30 aprile 2015

Onthakan

Che - anche se potrebbe sembrare - non è un insulto in un vecchio dialetto calabro/veneto, bensì il titolo di un film del 30° TGLFF, iniziato ieri. 
Anzi, del film che la nostra Tiz ha avuto il piacere di vedere, per noi, per voi, per tutti. 
Io quest'anno del festival non vedrò nemmeno un film, complice la gita fuori porta di cui parlavo ieri, il fatto che ieri sera non avevo voglia e che questa sera c'ho da fare.
Adesso vi metto la scheda "ufficiale" del film, poi, alla fine, troverete la recensione della Tiz.
Onthakan (The Blue Hour)
Thailandia, 2015, HD, 99', col. - regia: Anucha Boonyawatana
Per il timido Tam la vita è un vero inferno: a scuola è vittima del bullismo dei compagni e a casa il padre si accanisce su di lui in modo violento. Quando online conosce Phum, decisamente più scafato, gli dà appuntamento per un po' di sesso. Sorprendentemente non solo funziona l'attrazione fisica ma nasce anche un Thai mood, un onirico, mutuo stato d'animo che coinvolge entrambi: Tam, per la prima volta, si sente al sicuro tra le braccia di qualcun altro, trovandovi il rifugio che per lungo tempo ha cercato. I loro incontri si svolgono in una discarica e in una piscina derelitta, disturbante universo parallelo, popolato di spiriti e incontri pericolosi, sempre in bilico sul filo sottile che separa il sogno dall'incubo. Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror. Sorprendente debutto alla regia di un regista thailandese poco più che trentenne, che mescola con abilità generi e convenzioni cinematografiche.
Ecco. 
Solo a leggere "Un film gay e dark, visivamente immaginifico nel quale l'omosessualità trova posto in una dimensione horror" ho provato un brivido. Colpa di "immaginifico", fondamentalmente.
Ma, siccome il film non l'ho visto, ecco cosa ci dice la Tiz al proposito:
■ ■ ■ ■ ■
Primo film al Tglff del 2015!
Sappiate che, mentre ero in coda per la sala 3, mi è passato vicino Fassino, son emozioni! 
Allora, questo film vince il premio della Peggiore ambientazione in un paese magnifico (la Thailandia).
I due ragazzi protagonisti, Phum e Tam, il primo un po' più scafato, mentre il secondo è vittima di bullismo e oppresso da una famiglia che non lo capisce, si trovano per il primo appuntamento in una casa fatiscente e in orribile cemento, con una piscina semipiena di acqua piovana sporca. La piscina è vecchia e incrostata, e sulle sue pareti le incrostazioni hanno una vaga forma umana, quasi dei Banskj fatti male.
I due ragazzi comunque non ci fanno caso e si piacciono abbastanza, fanno un po' di tenero sesso e anche il bagno nell'acqua sporca e si immergono, per guardare il cielo da sott'acqua.
Qualche giorno dopo Phum va a prendere Tam e lo porta in una.... discarica. La colonna sonora è il ronzare delle mosche. Qui Tam vede un cadavere e colpisce in testa uno che gli stava sparando. (??) I due comunque amoreggiano sotto i tendoni lerci di una sottospecie di casupola, sempre nella discarica. 
Poi, piuttosto confusamente, con andirivieni nel tempo buoni solo a confondere, l'azione si sposta in dei cessi in disuso, dove alle pareti ci sono gli stessi pseudo-banskj vagamente horror in sottofondo. 
Accadono cose con una lentezza esasperante, sfioro l'abbiocco più volte, Tam torna a casa e scopre che la sua famiglia è stata sterminata, e noi capiamo che il tizio che gli sparava nella discarica era il padre...
Però i ragazzi alla fine fanno il bagno nell'acqua limpida del mare.... NO! 
Lo fanno nell'acqua marron-fangosa di uno specchio d'acqua non ben identificato. 
Film inutile, noioso, confuso, ambientato nella peggiore Thailandia mai vista.
Voto 1.


29 aprile 2015

On y va

Venerdì io e la bionda ci concediamo un breve week end fuori porta. 
Così posso collaudare Clio 5th e sfoggiare i suoi orribili cerchi in lega anche fuori confine. Sperando che non mi arrestino per oltraggio al paesaggio.
E tornare a parlare un po' di viaggi, che anche se non sono una travelblogger col pedigree, il fatto che mi piaccia viaggiare credo non sia un segreto per nessuno. 
L'idea mi/ci è venuta all'inizio di febbraio, quando il mio CRAL mandò una mail in cui proponeva una "gita in Camargue". Il fatto che nell'oggetto avessero scritto CamarQue non l'ho fatto pesare, ma l'idea di partire intruppate in un autobus con una miriade di colleghi a fare il GruppoVacanzePiemonte nella mia personale classifica di gradimento si posiziona all'incirca fra l'ascoltare un comizio di Salvini e il leggere un libro di Federico Moccia. 
Però.
Considerato il nostro amore per la Francia, ci siamo dette "perché non facciamo anche noi un giro simile, senza autobus e sbattimenti di maroni vari?".
Detto, fatto.
Fra le altre cose il mio Cral ha poi annullato la gita. Forse perché quando è stata ora di cercare una sistemazione alberghiera, alla voce camarQue non ha trovato nulla, va a sapere. 
Abbiamo prenotato 3 notti in 3 (apparentemente) deliziosi B&B di, nell'ordine, Avignone, Montpellier e Arles, tutti con parcheggio e colazione compresa, che si sa, ci piace  trattarci bene.
Venerdì partiamo, lunedì torniamo. 
So già che non vedrò un fenicottero nemmeno a pagarlo, ma immagino che riuscirò a sopravvivere.
Nel frattempo ho un appuntamento con i chirurghi plastici dell'Ospedale Mauriziano di cui per ora non dico nulla perché non so esattamente cosa aspettarmi. Ma, siccome lo so che siete una banda di malpensanti, sappiate che:
a) non ho intenzione di farmi le labbra come due canotti, 
b) non mi rifaccio le tette, 
c) non mi faccio liposucchiare la cellulite, per quanto quest'ultima non sarebbe nemmeno un'idea malvagia. 
Su Instagram avrò modo di sfrancicare i maroni con un tripudio di paesaggi francesi a tutti quelli che mi seguono, mentre tutti gli altri dovranno aspettare il mio ritorno. 
O iniziare a seguirmi su Instagram.

27 aprile 2015

Sarà il mio tipo?

Vedendo il trailer di questo film, il cui titolo originale è "Pas son genre", si può facilmente pensare - grazie anche all'italica traduzione del titolo - di trovarsi di fronte all'ennesima commedia sentimentale francese divertente e leggera.
E invece no.
Nel senso che sì, è una commedia sentimentale francese, ma non così divertente, e non così leggera.
Il regista belga Lucas Belvaux, la cui filmografia mi è totalmente sconosciuta, dirige questo film sulla coppia e le sue dinamiche, partendo da due figure diametralmente opposte.
Da una parte il giovane Clement, parigino DOC, insegnante di filosofia, impegnato, insegnante (di filosofia, ça va sans dire), che non crede nella coppia e disquisisce di Kant e Zola come fosse Antani, dall'altra Jennifer, dolce parrucchiera che legge romanzi rosa e rotocalchi, sa tutto su Jennifer Aniston e nei week end si diverte al karaoke con le amiche. 
Clement viene improvvisamente trasferito dalla sua amata Parigi ad Arras, nel nord della Francia. Tenta invano di opporsi spiegando che lui lontano da Parigi si sente morire, ma inutilmente.
Complice un taglio di capelli conosce Jennifer, e non sappiamo se per noia o per curiosità, l'uomo la invita ad uscire. 
Assistiamo così all'incontro di due esistenze che non hanno nulla in comune, se escludiamo quella strana chimica dei corpi che notoriamente se ne frega di estrazioni sociali, convinzioni politiche, credo religiosi e affinità elettive. 
Ma può la sola passione superare queste differenze?
Ovviamente Belvaux non ha la risposta (e nemmeno io, aggiungo).
E, mentre osserviamo l'evolversi (o l'involversi) della storia tra Clement e Jennifer, proviamo ad immedesimarci in entrambi, arrivando alla fine con un po' di amaro in bocca.
I protagonisti sono bravi e convincenti, Clement è interpretato da Loic Corbery (de la Comedie Francaise), mentre Jennifer è Emilie Dequenne, ovvero la Rosetta dei Fratelli Dardenne. 



Go on now go, walk out the door, 
Just turn around now, 
'cause you're not welcome anymore, 
Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye, 
You think I'd crumble? 
You think I'd lay down and die? 
Oh no not I, I will survive, 

22 aprile 2015

CITIZENFOUR

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Questa recensione è stata criptata per impedire che la National Security Agency possa accedervi, scoprendo chi sono, da dove digito, quando, come, perché, con chi e cosa ho mangiato questa sera, e quanto ho pagato. Ma soprattutto, potrebbero scoprire cosa ho visto al cinema. 
Perché, dopo la visione di Citizenfour, documentario con cui Laura Poitras ha vinto l'Oscar all'ultima edizione, qualche paranoia inevitabilmente ti viene.
Citizenfour è lo pseudonimo usato da Edward Snowden per mettersi in contatto con la regista all'inizio del 2013, attraverso messaggi criptati, in quanto la donna era già sotto controllo per i suoi precedenti lavori: un film sulla guerra in Iraq nel 2006 e un altro su Guantanamo nel 2010.
Promettendole rivelazioni sconcertanti sulla violazione dei diritti alla privacy perpetrati dalla NSA ai danni della popolazione americana e non solo, la talpa e la regista riuscirono ad incontrarsi in una stanza di albergo di Hong Kong, dove, assieme al reporter del Guardian Glenn Greenwald, Edward Snowden, per una settimana, racconterà, documenti alla mano, il sistema con cui l'NSA controlla telefonate, sms, e.mail non solo degli americani, ma di cittadini (e governi) di tutto il mondo. Il "grande fratello" globale che Snowden, dipendente della Booz Allen Hamilton prestato alla NSA vuole rendere pubblico.
Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Guardian scoppia lo scandalo (che ben presto si ripercuote in Europa quando si scopre che anche la Merkel era stata intercettata) e Snowden,  in base ad una legge risalente alla prima guerra mondiale, viene incriminato con l'accusa di spionaggio, ma, grazie all'intervento di Julian Assange - che cerca inutilmente di farlo arrivare in Ecuador - riesce ad ottenere paradossalmente asilo politico a Mosca.
Un documentario con la tensione di un thriller.
Assolutamente da vedere. 

21 aprile 2015

habemus clio

Domenica a Torino è iniziata l'ostensione della Sindone, e, siccome non mi piace essere da meno, ieri sera sua ex bionditudine mi ha accompagnato alla concessionaria a ritirare l'automobile nuova, arrivata - come promessomi - prima della fine del mese, in modo che pure io possa esibirmi nell'ostensione nell'ostentazione della mia nuova (e quinta) Clio.
Ostentazione in quanto essa, di un sobrio ed elegante grigio "cassiopea" come si addice ad ogni donnino di classe come la sottoscritta, è dotata di quattro orribilissimi cerchi in lega che farebbero la gioia di ogni tamarro con la T maiuscola che popola questa città e le zone limitrofe. 
Allora.
La mitologia vuole che Cassiopea, oltre ad essere la mamma di Andromeda, fosse molto vanitosa. 
L'astronomia insegna invece che Cassiopea è una costellazione settentrionale, di facile riconoscimento grazie alla sua figura a zig-zag (che non credo sia un termine altamente scientifico, ma non importa) ecc,ecc.
Qualcuno adesso sarebbe così gentile da spiegarmi cosa cazzo c'entra Cassiopea con il colore grigio? Così, giusto per capire. 
E, già che ci siamo, visto che io  non ne ho mai riconosciuto l'appeal né ne comprendo l'utilità intriseca e/o estrinseca, mi spiegate il valore aggiunto di un cerchio in lega, non necessariamente zarro come quelli di cui da ieri dispongo pure io? 
Se qualcuno si stesse per caso domandando per quale motivo io abbia voluto i cerchi in lega non fregandomene una fonchia, vengo e mi spiego: io ho "scelto" tra le vetture in pronta consegna. quella che più si avvicinava alle mie necessità, perché se avessi ordinato quella che volevo e come la volevo, la consegna slittava drammaticamente a fine maggio/metà giugno. E non avevo nessuna voglia di aspettare tutto quel tempo. 
Quindi, considerato che il modello con caratteristiche e motorizzazione, cazzi, mazzi e palazzi che più si avvicinava ai miei desideri aveva pure i cerchi in lega, ho deciso che in fondo, ok, che sarà mai?
Ma voi non potete capire quanto siano tamarri. 
Quindi, se vedete una signora di mezza età alla guida di una Clio color grigio cassiopea con dei cerchi in lega degni di Jersey Shore, ecco, sono io.
E l'ostentazione della Clio.


20 aprile 2015

ma che bella sorpresa

si fa per dire, eh?

Non che mi aspettassi chissà cosa e ci sia rimasta male, sia chiaro.
Che va bene che son stupida, ma insomma, pur sempre fino ad un certo punto. 
Comunque.
Professore milanese trapiantato a Napoli torna a casa e la fidanzata gli comunica che si è innamorata di uno skipper belga, da cui aspetta pure un figlio, quindi prende e se ne va lasciandolo lì come un babbo di minchia cicciobello a cui viene tolto il ciuccio. Che, come tutti sapete, inizia a piangere.
Crisi, disperazione, sconforto, panico e tragedia, quando, una sera, o un pomeriggio, o un mattino, non è rilevante, alla porta suona una sgnacchera mai più vista che gli chiede in prestito lo zucchero, lui si innamora come uno zucchino e tempo 13 minuti e mezzo finiscono a rotolarsi fra le lenzuola. 
Lei è la donna ideale e rasenta la perfezione, ma, siccome sappiamo tutti che la perfezione non esiste, la donna è solo il frutto della fantasia di Guido, e infatti la vede soltanto lui.
Scene imbarazzanti a nastro, finché l'uomo, messo di fronte alla realtà, cerca di farsene una ragione, e vissero tutti felici e contenti.
La cosa migliore del film?
Ornella Vanoni.
E no, non sto scherzando.



17 aprile 2015

mia madre

"Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare tutto!"

E, siccome sono un po' stronza pure io, pur non essendo regista, posso affermare con tronfia sicumera che a me Nanni Moretti piace. E mi è pure simpatico. Toh.
E che anche questa volta è riuscito ad infilare nel suo film una canzone che mi ha fatto venire i brividi. In Habemus Papam era stata Todo cambia di Mercedes Sosa, questa volta abbiamo Famous blue raincoat di Leonard Cohen. 
Scusate se è poco.


Non si è mai preparati alla morte della propria madre, a qualunque età questo accada. 
E Nanni Moretti, nel suo ultimo film, prova a raccontarci questa esperienza alla sua maniera, con un film intimo, toccante e commovente, dove però non mancano sprazzi di ironia e dove ci si ritrova anche a ridere più volte, grazie soprattutto ad un meraviglioso John Turturro che dà il meglio di se ogni volta che entra in scena.
Non si tratta di un vero e proprio film autobiografico, ma nella signora Ada, ottimamente interpretata da Giulia Lazzarini si possono ritrovare molte analogie con la signora Agata Apicella, madre del regista e professoressa di ginnasio, morta nel 2010, mentre Moretti era alle prese con il montaggio di Habemus Papam.
Per questo film, che - vale la pena ricordarlo - sarà in concorso al prossimo festival di Cannes assieme ai film di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, Moretti si ritaglia un ruolo defilato, quello di Giovanni, il fratello della protagonista Margherita, una regista in crisi durante le riprese del suo ultimo film, ambientato in una fabbrica occupata, e interpretato dall'attore americano Barry Huggins (John Turturro, l'attore che interpreta l'attore), personaggio istrionico e indisciplinato, che dimentica le battute e non riesce a pronunciarle decentemente.
La donna si divide, sempre più combattuta e insicura, tra il suo lavoro e il suo ruolo di figlia nelle frequenti visite all'ospedale, per accudire la madre ricoverata, scoprendo, in un'alternanza di passato, presente ed immaginazione, molte cose sulla donna che ignorava, dall'amore per le cucine esotiche ai contatti umani mantenuti con gli ex allievi, fino ai segreti amorosi della nipote Livia, sua figlia. 
Margherita Buy, che interpreta Margherita, è l'alter ego di Moretti, con i dubbi, gli scoppi d'ira, il carattere difficile e le domande tipiche morettiane, come quando, dopo aver dato lo stop ad una scena chiede "Ma lui vorrebbe essere il poliziotto o l'operaio? Vuole picchiare o essere picchiato?"
Non sappiamo se Moretti sia riuscito a "rompere almeno uno dei suoi duecento schemi", come fa dire al suo personaggio mentre si rivolge alla sorella, ma, se anche così non fosse, a noi in fondo va bene lo stesso.





















"Ti prendono a piccole dosi perché si sentono a disagio con te"

15 aprile 2015

art is long, life is short

Ieri sera io e la bionda, che nel frattempo non è più bionda e fra parentesi è fighissima, siamo andate a vedere questa cosa qua, su vita opere morte e miracoli di Van Gogh, Vincent per gli amici.
Perché ci sembrava molto interessante, e infatti lo è stato, e la sala era piena.  
Quando andai al Van Gogh Museum, forse era il 1991, rimasi colpita, più che dai famosissimi girasoli o dai campi di grano, da questo dipinto, che all'epoca riuscii pure a fotografare:


Il film racconta, tramite i curatori del Van Gogh Museum di Amsterdam, oltre al nuovo e imponente allestimento del museo, la vita del famoso pittore, dall'infanzia alla morte, passando per gli innumerevoli scambi epistolari che ebbe con l'amato fratello Theo, dal momento in cui decise di diventare un artista, con l'ossessione che metteva in ogni cosa che decideva di fare, dallo studio dei testi sacri alla ricerca di un suo stile, dall'amicizia con Toulouse Lautrec fino all'idea di formare una congregazione di artisti, tentativo iniziato con Gauguin, che visse per due mesi con Van Gogh in una grande casa gialla ad Arles, nel sud della Francia, convivenza che per diversi motivi, non ultimo il pessimo carattere attribuito a Van Gogh, si concluse con il tanto famoso quanto misterioso incidente all'orecchio.


E tra una ricostruzione - grazie ad un Van Gogh interpretato da Jamie de Courcey impressionante per la somiglianza con il Van Gogh che conosciamo attraverso i suoi innumerevoli autoritratti - e l'altra ci vengono mostrate, in maniera accessibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori, cose sulla vita dell'artista, sfatando luoghi comuni e scoprendo la complessa personalità dell'uomo, tra conflitti e paure, ispirazioni e difficoltà quotidiane, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, caratterizzati dalla malattia misteriosa di cui soffriva. C'è chi parla di epilessia, chi di schizofrenia, chi di porfiria, ma nessuna diagnosi esatta è nota. 
Fino a quel colpo di pistola che lo portò alla morte, il 29 luglio 1890, 125 anni fa, 


Il fratello Theo morì appena sei mesi dopo di lui e la moglie decise di trasferire la salma nel piccolo cimitero di Auvers-sur-Oise, paese dove Van Gogh trascorse i suoi ultimi mesi di vita. 

10 aprile 2015

Wild

Ieri era giovedì (l'ho già detto che questo è un blog in cui si fa informazione, no?), e, come tutti i giovedì era la serata cinema.
La Tiz voleva vedere Humandroid, la bionda Il Padre, e io White Dog (ops) God. 
Così siamo andate a vedere Wild, che era il titolo di chiusura dell'ultimo TFF, e che tutte noi avevamo bellamente bypassato, al solito grido di "tanto poi esce". 

Allora.
Che è basato sulla vera storia di Cheryl Strayed lo sapete tutti, che è diretto da quel Jean-Marc Vallée balzato agli onori delle cronache l'anno scorso con Dallas Buyers Club pure, e che è interpretato dalla da molti bistrattata Reese Whitherspoon anche. 
Che altro dire?
Le solite minchiate, a questo punto. 
Quando ero giovane ho fatto un viaggio in interrail, che allora si usava un casino. Avevo un enorme zainone dell'Invicta grande più o meno come un bambino di sei anni. 
Sovrappeso. 
La sensazione di avere lo zaino sulle spalle mi è rimasta per almeno un mese dopo la fine del viaggio. Quello che la povera Cheryl si porta in giro per tutto il Pacific Crest Trail (PCT per gli amici) è mooolto più enormissimo di quanto non lo fosse il mio, quindi, massimo rispetto.
Poi. 
Cheryl, tesoro, in quello zaino hai un armamentario che McGiver ti fa una sega, e ti metti ad attraversare il deserto del Mojave - che riceve in media meno di 254 mm di pioggia all'anno - senza nemmeno una crema solare ? E sei bionda e con gli occhi azzurri e la carnagione chiara e non ti ustioni? Eddai, su. 


Comunque. 
"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi", siamo d'accordo tutti? No? Fa lo stesso.
Partiamo dal presupposto che, dall'alto della mia razionalità e pragmatismo misto a cinismo, quelli che per ritrovarsi devono perdersi non li ho mai capiti. Chiaro che "mai dire mai" vale sempre, e magari domani mi sveglio e mi viene voglia di fare il cammino di Santiago camminando all'indietro sul tacco 12 per mortificarmi meglio. 
Ma.
Siccome non tutti - purtroppo - ragionano come me, Cheryl, dopo aver perso la madre, morta prematuramente per un cancro a 45 anni, aver divorziato dal marito, essersi scopata ogni essere senziente e non che le sia capitato a tiro senza farsi mancare l'uso di droga, una gravidanza indesiderata e altre amenità del genere decide che deve darsi una calmata e rimettere ordine nella sua vita che sta andando elegantemente a puttane. E cosa c'è di meglio se non affrontare 1100 miglia (1800 km, chilometro più, chilometro meno) del Pacific Crest Trail con la preparazione atletica di un giocatore di freccette (e non me ne vogliano i giocatori di freccette)? 
Niente, appunto.
Così la vediamo mentre, dopo  i preparativi, parte per il lungo viaggio che le cambierà la vita. 
E anche quella dei suoi poveri piedi. 
Durante il percorso affronterà fatiche e paure, e la sua ostinazione le consentirà, oltre a non mollare, di fare i conti, tra un flash back e l'altro, con i fantasmi del suo passato. 
La Whiterspoon se la cava alla grande, i panorami sono - manco a dirlo - mozzafiato e il tatuatore che si vede nel film è davvero quello che tatuò la vera Cheryl Strayed 20 anni fa.




7 aprile 2015

I film di Pasquetta
Home sweet Home(front)

Cosa c'è di meglio di una giornata casalinga spalmata sul divano per smaltire tutto il cibo ingurgitato il giorno precedente? 
Andare a fare jogging dite? 
No, vabbé, ma per chi mi avete preso? Sono la presidentessa dell'USPS (Unione Signore Pigre Sovrappeso) mica posso sputtanarmi così, andando a fare jogging il giorno di pasquetta, e su, un po' di serietà, cazzo pensa chi mi vede? Ho una reputazione da difendere, e combatto tutti i giorni la mia lotta contro per la cellulite, affinché sia sempre di primissima qualità, non voglio che mi si accusi di averla trascurata.
Quindi, cosa c'è di meglio, essendo a casa, se non guardare cose a caso "A casa"? 

h o m e

Tu, quello viola! 
Credo che questa sia la seconda volta in cui parlo di un film di animazione, genere che solitamente non cattura la mia attenzione, ma mi sono innamorata del gatto la prima volta che ho visto il trailer, e allora ciao. 
Home è essenzialmente un film per bambini, senza riferimenti a questo o quello o citazioni più o meno colte in grado di entusiasmare i grandi, ma va bene così. Il messaggio è ovviamente quello di tolleranza e accettazione del diverso, cosa di cui purtroppo c'è ancora un gran bisogno.
Abbiamo, da qualche parte nell'universo, il popolo dei Boov, esserini colorati in perenne fuga dai loro nemici, i Gorg. 
Alla ricerca di un posto in cui sistemarsi, scelgono la terra (popolata da gente semplice), e, dopo aver risucchiato tutti i terrestri per sistemarli in una specie di enorme parco giochi, ne prendono possesso. 
La giovane Tip con il suo ciccionissimo gatto, ragazzina emarginata alla ricerca di sua mamma viene raggiunta da Oh, un Boov schifato un po' da tutti (infatti Oh è l'esclamazione che esce dalla bocca degli altri Boov ogni volta che lo incontrano...) e assieme, superata la reciproca diffidenza iniziale, inizieranno un viaggio che da New York a Parigi all'Australia porterà Oh e Tip a confrontarsi con i reciproci errori di valutazione e a intraprendere un viaggio che insegnerà loro molte cose.
Insomma, un film tanto tanto buonino, bellino e coloratino, corredato da una colonna sonora tanto tanto tamarra move your ass che alla fine anche i Boov si ritroveranno inevitabilmente a sculettare.

h o m e f r o n t

Siccome erano almeno due giorni che non vedevo un film con James Franco...
No, scherzo. 
Siccome sono pur sempre la presidentessa dell'USPS, quando è finito Home, scegliere un altro film sarebbe stata un'operazione troppo laboriosa e avrei corso il rischio di bruciare almeno una caloria, così ho lasciato che l'HD e l'ordine alfabetico decidessero per me, e Homefront fu.
Il regista è Gary Fleder (Cosa fare a Denver quando sei morto, La giuria), ma quando sullo schermo ho letto screenplay by Sylvester Stallone ammetto di aver pensato "ma che, davero davero?" e mi sono preparata al peggio. 
Homefront è un film con Giasone Statham che inizia con lui (Phil Broker) agente della DEA infiltrato in una banda di motociclisti spacciatori e cattivi, dove, per l'occasione, indossa la parrucca di Danny Trejo. E no, figli miei, non è affatto un bel vedere, fidatevi. L'operazione finisce a puttane, il figlio del capobanda muore sparato, e Giasone belli capelli fugge in moto.
Two years later.
L'agente Broker, che in questi due anni per non farsi mancare niente è pure rimasto vedovo, si è trasferito, con la figlia Maddy in un paesino da qualche parte in inculandia, dove nessuno conosce il suo passato. Le cose si complicano nel momento in cui la ragazzina, a scuola, importunata da un compagno di classe che le ha rubato il cappello, tenta di farselo ridare due volte con le buone, e alla terza, essendo degna figlia di Giasone, lo corca di mazzate che nemmeno VanDamme. 
La mamma del ragazzino pianta su una tamurriata e vuole vendetta (che vabbè, anche meno, so' regazzini, daje), così si rivolge al suo caro fratello Gator (James Franco, pensavate scherzassi?) che è il cattivo della zona, nonché rinomato cuoco e spacciatore di droga, che si introduce in casa di Broker, gli buca le gomme, decapita il coniglietto di peluche di Maddy e, come se non bastasse, gli rapisce Luthor. il gatto. Ma, puLtLoppo, scopre anche la vera identità di Broker, e da qui le cose si complicano, dando il via a tutto il repertorio classico di un film con Jason Statham sceneggiato, non dimentichiamolo, da Sylvester Stallone. 
E credo sia inutile aggiungere altro. 
Anzi, sì: Luthor si salva.


3 aprile 2015

Third person

E' morto Manoel De Oliveira.
No, non dopo aver visto questo film. Che per carità, brutto è brutto, ma non fino a sto punto. In fondo il regista portoghese aveva 106 anni, e, diciamocelo, ogni giorno era buono per andarsene (anche per noi, fra l'altro.
RIP, Manoel.



Al primo "guardami" pronunciato da non si sa chi, mentre Michael è impegnato a scrivere il suo romanzo in una suite d'hotel di Parigi ho pensato, tra me e me "ahia". Che, si sa, lo scrittore che sente le voci non promette mai nulla di buono. 
Third  Person,  ultimo  film  di  Paul  Haggis  dura  millemila  130 minuti al rallentatore,  roba  che al confronto  Turner,  che,  ve  lo  ricordo,  ne durava   c e n t o c i n q u a n t a,   sembra Die Hard.
Cast di livello, con Liam Neeson, Adrien Brody, James Franco, Mila Kunis, Olivia Wilde, Maria Bello, Moran Atias, e la partecipazione di Riccardo Scamarcio, Vinicio Marchioni e Kim Basinger, più Parigi New York e Roma a fare da sfondo alle tre storie che si incrociano, apparentemente (o forse no) slegate fra loro. 
Ma cerchiamo di capire qualcosa in più di questo film, che, sulla locandina italiana si bulla così:

Ma anche no
Signor Denby, io non la conosco, ma suppongo che lei sia il critico cinematografico del New Yorker. E se un film di questo genere le rimane impresso nella memoria mi viene il dubbio che i nostri gusti siano non solo un tantino differenti, ma diametralmente opposti. 
Signor Lasalle, famo a capisse: Paul Haggis ha diretto, con questo, cinque film, e ne ha sceneggiati quasi il doppio. Io dei suoi cinque film ne ho visti quattro, compreso "the next three days" che è un remake di un film francese che si intitolava "pour elle" (e sì, ho visto pure quello) e, nonostante nessuno di questi sia memorabile (per quanto Crash - nonostante non meritasse assolutamente l'oscar quell'anno - non fosse affatto male), Third Person non riuscirebbe ad essere il miglior film di Haggis nemmeno se fosse l'unico film di Haggis.

Le tre storie parallele, dicevamo, hanno un denominatore comune che è il rapporto genitori-figli (l'importante è che questi ultimi siano tutto tranne che felici: o morti, o sottratti, o abusati):
a Parigi Michael (Liam imbolsito Neeson) scrittore che in passato ha vinto un Pulitzer sta scrivendo il suo ultimo romanzo quando viene raggiunto da Anna (Olivia Wilde) la sua amante che non vuole che si sappia anche se lo sanno tutti moglie di Michael compreso e li vediamo che si prendono si lasciano si riprendono si rilasciano si ririprendono si ririlasciano e poi lei se ne va ma torna poi riceve sms a cui non risponde mai poi piange poi ride poi non si capisce forse ha solo scordato di prendere il litio e poi lui le riempie la stanza di rose bianche e allora lei si rende conto che lo ama ma forse no e quindi va da lui ma forse non per sempre ma poi si capisce che...
a New York Giulia (Mila Kunis) deve aver fatto qualcosa di terribile per cui le hanno tolto la custodia del figlio ma lei dice che non è vero e quindi cerca di poter ottenere il permesso di visita tramite il suo avvocato (Maria Bello) però siccome è un po' incasinata riesce sempre per qualche strano motivo a presentarsi in ritardo agli appuntamenti e quindi ciccia così il padre del bambino che è un artista ricco e famoso (James Franco) anche se fa dei quadri brutti non vuole che lei riveda più il ragazzino e quindi...
a Roma un tizio di New York (Adrien Brody) che fa spionaggio industriale nel mondo della moda entra in un bar dove il barista è Riccardo Scamarcio in versione coatta c'a maglia d'a maggica mentre alla radio si sente dire "l'Inter è sempre in crisi" e il film è del 2013 e quindi Haggis di calcio ne sa e incontra una zingara - che del resto dove la vuoi mettere la zingara se non in Italia - che in qualche modo lo incuriosisce con la storia di sua figlia che deve riscattare tramite il pagamento di 5mila euro che poi diventano 10, quindi 25 poi 100 e lui che passa il tempo ad ascoltare un messaggio registrato di sua figlia alla fine decide che...

...è arrivato il momento dei saluti e c'è Michael ancora a Parigi al telefono con sua moglie o ex moglie fa lo stesso e finalmente noi capiamo che quello che avevamo subodorato più o meno a metà film ovvero quando la poison aveva iniziato a controllare l'ora è tutto vero.
O forse no.

Non so voi, ma io sono arrivata alla fine ed ero stremata. 
E quindi... #Easterwhatyouwant a tutti.

1 aprile 2015

French Connection



Vi ricordate "Il braccio violento della legge", girato da quel geniaccio di Friedkin nel lontano 1971? 
Il titolo originale era "The French Connection" e nel 1972 si portò a casa cinque oscar, fra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista (oltre a montaggio e sceneggiatura non originale). 
In quel caso Marsiglia era il punto di partenza per una vicenda che poi si sviluppava oltreoceano.
Dopo più di 40 anni arriva in sala la risposta francese, diretta da Cédric Jimenez, un regista nato e cresciuto a Marsiglia, e che all'epoca in cui inizia il film, 1975, aveva appena un anno. 
(adesso parte il solito pippone selvaggio sulla traduzione dei titoli, io vi avviso).
French Connection, cari signori, NON E' il remake di The French Connection.
Il titolo originale è "La French". 
E a me viene un dubbio: i titolisti l'avranno intitolato come il film di Friedkin (ma senza l'articolo, eh? che finezza) per ingannare lo spettatore, o avranno pensato che lasciando il titolo originale "La French" si sarebbe riversato in sala un esercito di estetiste pronte a scoprire tutti i trucchi e i segreti della manicure? 
Io propenderei per la prima ipotesi, ma non do nulla per scontato. Perché a volerla proprio dire tutta, French Connection è anche un brand di abbigliamento, anche se in Italia non è proprio diffusissimo

(fine del pippone selvaggio sulla traduzione ad minchiam dei titoli).

La French è un solido polar con una cura per la ricostruzione storica ineccepibile. Fotografia, costumi ambientazioni: tutto reso in modo accuratissimo e perfetto, persino i colori sembrano avere la patina degli anni, come quando riguardi le vecchie Polaroid. 
Marsiglia - a quei tempi capitale mondiale del traffico di droga - fa da teatro alla storia (vera, fra l'altro) dell'irreprensibile giudice Pierre Michel, ottimamente interpretato da Jean Dujardin, che, appena insediatosi in città decide di debellare l'organizzazione criminale gestita da Gaetan (Tany) Zampa (Gilles Lellouche, che con Dujardin ha già recitato in "piccole bugie tra amici" oltre che nel trascurabilissimo "gli infedeli"). boss del narcotraffico che sembra inafferrabile, grazie anche al solito sottobosco di poliziotti e politici corrotti e collusi.
Michel, con un passato da giocatore d'azzardo, decide di rischiare il tutto per tutto, e, sfidando colleghi e superiori, si lancia a testa bassa per condurre la sua indagine come una missione, e, per arrivare a Zampa inizia a far terra bruciata attorno a lui, eliminando la "piovra" a partire dai tentacoli... fino all'incontro faccia a faccia tra i due con il giudice che ribadisce di non aver paura.

Film di stampo classico, che si farà senz'altro apprezzare dagli amanti del genere, elegantemente confezionato, che non indugia eccessivamente su scontri a fuoco e spargimenti di sangue, delineando le figure dei protagonisti in maniera rigorosa sia nella loro parte pubblica sia in quella privata (entrambi hanno una famiglia a cui sono attaccatissimi, e anche questa parte non viene trascurata).
In buona sostanza, un film dove l'eterna lotta tra il bene e il male ci viene mostrata in tutta la sua tragica forza, grazie alle interpretazioni dei già citati Dujardin - Lellouche, ma anche a tutto il resto dei coprotagonisti, che non restano defilati sullo sfondo, ma a cui viene dato il giusto spazio.
Insomma, da vedere.


Per la cronaca, (QUI e QUI) pare che la famiglia del giudice Michel non abbia gradito particolarmente il film.