26 agosto 2015

Cosa esce al cinema questa settimana?
La bella gente, ad esempio


Tranquilli, non ho intenzione di iniziare a scrivere pure io un post con le uscite settimanali, anche perché, a mio modestissimo parere, in giro ce ne sono già fin troppi e di uno in più non se ne sente davvero il bisogno. 
Ma per una volta farò un'eccezione, semplicemente perché, dopo APPENA 6 ANNI dalla sua realizzazione finalmente arriva nelle sale "LA BELLA GENTE", di Ivano De Matteo, che da queste parti si era fatto apprezzare parecchio anche con il successivo film del 2012, "Gli equilibristi".
Vidi il film al 27° Torino Film Festival, nel 2009 e la proiezione fu preceduta dalla presentazione del regista, con lui c'erano Antonio Catania, Elio Germano e Victoria Larchenko, e spiegarono appunto che il film - per motivi a me sconosciuti, ma probabilmente anche a De Matteo - non aveva trovato un distributore, e quindi ciao, bella (gente) ciao. 
Ma alla fine De Matteo ce l'ha fatta e il film, nonostante un leggerissimo ritardo (nel frattempo ha vinto il premio come miglior film al festival del cinema italiano di Annecy, oltre ad essere uscito in Francia dove è rimasto in sala per quattro mesi) finalmente "arriva" anche in Italia. 
Siccome è passato un po' di tempo, vi riporto (più o meno) quello che ne scrissi all'epoca, dopo la visione.

Parafrasando Lucio Dalla, si potrebbe dire "non so se hai presente una puttana progressista e di sinistra...". Qua abbiamo la puttana e anche la famiglia progressista e di sinistra, tutti bravi, belli e buoni fino al momento in cui le cose non diventano troppo personali, arrivando a spezzare gli equilibri e mostrando il lato oscuro della gente "per bene"...
La bella gente è un film che fa riflettere (e anche un po’ incazzare, diciamocelo) sull'ipocrisia e sul falso perbenismo di un certo tipo di persone. In breve: Susanna e Alfredo sono una copia di professionisti affermati, che vivono a Roma e trascorrono le vacanze nella loro casa in Umbria. Trasferitisi in campagna per le vacanze estive, mentre un giorno Susanna ritorna dal paese vede sul bordo della strada una giovane prostituta maltrattata da un uomo. E decide di “salvarla”, portandola a casa. Dopo il terrore iniziale Nadja capisce che i due la vogliono davvero aiutare, e accetta la loro proposta di ospitalità. La coppia, incurante del parere di Paola e Fabrizio, pacchianissima coppia di amici, inizia ad affezionarsi alla ragazza, fino al giorno in cui, per festeggiare il compleanno di Susanna, arrivano il figlio Giulio, con tanto di fidanzata Flaminia (simpatica come una palata di merda in faccia) e le cose iniziano a complicarsi. 

25 agosto 2015

Mission Impossible _ rogue nation

S p o i l e r   f r e e 

Ho visto il primo Mission Impossible, quello del 1996, poi il secondo, nel 2000. 
Sul terzo capitolo della saga, del 2006 ho dei dubbi, non so. Sono anche andata a rileggermi la trama su wikipedia, ma niente, zero. Non riesco davvero a ricordare se l'ho visto oppure no. 
So per certo di aver ignorato - chissà poi perchè? - bellamente il protocollo fantasma del 2011, ma per qualche strano motivo non vedevo l'ora di vedere la quinta missione impossibile di Ethan Hunt. 
Che a me ste baracconate senza un minimo di credibilità alla fine piacciono un sacco, mi diverto come un bambino. Ho pure la suoneria di Mission Impossible sul cellulare. 
Abbinata al numero del mio capo.
Cosa succede in questo Rogue Nation? Ma le solite cose, niente di che, Ethan Hunt deve salvare il mondo dal cattivo di turno, ma questa volta senza l'appoggio dell'IMF, ché Alan Baldwin Hunley dopo l'ultima missione - per intenderci quella in cui si vede Cruise vittima dell'overbooking costretto a penzolare appeso all'esterno di un Airbus A400M - ha deciso di chiudere baracca e burattini e trasferirsi con tutta la squadra alla CIA, mentre di Hunt, secondo William Brandt (Jeremy Renner) si sono perse le tracce.
Ma Hunt sta cercando di sgominare il Sindacato, e io - GIURO - mi aspettavo che da un momento all'altro sullo schermo si materializzasse Landini e invece a capo dell'organizzazione chi c'è? Solomon Lane, uno che ha la tipica espressione di quello a cui rode il culo dai tempi della gita di terza media. O semplicemente uno che assomiglia al cugino depresso di Paolo Bonolis (a cui, comunque, rode ugualmente il culo, sia chiaro).

Te lo do io il sindacato!!! 
Dopo essergli sfuggito a Londra, grazie all'aiuto di Isla Faust (sì. sembra una specie di imprecazione piemontese, ma che ne sanno gli americani?), la figa di turno che non capisci se oltre che bona è la buona che fa la cattiva o viceversa, seguiamo Hunt in giro per il mondo, fra Parigi, Cuba, Vienna, Marocco, e sicuramente qualche altro posto che al momento mi sfugge (il mio nome è Cruise: TomTom Cruise).
La trama come sempre è un contorno per assemblare scene spettacolari, dalla già citata sequenza iniziale sull'aereo al pestaggio con fuga nei sotterranei londinesi, per arrivare al Teatro dell'Opera di Vienna durante la Turandot, in cui il nostro eroe deve fronteggiare tre cecchini per cui tu non capisci chi spara a chi, quando e perchè, ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà!...  Ehm, no, questa è un'altra storia, per finire in apnea in Marocco, e, dopo essere quasi morto e defibrillato lanciarsi in uno spettacolare inseguimento in moto, motivo per cui l'autostrada di Marrakech è stata chiusa per due settimane tra Agadir e Tamansourt, e la National Highway Company of Morocco, che gestisce l'autostrada ha rilasciato un comunicato in cui si scusava con gli utenti per i disagi causati da questa interruzione del traffico...
Ovviamente non vi racconto come finisce - tanto lo sapete già - ma vi posso dire che mi sono divertita, ma non lo dite a Landini, per favore.
Tom Cruise è indubbiamente bravo, certe scene sono davvero impressionanti, sia che le abbia girate lui senza controfigura sia che le abbiano fatte con un playmobil a sua immagine e somiglianza, roba che una persona normale nella migliore delle ipotesi finisce al Traumatologico in prognosi riservata dopo il primo cazzotto, Isla Faust, interpretata da Rebecca Ferguson non è la solita bella statuina ma dimostra temperamento e carattere, Simon Pegg riesce a sdrammatizzare il tutto, Jeremy Renner.... no, niente, è pià forte di me. Ogni volta che vedo Jeremy Renner penso a Michele: Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Michele vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.

andate, andate, vi raggiungo dopo...

24 agosto 2015

Il fidanzato di mia sorella

Ad agosto si raschia il fondo del barile e così sabato sera io e la bionda avevamo poca scelta: o andare a vedere Corn Island, film georgiano del 2014 diretto e sceneggiato da George Ovashvili (100' in versione originale con sottotitoli) la cui sinossi, in tutta sincerità, non ci ispirava particolarmente (Sul fiume che segna il confine naturale e contrastato tra l'Abkhazia e la Georgia, isole itineranti si formano e si disfano a seconda delle stagioni e dei capricci degli elementi. Avventurosamente, un vecchio contadino e sua nipote si installano su questa terra di nessuno, per coltivarvi il necessario per sopravvivere all'inverno, ma i pericoli sono molteplici. Quando non sono i conflitti armati, è la natura che minaccia di riacquistare i propri diritti scatenando il fiume, e l'arrivo di un militare ferito e ricercato turba il delicato equilibrio della coppia) oppure scegliere una visione alternativa e decisamente meno impegnativa, e così, al grido di "tanto mica siamo intellettuali", abbiamo recuperato la più classica e banale delle commedie estive, pensando che in fondo non avrebbe potuto essere peggio di tante altre pellicole appartenenti al genere.
Il titolo originale è How to Make Love Like an Englishman, o forse Some kind of beautiful il regista è Tom Vaughan, che può vantare titoli del calibro di... una spia al liceo (?), notte brava a Las Vegas e il quiz dell'amore... insomma, l'apoteosi del film imperdibile.. e anche Il fidanzato di mia sorella non si sottrae alla regola. Tempo domani e l'avrò già dimenticato, per dire.
Nel cast abbiamo un sacco di bella gente, come Pierce Brosnan, Jessica Alba, Salma Hayek e un grande Malcom McDowell nei panni del cinico, misogino e misantropo padre di Brosnan.
Richard Haig (Brosnan) ha seguito le orme e i pessimi insegnamenti del padre, diventando, come lui, professore di letteratura con cattedra a Cambridge.
Da qualche mese ha una relazione con una delle sue studentesse, Kate (Alba) che una sera organizza una cena per presentare Richard a suo padre.
Prima dell'arrivo di Kate, Richard aveva avuto modo di conoscere l'affascinante Olivia, salvo scoprire che è la sorella(stra) maggiore di Kate, che, durante la cena, rivelerà all'uomo di essere incinta.
Com'è come non è l'uomo si trasferisce a Los Angeles con Kate e per un po' giocano a fare la famiglia felice nella megavilla vista oceano regalo del padre di lei, fino al momento in cui la giovane si accorge che (forse) la differenza di età tra lei e Richard è un problema, e si innamora di un coetaneo. Da qua partono tutta una serie di situazioni che vanno dai problemi di Richard con la green card in caso di divorzio, alla guida in stato di ebrezza, riunioni con gli alcolisti anonimi, arrivo di Olivia per badare al nipote visto che Kate deve partire per un viaggio di lavoro e a Richard hanno ritirato la patente ecc.ecc., succedono cose, poi ne succedono altre e tutto finisce come deve finire in una commedia estiva.
Pierce Brosnan e Salma Hayek (che avevano già lavorato assieme in After the Sunset, del 2004) sono bravi e divertenti, lei soprattutto, e la coppia funziona, Malcom McDowell è eccezionale come l'epitaffio che ha scelto per la sua lapide (the party's over), e, per un film del genere, è più che sufficiente.



18 agosto 2015

Bota cafè

Quando sono uscita dalla sala ho detto alla bionda "il prossimo film lo voglio cazzaro e che faccia ridere", perché se le tue ultime visioni in sala sono state, nell'ordine, Violette, Fuochi d'artificio in pieno giorno e quest'ultimo Bota cafè, un film leggero diventa una visione necessaria, se non obbligatoria.
Siamo in Albania, in un luogo che definire desolato è riduttivo. Più che altro un non luogo nel bel mezzo del nulla dove, durante la dittatura di Hoxa, venivano confinati gli oppositori del regime. E dove vivono i protagonisti della storia, discendenti diretti di quelle persone.
Il Bota cafè, locale che sorge nel mezzo di quel nulla paludoso, è il satellite attorno a cui ruotano le vicende di Beni, Nora e Juli (interpretata da un'intensa e malinconica Flonia Khodeli), a cui fanno da contorno una serie di personaggi secondari, ma indispensabili.
Juli lavora al Bota, vive ed accudisce la nonna Noje che l'ha cresciuta e che ogni tanto la confonde con sua figlia Alba, la madre di Juli, morta molti anni prima. Il bar è di proprietà di Beni, suo cugino, uomo sempre alla ricerca della grande occasione o dell'affare della vita. Nell'attesa tradisce la moglie con Nora, la cameriera del locale.
La monotonia delle loro giornate, che scorrono lente e sempre uguali viene scossa da una novità: la costruzione di un'autostrada che passerà vicino al Bota.
Beni vede nella realizzazione di quest'opera l'ennesima occasione per l'agognata svolta, e cerca in tutti i modi di ingraziarsi la compagnia (italiana) che sta eseguendo i lavori.
Il film scorre cupo e lento come sembrano scorrere lente le vite dei protagonisti, impegnati a vivere un'esistenza che non hanno scelto, e che in qualche modo subiscono, in un microcosmo che sembra appartenere ad un epoca lontana, dove Juli non può nemmeno farsi dare il numero di telefono da Mili, perché tanto un telefono non ce l'ha.


17 agosto 2015

Fuochi d'artificio in pieno giorno

I soliti misteri d'Italia, strano che Lucarelli (Carlo, non Selvaggia) non ne abbia mai parlato. 
Per una volta che i traduttori non fanno danni, limitandosi a tradurre letteralmente il titolo originale cinese (白日焰火 - Bai Ri Yan Huo) ci pensano i distributori a regalare al film vincitore di Berlino 2014 (Orso d'oro e miglior attore) un'uscita nel periodo più desolante e mortificante dell'anno. 
Cosa che, tutto sommato ha i suoi lati positivi, se sei in città ad agosto e, come ogni settimana, devi scegliere il film del giovedì. 
Il film di Ynan Diao è un noir, genere che da queste parti è sempre apprezzato, anche se si ha l'impressione che il regista più che seguire gli intricati sviluppi della vicenda criminale si preoccupi più di indagare nei complessi meandri dell'animo umano.
Ma.
Siccome sono una cialtrona, nella mia mente si era insinuata l'idea di vedere qualcosa che potesse avvicinarsi a titoli come "memories of murder" piuttosto che "I saw the devil", che, oltre ad essere coreani e non cinesi, sono - lo dico? lo dico - di un altro livello, ragion per cui io e la (ex) bionda a fine visione eravamo un po'... meh. Nonostante continui a leggere ovunque riferimenti ad una fotografia stupenda e ad un uso delle immagini  suggestivo, devo dire che non sono rimasta particolarmente affascinata. Mi ha colpito invece la desolante bruttezza delle ambientazioni, di una tristezza estrema. Come tristi sono le esistenze di tutti i protagonisti della vicenda, soli, disillusi, senza futuro, che si muovono in un paesaggio angosciante, degradato, disperato e livido, nonostante lo spiazzante finale pirotecnico.
Il film inizia nel 1999, con i pezzi di un cadavere che vengono ritrovati in diverse miniere di carbone sparse per il paese. La polizia, capitanata dall'ispettore Zhang Zili, indaga. Totalmente a cazzo, aggiungerei. Durante il fermo di due sospettati tamarrissimi, che andrebbero incriminati solo per oltraggio al buon gusto, la situazione - a proposito di totalmente a cazzo - degenera, e Zhang, ferito, si ritrova ad essere l'unico superstite della sua squadra.
Il tempo di percorrere un sottopassaggio e ci ritroviamo catapultati nel 2004, Zhang a seguito del tragico epilogo di quel caso, ovviamente rimasto irrisolto, ha lasciato la polizia, si è dato all'alcool e alla sicurezza privata. Incontrando dei vecchi colleghi scopre che stanno indagando su due nuovi casi di omicidio. Come cinque anni prima i cadaveri sono stati fatti a pezzi, ed entrambi i morti sono in qualche modo collegati alla vedova della prima vittima, quella del 1999.
Mentre la polizia indaga, un po' meno a cazzo ma sempre con dei picchi di incapacità mai visti, Zhang inizia a seguire la donna, e fra i due si instaura un rapporto tanto enigmatico quanto laconico.
Non aggiungo altro per non togliervi il piacere della visione.
Sempre che di piacere si tratti.

16 agosto 2015

Il lungo addio

Oggi sarebbe stato il tuo compleanno.
E tu ieri hai deciso di farti l'ultimo regalo liberandoti e andandotene, senza fare rumore.
Anche se, per me, eri già andato via il 1° gennaio, e in questi mesi trascorsi in un letto d'ospedale non c'eri più veramente, c'era il tuo corpo immobile, a fare da custodia a quello che eri, e non avresti mai più potuto essere. 
Ciao, Max.



11 agosto 2015

Zulu

Il viaggio a Parigi (e che palle, basta!!!) mi ha dato lo spunto per recuperare un film che giaceva nel mio HD da mesi.
Dopo la visita al musée du quai Branly per la mostra "Tatoueurs, Tatoués" (che si può visitare fino al 18 ottobre, se vi interessa) abbiamo come sempre visitato il bookstore, che, oltre a vendere un po' la qualunque, fra le altre cose ha una sezione di film in qualche modo collegati alla Francia che hanno attirato la nostra attenzione.
Alcuni titoli li avevamo visti, poi ci è capitato sott'occhio questo "Zulu", diretto dal francese Jérôme Salle, ambientato in Sudafrica ed interpretato da Orlando Bloom e Forest Whitaker. La bionda lo voleva vedere e io mi sono impegnata a cercarlo.
Salvo scoprire poi, una volta a casa, che ce l'avevo già e me ne ero totalmente dimenticata.
E' che c'ho un'età, e non è che posso ricordarmi proprio tutto, no?
Comunque, il film è del 2013 ed è la pellicola che ha chiuso il festival di Cannes di quell'anno, anche se, curiosando qua e là, ne ho letto le peggio cose, su tutte il suo essere pieno di cliché da film poliziesco americano (laggente sono noiosi, si sa).
Sarà. Ma, nonostante i cliché, a me Zulu è piaciuto.
Il film inizia con la corsa di un bambino disperato, che cerca di sfuggire agli uomini che hanno torturato ed ucciso suo padre. La corsa si conclude sul tapis roulant di un moderno appartamento di Cape Town, e quel bambino è diventato il detective Ali Sokhela (Forest Whitaker) che viene chiamato ad indagare su un caso: il cadavere di una ragazza viene ritrovato nel giardino botanico.
Sul posto viene raggiunto dal collega Brian Epkeen (Orlando Bloom) e, potrei sbagliarmi, ma eccoci di fronte al primo cliché: poliziotto nero ligio al dovere e agli insegnamenti di Mandela, con un fardello di traumi psichici e fisici che levati, più poliziotto bianco sregolato, semialcolizzato, alle prese con un divorzio difficile, e rapporto complicato col figlio adolescente, ecc.ecc.
Preso atto? Bene, andiamo avanti.
L'omicidio sembra essersi consumato nel mondo della tossicodipendenza, ma, indagando, Epkeen e Sokhela scopriranno - a caro prezzo - che dietro c'è molto altro, che ha a che fare nientemeno con il Project Coast. Si spiegherebbero in questo modo anche le scomparse di un sacco di ragazzini delle township, di cui nessuno - tranne Ali e la sua anziana madre - sembrava preoccuparsi.

Whitaker e Bloom se la cavano in maniera più che dignitosa, non si lesinano pallottole e sangue a secchiate, e per il finale ci si sposta in Namibia, tra gli splendidi paesaggi del Soussousvlei e Deadvlei. 

10 agosto 2015

Spy

A inizio giugno, dirante il mio weekend parigino, in tutte le stazioni della metropolitana campeggiava il faccione di Giasone Statham in compagnia di Jude Law e Melissa McCarthy nei manifesti pubblicitari del film. 
E io, che a Giasone "ci" voglio bene, ho pensato, tra me e me "oooooh, chissà se arriva in Italia?"
E dopo un po' in Italia è arrivato.
Peccato che quando l'ho proposto alla bionda per la visione settimanale lei me l'abbia cassato con un lapidario "ma anche no!".
Non nego di esserci rimasta un po' male, ma non me la sono presa, e nel giro di 3, 4 minuti me ne sono fatta una ragione.


Poi parecchi di voi hanno iniziato a vedere il film, e, inaspettatamente, le opinioni erano quasi sempre positive, e, come prevedibile, mi sono incuriosita. E alla fine ho visto anche io Spy. 
E... sì, lo ammetto, ogni tanto ho riso. Ma, sinceramente, da quello che avevo letto in giro, molto meno di quanto avrei sperato. 
Se consideriamo che l'unico altro film diretto da Paul Feig che ho visto è stato Le amiche della sposa, che all'epoca mi aveva annoiato parecchio, Spy al confronto è un capolavoro.
Non che ci volesse molto, in fondo. 
Comunque, trattandosi fondamentalmente di una cazzatona che vuole prendersi gioco in modo anche abbastanza stiloso di tutti gli agenti super segreti e super impeccabili, bisogna dire che fa il suo porco lavoro. 
Si inizia con l'agente Fine (un Jude Law tornato in formissima, roba che ti viene da pensare ad un effetto speciale) in missione, che per un piccolo errore ammazza il suo obiettivo prima del tempo e deve abbandonare il luogo. Cosa che fa, magistralmente guidato da Susan Cooper che dall'ufficio, dove svolge il suo lavoro, lo monitora e protegge con amore.
Siccome l'uomo ucciso da Fine era in possesso del solito ordigno nucleare che stava per essere venduto al cattivo di turno, morto lui bisogna dare la caccia  a sua figlia Rayna che ovviamente ha ereditato la bomba. Ma, com'è come non è, il nostro eroe muore.
Ma non c'è tempo per piangere, bisogna recuperare la bomba, e bisogna farlo con forze nuove, visto che la bella e cattivissima Rayna conosce l'identità di tutti gli agenti segreti in circolazione. E così la nostra Susan Cooper, da sempre relegata in ufficio, ha l'occasione di abbandonare la scrivania e di diventare un vero agente segreto sul campo. La scelta di Susan farà incazzare l'agente Ford (Jason Statham in versione tanto sborona quanto tonta) che darà le dimissioni, proseguendo la missione in autonomia.
Inizia così un tour europeo tra Parigi, Roma e Budapest con Susan sulle tracce di Rayna. Fra situazioni spesso inverosimili la donna, nonostante le vengano assegnate false identità da sfigata, riuscirà a conquistare la fiducia di Rayna.
Notevoli i battibecchi tra la goffa Susan e la perfida Rayna, così come tutti gli "incidenti" occorsi a Ford elencati da lui stesso con orgoglio.
Alla fine resta comunque una pellicola che offre due ore (forse un po' troppe) di svago e leggerezza.
E, in questo periodo, non è nemmeno poco.


7 agosto 2015

6 agosto 2015

retrOZUspettiva

«sono come un pittore che continua
 a dipingere la stessa rosa all’infinito»

Siccome Viaggio a Tokyo mi è tanto piaciuto, approfittando del proseguimento della programmazione dei film di Yasujirō Ozu al cinema Romano, abbiamo recuperato un'altra manciata di titoli del regista giapponese, e alla fine, un po' perché le tematiche sono ricorrenti, un po' perché Ozu usa sempre gli stessi attori, ho deciso di parlarne in un unico post.

Fiori di equinozio
Fiori d'equinozio (彼岸花, Higanbana) è del 1958, ed è il primo film a colori diretto da Ozu. Visivamente è un gioiello di perfezione e simmetria. Ogni inquadratura, con o senza bollitore rosso, sembra un quadro.
La storia, stringi stringi, anche questa volta è esile, e ci mostra un periodo del Giappone in cui la vita, dopo le ferite della guerra, è tornata alla normalità, tra rispetto delle tradizioni e voglia di modernità. kimono e vestiti "occidentali". Il signor Hirayama incarna alla perfezione questa dicotomia: stimato dirigente d'azienda, di larghe vedute, quando entra in casa diventa un padre vecchio stampo, di quelli che si spogliano degli abiti da lavoro gettandoli sul pavimento, mentre la moglie, come se fosse la cosa più ovvia (magari lo era, non son pratica di dinamiche familiari giapponesi degli anni 50), li raccoglie senza fare una piega. La figlia maggiore, Setsuko, è in età da marito, e mentre l'uomo cerca un pretendente, lei, con modi determinati ma gentili, gli fa capire che intende sposare l'uomo di cui è innamorata. Grazie alla complicità di Yukiko, figlia di amici, riuscirà, con un piccolo stratagemma, a far sì che il padre, che quando si tratta di dare consigli agli altri è aperto e liberale, ma in famiglia diventa conservatore e retrogrado, dia il suo consenso alle nozze, grazie anche all'intervento della moglie, solo apparentemente sottomessa.
L'ironia di Ozu si insinua con precisione chirurgica fra sakè, birra e canti di guerrieri suicidi.



Tardo autunno
Tardo autunno (秋日和 Akibiyori) è del 1960 e inizia con una commemorazione funebre a sette anni dalla scomparsa del signor Miwa. Oltre ai suoi amici più cari - Mamiya, Taguchi e Hirayama - sono presenti la bellissima Akiko, vedova dell'uomo, e la figlia Ayako, manco a dirlo in età da marito. 
Le due donne sono molto affiatate e vivono tranquille e serene, ma gli amici del defunto marito sono dell'opinione che la ragazza debba sposarsi, e si mettono quindi alla ricerca di un pretendente. 
Ovviamente Ayako di sposarsi non ha nessuna intenzione, anche perchè non vuole lasciare sua madre da sola. I tre fenomeni giungono quindi alla conclusione che l'unico modo per convincere Ayako a sposarsi è fare in modo che anche Akiko si risposi. 
La scelta più ovvia cade su Hirayama, anch'egli vedovo da anni. Ma, per una serie di equivoci e malintesi la figlia apprende dell'imminente matrimonio di sua madre mentre Akiko non ne è ancora venuta a conoscenza, e a nulla valgono le parole della donna per convincerla che lei è all'oscuro di tutto. Questa volta a sistemare le cose interviene Yuriko, amica e collega di Ayako.
Anche qua non mancano ironia e sakè.




Il gusto del sakè
Il gusto del sakè (秋刀魚の味 Sanma no aji) è del 1962, ed è l'ultimo film di Ozu, che morirà il 12 dicembre del 1963, nel giorno del suo sessantesimo compleanno. Il regista infatti era nato il 12 dicembre del 1903.
Anche qua ritroviamo i temi ricorrenti del cinema di Ozu: amicizia, matrimonio, rapporti tra genitori e figli, immancabile contrasto tra tradizione e modernità. 
Ad un raduno di ex compagni di scuola viene invitato anche un anziano insegnante, il signor Sakuma, che a fine serata è troppo ubriaco per tornare a casa da solo, così Hirayama e Kawai lo riaccompagnano a casa, dove l'uomo vive con la figlia Tomoko, che non si è mai sposata per accudire il padre. 
Questo particolare fa riflettere Hirayama, vedovo, con due figli maschi, di cui uno sposato, e una femmina, Michiko, in età da marito ma che a casa, di fatto, è la Tomoko della situazione, e Hirayama conclude che, con il suo comportamento egoista, la sta costringendo allo stesso destino della figlia del professore. Nel frattempo il figlio sposato chiede un prestito al padre per comprare un frigorifero, (anche se alla fine riuscirà a comprarsi anche delle mazze da golf di seconda mano) e i soldi gli vengono consegnati dalla sorella, che, in quell'occasione conosce Muira, collega e amico dell'uomo.
I due diventano amici, ma Miura, convinto che Michiko non si sarebbe mai sposata, si fidanza con un altra donna, e quando Koichi gli chiede se accetterebbe di sposare sua sorella scopre che l'uomo è già fidanzato. A Michiko a questo punto non resta altro che accettare il matrimonio combinato e diventare una brava moglie. 
Come sempre durante le due ore del film sembra non sia successo nulla, mentre invece è successo di tutto, fra l'immancabile sakè, i rapporti generazionali sempre più complicati, i ricordi del passato e i dialoghi in cui, come sempre, non manca l'ironia, anche se lascia un po' di amaro in bocca.
Sarà questo il gusto del sakè?

Ad un certo punto nel film si vede Hirayama in un bar mentre beve con un suo vecchio compagno d'armi, che gli chiede cosa sarebbe successo se il Giappone avesse vinto la guerra.
Già, chissà cosa sarebbe successo, senza quel 6 agosto di 70 anni fa.