere la verginità) ad andare finalmente a Parigi. Jenny inizia a trascurare gli studi e, quando David le chiederà di sposarla, abbandonerà la scuola.Ma le cose non sempre sono quello che sembrano. 
E Jenny – suo malgrado – lo scoprirà casualmente...

15 febbraio 2010

Amabili resti

«Mi chiamo Salmon, come il pesce: 
il mio nome è Susie. 
Avevo 14 anni quando sono stata uccisa».



Susie, adolescente appassionata di fotografia, viene uccisa nello stesso giorno in cui riesce finalmente ad ottenere un appuntamento con Ray, suo compagno di scuola di cui è innamorata. Mentre torna a casa viene fermata dal signor Harvey, apparentemente innoffensivo vicino di casa, che, con una scusa, riuscirà ad attirarla in trappola e ucciderla.Susie, incapace di “andarsene” definitivamente si ritrova a vagare in un universo onirico e visionario vagamente psichedelico, in compagnia delle altre vittime del serial killer, mentre gli amabili resti che inevitabilmente le sopravvivono reagiranno alla sua scomparsa in maniera differente. 
Interessante colonna sonora di Brian Eno e ottimo il cast, da Saoirse Ronan a Stanley Tucci, ma soprattutto strepitosa Susan Sarandon.

8 febbraio 2010

L'uomo che verrà

L’eccidio di Marzabotto, perpetrato dai nazisti nell’autunno del 1944 ai danni degli abitanti di Monte Sole, sulle colline bolognesi, visto attraverso gli occhi di Martina, bimba di otto anni che ha smesso di parlare in seguito allo choc provocato dalla scomparsa del fratellino di pochi mesi, morto fra le sue braccia. La mamma è di nuovo incinta e Martina attende la nuova nascita con paura e speranza, mentre la guerra avanza e i rastrellamenti dei civili si fanno sempre più numerosi. Il fratellino – l’uomo che verrà – nascerà proprio nella notte fra il 28 e il 29 settembre, e grazie a Martina riuscirà a sopravvivere, testimone inconsapevole della crudeltà dell’uomo. La piccola protagonista (Greta Zuccheri Montanari) è intensa e bravissima. Il film è parlato nel dialetto emiliano dell’epoca e sottotitolato. A proposito di dialetto: Maya Sansa, a differenza di Alba Rohrwacher, che riesce a parlare con una cadenza verosimile, deve aver fatto sega alle lezioni.

I sabati milanesi della poison (quattro peppie alla riscossa)

Sabato la poison e le sue amiche erano in trasferta a Milano.
L’occasione (‘na botta de curtura) era data dalla mostra di Steve McCurry al Palazzo della Ragione, un romantico angolo di medioevo a due passi dal Duomo, prorogata fino al 28 febbraio. Se non avete ancora avuto occasione di vederla, sapevatelo.
Per l’occorrenza la poison, la bionda, la tiz e la tiz-sorella, in tenuta da sommossa passeggiata sui marciapiedi ghiacciati, verso le 10.20 di sabato mattina varcavano, garrule e gaie, l’ingresso della metropolitana a Lampugnano, dopo aver lasciato l’auto nell’omonimo parcheggio. Dove, fra l’altro, erano riuscite ad accedere solo grazie al provvidenziale intervento di un addetto in carne ed ossa, in quanto, giunte alla sbarra emettitrice di tessera magnetica, il display ha dato un codice di errore, e la sbarra non si è alzata. Per dissimulare il nervosismo che si stava creando all’interno della poison-mobile al pensiero che gli altri automobilisti - al cui passaggio la sbarra si alzava senza il minimo intoppo – stessero esprimendo opinioni che andavano a rimpolpare la sfilza dei luoghi comuni sull’atavica incapacità delle femmine al volante, noi quattro si rideva, più o meno istericamente. Dopo essere state “liberate” dalla costrizione delle sbarre abbiamo parcheggiato, agevolmente, in uno spazioso posto a lato delle colonne.Scese a Cordusio siamo arrivate al Palazzo della Ragione, a quell’ora ancora semi deserto, e siamo riuscite a visitare la mostra agevolmente, senza subire la ressa davanti alle splendide immagini esposte. Una volta uscite ci siamo concesse un piacevole momento di futile ammirazione delle vetrine, anche se pensare adesso ai sandali mi sembra vagamente prematuro.Siamo quindi salite sul 3. Che è un tram. Salire su un tram a Milano potrebbe essere un’esperienza pericolosa, vista la frequenza con cui essi tendono a schiantarsi fra loro e/o a deragliare. Ma, a parte un semaforo guasto alle Colonne di San Lorenzo, che ci ha tenute lì – immobili - per quasi 20 minuti, siamo riuscite a scendere sane e salve in via San Gottardo.Che poi, durante la sosta forzata alle colonne, il tram si è praticamente svuotato, perché i milanesi, che notoriamente hanno fretta comunque, anche se non devono fare un cazzo, sono scesi per andare a piedi. Quasi tutti. A parte noi quattro e un suonatore di contrabbasso. Che sicuramente è in quelle occasioni che maledice di non aver voluto imparare a suonare il flauto traverso. Abbiamo raggiunto lo Spazio Forma e ci siamo viste la mostra Passaggi, figure e paesaggi, con opere di Franco Fontana, Ferdinando Scianna e Giorgia Fiorio. Ho apprezzato particolarmente i paesaggi siciliani di Franco Fontana, davvero notevoli. Abbiamo pranzato lì, ottimo, abbondante ed economico, e, sempre con il 3 – temerarie – abbiamo raggiunto la galleria di Carla Sozzani, per vedere la mostra dedicata a Tim Walker, giovane fotografo inglese, che, fra le altre cose, è stato assistente di Richard Avedon. Abbiamo finito, possiamo tornare a casa. Sì, alla triennale c’è ROY LICHTENSTEIN , ma abbiamo tempo fino al 30 di maggio, quando camminare lungo Viale Alemagna sarà senz’altro più piacevole.

E magari nel frattempo avrò fatto riparare l’auto.
Che, uscendo da quello spazioso parcheggio di fianco alle colonne ho pensato bene di appoggiarmicisivi con la portiera. Alla colonna. Che era lì anche prima. E che, fortunatamente, è rimasta lì anche dopo. Per carità, anche la portiera della mia auto è rimasta lì, ma ha perso un po' in aerodinamicità. Porca di quella puttana lurida e zozza. Conoscete un bravo carrozziere?

5 febbraio 2010

How do you say “spaghetti”?



A Cambridge ho visto un bellissimo pub.
Che poi. Non è che il pub fosse bellissimo. Era un classico pub inglese, ma sulla porta di ingresso e sulle finestre aveva delle vetrofanie che dicevano: Sorry, no children.
Fantastico. 
In un altro pub (the porcupine) abbiamo bevuto una Kastel cru rosé lager, fresca e dissetante. Non credo fosse inglese. Ma era buona ugualmente. 
Ho sentito con queste mie povere orecchie ordinare un piatto di spaghetti in un ristorante greco. Quando, di fianco al ristorante greco istesso troneggiava la “Pizzeria San Marco”. Ma brava donna, se proprio non puoi fare a meno degli spaghetti, perché addentrarti in un ristorante greco quando ne hai uno italiano proprio a fianco? Che se tuo marito aveva voglia di melanzane alla parmigiana non è ordinando la moussaka che se la sarà fatta passare. Contenti voi.
In un altro locale, mentre stavamo gustando il nostro filetto a cottura medium rare un essere di sesso maschile, seduto due tavoli più in là, ha chiesto a Paola: “tutto ok?” praticamente urlando da un tavolo all’altro e incurante delle persone sedute nel tavolo in mezzo, che separava i nostri due. Ma chi ti si incula era la risposta esatta. Ma, essendo appena tornate da Cambridge, Paola l’ha guardato perplessa rispondendogli “sì sì”. E lui, imperterrito: “Di dove sei? Quando sei arrivata?”. 
Allora.
A parte il fatto che sei un cafone fatto finito e vestito, vorrei farti presente che, per quanto Paola sia più alta, più bionda, più giovane e più phiga di me, io non sono un frutto della sua fantasia, ovvero non sono la sua amichetta invisibile (anzi). Quindi, se proprio devi attaccare discorso da un lato all’altro della sala, lo fai magari con tutte e due. Buzzurro.
Nell’ultimo pub in cui abbiamo posato i nostri leggiadri culi in compenso un’altra gentile signora ci ha donato bellissimi attimi di ilarità e sconcerto: non si era ancora seduta e già aveva attaccato discorso con la coppia seduta al tavolo a fianco. Che va bene essere espansivi, ma insomma. 
Con un tono di voce di una che è abituata a vendere le angurie al mercato abbiamo così potuto apprendere che lei era di Udine, Friuli, near Venice, do you know? Ma che, se conosceva così bene l’inglese, era perché aveva vissuto in Canada fino all’età di nove anni. (E in effetti aveva la proprietà di linguaggio di una bambina di 9 anni. Che ha sì vissuto in Canada, ma nella parte francese). Ha quindi chiesto ai due nuovi interlocutori da dove venissero. “New Zealand” hanno risposto loro. E lei, prontamente: “Aaaaaaaaaaaah, dall’Australia!”. E certo. Come se, dicendo che vieni dall’Italia, ti rispondessero “Aaaaaaaah, in Austria!”. Imbecille. 
Ha poi voluto a tutti costi far sapere ai suoi nuovi amici (e a tutto il resto della sala, dato il tono della voce) che lo scorso inverno era stata a Vienna, ai “nataly market”. Poi si è corretta sostituendo Nataly con Christmas. Per concludere dicendo che in Italia adesso faceva molto caldo, c’erano almeno 30 “grades”.
Grazie di esistere.

1 febbraio 2010

A single man



24 ore nella vita di George Falconer, inglese, professore universitario, che vive a Los Angeles, in una splendida casa di vetro.
Siamo nel 1962 e George non riesce a reagire al dolore per la scomparsa di Jim, suo compagno da 16 anni, in un incidente stradale mentre era lontano da lui. Apprende la notizia attraverso l’asettica telefonata di un cugino dell’uomo, che lo informa anche che non potrà prendere parte alle esequie, riservate ai familiari. Annientato da un’angoscia muta George sistema le sue cose in perfetto ordine, allineando chiavi, lettere, libri e documenti personali, meditando di suicidarsi con un colpo di pistola in bocca. L’idea di lasciare disordine lo spinge ad infilarsi in un sacco a pelo*, ma il suono del telefono e la voce della sua amica Charlie, lo faranno desistere e far sì che anche quel giorno George si rechi al lavoro, e, durante una lezione in cui parlerà della paura, del diverso e delle minoranze, verrà avvicinato da uno dei suoi studenti, che riuscirà a fargli comprendere che le cose vanno come devono andare.
Colin Firth è semplicemente perfetto. E, mi scuserete, anche Jon Kortajarena, che compare per cinque soli minuti, lascia il segno.
Però.
Dove è finito il secondo cane?



* particolare che ricorda il suicidio di Romain Gary