29 febbraio 2016

endioscaaagostu....poison!!!!

perchè, quando annunciavano il mejo film erano le 6.00 e la sua sveglia aveva iniziato - inutilmente - a suonare. 
E siccome la poison di professione non fa la sciampista, e al lunedì lavora, alle 8.15 entrava in ufficio. E adesso sogna il momento in cui rientrerà a casa per buttarsi nel letto. 


Ma vediamo un po' cosa è successo durante questa cerimonia, presentata da Chris Rock, e se le mie previsioni si sono avverate.
Ovviamente non tutte, ma qualcosa ho indovinato.
A cominciare dai premi per la sceneggiatura originale e non originale, andati rispettivamente a Il caso spotlight e a La grande scommessa.
Mad Max Fury Road, per cui avevo previsto il premio come trucco e parrucco, si è portato a casa il maggior numero di statuette di questa edizione, 6. Oltre a trucco e parrucco abbiamo: scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro e costumi.
Adesso, io non pretendo che Jenny Beavan, la costumista premiata, si presenti infighettata come Olivia Wilde, che non tutte c'hanno il fisico,  ma, minchia, l'avete vista? 




La mia composta reazione è stata questa:


I migliori effetti speciali vanno a Ex Machina, interpretato dall'ottima Alicia Vikander che si aggiudica, come da previsioni, il premio come miglior attrice non protagonista per il suo ruolo di Gerda in The Danish Girl. Anche il premio alla miglior attrice, Brie Larson per Room non sorprende, mentre il premio al miglior attore non protagonista è andato a Mark Rylance, per Il ponte delle spie. Non ho visto il film quindi non saprei dire, io avrei comunque preferito l'altro Mark candidato, Ruffalo, che interpretava, nel caso Spotlight, il giornalista Michael Rezendes, presente in sala. Il premio alla regia per Inarritu era scontato, mentre la vittoria come miglior film per Il caso Spotlight mi ha piacevolmente sorpreso. L'oscar come migliore attore a Leonardo Di Caprio era ormai inevitabile, anche se, in un mondo perfetto, Leo avrebbe dovuto vincere nel 2014 e Eddie Redmayne quest'anno. 
Ennio Morricone - emozionatissimo - ha vinto per la colonna sonora di The Hateful Eight, con buona pace dei Subsonica.
Miglior film "straniero" è stato l'ungherese "il figlio di Saul", mentre l'oscar al miglior documentario è stato per Amy, che è anche l'unico che ho visto. 

Di seguito tutti i premi (da Wikipedia) e, evidenziati, i pochi che ho azzeccato. 
Buonanotte.

Miglior film Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
Miglior regia Alejandro González Iñárritu- Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior attore protagonista Leonardo DiCaprio - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior attrice protagonista Brie Larson - Room
Miglior attore non protagonista Mark Rylance - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
Miglior attrice non protagonista Alicia Vikander - The Danish Girl
Migliore sceneggiatura originale Tom McCarthy e Josh Singer - Il caso Spotlight (Spotlight)
Migliore sceneggiatura non originale Charles Randolph e Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
Miglior film straniero Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)
Miglior film d'animazione Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen
Miglior fotografia Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior scenografia Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road
Miglior colonna sonora Ennio Morricone - The Hateful Eight
Miglior canzone Writing's on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) - Spectre
Migliori effetti speciali Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst - Ex Machina
Miglior sonoro Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road
Miglior montaggio sonoro Mark Mangini e David White - Mad Max: Fury Road
Migliori costumi Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
Miglior trucco e acconciatura Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
Miglior documentario Amy, regia di Asif Kapadia
Miglior cortometraggio documentario A Girl In The River: The Price Of Forgiveness - regia di Sharmeen Obaid-Chinoy
Miglior cortometraggio Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage
Miglior cortometraggio d'animazione Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas


27 febbraio 2016

le previsioni velenose
#oscar2016

Come ho già detto più volte, quest'anno arrivo davvero impreparata alla cerimonia degli oscar: Basta dire che tra gli otto film nominati io ne ho visti 4. A questo proposito colgo l'occasione per ringraziare sentitamente e pubblicamente l'impeccabile distribuzione italiana che ci farà vedere Room a cose fatte. Grazie. Grazie davvero.
Stronzi.


Anche quest'anno non sono stata invitata, ma anche quest'anno, come sempre, ci tengo a dire la mia su chi premierei io se fossi la signora Academy in persona. E ve lo dico in grassetto, evidenziandolo in rosso.
Candidature e vincitori
Miglior film
  • La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay
  • Il ponte delle spie (Bridge of Spies), regia di Steven Spielberg
  • Brooklyn, regia di John Crowley
  • Mad Max: Fury Road, regia di George Miller
  • Sopravvissuto - The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott
  • Revenant - Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu
  • Room, regia di Lenny Abrahamson
  • Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
Come ho già detto in tempi non sospetti, se dipendesse da me, darei l'oscar a La grande scommessa. Ma, siccome non di pende da me, questo non succederà.

Miglior regia
  • Lenny Abrahamson - Room
  • Alejandro González Iñárritu - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Tom McCarthy - Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
  • George Miller - Mad Max: Fury Road
Qua temo che Gonzalo vinca a mani basse. Per quanto mi piacerebbe che venisse premiato Miller, anche se non ho visto Mad Max.

Miglior attore protagonista
  • Bryan Cranston - L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Matt Damon - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
  • Leonardo DiCaprio - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Michael Fassbender - Steve Jobs
  • Eddie Redmayne - The Danish Girl
Se veramente quest'anno si sono decisi a dare il premio a DiCaprio  c'è da gridare allo scandalo. Soprattutto dopo aver visto Cranston e Redmayne, 

Miglior attrice protagonista
  • Cate Blanchett - Carol
  • Brie Larson - Room
  • Jennifer Lawrence - Joy
  • Charlotte Rampling - 45 anni (45 Years)
  • Saoirse Ronan - Brooklyn
Non ho ancora visto Room, ma ho visto tutti gli altri.
Quindi, Brie Larson tutta la vita.

Miglior attore non protagonista
  • Christian Bale - La grande scommessa (The Big Short)
  • Tom Hardy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Mark Ruffalo - Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Mark Rylance - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Sylvester Stallone - Creed - Nato per combattere (Creed)
Dico Ruffalo, perchè come sempre la sua interpretazione è sentita e appassionata.

Miglior attrice non protagonista
  • Jennifer Jason Leigh - The Hateful Eight
  • Rooney Mara - Carol
  • Rachel McAdams - Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Alicia Vikander - The Danish Girl
  • Kate Winslet - Steve Jobs
La Vikander, senza se e senza ma, anche se, per essere una danese degli anni 20, era un po' troppo abbronzata. Però la sua Gerda è fenomenale.

Migliore sceneggiatura originale
  • Matt Charman, Joel ed Ethan Coen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Alex Garland - Ex Machina
  • Josh Cooley, Ronnie del Carmen, Pete Docter e Meg LeFauve - Inside Out
  • Tom McCarthy e Josh Singer - Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Andrea Berloff, Jonathan Herman, S. Leight Savidge e Alan Wenkus - Straight Outta Compton
Migliore sceneggiatura non originale
  • Charles Randolph e Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
  • Nick Hornby - Brooklyn
  • Phyllis Nagy - Carol
  • Drew Goddard - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
  • Emma Donoghue - Room
Miglior film straniero
  • El abrazo de la serpiente, regia di Ciro Guerra (Colombia)
  • Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)
  • Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)
  • Theeb, regia di Naji Abu Nowar (Giordania)
  • A War (Krigen), regia di Tobias Lindholm (Danimarca)
Mustang, perchè è l'unico che ho visto.

Miglior film d'animazione
  • Anomalisa, regia di Charlie Kaufman e Duke Johnson
  • Il bambino che scoprì il mondo (O Menino e o Mundo), regia di Alê Abreu
  • Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen
  • Shaun, vita da pecora - Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
  • Quando c'era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī?), regia di Hiromasa Yonebayashi
Come sempre tiro a indovinare, perchè non ne ho visto nemmeno uno. Basta che non vinca Inside Out.

Miglior fotografia
  • Ed Lachman - Carol
  • Robert Richardson - The Hateful Eight
  • John Seale - Mad Max: Fury Road
  • Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Roger Deakins - Sicario
Nessuno mi ha colpito particolarmente, quindi... 

Miglior scenografia
  • Rena DeAngelo, Bernhard Henrich e Adam Stockhausen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Michael Standish e Eve Stewart - The Danish Girl
  • Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road
  • Celia Bobak e Arthur Max - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
  • Jack Fisk e Hamish Purdy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior montaggio
  • Hank Corwin - La grande scommessa (The Big Short)
  • Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road
  • Stephen Mirrione - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Tom McArdle - Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Maryann Brandon e Mary Jo Markey - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
Miglior colonna sonora
  • Thomas Newman - Il ponte delle spie (Bridge Of Spies)
  • Carter Burwell - Carol
  • Ennio Morricone - The Hateful Eight
  • Jóhann Jóhannsson - Sicario
  • John Williams - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
Miglior canzone
  • Earned It (Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio) - Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
  • Manta Ray (J. Ralph e Antony Hegarty) - Racing Extinction
  • Simple Song #3 (David Lang) - Youth - La giovinezza (Youth)
  • Til It Happens to You (Diane Warren e Lady Gaga) - The Hunting Ground
  • Writing's on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) - Spectre
L'unica che conosco è quella di Spectre. Che è pure brutta.
Mi astengo.

Migliori effetti speciali
  • Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst - Ex Machina
  • Andrew Jackson, Dan Oliver, Andy Williams e Tom Wood - Mad Max: Fury Road
  • Anders Langlands, Chris Lawrence, Richard Stammers e Steven Warner - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
  • Richard McBride, Matt Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer - Revenant - Redivivo (The Revenant)
  • Chris Corbould, Roger Guyett, Paul Kavanagh e Neal Scanlan - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
Migliori costumi
  • Sandy Powell - Carol
  • Sandy Powell - Cenerentola (Cinderella)
  • Paco Delgado - The Danish Girl
  • Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road
  • Jacqueline West - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior trucco e acconciatura
  • Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road
  • Love Larson e Eva Von Bahr - Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann)
  • Sian Grigg, Duncan Jarman e Robert A. Pandini - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Miglior documentario
  • Amy, regia di Asif Kapadia
  • Cartel Land, regia di Matthew Heineman
  • The Look of Silence, regia di Joshua Oppenheimer
  • What Happened, Miss Simone?, regia di Liz Garbus
  • Winter on Fire: Ukraine's Fight for Freedom, regia di Evgeny Afineevsky

Ovviamente come sempre, delle categorie di cui non capisco una fonchia, non parlo.
Delle altre, pur non capendoci una fonchia uguale, parlo lo stesso.

26 febbraio 2016

The hateful eight

No, non sono fra quelli che hanno affrontato la trasferta verso l'Arcadia di Melzo per la visione della pellicola nello splendore dei 70mm, lo ammetto. In compenso me lo sono goduta in lingua originale, che è sempre meglio di niente.
E no, non sono nemmeno fra quelli che venerano Quentin Tarantino in maniera assoluta, totale e globale, perché, come dico da un pezzo, sono troppo vecchia per queste stronzate.
Il fatto che Reservoir Dogs potrebbe figurare in un fantomatico elenco dei miei film preferiti di sempre è del tutto casuale. 
Resta il fatto che quando esce un film del ragazzaccio di Knoxville la curiosità c'è, e la voglia di scoprire cosa ha combinato anche, ergo, si va in sala immediatamente (o quasi).
Considerata la durata del film (187' la versione integrale, 167' quella per i poracci) abbiamo deciso di vederlo ad uno spettacolo pomeridiano, come si addice alle vecchiette come me. 
Ho letto un po' ovunque che questo è un Tarantino "maturo". Lasciatemi dire echissenefrega. Se avessi voluto vedere l'opera di un regista maturo avrei recuperato O Velho do Restelo che Manoel de Oliveira ha girato nel 2014, alla tenera età di 106 anni. Io Tarantino lo voglio cazzaro, non maturo.


Detto ciò, resta il fatto che ho (comunque) apprezzato The Hateful Eight, che, in estrema sintesi ricorda 10 piccoli indiani che incontrano Le iene. Nella prima parte del film se ne dicono di ogni. Per poi (molto poi) passare ai fatti, tutti contro tutti che fai fatica a capire chi sono i buoni (ammesso che ce ne sia qualcuno) e chi sono i cattivi (tutti, in pratica), in un film che ci mostra il Tarantino più politicamente esplicito.
Adesso vi racconto anche qualcosa della storia, che potete tranquillamente evitare di leggere, tanto ormai la conoscono anche i morti, e che, come consuetudine, è suddivisa in capitoli.
Inizio con il presentarvi gli odiosi otto:
Kurt Russell as John Ruth aka "The Hangman"
Samuel L. Jackson as Major Marquis Warren aka "The Bounty Hunter"
Jennifer Jason Leigh as Daisy Domergue aka "The Prisoner"
Michael Madsen as Joe Gage (Grouch Douglass) aka "The Cow Puncher"
Tim Roth as Oswaldo Mobray (English Pete Hicox) aka "The Little Man"
Walton Goggins as Sheriff Chris Mannix a.k.a."The Sheriff"
Bruce Dern as General Sanford "Sandy" Smithers aka "The Confederate"
Demián Bichir as Bob (Marco the Mexican) aka "The Mexican"



Una diligenza attraversa le piste innevate del Wyoming (io adesso ve lo dico, al prossimo film con la neve mi alzo ed esco dalla sala, che tra the reventant, the end of the tour e questo, dei paesaggi innevati inizio ad averne abbastanza), a bordo ci sono John Ruth il boia che sta portando Daisy Domergue la prigioniera a Red Rock, . Lungo la strada. sotto una bufera di neve, incontrano il maggiore Marquis, vecchia conoscenza di Ruth, anch'egli diretto a Red Rock per riscuotere la taglia di tre criminali morti (a differenza di Ruth, che si è guadagnato il suo soprannome perché i suoi prigionieri - come appunto Daisy - li consegna sempre vivi).
Pensando che Marquis sia d'accordo con Daisy, inizialmente Ruth diffida, poi si lascia convincere, a patto che Marquis consegni le armi al cocchiere.
La tormenta non accenna a placarsi, e la diligenza, dopo aver percorso qualche miglio, incontra un altro uomo sotto la neve. Si tratta di Chris Mannix, figlio di un rinnegato del Sud, che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock, e anche lui troverà posto sulla diligenza.
A causa dell'imperversare della bufera di neve, lo strano gruppo dovrà far tappa all'Emporio di Minnie.
Quando arrivano non trovano né Minnie né il marito Sweet Dave ma un tizio messicano che afferma che Minnie è andata a trovare sua madre e gli ha lasciato l'emporio in gestione, più altri tre loschi figuri di cui non si sa nulla.
Ha inizio una vera e propria battaglia psicologico/verbale, in cui ognuno dei presenti nella stanza cerca di scoprire qualcosa in più dell'altro, con provocazioni continue di stampo storico-polistico-razziste e anche un po' ... lo dico? cheduemaroni, ecco, l'ho detto, poi, ad un certo punto, si aprono le danze, il sangue inizia a scorrere a fiumi, e non ce n'è davvero più per nessuno. 
Gli attori, dal primo all'ultimo, sono in stato di grazia, Samuel Jackson e Walton Goggins su tutti. 
E, fra pompini interraziali nella neve e simbolici angeli impiccati, si esce dalla sala (comunque) soddisfatti.

E se per caso vi state chiedendo perché il boia e la prigioniera si stanno divertendo così tanto, non è per la lettera di Lincoln, ma perchè hanno appena letto questa cosa su facebook:



24 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti

Per fortuna, grazie alla mia memoria da pesce rosso, quando ho deciso di andare a vedere "Perfetti sconosciuti", ho rimosso il (grave) fatto che Paolo Genovese fosse lo stesso regista di "Tutta colpa di Freud", perché altrimenti, tracotantemente ripiena di pregiudizi, avrei sicuramente snobbato la visione. 
E invece, a volte, essere rincoglionite aiuta. Perché "Perfetti sconosciuti" parte come un'innocua commedia per trasformarsi in un vero e proprio gioco al massacro. 
La locandina del film riporta una frase di Gabriel Garcia Marquez: "ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta". E, siccome questa è una cosa che vale (più o meno) per tutti, quando la vita segreta viene a galla "succede un macello che aiutami a dir macello" (cit.)


Nel cast abbiamo Edoardo Leo, Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston, Alba Rohrwacher, Marco Giallini, Kasia Smutniak e Anna Foglietta. Il film si svolge interamente in interni, se si escludono le brevi uscite sul balcone per ammirare l'eclissi di luna, durante una cena a casa di Eva e Rocco (Smutniak e Giallini) che hanno invitato gli amici "storici": Cosimo e Bianca (Leo/Rohrwacher), Lele e Carlotta (Mastandrea/Foglietta) e Peppe (Battiston), la cui ultima fiamma, Lucilla, che nessuno degli amici ha ancora conosciuto, non ha potuto partecipare perché malata. 
Tra un bicchiere di vino e una battuta ad un certo punto Eva chiede agli amici di fare un gioco: mettere tutti i cellulari sul tavolo, rispondendo alle chiamate che riceveranno in vivavoce, facendo vedere i messaggi ricevuti e cosi via, perché sostiene che i cellulari sono diventati una specie di scatola nera per la vita di ognuno di noi.
E così, in un misto di indifferenza, riluttanza e preoccupazione, tutti accettano, al grido "ci conosciamo da sempre, non abbiamo segreti!" ma, man mano che la cena prosegue, ad ogni squillo, ad ogni notifica, ad ogni vibrazione, si scoprono cose più o meno imbarazzanti, che si tratti di piccole bugie innocenti, telefonate del capo, dell'ex fidanzato o dell'amico virtuale, scoprendo in questo modo che i segreti ci sono eccome.
Man mano che la cena prosegue la tensione aumenta, perché il gioco ha spezzato ogni equilibrio, e tutti i commensali scoprono loro malgrado i loro altarini, mostrando chi debolezze, chi meschinità, chi mentalità retrograde e intolleranti, tra continui colpi di scena ed equivoci in cui sono davvero in pochi a salvarsi. 


23 febbraio 2016

The end of the tour

Ho iniziato a leggere David Foster Wallace una ventina di anni fa, e, il 29/05/2007, sul mio vecchio blog (si capisce che è vecchio dalla grandezza piccolezza del carattere), pubblicavo questo post qua:

DFW

Post n°332 pubblicato il 29 Maggio 2007 da poison.dee
ovvero david foster wallace, uno dei miei scrittori preferiti. ho letto parecchi suoi libri, iniziando da “la ragazza con i capelli strani”, proseguendo con “una cosa divertente che non farò mai più", a cui inevitabilmente ho dovuto aggiungere “tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)", “brevi interviste con uomini schifosi", "verso occidente l'impero dirige il suo corso", "la scopa del sistema" e considera l'aragosta”.e qua ci sta benissimo il solito “e a me quanto pensi che possa fregare da 1 a 10? minimo meno 8”. comunque oggi, mentre mi godevo la pausa lunga di 2 ore e mezza sono entrata in libreria. stranamente sono uscita senza acquistare nulla, cosa che credo non sia mai avvenuta. anche questa volta – come faccio da mesi - ho preso in mano INFINITE JEST, opera del dfw di cui sopra, un tomo di 1300 pagine più le note, al considerevole prezzo di € 24.00. mi attira, perché come già detto il suo stile mi piace, ma nello stesso tempo mi spaventa. perché 1300 pagine sono tante. sono troppe.
domanda: qualcuno ha letto questo libro ed è pronto a caldeggiarne l’acquisto?
Il libro l'ho poi comprato, ma, a distanza di quasi 10 anni non l'ho ancora letto. E, a questo punto, non so nemmeno se riuscirò mai a farlo. Considerando l'impegno che ci sto mettendo nel non leggere un cazzo, direi che posso farcela, a non leggere nemmeno Infinte Jest.
In compenso, appena è uscito The End of the Tour, mi sono precipitata in sala a vederlo.



Per la visione di questo film non è necessario aver letto alcunché di DWF, in quanto l'incontro tra due personalità diverse, ma per qualche verso nevroticamente simili, rende la storia universale e fruibile a chiunque, perchè di fatto, il film racconta di quanto David Lipsky, che lavorava al Rolling Stone, riuscì a farsi mandare a seguire il tour promozionale che David Foster Wallace stava tenendo per Infinite Jest, romanzo che lo aveva reso famoso, nonché scrittore di culto, definito dal New York Times "la mente migliore della sua generazione".
Lipsky passò quasi una settimana con lo scrittore, L'intervista non venne mai pubblicata, e Lipsky l'ha trasformata nel libro "Come diventare se stessi", da cui è stato tratto questo film. Che ovviamente ha fatto storcere il naso alla David Foster Wallace Literary Estate, che ha dichiarato che il buon David non avrebbe mai voluto che venisse realizzato un biopic sulla sua vita. 
Sti cazzi, aggiungerei io.
Nel ruolo di Lipsky troviamo il sempre valido Jesse Eisenberg, mentre Jason Segel - che ha girato più di una ventina di film e di cui io ignoravo totalmente l'esistenza - interpreta, molto bene tra l'altro, DFW. 
Il film parte dal momento in cui si diffonde, nel settembre del 2008, la notizia del suicidio dello scrittore. Lipsky viene avvisato telefonicamente dell'accaduto, e riascoltando i nastri che aveva registrato all'epoca dell'intervista, nel 1996, partono i ricordi, dal momento in cui lui ottiene l'intervista e si mette in viaggio verso la casa di Wallace, e da lì seguirà lo scrittore in giro per gli States, mentre l'iniziale diffidenza reciproca si trasforma in qualcosa che sembra quasi amicizia.


"Arriva un giorno in cui realizzi che,
al crescere del numero delle persone
che ti credono un grande, cresce in 
proporzione diretta la tua personale
sensazione di essere un bluff".

17 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

(a dire il vero, essendo ambientato a Roma, più che altro lo chiamavano Ggigg Robbò, ma fa lo stesso....)

Lunedì sera, io e un po' di altre persone, in una sala gremita, abbiamo assistito all'anteprima torinese (il film è stato presentato alla festa del cinema di Roma nell'ottobre scorso) del primo lungometraggio diretto da Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot, interpretato, oltre che dall'ottimo Claudio Tantaroba Santamaria, da un bravissimo Luca Marinelli (che dopo Non essere cattivo offre un'altra splendida interpretazione) e da una sorprendente Ilenia Pastorelli, al suo esordio cinematografico dopo il GF12.
Ero molto curiosa, date tutte le recensioni positive lette e sentite in giro dopo la proiezione di Roma, e non vedevo l'ora che arrivasse in sala. L'occasione di vederlo una manciata di giorni prima (uscirà nelle sale il 25 febbraio), con la presenza di Gabriele Mainetti e Claudio Tantaroba Santamaria in sala è pure gratis è stata una bella fortuna. Quindi ringrazio la Tiz, accaparratrice anche del mio ingresso omaggio. 


Non so se dalle mie parole traspare la mia lieve ammirazione per Claudio Tantaroba Santamaria. In ogni caso, in questo film ha messo su 20 kg, quindi nessuno potrà contraddirmi, in quanto è tantaroba per davvero (davero).


Definire Lo Chiamavano Jeeg Robot un film di "supereroi" è riduttivo, oltre che fuorviante, dato che Enzo Ceccotti è un delinquente da quattro soldi di Tor Bella Monaca, che quando si rende conto di essere diventato fortissimo e indistruttibile la prima cosa che fa è andare a scassinare sradicare un bancomat a mani nude, e di eroico nella sua esistenza, a parte sopravvivere, c'è davvero (davero) ben poco. 
Ma andiamo per ordine.
Enzo, come abbiamo detto, è un delinquente di poco conto, vive in un appartamento che al confronto Abu Ghraib sembra il Ritz-Carlton, si nutre di budini alla vaniglia e guarda film porno (aiutami a dire fine intellettuale). Un giorno, inseguito dalla polizia, si butta nel Tevere, entra a contatto con una sostanza radioattiva e dopo aver passato una giornata demmerda a sputare bitume, siccome non muore ritorna alla sua vita come niente fosse.
Ovvero, andare con l'amico Sergio a fare un lavoretto semplice per lo Zingaro, che consiste nel recuperare - armati di Guttalax, scolapasta e spazzolino da denti - all'aeroporto due extracomunitari imbottiti di droga, ma il lavoretto semplice diventa più complicato del previsto e a Enzo toccherà, suo malgrado e controvoglia, occuparsi della figlia di Sergio,  Alessia, che ha "sbroccato" quando la madre è scomparsa e da allora non fa altro che guardare DVD di Jeeg Robot. E da lì a convincersi che Enzo sia Hiroshi Shiba in carne ed ossa destinato a proteggerla e a salvare il mondo, non ci vuol niente.
Peccato che lo Zingaro (Claudio Marinelli), che vuole fare un salto di qualità nel mondo della malavita e che per questo sta cercando di concludere un affare con un gruppo di narcotrafficanti napoletani, non avendo portato a termine il "lavoretto semplice" sia un po' nella merda e abbia bisogno di trovare i soldi. Il piano è pronto, l'assalto ad un portavalori, ma, visto che se qualcosa può andar male lo farà, il colpo fallisce,
Lo Zingaro è sempre più incazzato, i suoi uomini non lo ascoltano più, i napoletani gli stanno al culo e, come se non bastasse, tutti i suoi progetti non si realizzano per colpa del "rapinatore mascherato".





Non vi racconto altro per non togliervi il gusto durante la visione di questo film che, pur non essendo privo di difetti, riesce, con la sua ironia e i suoi personaggi grotteschi, a divertire e sorprendere.
Lo chiamavano Jeeg Robot è uno di quegli esempi che ti fanno credere (e sperare) che il cinema italiano, quando vuole, riesce a volare alto, appropriandosi di un genere che non gli appartiene ma che riesce a far suo in un sapiente lavoro in cui si amalgamano serietà e follia, perché bisogna essere dei pazzi furiosi per pensare ad un supereroe a Tor Bella Monaca, e bisogna essere fottutamente seri per crederci fino in fondo.
Gabriele Mainetti ha proposto per anni la sua idea, collezionando una serie di rifiuti, porte in faccia e risposte del genere ‘Non abbiamo i mezzi qui in Italia, ci costerebbe troppo‘, oppure ‘Il cinema di genere da noi non funziona. O fai film d’autore, o fai commedie‘. (da Wired)., ma, per fortuna non si è mai arreso.


15 febbraio 2016

La grande scommessa

So.che quello che sto per dire potrà sembrare strano, e sicuramente impopolare, ma, a mio parere, questo film merita l'oscar.
Ecco, l'ho detto.
Diretto da Adam McKay, regista, sceneggiatore, comico, attore, con un curriculum di commedie per la maggior parte interpretate da Will Ferrell, con questo film, che si basa sul libro di Michael Lewis The Big Short: Inside the Doomsday Machine, ha ottenuto quattro nomination ai prossimi (e imminenti) premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglio attore non protagonista a Christian Bale nel ruolo di Michael Burry, miglior scenografia non originale e miglior montaggio. 

vero                                                                                        falso
Non so - ovviamente - come fosse il vero Burry nella realtà, ma, vedendo Bale nel film, ho avuto l'impressione che il manager fosse affetto dalla sindrome di Asperger. Leggendo qua e là ho scoperto che a suo figlio la sindrome è stata realmente diagnosticata, e che Burry, leggendo un libro che descriveva i sintomi, si è reso conto che quei sintomi non appartenevano solo di suo figlio, ma anche a se stesso.
Quindi ci avevo visto bene.
In ogni modo il film - a parte Burry - si basa su altre persone realmente esistite e tuttora esistenti, che però non hanno autorizzato l'uso dei loro nomi: Jared Vennett, interpretato da Ryan Gosling nonché narratore della storia, è basato su  Greg Lippman, un trader della Deutsche Bank.
Ma di cosa parla in breve La Grande Scomnmessa? Parla di come un gruppo di persone si accorse, a partire dal 2005, ovvero con un abbondante paio d'anni di anticipo, di come l'economia che si basava sul mercato immobiliare statunitense era destinata a crollare ed implodere. Questo principalmente a causa dei famigerati mutui subprime, concessi a chiunque senza il minimo controllo. Come se io, che guadagno 1000 dollari al mese, chiedessi un mutuo la cui rata è di 950. Ovvio che non sarò mai in grado di pagarlo.
Il pregio del film è di spiegarci, in maniera il più semplice possibile un argomento decisamente ostico, e per farlo si avvale di siparietti in cui una splendida Margot Robbie immersa nella vasca da bagno sorseggiando champagne o una Selena Gomez al tavolo da gioco di un casinò, ci illustrano, come fossimo bambini di sei anni e anche un po' ritardati, come funzionano le cose.



Il primo a capire che il mercato è destinato a crollare è proprio Burry, che si rende anche conto che da questa situazione è possibile trarre profitti, scommettendo contro il mercato immobiliare attraverso un mercato di credit default swap.
Le banche a cui propone il suo progetto ovviamente lo prendono per pazzo, e, ridendogli in faccia, accettano la sua proposta. Di questa cosa viene a conoscenza un trader della Deutsche Bank (Jared Vennett) che, capendo che le intuizioni di Burry sono reali, informa un altro trader, Mark Baum, convincendolo ad unirsi a lui investendo a loro volta nei credit default swap. Anche due giovani ragazzi californiani vengono a conoscenza del piano di Vennett e, nonostante siano due perfetti outsider del mondo finanziario, vogliono entrare a far parte del progetto. Per farlo chiedono aiuto ad un banchiere ritiratosi da quel mondo, che accetterà di aiutarli, non esitando a far notare loro che stanno speculando sul destino della povera gente.


Come andarono a finire le cose lo sappiamo tutti, la Lehman Brothers dichiarò bancarotta, Goldman Sachs e Morgan Stanley, le altre banche d'affari coinvolte vennero salvate dalla FED, mentre le perdite, all'inizio del 2009 vennero stimate in qualcosa come 4000 miliardi, dollaro più, dollaro meno.
Alla fine non ha pagato nessuno, ma, in sostanza, abbiamo pagato tutti.



11 febbraio 2016

Torino 2006, 10 anni dopo


Ebbene sì, sono passati già 10 anni da quando Torino ospitò la ventesima edizione delle olimpiadi invernali.
Era il 10 febbraio del 2006 e un sacco di gente scoprì l'esistenza di Torino solo in quel momento, come ha giustamente scritto Massimo Gramellini sulla Stampa 
(...) in via Roma i giornalisti americani giravano con i doposci ai piedi, perché erano talmente all’oscuro di cosa fosse e dove stesse Torino che se l’erano immaginata in alta montagna come il Sestriere.(...)
In effetti pure io ricordo che quando capitava di incontrare qualche turista, e a volte si trattava di turisti e addirittura stranieri, si rimaneva piacevolmente sorpresi. 
Perché i turisti, a Torino, non li avevamo mai avuti. Perché Torino era per tutti, ma soprattutto per quelli che non ci avevano mai messo piede, una città "grigia" e "triste". 
Per carità, i gusti non si discutono, ma secondo me Torino era bella anche prima che se ne accorgessero tutti, perché non è che i suoi monumenti, i suoi musei, le sue piazze, i suoi palazzi li abbiano costruiti per le Olimpiadi, eh? C'erano già. 
Ma l'imprinting sabaudo ha fatto in modo che di tutte le sue bellezze Torino non si sia mai vantata, rimanendo invisibile al mondo. Che si è accorto della sua esistenza - appunto - solo 10 anni fa. E 10 anni dopo, i turisti stranieri sono diventati una presenza normale, e non li guardiamo più con l'aria stupita.


10 febbraio 2016

(David Bowie Day)

Siccome sono una cialtrona e non entro più nel blog collettivo da secoli [(magari i miei "colleghi" mi hanno anche levato l'accesso) (c'è da dire che quasi non entro nemmeno più nel mio)] ho scoperto che oggi, ad un mese dalla sua scomparsa, hanno deciso di omaggiare David Bowie.
E io?
Io no, perché non c'ero...
Ma, considerate alcune sue sue risposte al questionario di Proust (In quale figura storica si identifica di più? «Babbo Natale»), (Di quali parole fa un uso eccessivo?«L’aggettivo "ctonio" e il sostantivo "miasma), (Qual è la virtù che più apprezza in un uomo? «La capacità di restituire i libri»), (E in una donna? «La capacità di ruttare a comando»), si capisce che Bowie era dotato di un sense of humour sopraffino.
E quindi, con la puntualità che mi contraddistingue, ecco il mio (ir)rispettoso tributo,

2 febbraio 2016

Ti guardo

P r o b a b i l e   r i s c h i o   d i    s p o i l e r
Siccome sono una brutta persona, al termine della visione, mentre la bionda non più bionda liquidava il film con un laconico "alla fine Armando al povero Elder glielo mette in culo due volte" (amen) io mi domandavo, un po' perplessa, quali altri film ci fossero in concorso a Venezia, per far si che il leone d'oro lo vincesse questo "Ti guardo", primo lungometraggio del regista venezuelano Lorenzo Vigas. 
Ad oggi fra tutte le pellicole presentate in concorso alla 72ª mostra del cinema ho visto soltanto "per amor vostro", quindi non ho abbastanza elementi per comprendere il motivo della vittoria (e, se anche li avessi visti tutti, immagino non lo comprenderei lo stesso).
Intendiamoci, Ti guardo (titolo originale Desde allà) non è affatto un brutto film, lo si potrebbe definire "pasoliniano"  ma è pieno di non detti. Quelli che - a differenza mia - ne sanno di cinema direbbero che si tratta di un lavoro di sottrazione, io invece parlo semplicemente di "non detti".
Il protagonista è Alfredo Castro, una mia vecchia conoscenza, protagonista di uno dei film che ho più detestato negli ultimi anni, quel Tony Manero del regista cileno Pablo Larrain, di cui Castro è l'attore feticcio, presente in tutti i suoi (5) film. 
Qua però non siamo in Cile, ma in Venezuela, nello specifico a Caracas, dove vive Armando, uomo di mezza età, che cammina per le strade di una città che resta sfocata sullo sfondo, mentre si reca a trovare la sorella e le dice "è tornato". Si capisce che si riferisce al padre, e che la cosa non lo rende affatto felice. La sorella gli dice che sono passati tanti anni e che dovrebbe lasciar perdere e noi, per quel famoso lavoro di sottrazione, possiamo ipotizzare un passato di abusi. 
Armando vive da solo in una grande casa ed è oltre che sicuramente benestante, parecchio anaffettivo. Lo si capisce quando, adocchiato un ragazzo alla fermata del bus, lo segue sul mezzo, gli si siede vicino e gli mostra un rotolo di bolívar .
La scena si sposta a casa dell'uomo, che chiede al ragazzo di girarsi di schiena, togliersi la maglietta ed abbassarsi i pantaloni. Non lo tocca, si limita a guardarlo mentre si masturba.
E si presume che questa sia la quotidianità dell'uomo, fino al giorno in cui incontra Elder, che, arrivato a casa sua, si rifiuta di obbedire agli ordini e, dopo avergli dato del frocio lo colpisce forte con un soprammobile, ruba i soldi e lascia l'appartamento.
Inizia così una specie di gioco ossessivo tra i due, come gatto e topo, vittima e carnefice, dove sulle prime non è chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice, perché, inizialmente, ognuno approfitta dei bisogni dell'altro. Ma, quando Elder abbasserà la guardia ed inizierà a lasciarsi andare, provando una sorta di amore nei confronti dell'uomo e la frequentazione tra i due diventerà una specie di relazione, Armando mostrerà tutta la sua razionale freddezza.

Ti guardo è un film che sarebbe riduttivo liquidare e catalogare semplicemente come l'ennesima pellicola a tematica omosessuale, perché è molte altre cose, Armando non sfiora i ragazzi che abborda, mentre Elder all'inizio è totalmente disgustato dalla figura di quell'uomo, salvo poi affezionarsi, non si capisce se perché vede in lui il padre assente o se per reale attrazione, 
Come sempre la traduzione del titolo lascia alquanto a desiderare, perché traducendo Desde allà (Da lontano) con "ti guardo" si sposta completamente l'attenzione sull'azione, attribuendole una presunta quanto ininfluente, se non addirittura inesistente, morbosità, distogliendo l'interesse da quella "lontananza" affettiva, caratteriale e di classe sociale. 




1 febbraio 2016

AMY - The girl behind the name (recensioni tardive)

“Non penso che diventerò mai famosa. Non lo potrei reggere. Diventerei pazza”
Non sono mai stata una fan di Amy Winehouse. A dirla tutta non sono mai stata una fan di nessuno, se si esclude Renato Zero, ma ho smesso dopo Artide Antartide, era il 1981 e io avevo 15 anni. 
Ovvio che ci sono artisti che mi piacciono e che ascolto di più, altri di meno, altri che non conosco. Insomma, di musica non capisco una minchia, e non ne ho mai fatto mistero. E se state per dire che non capisco una minchia nemmeno di cinema, posso dire che è vero anche quello, ma fa lo stesso.
In ogni modo quando è arrivato in sala, mesi e mesi fa, sono andata a vedere Amy, perché comunque mi interessava.
Nel documentario, diretto da Asif Kapadia, ci sono filmati di repertorio e altri inediti, e si assiste ad un costante assedio dei paparazzi che seguono costantemente l'artista ad ogni sua uscita, in un epoca in cui gli smartphone non avevano ancora invaso il mondo, interviste ad amici veri, o presunti tali, al suo primo manager Nick Shymansky e ai due uomini che avrebbero dovuto amarla di più nella vita  (e che dal documentario non escono sicuramente bene): suo padre, Mitchell Winehouse, e Blake Fielder, l'uomo di cui Amy si innamorò al punto di pronunciare frasi come «Mi sono innamorata di una persona per la quale sarei morta»,o «Sento che in un certo senso l’amore mi sta uccidendo». I due si sposarono a Miami nel 2007, e sono in molti a sostenere che sia lui l'artefice della parabola discendente di Amy, che sia lui ad averla iniziata alla droga, all'autolesionismo e a tutto quanto sia servito per farla arrivare alla prematura morte, nel luglio del 2011, sola, nella sua casa di Camden, a Londra.
Amy Winehouse era una ragazza dotata di talento, ma troppo vulnerabile per poter reggere tutto lo stress che il successo comporta, e nessuno è riuscito a sentire in tempo il suo grido di aiuto, per quanto i campanelli di allarme avessero suonato più e più volte. Nemmeno il padre, con lei nei Caraibi nel 2008, quando l'artista stava cercando di disintossicarsi, che fa arrivare una troupe cinematografica per riprenderla nonostante lei fosse contraria.
E vederla sul palco di Belgrado nel  suo ultimo concerto, nel giugno del 2011, in cui quasi non si regge in piedi fa davvero male. 
La famiglia - soprattutto il padre - non ha apprezzato, trovando il film fuoriviante e pieno di falsità
E noi non sapremo mai qual è la verità della ragazza che diceva di non voler morire, ma che alla fine non è riuscita a vivere. 
Amy - The girl behind the name è candidato all'Oscar per il miglior documentario.




I don’t ever wanna drink again
I just ooh I just need a friend
I’m not gonna spend ten weeks
have everyone think I’m on the mend
It’s not just my pride
It’s just ’til these tears have dried
(Rehab, 2006)