30 luglio 2012

Eni? E no!

La Poison a marzo ha chiamato il servizio clienti dell’Eni per la voltura del contratto del gas.
Quasi non credeva che la cosa – svoltasi quasi totalmente via telefono, potesse essere così rapida ed indolore. Domiciliazione bancaria, bolletta via web, nella mia personale azione mirata alla salvaguardia dell’Amazzonia, e via andare.
Dopo quattro mesi, non ricevendo bolletta alcuna, la Poison inizia a farsi delle domande. Senza peraltro trovare delle risposte. Era il 16 luglio quando la nostra eroina alzava la cornetta e componeva il numero del servizio clienti.
Esponendo con diplomatico disappunto, il problema. Ovvero che, da quando la titolare dell’utenza era lei, non aveva ancora visto una bolletta. Ed erano passati 4 mesi.
Operatrice: “sì signora, noto che su questo numero cliente è attivo un blocco di fatturazione”.
Poison: “Maporcadiquellaputt… un blocco di fatturazione? E che cazz  E mi scusi, che significa?” O: “Non glielo so dire, ma inserisco una segnalazione affinché provvedano a rimuovere il blocco su questo numero cliente, in modo che le fatture vengano sbloccate. Lei provi a richiamare fra una ventina di giorni, così vediamo se si è sbloccato qualcosa…”
P: “Sarà meglio. Grazie, buon lavoro” Alla Poison vengono alla mente intere puntate di mimandaraitre in cui c’era gente che non riceveva bollette da più di due anni, salvo poi vedersele recapitare con cifre che solitamente Berlusconi spende per farsi fare un pompino, quindi manda immediatamente un fax di reclamo, seguito da una raccomandata con ricevuta di ritorno. Che fidarsi è bene, ma, nel dubbio…
La sera dopo riceve una telefonata da un numero sconosciuto.
Risponde.
“La signora Poison?”
“Sì…” Voce inutilmente gioviale dall’altra parte: “Buonasera signora Poison, sono del servizio clienti Eni…”
E la Poison, che fondamentalmente è un’ingenua, crede che sia in merito alla sua telefonata di reclamo (povera illusa) e, con voce inutilmente giovale anche lei, non sia mai che sia da meno, risponde: “Buonasera, mi dica!” E il gentile omino del servizio clienti Eni le attacca un pippone di proporzioni cosmiche su tutti i vantaggi che potrei avere aderendo al loro servizio completo, ovvero gas e luce.
“No, guardi, io ho appena scoperto di avere un problema sulla fatturazione del gas, cosa che, invece, non avviene col mio gestore dell’energia elettrica, quindi, per il momento, non sono interessata, grazie”
“Guardi, se lei aderisce alla formula noi provvederemo a sbloccarle…”
“Scusi, me la sta mettendo sotto forma di ricatto per caso? Perché voi intanto mi sbloccate la questione della fatturazione, poi, eventualmente, deciderò io, in completa autonomia, se aderire o meno al vostro servizio elettrico”
“No, non intendevo dire quello che ho detto (e io me lo immagino questo dall’altra parte della cornetta, nel suo ufficio di Taranto, a maledirmi in tarantino stretto), volevo solo dire che con il nostro servizio avrebbe dei vantaggi…”
“Le ripeto, nel momento in cui riceverò la mia bolletta e scoprirò che è tutto regolare, EVENTUALMENTE deciderò se aderire o meno. Finchè non vedo la bolletta non ho alcuna intenzione di abbandonare il mio attuale gestore,  con cui, fra l’altro, non ho MAI avuto il minimo problema. Grazie, buonasera”.
Immagino che il gentile operatore abbia flaggato, accanto al mio nome, la casella “utente rompicoglioni”, perché il giorno dopo, andando sul sito dell’Eni, miracolosamente si era materializzata la bolletta, datata 12 luglio.
Guardo l’importo, che mi pare eccessivo, ma, finchè non riesco a visualizzare il documento non posso sapere il motivo. Quando finalmente il pdf si riesce a visualizzare, vedo 60€ di “oneri diversi dalla fornitura”.
I fenomeni, nonostante la domiciliazione bancaria, mi hanno addebitato il deposito cauzionale.
Chiamo il servizio clienti, esponendo con disappunto un po’ meno diplomatico della volta precedente, il fatto. La gentile operatrice se ne esce vagheggiando di “anomalie funzionali”.
Replico: “le anomalie funzionali fatele risolvere dai vostri sistemisti, perché il sistema dovrebbe impedire che, a fronte di una domiciliazione bancaria sia possibile conteggiare il deposito cauzionale, in quanto le due voci dovrebbero andare in conflitto. A meno che non sia intenzionale, visto che magari un sacco di gente non ci fa caso e voi, a botte di 60euro, ci marciate, ma, a parte questo, come la risolviamo?”
“Non glielo so dire, ma inserisco una segnalazione affinché provvedano a stornare il deposito cauzionale che le verrà riaccreditato non so se già sulla prossima fattura, ma lei controlli..."
Puoi starne certa, tesoro.

27 luglio 2012

Contraband

Si trattava di una ricerca scientifica. 
Io e la bionda volevamo scoprire come stesse invecchiando Marc Walhberg.
Benissimo, a nostro giudizio.
Com’è il film? Mah.
E’ una storia di contrabbando e contrabbandieri. Già già. L’avreste mai detto? 
Con tutti gli annessi e connessi del caso. 
Chris, contrabbandiere per tradizione di famiglia, cambia vita e diventa un uomo onesto, marito e padre e amico e fratello e chi più ne ha più ne metta, fino al momento in cui Andy, suo cognato, un ragazzino con la faccia da babbo di minchia, seguendo la tradizione di famiglia, per non farsi beccare dalla dogana, si sbarazza di un carico di droga buttandolo in mare. Con tutte le conseguenze del caso. Il destinatario della merce ovviamente si incazza e vuole rientrare del suo investimento. Costringendo Chris a rientrare nel giro per organizzare un nuovo traffico e salvare il culo al cognato. Non manca niente. Tradimenti, sparatorie, imprevisti, colpi di scena e probabilmente qualcos’altro che al momento mi sfugge.
Non sarà un capolavoro, ma c’è senz’altro di peggio. 
Prima che iniziasse il film abbiamo visto il trailer dell’ultimo film di Soderbergh.
E abbiamo deciso che, quando uscirà, porteremo i nostri ormoni a divertirsi per un paio d’ore.

25 luglio 2012

pollice verde

Non c'è storia.
O ce l'hai o non ce l'hai.
E io, non per vantarmi, ne sono totalmente sprovvista.
Stamattina ho casualmente buttato l'occhio sul davanzale della finestra.
E mi sono ricordata che io AVEVO una pianta.
L'ultima volta che l'ho vista prima di oggi mi ero addirittura stupita del fatto che fosse ancora viva.
No, non sto parlando dell'orchidea che mi è stata regalata a natale, quella sono ormai mesi che è in uno stato di coma vegetativo. Che, in quanto vegetale, è la morte sua. Anzi, probabilmente è morta davvero, ma ancora non lo sa. Io, nel dubbio, non la tocco.
Confesso che un po' ci sono rimasta male.

24 luglio 2012

passi lunghi

La connessione traballa.
Lo fa da una settimana, ogni tanto crolla tutto. Tento di ricaricare la pagina.
Niente.
Si è fatta ora, esco.
Mi dirigo verso la via dei negozi.
Arrivo all'incrocio con l'ufficio postale e torno indietro, non so dove andare. Non so di cosa ho voglia. Non è vero. Lo so di cosa ho voglia.
Rumore di tacchi sull'asfalto.
Sono davanti al piccolo supermercato dal triste assortimento bulgaro.
Non ho fame.
Il ragazzo delle consegne sta scaricando cartoni di tavernello.
Passo, mi dice "che occhi!"
Lo sorpasso e sorrido, ma lui non può vedermi.
Arrivo all'incrocio.
Lui sta parcheggiando lo scooter.
Mi fermo.
Si avvicina.
Mi bacia. Lo bacio.
Rewind a ieri sera, nella sua cucina.
Quando i baci erano meno casti di questo.
Che già non lo era affatto.

23 luglio 2012

it's monday. again


“Le previsioni sono una merda, se piove non veniamo”
Così si espresse sua bionditudine, in settimana. Infatti sabato pomeriggio, verso le 18.00 la recuperavo sotto casa. Entrambe indossavamo gli occhiali da sole. In tangenziale ci ha colte il primo diluvio, grandine compresa. Sulla Torino-Savona, all’altezza di Marene, la seconda puntata. Siccome tre è il numero perfetto, arrivate al luogo dell’appuntamento, nel giro di 30 secondi ci hanno avvolto le tenebre. 
Se fosse stato un film, nel giro di 5 minuti sarebbe atterrata un’astronave e gli alieni avrebbero iniziato ad invadere il pianeta.
Invece. 
Chiuse in auto, acqua da tutte le parti, temperatura in picchiata libera, vetri appannati. 
Se fossimo un po’ più bisessuali avremmo potuto ingannare il tempo limonando. 
Dopo quasi mezz’ora il cielo ricominciava a schiarire, e anche le nostre speranze di raggiungere gli altri. Almeno telefonicamente. 
Finalmente qualcuno ha chiuso i rubinetti, e siamo riuscite ad arrivare dagli altri. Per l’occasione abbiamo stappato una bottiglia di vermentino per festeggiare l’evento, e poi ci siamo mossi verso il luogo della festa, uno splendido casale ristrutturato sulla sommità della collina. 
Appena arrivate abbiamo dovuto attaccarci alle cannucce dello spritzzone dell’amicizia. Che si sa, chi non beve in compagnia… 
Poi ci siamo procurate un bicchiere. Che, per quanto io mi sforzassi a vuotarlo, per qualche strano motivo, continuava a riempirsi. 
Quando si sono aperte le danze, la sottoscritta, nota per l’avversione alla danza, si è tolta le scarpe per ballare scalza. Verso la fine della serata, mentre c’era chi alle 2.20 addentava un hamburger, le scarpe erano state abbandonate quasi da tutti. 
Siamo tornati a casa nella nebbia più nebbiosa. No, non erano i fumi dell'alcool. Era nebbia vera. 

20 luglio 2012

Margin Call

Bello, eh?
Non ci ho capito una mazza, perché quando si parla di finanza i miei neuroni iniziano a contorcersi, e mentre Peter Sullivan, insignificante analista del settore rischi scopre che l’indice di volatilità su cui si basa un report consegnatogli da Eric Dale (Stanley Tucci, un grande. Quando sui gradini della sua casa di Brooklyn Heights fa il discorso del tempo risparmiato grazie a un ponte progettato da lui è semplicemente uno spettacolo) prima di venire licenziato nel giro di 10 minuti dalla banca di credito finanziario in cui presta servizio da 19 anni, mette in evidenza che le perdite della società hanno raggiunto un livello tale il cui risultato può essere solo il fallimento, con conseguente crollo in verticale di tutto il sistema, inizia il bello. Per modo di dire. 
Viene convocata una riunione nel corso della notte, con tutti i pezzi grossi della società. E da quel momento il film diventa una specie di documentario del National Geographic sulla vita degli squali. 
Assolutamente interessante. Con un gran cast: oltre al già citato Stanley Tucci ci sono Zachary Quinto, un uomo che al posto delle sopracciglia ha due strisce di moquette, c’è Jeremy Irons. Che, insomma, è Jeremy Irons. Poi c’è Paul Bettany, Simon Baker (che se anche non mi piacciono i biondi, l’eccezione che conferma la regola vale sempre), Demi Moore, che con i capelli lunghi e sciolti in stile Rosi Mauro sembra che abbia le guance da cocker, e qualcuno dovrebbe dirglielo.

siamo alla frutta

Mi piacerebbe poter dire “eh, ma ho bisogno di ferie”.
Invece non ho nemmeno questa giustificazione, avendole già fatte.
Sono un rottame: ha ripreso a farmi male il legamento collaterale mediale, ho un doloretto al nervo sciatico e mi fa male anche un po’ la spalla. Ieri, in palestra, mi sono venuti, nell’ordine: un crampo alle dita del piede destro, un crampo al polpaccio sinistro e un crampo al polpaccio destro. Più che in forma smagliante sono in forma smagliata.
Ma non è (solo) questo a preoccuparmi.
Sempre ieri,
prima dei crampi, mentre stavo uscendo dall’ufficio, ero al telefono con Amour.
Ricordatevi questo passaggio, “ERO AL TELEFONO”.
Arrivo alla bollatrice, faccio per tirare fuori il badge, che era nel portacarte riposto nell’apposita taschina della borsa e mi accorgo che la taschina a fianco, quella dove tengo il telefono, era vuota.
Attimo di panico, e, sempre parlando al telefono con Amour, dico: “Cazzo, dove ho messo il telefono?”
Un attimo di silenzio imbarazzato da parte della bionda, che poi azzarda: “Forse lo stai usando per parlare con me?”
Non fiori, ma versamenti all’Istituto per la cura della demenza presenile, grazie.

18 luglio 2012

storia di B

Conosco B da un sacco di anni.
Mi piacerebbe dire “da quando ero una bambina”, ma non è così.
In ogni modo ero giovane. Molto più giovane. Non necessariamente più bella. Non so. Non essendo mai stata bella, non saprei dire.
B a quei tempi usciva con G, una mia collega. Siamo ancora amiche, fra l'altro, io e G.
Poi, succede che B e G si lasciano. G incontra quello che diventerà suo marito, tanti saluti e baci, senza rancore. Insomma, il minimo sindacale previsto in questi casi.
Non ricordo quando successe, del resto i miei problemi con la memoria non sono storia recente, ma un giorno G mi dice, seria: “ma… perché non ti vedi con B? Scopa da dio!”
Non sia mai che deluda un’amica. Anche se B non era esattamente il mio tipo. Intanto perché è più grande (anagraficamente) di me, e io son sempre stata un po’ pedofila
, da quel lato. Poi perché avevamo davvero poche cose in comune. Ma, com’è come non è, alla fine io e B in qualche modo combiniamo per vederci.
Arriva il giorno e io mi presento a casa sua. Era un mercoledì. Ce ne sarebbero stati altri. Il pretesto – casomai ne avessimo avuto bisogno – era la partita di Champion’s League.
Lui stava cucinando. Io gli uomini che sanno cucinare li trovo dannatamente sexy, è sempre stato così, non ci posso fare niente. Banale? Probabile. Ma sai che c'è? Fa lo stesso.
Finita la cena iniziano le manovre di avvicinamento. Non ci volle molto per ritrovarci avvinghiati ad esplorarci in un intreccio animalesco di corpi, mani e bocche. Un’intesa immediata, un incastro perfetto.
Ci siamo frequentati per parecchi mesi, poi come tutte le storie che si basano esclusivamente sul sesso, ad un certo punto, come sono iniziate, finiscono. Anche le storie pervase da più nobili sentimenti a volte finiscono, ma lasciano sempre un retrogusto un po’ amaro, nel migliore dei casi.
Ti perdi di vista, semplicemente. E continui a fare la tua vita. Senza rimpianti.
Se non che, adesso io lavoro vicino alla palestra di B.
Che l’anno scorso, per caso, ho incontrato.
Baci, abbracci, come stai cosa fai, io un cazzo, al solito. Ci siamo aggiornati sul numero dei rispettivi tatuaggi, lui ha avuto una compagna, ci ha fatto un figlio, si sono separati, adesso stava frequentando una tipa, fuoco e fiamme cazzi e mazzi, patapim, patapam...
Un mese fa stavo rientrando in ufficio dalla pausa.
Arrivo all’incrocio con la palestra e me lo trovo davanti. Passano gli anni, ma continua ad avere una faccia da schiaffi fantastica. Mi dice che è tornato indietro per vedere chi fosse la proprietaria di quelle tette. Ovviamente ero io. E parte l’amarcord di come ci eravamo divertiti e di come gli sarebbe piaciuto divertirsi ancora. Si ricorda di come fossi "scatenata". Gli dico che forse si sta confondendo con qualcun altra, ma siccome farmi pregare non è la mia missione nella vita, gli dico semplicemente: “quando vuoi!”.
Rimane quasi sorpreso dalla mia risposta, e si mette a ridere. 
Voleva il lunedì successivo. Nuova casa, bella, luminosa, spaziosa.
Caso vuole che non ci fosse la Champion’s League. Ma gli europei. E, mentre Shevchenko si esibiva in una doppietta di rara eleganza, anche noi, nel nostro piccolo, facevamo la nostra porca figura.
Erano passati secoli dall’ultima volta che ci siamo “visti”. Ma continuiamo ad incastrarci alla perfezione.
A volte capita che la minestra, se la riscaldi, assuma un gusto più intenso.


17 luglio 2012

cose che non capisco

Non in senso assoluto, sia chiaro. 
Che non mi basterebbe una vita a comprenderle.
Comunque, collegandomi al fatto che ho il vizio di iscrivermi un po’ a qualunque cosa che non sia una festa dei focolarini o feisbuc, alcuni mesi orsono mi sono iscritta a twitter. O tuitter, per parlare come mangio. 
Non capendo nemmeno bene come funzionasse né a cosa servisse. 
Credo di aver capito come funziona, visto che in vacanza l’ho usato per twittare alcune foto e per tenermi in contatto con G.
Poi ho iniziato a seguire qualcuno, gente nota ed emeriti sconosciuti. 
Durante gli europei mi sono fatta anche parecchie risate, lo ammetto.
Da lì a dire che ho capito a cosa serva, ecco, siamo ancora lontani. Anzi, dubito seriamente di riuscire a scoprirlo. Temo che la demenza senile me lo impedirà del tutto. 
Ma, in questo tripudio di ignoranza, ci sono due cose che, su tutte, mi sutpiscono più delle altre: 
  • Ogni volta che ricevo una mail di notifica in cui mi viene comunicato che Tizio ha iniziato a seguirmi mi chiedo per quale motivo, perché davvero, fatico a comprenderlo. 
  • Tutte le volte che accedo al mio profilo, fra la gente che “potrei seguire”, c’è sempre, in pole position, Andrea Stramaccioni. Qua so che in parte è colpa mia. Ho degli interisti in famiglia. Non posso farci niente. Ma chi glielo dice al signor tuitter che a me di sapere cosa fa stramaccioni non me ne stracatafotte nulla?

13 luglio 2012

...

Racconti di viaggio _ Rennes



21 giugno. Estate.
Per non farci mancare nulla, le previsioni danno pioggia. Decidiamo di dedicare la giornata alla visita di Rennes, perché pensiamo che, sotto la pioggia, sia meglio visitare una città piuttosto che una scogliera. Arriviamo a Rennes sotto la pioggia, e decidiamo di lasciare l’auto in un parcheggio sotterraneo. Qua al sabato si tiene un mercato fra i più estesi di tutta la zona, che sarebbe sicuramente piacevole visitare, visto che io adoro i mercati. Peccato che oggi sia giovedì, niente da fare. Ci dotiamo di ombrello e ci dirigiamo all’ufficio turistico, per recuperare una piantina della città, e, dopo una doverosa sosta ai bagni, partiamo alla scoperta di Rennes.





E’ una città viva, piena di giovani e di locali, in gran fermento perché oggi in Francia si celebra la festa della musica, e, nonostante la pioggia, in ogni piazza stanno allestendo i palchi per stasera. Ogni tanto sembra che voglia smettere, poi ricomincia. E’ una pioggerellina fine, abbastanza fastidiosa, ma non al punto da dover tenere aperto l’ombrello, almeno per i miei standard. Camminiamo lungo le vie pedonali, entriamo nelle chiese, ci fermiamo ad osservare i monumenti, le vecchie case tutte storte, e, se la giornata fosse migliore, probabilmente ci regaleremmo una passeggiata nel parco. Sono passate le 13.30 e decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa. Probabilmente è già troppo tardi, perché in un paio di locali ci rimbalzano in allegria. Per fortuna qualcuno disposto a sfamare queste due fanciulle patite lo troviamo. 

Quando ordino una tartare il cameriere mi fa vedere che è quella che sta mangiando il ragazzo spagnolo seduto al mio fianco, probabilmente pensando che non sapessi cosa stavo ordinando. Sfodero il mio sorriso delle grandi occasioni e alzo il pollice in segno di approvazione. Lui ricambia il sorriso, soddisfatto. Ce la prendiamo comoda, dal momento che ci sembra che il locale non stia per chiudere. 
Arrivano le nostre birre, poi i nostri piatti. Mi concedo l’ennesimo inutile caffè. Nonostante sappia che è una partita persa in partenza, io ci provo tutti i giorni. 
Riprendiamo a girare per la città, entriamo anche in un po’ di negozi, tanto abbiamo tutto il pomeriggio a disposizione. 
Mentre stiamo andando via, verso le 17.30, esce il sole, sfacciato. Nei dehor dei bar ci sono già i dj-set, i suoni si rincorrono da un locale all’altro, mischiandosi e confondendosi fra loro. 
Arriviamo a Dinan, troviamo parcheggio abbastanza facilmente e, camminando lentamente per la strada che ci porterà al ristorante ci fermiamo ad ascoltare un trio che suona dell’ottimo blues, un distinto signore che, accompagnato dalla chitarra acustica sta cantando Space Oddity, davanti alla cattedrale c’è la banda, ma sembrano ancora lontani dal trovare il momento giusto per iniziare a suonare. Nel cortile di un palazzo c’è un coro, mentre, nella piazzetta, un gruppo di ragazzi giovani sta seviziando basso chitarra e batteria, acclamati da un nutrito gruppo di fan. Decidiamo che fanno troppo casino per i nostri gusti e ci spostiamo nella via parallela, dove un gruppo un po’ più maturo sta suonando dei pezzi in stile Ramones. Ci fermiamo ad ascoltarli. Sono bravi. Ma, siccome si è fatta l’ora di cena, ci dirigiamo curiose verso Les 3 Lunes

11 luglio 2012

Racconti di viaggio _ da Dinan a St.Malo

Giornata calda. 
Per queste zone, naturalmente. E’ il 20 giugno, si mormora che domani da qualche parte inizi l’estate. Qua sembra primavera, per come la intendiamo noi. 
Mattina dedicata alla visita di Dinan, iniziata salendo sulla torre dell’orologio per goderci la vista della città dall’alto, e conclusa scendendo fino al fiume passando da una via con una notevole pendenza, lastricata di pietre.  Belle, levigate, scivolosissime. Da asciutte. Figurati quando piove.

Peccato che dopo la discesa, dovendo recuperare l’auto in alto, bisognasse affrontare pure la salita. Stavolta attraverso un comodo sentiero che si inerpica sulla collina. Mi stupisco sempre un po’ quando alla fine di un percorso in salita sono ancora in grado di parlare  senza ansimare come un mulo con l’enfisema. E, ovviamente, mi compiaccio con me stessa. Ma con moderata compostezza.

Lasciamo Dinan per andare a St.Malo. 
Che, essendo stata interamente ricostruita dopo essere stata rasa al suolo dai bombardamenti nel 1944, mi ha un po’ deluso. L’ho trovata… artefatta. La cosa mi ha turbato così tanto che per superare il trauma ho deciso di dedicarmi allo shopping sfrenato. Con ottimi risultati, aggiungerei.
Abbiamo cenato in una crêperie con terrazza panoramica. Delicata galette aux Saint Jacques et poireaux (ma quanto me la tiro? Una crepe con le capesante e i porri, suvvia!), immancabile litrozzo di sidro, e via andare… Il cameriere aveva in dotazione un paio di occhi azzurri mica da ridere. Peccato che sia lui sia i suoi colleghi, per via che St.Malo era la città dei corsari, fossero abbigliati come il fratello scemo di Jack Sparrow.
Che s’ha da fa’ pe’ campà!

10 luglio 2012

Racconti di viaggio _ da Quimper a Dinan

Dopo una notte un po’ movimentata, nel senso che la bionda mi è stata male, al mattino la situazione sembrava tornata alla normalità, e, dopo aver tentato inutilmente di fare colazione e aver fatto due passi per il centro di Quimper, ce ne siamo andate. Abbiamo deciso di fare una deviazione “fuori programma” verso Pointe du Raz, visto che l’avevo promesso al dottor Piazza, e io le promesse le mantengo!Siamo arrivate lì che erano circa le 10, i bar e i negozietti di souvenir stavano aprendo. Diciamo che i ritmi da queste parti non sono propriamente “nordici”, ecco. Dopo aver pagato SEI fottutissimi euro di parcheggio, tariffa fissa, sia che tu ci stia 10 minuti sia che tu decida di accamparti lì tutto il giorno, ci siamo spinte fino al faro. Circondate da gruppi di anziani in gita, abbassavamo drammaticamente l’età media. Prima di partire ci siamo fatte un caffè, e, dopo aver fatto capire alla gentile addetta al parcheggio che 50 meno 6 fa 44, e che dal resto che mi aveva dato, tutto in monete da 2 euro, (levenisseilcagottoasinghiozzo) mancavano ancora 10 euro, abbiamo abbandonato quel luogo ameno, per dirigerci verso uno dei numerosi enclos paroissiaux(*) della zona, quello di Saint-Thégonnec.
Abbiamo pranzato in una trattoria del paese, che sembrava il classico luogo di sosta dei camionisti. Infatti le porzioni erano decisamente abbondanti, con tanto di antipasto a buffet. Abbiamo mangiato dignitosamente e poi, dopo aver visitato il complesso parrocchiale, ci siamo spostate a Ploumanac'h. Abbiamo ignorato bellamente il centro abitato, per visitare la scogliera della Pointe de Squewel con le formazioni rocciose in granito rosa. La cosa bella di muoversi in questo periodo è che in ogni posto visitato finora non c’è mai calca, i parcheggi sono semi-deserti e riesci a fare delle fotografie senza che vengao riempite da miriadi di turisti vestiti malissimo. Ma perché uno quando è in vacanza si deve necessariamente conciare come un deficiente? Scusate, ma ogni tanto la merdosa snob che alberga in me prende il sopravvento.
Abbandonata la scogliera facciamo tappa a Tréguier, paesino delizioso, con un’imponente cattedrale. Peccato che il sagrato sia adibito a parcheggio. Visitiamo il chiostro e, pervase da un misticismo senza eguali, con l’app di booking.com prenotiamo l’albergo a Dinan. Prima di raggiungere la nostra destinazione facciamo un’altra deviazione alla volta di Plougrescant, per visitare gli affreschi naif nella piccola chiesa del paese. Ma quando arriviamo è già chiusa. Ci accontentiamo di osservare il bizzarro campanile storto, e via, verso il nostro albergo.

Che si trova a 3 km da Dinan, in mezzo ai campi. Un posto incantevole, comodissimo per gli spostamenti. Dopo aver preso possesso della nostra stanza siamo andate in città per la cena, qui.

(*) I cosiddetti enclos paroissiaux (“recinti parrocchiali”) rappresentano una peculiarità dell'architettura e dell'arte cristiana della Bretagna, che si trova soprattutto nel Finistère : si tratta di complessi parrocchiali recintati, frutto dell'opera di vari artisti realizzati in granito (specie in kersantite o pierre de kersanton, un granito scuro) tra il XVI e il XVIII secolo attorno ad un cimitero e costituiti solitamente, oltre che dal recinto e dallo stesso cimitero, da un arco trionfale, da una chiesa, da una cappella funeraria, da un ossario e da un calvario.Prendono il nome dall'enclos, ovvero dal recinto in pietra che circonda il complesso e che serviva per separare lo spazio sacro dall'esterno, vale a dire lo spazio profano.Complessi religiosi di questo tipo sono molto numerosi in Bretagna: ne esistono una settantina soltanto nella Bassa Bretagna. Tra i complessi parrocchiali bretoni più famosi, figurano quelli di Guimiliau, di Lampaul-Guimiliau, di Plougastel-Daoulas e di Saint-Thégonnec nel Finistère settentrionale, di Pleyben nel Finistère meridionale e di Guéhenno nel Morbihan.

Pointe du Raz

9 luglio 2012

Racconti di viaggio _ da Carnac a Quimper

Colazione in una boulangerie-patisserie del paese e partenza per Port-Aven. Minuscolo paesino sulle rive dell’Aven che tanto ispirò pittori come Paul Gauguin e Paul Sérusier, ci ha visto protagoniste di una romantica passeggiata per i boschi, lungo la via dei mulini (ad acqua), dove frotte di artisti trovarono ispirazione per le loro opere. Arrivate al terzo mulino io e la bionda ci siamo guardate con il migliore dei nostri sguardi languidi e, totalmente ispirate, ci siamo dette: “Torniamo indietro?” 
Dopo anni di viaggi in coppia, io e la bionda siamo perfettamente allineate (da non confondere con “in linea”) ed è davvero raro che ci si trovi in disaccordo su qualcosa. Quindi abbiamo concluso la romantica passeggiata nel bosco e ci siamo dedicate al paese che, essendo il luogo in cui è nata la “scuola di Pont-Aven”, movimento postimpressionista a carattere simbolista, è disseminato di gallerie d’arte e studi di pittori più o meno dotati. Ma non solo. 
Il paese, con mio sommo dispiacere, pullula anche di biscottifici. Siccome né io né la bionda possiamo permetterci di acquistare opere d’arte, ci siamo buttate sul biscotto. E il biscotto, che in fondo è buono, si è buttato sui nostri fianchi, ma questo mi pare superfluo (come i chili) da aggiungere. Dopo aver completato gli assagg la visita, ci spostiamo a Concarneau. 


Si tratta di un piccolo borgo con il centro storico (ville-close) racchiuso in una cittadella fortificata, sul mare. E’ così dannatamente ordinato e pulito da sembrare finto. E forse un po’ lo è, essendo disseminato di negozietti di souvenir. La cosa non ci ha turbato più di tanto, e dopo aver depredato la Conserverie Courtin, siamo andate a pranzo in un ristorante scelto al volo, dopo aver scoperto che quello che ci ispirava indicato sulla Lonely Planet non esisteva più, o non esisteva più a quell'indirizzo.
Il tempo era mite, abbiamo addirittura pranzato all'aperto. Sulle sedie comunque, per ogni eventualità, c’erano le coperte di pile… E i camerieri erano (inutilmente) uno più affascinante dell’altro. 
Lasciata Concarneau ci siamo spostate a Quimper. Appena arrivate siamo andate all'ufficio del turismo per farci consigliare un hotel dotato di parcheggio. Per pura combinazione avevamo parcheggiato 50 metri dopo l’ingresso del garage. Ma questo l’abbiamo scoperto soltanto dopo, quando, in una via a senso unico, mi sono esibita in un’impropria retromarcia per entrarci, visto che non avevo nessuna intenzione di circumnavigare la città… L’hotel, visto da fuori, è discretamente brutto, ma gode di una posizione invidiabile: attraversi la strada e sei nella piazza della cattedrale di Saint Corentin. Il centro storico è un piccolo gioiellino di vicoli e case a graticcio, ogni scorcio sembra un quadro impressionista. Camminiamo a lungo per le vie chiuse al traffico, godendoci il pomeriggio di sole. Per godercelo meglio, ci sediamo in un bar sulla piazza, in compagnia del nostro immancabile birrino…

Detachment

And never have I felt so deeply at one
and the same time so detached from myself
and so present in the world”.

Un film che inizia con una citazione di Camus, e termina con un passaggio di Edgar Allan Poe la dice lunga su quanto si rida durante il film.
Un po’ meno di niente, esatto.
Un film triste parecchio. Ma bello. Insomma, bello triste.
C’è Adrien Brody, tutto stropicciato e sexy.
Oh, a me quelli così, tutti un po’ stropicciati mi piacciono mica poco, che ci posso fare?
Dicevo, c’è Adrien Brody nel ruolo di Henry Barthes, professore di letteratura che si trova a prestare supplenza in una classe di un liceo pubblico frequentata da ragazzi “difficili”, seguiti da un gruppo di professori disillusi in una scuola che sta per chiudere.
La sofferenza antica di Henry, causa del suo atteggiamento distaccato nei confronti delle persone, riemerge in alcuni flashback durante le visite all’anziano nonno che, in seguito al suicidio della figlia, ha perso la lucidità.
L’incontro casuale con Erica, prostituta minorenne, e il suicidio di un’alunna che in una foto raffigura il professore come un uomo senza volto in una classe senza persone, probabilmente riusciranno a far breccia nella corazza di Henry, sgretolando quel muro che lui stesso ha costruito attorno a se, pensando che scivolare sulla superficie delle cose sia l’unica maniera per non affondare.
Nel cast ci sono anche Lucy Liu e James Caan, e il regista, Tony Caye, è lo stesso di American History X.

6 luglio 2012

Racconti di viaggio _ Da Nantes a Carnac passando per Vannes

Dopo aver abbandonato Nantes, siamo arrivate a Vannes. 
Paesino delizioso e temperatura gradevole. Parcheggiamo in una via che sembra abbastanza centrale, dove, essendo domenica, il parcheggio non si paga, e ci lanciamo alla scoperta del borgo. Il porto, con il camioncino dell’ostricaro ci accoglie. Iniziamo a girare per le vie del paese con la testa in su, per guardare le vecchie case a graticcio. Non c’è molta gente in giro, cosa che io apprezzo molto. 

A pranzo decidiamo di fermarci in un ristorante segnalato dalla Lonely Planet, che in anni e anni di onorato servizio non ci ha mai deluse. Scegliamo Côte et Saveurs da cui usciamo davvero molto soddisfatte. Abbiamo speso poco più che in pizzeria, mangiando piatti un po’ fuori dall’ordinario e soprattutto molto buoni. Decidiamo che il ruttino lo faremo in auto, e ci mettiamo in marcia verso Carnac, dove abbiamo deciso che dormiremo stanotte, dopo aver visitato gli allineamenti. Il paese è minuscolo, contiamo sul fatto che, essendo vicino ad un’attrazione turistica, offra delle sistemazioni alberghiere. Il primo hotel che incontriamo sembra barato. Scopriamo che in paese ce ne sono altri due. Uno ci sembra di qualità un po’ troppo elevata per i nostri standard, così scegliamo l’altro. Arriviamo, circumnavigandolo perché al mattino il paese aveva ospitato non so quale manifestazione e tutte le strade erano state chiuse, parcheggiamo in cortile ed entriamo nella reception. Il vuoto cosmico. Come essere nella mente di Flavia Vento, probabilmente. Suoniamo un campanello. Inutilmente. Poi, visto che in quanto a menti anche noi non scherziamo, ci accorgiamo di un cartello che avvisa di telefonare al numero xxxxxxxxxxxxx. Se già con l’inglese sono abbastanza ridicola, la mia conoscenza del francese è imbarazzante, coadiuvata da una pronuncia che definire terrificante è riduttivo. Con queste poco edificanti premesse, compongo il numero e mi esibisco nella prima (e spero ultima) telefonata in francese della mia vita. 
Incredibilmente dopo nemmeno 5 minuti arriva una signora, che ha addirittura capito che volessimo una camera e, sorridendo, ce ne assegna una mansardata, su due livelli, arredata con gusto, pulita e spaziosa. 
Abbandoniamo i bagagli e ci dirigiamo verso i siti degli allineamenti. 


Io – che sono ignorante come una capra e, a differenza delle capre, non son buona nemmeno per il formaggio – ho delle nozioni storiche approssimative, dove sumeri assiri fenici ittiti e chissà chi altri vivevano da qualche parte in qualche epoca, ogni tanto qualcuno scopriva qualcosa, e, visto che all’epoca non c’era quasi niente probabilmente faceva anche meno fatica, oppure non se ne rendeva conto. In ogni modo, per farla breve, di fronte a delle “costruzioni” di questo genere, io rimango totalmente affascinata. Oltre a chiedermi il perché il percome e il perquando. Il più delle volte non so rispondermi. 
Dopo aver visitato i siti di Menec, Kermario e non mi ricordo più l’altro, abbiamo raggiunto il gigante del Manio, attraverso una breve passeggiata nei boschi… e poi siamo andate a farci una birra in riva al mare. 



umorismo

L'umorismo serve a rendere più facile la vita, a smussare gli angoli, a farti capire che le cose importanti nella vita sono veramente poche, due o tre... e noi stiamo invece a discutere ed arrabbiarci sulle altre diciotto o ventimila. 

Bruno Bozzetto

3 luglio 2012

riassuntini

Dopo aver preparato una valigia approssimativa, infilandoci dentro a cazzo magliette maglioni pantaloni vestiti e pure un paio di costumi chenonsisamai, la poison recupera la bionda ed entrambe partono in direzione del traforo del Frejus. Dove scopro che il Fastpay® non se lo inculano di pezza e accettano solo o contanti o carte di credito. Attraversiamo il traforo stando attente a mantenere la distanza di sicurezza e i 70km/h. Radiotraforo ci informa di attenerci scrupolosamente alle istruzioni che ci sono state consegnate al momento del pagamento del pedaggio. Peccato che a noi non abbiano dato nulla. 
Usciamo dal tunnel.
Con un paio di soste tecniche in una decina di ore arriviamo a Nantes. O meglio, nella periferia di Nantes, dove il nostro lussuoso hotel da 40€ a notte ci attendeva. 



Essendo sabato sera non avevamo voglia di andare in centro, e abbiamo chiesto alla receptionist di indicarci un posto per andare a cena lì vicino. La ragazza, brillante, ci ha indicato una pizzeria, poi si è ricordata che eravamo italiane e si è scusata dicendoci “no, meglio di no!” e ci ha dirottate verso un Leon-de-Bruxelles, che credo sia come un McDonald delle cozze. Non nel senso che è frequentato esclusivamente da donne diversamente avvenenti. Anche se, dopo aver osservato buona parte della clientela, qualche dubbio mi è venuto. In ogni caso le cozze erano ottime. 
Domenica mattina, prima di abbandonare Nantes in direzione di Vannes decidiamo di fare due passi per la città. Anche perché si doveva fare colazione. Cosa che, in un qualsiasi paese italiano sarebbe un’operazione di facilità estrema, in quanto un bar aperto lo trovi un po’ dappertutto. In Francia (in quella zona della Francia, almeno) no. Vuoi perché era domenica mattina, vuoi perché l’abbinata caffè+brioches probabilmente non usa, ma, dopo aver camminato in lungo e in largo per le vie del centro ci siamo infilate nella prima (e credo unica) pasticceria che abbiamo trovato aperta. E voi starete pensando che magari era prestissimo. No, erano già passate le 9.00.