31 dicembre 2013

2013 in pillole

G e n n a i o
Inizi l'anno con Jo Nesbø e ti innamori di Harry Hole dopo una manciata di pagine.
Finisci "il pettirosso" in due giorni. E attacchi "nemesi".
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Vai a cena a Casa Baladin. Ti piace molto.
Riesci finalmente ad andare a pranzo al D'O di Davide Oldani. Ti piace molto.
La sua cipolla caramellata diventa uno dei motivi per cui vale la pena vivere. 
F e b b r a i o
Fra "La stella del diavolo" e "la ragazza senza volto" leggi "fatti fuori". Che non ti piace particolarmente.
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Vedi uno spettacolo di Marco Paolini. Ti piace molto.
M a r z o
Esplodono lampadine, ti spacchi un dente, hai un incidente in macchina.
Vai al cinema, vedi due dei film più brutti dell'anno.
Se fossi una che crede al malocchio inizieresti a pensar male.
Hai un momento di crisi. E scopri il potere terapeutico di un abbraccio caldo.
Leggi "l'uomo di neve". Poi Lansdale fa uscire un libro di racconti di Hap & Leonard e tu lo leggi in un paio di giorni. Inizi "il leopardo".
Compri il biglietto aereo per San Francisco e fai l'ESTA, che ti approvano in tempo zero.
A p r i l e
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Ti fai un tatuaggio, per non perdere l'abitudine.
Inizi "lo spettro"
Ceni a Pollenzo. Lo chef è Augusto Lima. Ti piace molto.
Vedi le retrospettive di Robert Capa e Eliott Erwitt. Ti piacciono molto.
M a g g i o
Voli a San Francisco. Se escludi Las Vegas vedi un sacco di posti splendidi.
Anche se non puoi permetterti di pranzare al French Laundry, ti stupisci di quanto si possa mangiare bene (anche) in America.
Ad esempio qua, qua e qua.
Torni da San Francisco dopo averci lasciato un pezzo di cuore.
Vai al cinema, guardi film sul divano
G i u g n o
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Fai cose, vedi gente. Soprattutto RIvedi gente. Che ti piace (sempre) molto. 
Vedi una splendida mostra fotografica di Yann Arthus-Bertrand.
L u g l i o
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Festeggi il 4 luglio cenando da Eataly.
Festeggi il 12 luglio (?) pranzando a Pollenzo. Lo chef è Marc Haeberlin.
Anche se sai che non perderai l'abitudine, fai un altro tatuaggio.
A g o s t o
Vai al cinema, guardi film sul divano.
Anche quest'anno compi gli anni.
Ti prepari ad affrontare per la prima volta dopo secoli, due settimane di ferie ad agosto. Cosa che detesti.
Ma te ne fai una ragione.
Finisci "lo spettro" e ci rimani malissimo.
Siccome non sei abituata a fare le ferie ad agosto, decidi di romperti un malleolo. Ma, con una tua personalissima autodiagnosi, decidi che non è rotto finché 3 giorni dopo, al pronto soccorso, dovrai arrenderti all'evidenza. E al gesso.
Trovi finalmente il tempo per leggere "io ti troverò".
Viene a trovarti un sacco di gente.
S e t t e m b r e
La bionda si porta avanti col lavoro iniziando a far pratica come badante e ogni sabato viene a trovarti portandoti la spesa.
Ovviamente non vai al cinema, ma vedi un sacco di film sul divano.
Ti dedichi allo shopping on line con ottimi risultati.
Ovviamente non vai nemmeno in vacanza ad Ibiza. Te ne fai in qualche modo una ragione.
Ricevi una visita a sorpresa. Ti piace molto. 
Esci addirittura di casa per andare in pizzeria.
Il 27 ti tolgono finalmente il gesso.
Puoi finalmente ricominciare a guidare.
O t t o b r e
Inizi la riabilitazione.
Continui a guardare film sul divano.
Vai a cena da Eataly. Ti piace molto.
Ti punge una vespa. Sulla schiena. Non ti piace affatto. Bestemmi molto. Infezione. Antibiotico.
Scopri che l'abbinamento alcolici & antibiotici non è poi così nocivo.
Scopri anche che - nonostante la caviglia sia ancora un po' rigida - riesci a far sesso in (quasi) tutte le posizioni.
Scopri con sommo rammarico che non riesci a deambulare in scioltezza sul tacco 12. 
A fine mese torni in ufficio. Ti ricordi la strada. Ritrovi la tua scrivania. E anche la BCSdTR. Te ne fai una ragione. 
N o v e m b r e
Riprendi ad andare al cinema.
Ti strafoghi di formaggi francesi, ostriche e champagne.
Inizia il TorinoFilmFestival. Decidi che la direzione di Virzì non ti piace affatto, ma te ne fai una ragione.
Vedi una quarantina di film in una settimana.
L'idea di guardare film sul divano ti fa venire un po' di nausea.
D i c e m b r e
Vai al cinema.
Vedi un paio di mostre fotografiche molto interessanti.
Riprendi timidamente a deambulare sul tacco 12. Ma solo in camera da letto. 
Inizi "polizia". Ti piace molto. In quattro giorni lo finisci. Ne vorresti ancora.
Sopravvivi al natale.
Bevi molto. Che frequentare gente astemia non è previsto nel tuo personalissimo codice etico.
L'unico regalo di natale che hai fatto è stato molto apprezzato, e la cosa ti piace molto.
Sei quasi sicura che sopravviverai anche al Capodanno.



30 dicembre 2013

Quella sporca dozzina

Casomai non ve ne siate accorti, il 2013 sta per finire. Perché fare informazione precisa e puntuale è un po' la caratteristica di questo blog, quindi ci tenevo a dirvelo.
E potevo forse esimermi dallo stilare la mia personale quanto inutile "classifica" dei film (non necessariamente del 2013)  che, in questo 2013 che sta per finire - ve l'ho già detto? - mi hanno colpito, nel bene e nel male? 
Volendo sì, tranquillamente. Ma non l'ho fatto.
E quindi, adesso, che vi piaccia o no, ve la beccate, nel bene e nel male, mese per mese.

Gennaio 
(nel bene): The Perks of being a Wallflower perché mi ha portato indietro nel tempo, e nonostante io patisca i film sugli adolescenti e i loro problemi più o meno reali, questo non sono riuscita in nessun modo a patirlo.
(nel male) Lincoln. Parole, parole, parole... Tante parole. Pure troppe. 
Febbraio
(nel bene) Zero Dark Thirty dalle tecniche di interrogatorio forzato alla cattura di Bin Laden la Bigelow non fa sconti a nessuno. 
(nel male) Apres mai. Mai più senza. Ma anche no. 
Marzo
(nel bene) Kon-tiki l'impresa di Thor Heyerdahl. Passione ed emozione.
(nel male) Gli amanti passeggeri l'Almodovar che non vorresti aver mai visto. Fuori tempo massimo. Aiutatemi a dire brutto. 
Aprile
(nel bene) Any day now basato su una storia vera, interpretato da un bravissimo Alan Cumming, in italia non pervenuto. Né perverrà.
(nel male) Blue Valentine il fastidio ha un nome. E anche un cognome: Michelle Williams. 
Maggio
(nel bene) Cloudburst: andrebbe visto soltanto per la bravura delle due protagoniste, ma anche per un sacco di altri motivi. 
(nel male) Fire with fire. L'inutilità fatta a film. E film in questo caso è una parola grossa. 
Giugno
(nel bene) Searching for Sugar Man. Perché Rodriguez è vivo, e lotta insieme a noi. 
(nel male) Killer in viaggio. Un nome, un programma. Nel senso che alla fine del film il killer vorresti essere tu. Ed eliminare regista, attori, sceneggiatori, costumisti e comparse. Per non far torti a nessuno. 
Luglio
(nel bene) This is the end. Perché ridere senza ritegno fa bene. 
(nel bene2) Pain & Gain. Perché ti aspetti una tamarrata coi controcazzi e invece dietro c'è tanta altra roba. Incredibilmente vera. 
Agosto
(nel bene) The lone ranger perché sì.
(nel male) About Cherry perché no.
Settembre
(nel bene e nel male) Sharknado. Il film più brutto di sempre. Più brutto di un pic-nic nella piazzola di sosta dell'autostrada, più brutto della birra calda nel bicchiere di plastica, più brutto delle mutande a vista coi pantaloni calati a mezzo culo. Sharknado è più brutto. Anche se, forse, a pensarci bene, le mutande a vista coi pantaloni calati a mezzo culo sono peggio. Perché, a differenza di Sharknado, non fanno nemmeno ridere. 
Ottobre
(nel bene) Mud se questa fosse una classifica tradizionale, Mud sarebbe sul podio. Ma non concorrerebbe né per il bronzo né per l'argento. Vincerebbe a mani basse. 
(nel male) Gravity se questa fosse una classifica tradizionale, Gravity non ne farebbe nemmeno parte. 
Novembre
(nel bene) The Repairman perché è un'opera prima, perché è un film italiano non convenzionale, perché è ambientato in luoghi che in qualche modo mi sono familiari e perché - last but not least, Daniele Savoca è davvero bravo.
(nel male) Machete Kills. Perché c'è un limite a tutto. Anche per Robert Rodriguez. 
Dicembre
(nel bene) Still life. Può un film tanto triste essere tanto bello? Sì.
(nel bene2) Philomena. Come raccontare una storia (vera) drammatica trattandola con delicata ironia e senza l'istigazione alla lacrima facile. 






25 dicembre 2013

♡ ♢ ♤ ♧

Forse invecchiare consisteva in questo.
Avevi alzato le carte che ti erano toccate, le avevi guardate.
Ma non te ne toccavano altre.
Perciò non ti restava che giocare nel modo migliore quelle che avevi.
E sognare quelle che ti sarebbero potute toccare.

(Polizia. Jo Nesbø)


24 dicembre 2013

Still life

Still life è un film di una bellezza straziante. 
Still life è la storia di John May, della sua solitudine e dell'amore per il suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile in un municipio di Londra.
John May si occupa delle esequie delle persone sole che muoiono senza avere nessuno al mondo. E lui fa di tutto per cercare qualcuno che con quelle persone abbia avuto un legame. Molto spesso inutilmente, al punto di essere l'unico a presenziare alle cerimonie funebri di quelle persone, scrivendo discorsi appassionati, scegliendo la bara, l'accompagnamento musicale, basandosi sulle poche cose che trova nelle case dei defunti.
Poi torna a casa, solo, cena con una scatoletta di tonno, a fargli compagnia un album fotografico con le immagini di tutti i suoi "casi", un microcosmo di invisibili abbandonati da tutti, ma non da lui. E il giorno dopo, puntuale, preciso, è pronto a tornare nel suo ufficio, e ricominciare le ricerche.
Quando il suo capo lo convoca per comunicargli che sta per essere licenziato, perché il suo lavoro costa troppo, John May non fa scenate, chiede soltanto di poter portare a termine il suo ultimo lavoro, e rintracciare qualcuno che abbia conosciuto Billy Stoke, l'ultimo uomo morto in solitudine, uomo che, combinazione, abitava di fronte a lui, e che in casa, fra bottiglie vuote e vecchi dischi, conservava un album di fotografie di una bambina bionda. 
E riuscirà, poco per volta, con i pochi indizi a sua disposizione, a ricostruire la vita e il passato di Billy, rintracciando un ex collega di lavoro, una sua compagna, un uomo che aveva combattuto con lui la guerra delle Falkland, due barboni che chiedevano l'elemosina con lui e la bambina bionda dell'album fotografico, sua figlia Kelly. 
E finalmente, quasi inaspettato, sul volto di John May appare un sorriso inedito, destinato a incresparsi in fretta.
Ma la felicità probabilmente è parente della fortuna, ed entrambe sono cieche. 
E, attoniti, sospesi fra tristezza e commozione, si arriva al toccante epilogo, che è poesia pura.
E in qualche modo riesce a spingere via un po' di tristezza. 


Ma tu che stai, perché rimani? 
Un altro inverno tornerà domani 
cadrà altra neve a consolare i campi 
cadrà altra neve sui camposanti.

23 dicembre 2013

Philomena

Attendevo l'uscita di questo film dalla sua presentazione all'ultimo festival di Venezia.
Di Stephen Frears ho visto almeno una quindicina di film, e, tranne in rari casi (Chéri, per dirne uno) difficilmente mi ha deluso. Di Judi Dench (che aveva già lavorato con il regista inglese nel 2005, in "Lady Henderson Presenta") non serve che vi dica nulla, immagino. A volte non servirebbe dicesse niente nemmeno lei, basta il suo sguardo.  
Il film, che è tratto dal libro The Lost Child of Philomena Lee, scritto da Martin Sixmith, racconta la storia di questa donna irlandese (Philomena Lee, appunto), che, all'inizio degli anni 50, nella cattolicissima e conservatrice Irlanda dell'epoca, rimane incinta. Peccato incancellabile, imperdonabile, inenarrabile. Infatti il padre la dichiarerà morta, e la affiderà alle amorevoli cure delle suore del convento di Roscrea, nella contea di Limerick.
Le quali, pervase di amore e carità cristiana fino all'osso, facevano partorire le sciagurate, e quelle che avevano la fortuna di sopravvivere potevano restare a lavorare come schiave in convento, vedendo i loro figli un'ora al giorno. Fino a quando i bimbi compivano tre anni, ed erano buoni per essere adottati a pagamento da famiglie americane . Che dire "venduti" sembra brutto, no?
Philomena adesso è una donna anziana, ha mantenuto il suo segreto, alimentato il suo senso di colpa, ha avuto una figlia, ma, nel giorno in cui il suo Anthony avrebbe compiuto 50 anni, decide di raccontarle tutto.
E, dopo aver incontrato Martin Sixsmith, ex corrispondente dalla Russia della BBC, costretto a licenziarsi dietro le pressioni di Downing Street, decide di rintracciare suo figlio. L'uomo, che sta cercando di reinventarsi lavorativamente, crede di poter ottenere uno scoop da quella storia, e si mettono alla ricerca del figlio, partendo dal convento di Roscrea, scontrandosi con un muro di gomma e di menzogne.
Ma l'ostinazione della donna, e le conoscenze dell'uomo porteranno la (strana) coppia a Washington, alla ricerca di Anthony, e della verità.
Philomena è un film di quelli che ti colpiscono, per il tema trattato, per la forza di questa donna, umile e schietta, capace di perdonare chi il perdono e la carità lo conosce solo in linea teorica ma non lo sa mettere in pratica, per lo scontro fra due caratteri profondamente diversi per cultura e ideologie: cinico e agnostico, quasi rabbioso Martin, magnanima, buona e generosa Philomena, e per il modo in cui una vicenda così drammatica ci viene narrata, con delicatezza ma anche con sottile ironia.
E lo sguardo luminoso e l'interpretazione di Judi Dench, sono semplicemente perfetti per raccontarci questa storia.



Ho avuto la fortuna di vedere il film in versione originale sottotitolata (grazie cinema Centrale grazie), che è sempre una gran cosa. Adesso, io sono consapevole che la mia conoscenza dell'inglese è abbastanza limitata e forse mi sfugge qualcosa, ma non mi è chiaro il motivo per cui, per ben due volte, fucking idiot, nei sottotitoli, è stato tradotto come "maledetto testone". 

21 dicembre 2013

Non sottovalutare mai il potere della stupidità umana.
(cit.)

"La stupidità è come il culo: 
di solito, si nota solo quella degli altri"


E siccome chi è senza peccato scagli la prima pietra, ho iniziato a seguire su Instagram una tizia giapponese (Shota Tsukamoto) che fotografa il suo riccio in ogni posizione. Inutile dire che lo trovo adorabile. Il riccio.
Un mio collega, che era presente sia al funerale di mio padre sia a quello di mia madre, è riuscito a farmi gli auguri di natale pronunciando la fatidica frase "a te e a famiglia". Ma anche meno, volendo.
Lo shopping on line mi sta dando un mucchio di soddisfazioni. Che (successo l'altra sera a me e a Sua Bionditudine) capita di entrare in un negozio e non venire nemmeno salutate. Quando siamo uscite non ho potuto fare a meno di dire "A voi vi ammazza la simpatia, proprio". E il giro di shopping di Julia Roberts in versione Pretty Woman in Rodeo Drive non vi ha insegnato un cazzo, pure.
In India sono riusciti a far stampare un manifesto celebrativo per Nelson Mandela con la foto di Morgan Freeman.
In Abruzzo, invece, pare che un assessore avesse stipulato un contratto con la sua segretaria, in cui la donna si impegnava a fare all'ammore con questo gentiluomo almeno quattro volte al mese. Lui è squallido, lei una mentecatta. Ma non perché la dava al capo, che c'è un sacco di gente che lo fa da sempre e pure gratis, quello che trovo fantascientifico è un'affermazione della signorina, che dice: "In Regione è una consuetudine timbrare e uscire per faccende personali. Quando sono entrata lì nell'ottobre 2012 in molti facevano così. Io partecipavo a missioni, a riunioni esterne. Una volta sola sono andata dall'estetista. Anche i miei colleghi si comportavano così e non credevo di fare nulla di male..." 
No, ma chiaro. Dov'è il problema? 
Il problema, se di problema si può parlare, sono le chiavi di ricerca con cui laggente arrivano in questo blog. 
Per carità, so benissimo di non essere Donna Letizia, e ammetto che buone maniere e linguaggio forbito non siano esattamente il mio forte, però, ragazzi, fatemi capire, se si esclude il poverino che cerca delle foto di conigli d'ANCORA (no, vabbè, niente) più che di un blog sembro la proprietaria di una videoteca hardcore, e se da queste parti passa il gestore del peggio bar di Caracas capace che si scandalizzi. 

- abbordaggio PORNO per strada.
Davvero, spiegatemi. Voi avete dei problemi grossi, lo sapete, sì?
Perché, se escludiamo l'esibizionista (ma ne esistono ancora?) che ti fa vedere tutto il suo orgoglio barzotto, a me non viene in mente nient'altro. Ma mettiamo le cose in chiaro: far vedere l'uccello alla prima che passa NON è una tattica di rimorchio che funziona. O almeno, credo.

- film in cui Daniel Dafoe si masturba
L'importante è avere poche idee ma confuse.
A parte che "non avrai altro Dafoe all'infuori di Willem", esiste un Daniel. Ma DEfoe. Ha scritto Robinson Crosue, per dire. Che sicuramente su quell'isola si sarà anche ammazzato di seghe, non lo escludo, voi che avreste fatto?  Ma lui, il Daniel, è morto nel 1731. Dubito che abbia mai girato un film, non fosse altro perché per la cinematografia, come la intendiamo noi, ci sarebbero voluti altri 150 anni. 

- Crank nel film se la incula davvero
No, niente.
A parte sti cazzi, sono senza parole. 
Applausi. 



20 dicembre 2013

Mr.Morgan's last love

L'indifferenza uccide poco a poco, 
ma la dolcezza è assassina.




















Incuriosita dalla recensione di Vincent-san, ho deciso di vedere questo film, intanto perché il protagonista è Michael Caine, che è sempre bravissimo, ma anche perché il film è ambientato a Parigi. E io amo Parigi.
Punto.
Il film è tratto dal romanzo "La Douceur Assassine" di Françoise Dorner, per quanto ne so inedito in Italia (ma potrei sbagliarmi) e racconta la storia di un'amicizia profonda, quella che si instaura tra Matthew (Michael Caine) e Pauline (Clémence Poésy).
Matthew è americano, anziano professore di filosofia in pensione che vive a Parigi, ma senza aver mai imparato a parlare francese. Tanto lo parlava sua moglie. Ma Matthew è rimasto vedovo, e con la morte della sua amata Joan (Jane Alexander)  lui ha perso l'entusiasmo e la voglia di vivere. 
L'incontro con Pauline, che avviene casualmente su un autobus, farà riscoprire all'uomo un minimo di interesse per la vita, e la ragazza, sempre sorridente e ottimista, gli farà riscoprire i piccoli piaceri della quotidianità, dalla passeggiata nel parco all'hot dog mangiato su una panchina. 
Nessun rapporto morboso, non c'è sesso, non c'è seduzione. Solo l'incontro di due solitudini differenti.
Ma la dolcezza di Pauline, è in qualche modo devastante per Matthew, che, una sera, tornato a casa, prenderà una dose massiccia di sonniferi.
Ricoverato in ospedale, verrà raggiunto dai due figli, con i quali ha un rapporto conflittuale, soprattutto con Miles, che, incontrando Pauline in ospedale, la accuserà di voler sedurre l'anziano padre. 
Una commedia malinconica ed agrodolce, che riesce a far riflettere e commuovere (fortunatamente senza diventare un melodrammone strappalacrime), nonostante sul finale si perda un po' la spontaneità che si vede all'inizio. 

19 dicembre 2013

Steve McCurry

"Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. 
Le belle foto sono in quell'acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po' fuori un po' dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c'è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare, ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo".
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17 dicembre 2013

Jobs

"Tu sei l'inizio e la fine di tutto il tuo mondo, Steve.
Ed è cosi... piccolo, così... triste...
...devi sentirti molto solo..."

I biopic, fatte salve rarissime eccezioni, non mi appassionano. 
Non mi appassionano quando si tratta di personaggi che mi sono piaciuti in vita, figuriamoci quando parlano di vita - opere - miracoli di gente di cui, diciamocelo, frega poco o niente. 
Steve Jobs, paceallanimasua, rientra in quest'ultima categoria di persone.
Che sia stato un pazzo, o un genio, o entrambe le cose, ci sta. 
Che - volenti o nolenti - abbia cambiato, più o meno indirettamente, le nostre abitudini, pure. 
Che, ad un paio di anni dalla sua morte ci venga proposto un film in cui si tenta - senza riuscirci - di farci capire chi era l'uomo Steve... ecco, diciamo che per farlo in questo maniera, se ne poteva fare tranquillamente a meno. 
Un film che ripercorre la vita di Jobs, dalla sua decisione di abbandonare l'università, alla realizzazione del primo progetto innovativo, al lavoro in Atari, alla nascita della Apple Computer nel garage di casa, ai primi successi, la quotazione in borsa, la paternità negata, i deliri di onnipotenza, anni di lotte con(tro) Microsoft qua relegate ad una telefonata isterica, la figura di un uomo che di "umano" non ha quasi nulla, anzi, più volte ti ritrovi a pensare "ma guarda che grandissimo stronzo"... la cacciata dalla Apple, il ritorno, la nascita dell'iPod.
Bla bla bla.
Bah.


16 dicembre 2013

Blue Jasmine

Dopo "To Rome with love" affrontare un altro film di Woody Allen era un azzardo. 
Come? No no, io To Rome with love non l'ho mica visto. Che insomma, mi piace farmi del male, questo è vero, ma c'è un limite a tutto. 
Questa volta Allen confeziona un dramma perfetto, e lo fa indossare, come una seconda pelle, ad una strepitosa Cate Blanchett, che ci regala una Jasmine memorabile, nevrotica, disturbata. 
La conosciamo in volo (in business class, of course) mentre ammorba di parole la vicina di posto, e poi recupera il suo set di Vuitton al nastro bagagli dell'aeroporto di San Francisco, e, in taxi, raggiunge la casa della sorella adottiva Ginger, che, nonostante la stia aiutando, disprezza, perché non capisce come possa "accontentarsi" di una vita mediocre. Lei, che viveva a Park Avenue, e ha dovuto prima trasferirsi a Brooklyn (a Brooklyn, puoi immaginare lo squallore?) e poi abbandonare New York, essendo rimasta - dopo l'arresto del marito, un truffatore senza scrupoli - senza soldi, senza casa, senza sapere cosa fare della sua vita, costretta ad inventarsene una. Cosa che, quando sei abituata ad avere tutto senza nemmeno bisogno di chiederlo, e quando ti sembra che ci sia qualcosa che non va far finta di credere a quello che ti dicono, oppure iniziare a guardare da un'altra parte, può essere estremamente difficile. 
E tutto questo Jasmine - perchè Jeanette non è abbastanza raffinato - lo sa bene. Ma non lo accetta, preferendo annacquare i problemi tra una manciata di xanax e un (numero imprecisato di) vodka martini, totalmente inetta e incapace di reinventarsi una vita, e, quando le si presenterà una seconda occasione, preferisce nascondersi dietro ad un muro di bugie, perché la verità fa male, è scomoda, è difficile da accettare, e la bugia è così pratica, immediata, affascinante, finché non ti si ritorce contro. 
Ma tutto questo Jasmine non lo sa.
...ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi... 


13 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate

Palermo, fine anni 60. 
Arturo, il protagonista del film, viene concepito nel giorno della strage di Viale Lazio, e cresce, come tutti i bambini di quel periodo, in una città che vive la quotidianità dei morti ammazzati negando l'evidenza ("ma che mafia e mafia?" è la frase ricorrente dopo ogni omicidio) e la cui infanzia, suo malgrado, si incrocerà più volte con le vicende che hanno segnato la storia, mentre, affascinato dalla figura di Andreotti, si innamorerà della piccola Flora, sua compagna di classe. 
E mentre sullo schermo la storia di Arturo si alterna ai fatti reali di quegli anni, PIF, in maniera sarcastica, disincantata e grottesca racconta le perplessità di un bambino che cresce col dubbio che veramente la mafia "non esista". 
Quando vincerà un premio scolastico e avrà la possibilità di fare per un mese il giornalista riuscirà ad intervistare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e, riferendosi alle parole del suo "idolo", gli chiederà: “L’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminalità è in Calabria e in Campania, Generale, ha forse sbagliato regione?” salvo poi pentirsene quando, nel settembre dell'82, il generale Dalla Chiesa verrà ammazzato, Arturo inizierà a nutrire dei dubbi su Andreotti, soprattutto dopo averne notato l'assenza ai funerali del generale. 
Passano gli anni, sull'asfalto sono rimasti, prima e dopo Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici e tanti altri. Arturo ritrova casualmente Flora, che è diventata l'addetta stampa per la campagna elettorale di Salvo Lima e lui, pur di starle vicino, si ritroverà a lavorare per l'equivoco uomo politico, amico degli amici, ma, finalmente, il ragazzo ha capito che di quegli amici è meglio farne a meno. E con le stragi di Capaci e di via D'Amelio lo capiranno anche tanti altri. 
Film che riesce a far sorridere commuovendo. O viceversa. 
Perchè io - anche se non sono cresciuta a Palermo come il Dantès, che ha scritto questa cosa bellissima qui me li ricordo tutti (ad eccezione di Filadelfio Aparo, lo ammetto) e ad ogni morte mi venivano i brividi. 
L'unica cosa che non ricordavo è che la Capotondi fosse così tanto cagna maledetta. 

Qua, invece, c'è un'interessante intervista a PIF.

12 dicembre 2013

Burning Bush
Agnieszka Holland (2013) HBO Europe

Sapevo di perdermi un gran film, del resto un binomio come HBO-Holland già la dice lunga. 
E' il film prescelto dalla Repubblica Ceca per concorrere agli Oscar come miglior film straniero, e una versione TV - più lunga - dovrebbe andare in onda su RaiTre nel 2014. 
Ma, dove non arrivo io ci pensa la Tiz, ed ecco qua, come al solito, la recensione del film, proiettato martedì a Torino in occasione del Sottodiciotto Film Festival:


Tutti noi sappiamo, più o meno, (chi più, chi meno), che Jan Palach, nel 1969, si diede fuoco per protestare contro l'invasione sovietica in Cecoslovacchia, che interruppe di fatto la "primavera di Praga". 
Sappiamo anche, suppergiù, che il dominio sovietico finì nel 1989, più di 20 anni dopo la morte di Jan Palach.
Ma forse non sappiamo, e di certo io non sapevo, che Palach non morì subito: la sua agonia durò 3 giorni. Non sappiamo avesse una famiglia: un fratello e una madre. Che, naturalmente, studiava (filosofia) e che aveva degli amici, una mezza fidanzata, che altre persone condividevano la sua protesta. 
Non sappiamo che è solo fortunosamente che la sua morte non è passata sotto silenzio, come il gesto di un suicida, e non sappiamo che il regime, dopo aver fatto il possibile per minimizzare il gesto, e per convincere altri a non ripeterlo, con sotterfugi, pressioni, ricatti, intimidazioni, ha prezzolato il "signor" Novy per sputtanare il ragazzo.
Ma, a questo punto, la madre decide di aver sopportato anche troppo e, se non può portare in tribunale il governo o gli invasori, vuole che Novy paghi e gli fa causa. 
La famiglia intenta la causa e incarica l'avvocatessa Dagmar Buresova, ma lei all'inizio rifiuta. Troppa paura, anche per la sua famiglia (infatti il marito avrà delle conseguenze) ma, dopo un lungo travaglio interno, accetta. Lei è brava, trova prove e testimoni nonostante la pedinino e facciano di tutto per farla desistere, ma, ahimè, le prove spariranno e i testimoni si volatilizzeranno e la sentenza, già pronta, verrà consegnata alla giovane giudice che non potrà fare altro che leggerla. 
Una dittatura è questo, o è anche questo.
Non sapevamo neanche che Dagmar Buresova diverrà, nel 1989, Ministro della Giustizia.


11 dicembre 2013

di martedì sera e di pensieri sparsi a caso.
o a cazzo, fa lo stesso.


C'è questo strano mal di stomaco che mi accompagna da qualche giorno. 
Di quelli che arrivano all'improvviso e che ti si piazzano lì, come un blocco di tufo che si incastra, e non va né su né giù. Più o meno lo stesso effetto, ma molto più blando, di quando mi facevo le canne. Ssssssh. 
Che infatti dopo un po' ho capito che farmi le canne non era poi una mossa così geniale, e ho smesso. 
Ma per far passare un mal di stomaco che non so perché è arrivato cosa posso smettere di fare? 
Ieri sera ho saltato la cena, per dire. 
Sempre ieri sera, al cinema, mi sono addormentata. La Tiz ha detto che il film era bello.
Dal poco che ho visto è sembrato anche a me. 
Stamattina sono rimasta addormentata.
Alla sveglia delle 6.00 ho pensato "ancora cinque minuti". Quando ho riaperto gli occhi erano le 8.00.
Ma solo perché il gatto ha iniziato a prendermi a zampate in faccia. 
Poi in TV ho visto Conte che spiegava che è arrivato a Istanbul la domenica perché lui "li porta sempre a visitare le città in cui giocano". E io mi immaginavo Antonio Conte che racconta a Vidal e Pogba la storia di Yerebatan Sarnici e ho pensato "Agghiacciantaaaa". 
Oggi ho pranzato a pane e citrosodina.
Poi mi si è accesa una spia (sull'auto, io sono anziana, sono ancora un modello anal-ogico) e ho portato l'auto in officina.
Nella migliore delle ipotesi potrebbe essere il filtro del gasolio, se invece non vogliamo esagerare con questo sfoggio di smisurato ottimismo potrebbero essere gli iniettori che si sono s-programmati di loro spontanea volontà. Venerdì saprò.
Nel frattempo la città è bloccata dalle proteste del movimento dei Forconi.
A me sinceramente sfugge l'efficacia di colpire la classe politica creando disagio fra i comuni mortali come me, te, o la signora Pina con la pensione minima che va a comprare il pane e trova la panetteria chiusa. Mi sembra una guerra tra poveri dove i destinatari della protesta osservano lo spettacolo dalla finestra, in un misto tra il divertito e l'annoiato, per vedere chi si farà male per primo. 
Tornando a casa ho trovato l'autostrada bloccata. 
Ma avevo la citrosodina.
Stavo pensando ad un nuovo format, "Gira il forcone". 
Poi ho scoperto che la causa era un incidente mortale.
E mi sono sentita un po' una merda. 
E avrei voglia di un lungo abbraccio caldo e morbido.
Ma mi accontenterò della citrosodina. 
E della coperta di pile.
Se qualcuno, nel caso, volesse regalarmi un plaid in cachemire, sappiate che mi farebbe davvero tanto, ma tanto piacere.

10 dicembre 2013

Valentine Road


Marta Cunningham ricostruisce, attraverso interviste ai testimoni, l'omicidio di Larry King, avvenuto il 12 febbraio del 2008 ad Oxnard, in California, dove il ragazzo, che aveva deciso di vivere apertamente la sua omosessualità, andando a scuola truccato e indossando stivali col tacco, venne ucciso, con due colpi di pistola alla nuca, dal suo compagno di classe Brandon McInerney, indignato per essere stato invitato ad uscire con lui, di fronte a tutti i suoi amici, per il giorno di San Valentino.
Tra filmati di repertorio e testimonianze dirette dei compagni di scuola di Larry, dei parenti di Brandon, degli insegnanti e di tutte le persone in qualche modo coinvolte si scoprono a poco a poco le circostanze che hanno portato Brandon a compiere il terribile gesto.
Entrambi i ragazzi hanno una situazione familiare problematica alle spalle, Larry, ospitato in una casa famiglia, veniva picchiato dai genitori adottivi, Brandon, con genitori separati e con problemi di droga e alcool, aveva abbracciato l'ideologia nazista, portando a scuola libri su Hitler e sulle SS, proprio nel giorno in cui, a scuola, si discuteva di Anna Frank. 
Dopo la tragedia i ragazzi sono sotto choc, e la scuola, invece di offrire supporto psicologico, tenta di insabbiare la cosa, come se nulla fosse mai accaduto. 
Interessanti (e/o agghiaccianti) i punti di vista di alcuni fra gli insegnanti, l'unica ad averlo in qualche modo sempre sostenuto verrà licenziata e tenterà il suicidio, un'altra, molto meno empatica nei confronti del ragazzo assassinato, sembra partorita direttamente dalla mente malata di Giovanardi, come certi discorsi di alcuni componenti della giuria popolare, durante il processo, quasi convinti che il colpevole sia in realtà la vera vittima, perchè in quanto "provocato" non aveva altro modo per difendersi. 
E certo, come no? 
Processo che si trascinò a lungo, dapprima perché, nonostante la giovane età dell'assassino, avvalendosi di una legge studiata per le gang, verrà processato come un adulto, rischiando l'ergastolo, e sono molto interessanti i dibattimenti di accusa e difesa. Ma, proprio perchè la giuria non se la sente di condannare un ragazzo così giovane al carcere a vita, il verdetto non verrà raggiunto e il processo sarà da rifare.
Tanto Larry, morto nel giorno di San Valentino, non può certo lamentarsi.
Quando l'odio e l'intolleranza si scontrano (o si incontrano) con l'inadeguatezza delle istituzioni. 



9 dicembre 2013

Il regalo inutile


Siccome questo è un blog di (in)dubbia (in)utilità, gestito da una vecchia zitella all'occorrenza acida e un po' stronza, che, da anni, seguendo una terapia a scalare, come i tossici, è riuscita ad uscire dal tunnel del regalo obbligato, approfitto dell'avvicinarsi delle feste per riciclare (no. Non i regali. Lo so che la tentazione di sbarazzarsi del tostapane a pedali che vi ha regalato la zia è forte, ma no. Non si fa. Chiaro?) un vecchio post pubblicato sul vecchio blog, perché c'è crisi, e anche se il natale arriva comunque, non sentitevi in obbligo di fare regali a persone di cui non vi frega una beata minchia solo perché è natale. Perché alla fine voi avrete buttato tempo e soldi, e il destinatario del vostro impegno sarà costretto ad esibirsi nel peggiore dei sorrisi di circostanza dopo aver assunto abbondanti dosi di anti-emetico.
E soprattutto non correte il rischio di farvi portatori sani del REGALO INUTILE.
Se non ti è ancora capitato, stai tranquillo, che prima o poi arriva: il regalo inutile è da sempre il miglior modo di augurare Buon Natale in tutta letizia; è capace di stare in agguato come una spada di Damocle anche per anni, ma prima o poi colpisce sempre, e anche più volte.
Caratteristiche del regalo inutile: è inutile. Può sembrare pleonastico, ma va detto. Ci sono regali inutili che a prima vista sembrano utili, tanto da indurre ad esclamare il ricevente "Che bello, ne ho sempre desiderato uno, mi serviva proprio!". Ma ben presto il tapino scoprirà che per quell'oggetto non esiste alcun uso che si avvicini vagamente al razionale.
a) E' inutile per definizione. Il regalo inutile è inutile in quanto tale e non per un guasto o un malfunzionamento: è stato concepito così, in tutta la sua inutile inutilità.
b) E' orrendo. Se anche può, per sbaglio, essere di una minima utilità, l'aspetto quantomeno pacchiano ne scoraggia comunque l'uso.
c) E' estremamente costoso. Il valore effettivo dei suoi componenti, tutti made in PRC, è circa un decimo del prezzo di vendita, a voler esagerare.
d) Si fa solo tra parenti, vicini di casa e, se siete particolarmente sfortunati, tra colleghi d'ufficio. Solo questi, infatti, sono dotati di quel briciolo di sano sadismo che spinge a regalare oggetti il cui unico scopo è portare via spazio negli armadi e nelle cantine. E ogni volta che il mittente vi verrà a trovare, voi sarete costretti ad andare a ripescare il regalo che vi ha fatto in mezzo a tonnellate di cianfrusaglie, togliergli la patina di polvere dei secoli e a metterlo in bella mostra.
e) E' indistruttibile. Per quanto distratti voi cerchiate di essere, non riuscirete mai a farlo cadere. E se anche ci riuscirete, il maledetto cadrà addosso ai vostri bicchieri preferiti, distruggendoli e uscendone ancora integro. I regali inutili, come le blatte, sono destinati a durare nei secoli, e rappresenteranno un bel dilemma per gli archeologi del futuro.
Esempi di regali inutili.
Il vassoietto: è un piccolo vassoio di ceramica dipinto spesso dalle manine sante di chi ve lo regala. Quando il regalante non è esattamente un piccolo emulo di Caravaggio o Vermeer, si passa al decoupage, con disegni di colibrì che recano ortensie e/o crisantemi più grandi di loro nel becco. A causa delle ridotte dimensioni, sul vassoietto non ci sta nulla, ma al contempo è troppo grande per essere usato come portacenere o come contenitore di piccoli oggetti.
La cravatta: una cravatta può anche essere utile; una cravatta  di Marinella può anche essere bella. Scordatevelo. Una cravatta di Natale non lo sarà mai. La cravatta di Natale è dotata di quelle decorazioni al cui confronto un maglione tirolese diventa sobrio, vale a dire nell'ordine: una riga di stambecchi, una riga di fiocchi di neve, una riga di slitte con renne, una riga di abeti, una riga di babbinatale, una riga di boh, e via che si ricomincia. La cravatta di Natale potrebbe essere usata spiritosamente a Capodanno, per impiccarsi al balcone mentre state tentando di far precipitare quei cazzo di babbinatale rampicanti.
La candela farlocca: è bizzarramente in legno o ceramica, anche la fiamma è finta, dipinta a mano da valenti artigiani della Val Gardena (in realtà bambini cinesi che lavorano h24 7/7 in uno scantinato umido della Brianza). Ovviamente - essendo farlocca - non può essere accesa. I modelli peggiori sono dotati di un carillon e appena li sfiori, come i maiali di peluche in Autogrill, iniziano a suonare "Ai se eu te pego!". Solitamente smettono solo dopo il 6 gennaio, ma c'è chi giura di aver sentito cassonetti dell'immondizia suonare Ai se eu te pego anche a ferragosto, in Versilia.
Il tagliacarte: ha il manico di legno o argento intarsiato con gli stessi motivi della cravatta. Ovviamente, essendo inutile, non taglia alcun tipo di carta, ma lascia solchi sottili e dolorosissimi sulle mani, tipo foglio.
Il calendarietto: non ha i nomi dei giorni, ma solo numeri, tutti in nero e messi un po' a cazzo, in modo che non riesci nemmeno ad individuare i week end. Le fotografie (artistiche, ça va sans dire) rappresentano bambini tirolesi nell'atto di scambiarsi teneramente mazzi di stelle alpine al tramonto di fianco ad un gregge di caprette o bambini africani che giocano a tirarsi l'immondizia negli slum di Nairobi, o bambini siciliani con la coppola, mentre mangiano la pizza, suonano il mandolino e sfanculano il fotografo. Non si può appendere in alcun modo: l'ultima pagina è di cartoncino sagomato in modo da essere piegato all'indietro per fare da supporto, ma ogni dieci minuti si ripiega e il calendario cade.
Il beauty case: è' un bauletto grosso come un televisore Brionvega in bianco e nero da 14 pollici, pesante come un televisore a colori da 33 pollici e costoso come un televisore al plasma da 100 pollici. All'interno è foderato di simil-velluto rosso e piombo pressofuso, i modelli deluxe sono isolati in amianto. Contiene quattro confezioni di mascara da un grammo l'una nei colori moda giallo canarino, giallo taxi, giallo twingo e giallo ittero, ombretti dai colori talmente sparati che nemmeno le più laide baldracche di Calcutta, e un pennellino lungo due centimetri, che inizia a perdere le setole nel preciso istante in cui lo levi dal suo alloggiamento.  
Le saponette: sono sempre dispari, tre o cinque, come le rose, o i confetti. Confezionate in scatole di plastica semirigida trasparente a forma di cuore, di girasole, di coccinella o di stercorario. Hanno profumi un po' forti, al punto che se le aprite prima di aver iniziato il pranzo, rischiate di mangiare un panettone che sa di lavanda, di rosmarino o di muschio bianco. Come se non bastasse hanno solitamente la forma di frutta, tipo fragola, limone o banana, che - naturalmente - non corrisponde mai alla profumazione originale (fragole alla lavanda, banane al rosmarino e limoni al muschio bianco). C'è gente che è entrata in analisi. 
Dopo qualche tempo, esattamente come la frutta, assumono un tipico colore verde marcio e ammuffiscono.
Il bouquet: è un'allegra composizione che ricorda molto da vicino le corone funebri, solo un po' più triste. E' composta da fiori secchi estremamente friabili, che lasciano ovunque un plancton di scagliette rosse, viola e gialle. E brillantini.
Le presine: sono ricamate a mano dalla nonna cieca di chi ve le regala, con motivi esclusivamente natalizi e isolano dal calore delle pentole con l'efficacia di un foglio di carta velina, o forse un po' meno. Di solito sono coordinate con grembiuli che, per dimensioni, sembrano usciti dalla magica cucina della Barbie, o strofinacci che si inzuppano subito senza asciugare nulla, il tutto nella medesima fantasia.
Dischi/CD: che, va detto, come regalo potrebbe essere interessante, se conosci i gusti musicali della persona a cui è indirizzato. Per dire, se mi regali un CD dei Calexico o di Ben Harper mi fai davvero piacere, già con Alessandra Amoroso e Michael Bublè mi tocca sfoggiare il più classico dei sorrisi di circostanza. Ma, non dimenticatelo, è natale: vuoi non regalare una compilation con le più classiche fra le classiche canzoni natalizie? Rigorosamente riarrangiate. Si possono trovare per pianoforte solo, xilofono a pedali, per orchestra dixieland, big jazz band, stile gospel (a cappella o con accompagnamento di organo), flamenco, macarena, cantate da famosi tenori, o da scrausi gruppi rap francesi. Gli artisti appaiono in copertina mascherati da Babbo Natale (berretto e barba bianca), ma in smoking. O a dorso nudo nel caso degli scrausi gruppi rap francesi. 
I servizi da liquore: sono costituiti da una piccola caraffa di cristallo e da due o più bicchierini. I bicchierini contengono una dose di liquore appena sufficiente per il criceto di vostro figlio, se fosse astemio. Nessuno riempie mai la caraffa, dato che è molto più comodo tenere il liquore nella bottiglia originale. A ogni modo, l'imboccatura della caraffa rende l'operazione impossibile anche con l'uso di imbuti da chimico.
La penna: una Montblanc? Scordatevela. Regolarmente o troppo grossa o troppo piccola per essere impugnata, nei casi migliori è a forma di Babbo Natale, in quelli peggiori riproduce un presepe napoletano del Settecento. L'inchiostro è appena sufficiente per uno scarabocchio di prova.
ll dosaspaghetti: si presenta sotto le apparentemente innocue sembianze di un piccolo vassoio traforato. I buchi, di diverso diametro, dovrebbero lasciar passare solo la quantità di pasta desiderata. Grazie al genio dei progettisti, questo oggetto è l'ideale per quanti anelano a pavimentare la cucina con un tappeto di spaghetti. 
Le cornici d’argento: sono estremamente raffinate orribili, impreziosite da decorazioni floreali barocche e art deco (una commistione di stili che rende ancora più impegnativa la già difficile digestione del pranzo di Natale). E' impossibile farci stare una foto di dimensioni standard, a meno di non tagliarla seguendo l'alloggiamento, che solitamente ha la sagoma di un istrice focomelico. Le cornici più leggere pesano dai 15 ai 20 kg. Cadono spesso, ammaccando mobili e scheggiando piastrelle. 
I sali da bagno: di diversi colori, o fluorescenti o in tonalità pastello, sono contenuti in allegre confezioni di vetro a forma di violino, di anfora etrusca, di cornucopia romana, di unicorno o di fatina con le ali. Dovrebbero essere profumati. Effettivamente impestano qualunque cosa sfiorino, ma al momento di usarli davvero il loro odore svanisce miracolosamente. In compenso lasciano strisce indelebili rosse e verdi sul fondo della vasca da bagno.
Le scatole di cioccolatini: il numero di cioccolatini contenuto, solitamente di qualità che va dal mediocre allo scadente, è inversamente proporzionale alle dimensioni della scatola stessa. I cioccolatini, massimo 12 ad esagerare, sono incartati in una stagnola colorata le cui scaglie rimarranno nell'ambiente per secoli, assieme alle blatte di cui ho accennato all'inizio. Il ricevente è destinato a non poterne assaggiare nemmeno uno, dato che è costretto ad offrirli agli altri (che, data la qualità da mediocre a scadente, passeranno il 26 dicembre chiusi in bagno in preda ad atroci dolori, maledicendo voi e tutti i vostri parenti).

6 dicembre 2013

Don Jon

Esordio alla regia di Joseph Gordon-Levitt che mi incuriosiva parecchio, che finalmente ho visto e che vi spoilero anche un po'. 
Jon Martello è fondamentalmente un tamarro fatto e finito, consumatore seriale di kleenex, ossessionato dal porno, frequentatore compulsivo di palestre dove, fra pesi e piegamenti, recita i padre nostro e le ave maria che il prete, ogni settimana, gli rifila come penitenza dopo la confessione in cui lui snocciola numero di rapporti sessuali "fuori dal matrimonio" e sessioni di pugnette in numero variabile da 12 a 35. Dopo la messa segue il pranzo della domenica a casa dei genitori, con padre in canotta, madre fastidiosa e sorella (mitica) che vive in simbiosi con lo smartphone e non proferisce verbo. 
In discoteca con due amici passa il tempo a dare il voto alle ragazze cercando di rimorchiarne una diversa ogni sera, anche se il sesso reale non gli dà la stessa soddisfazione che gli regala la masturbazione davanti ad un video porno.
Anche perché - a sentire lui - le tipe che si porta a letto si fanno scopare solo alla missionaria e non portano mai a termine un pompino che sia uno. E son problemi, in effetti.
Finché una sera nel solito locale vede questa gnocca stratosferica (Scarlett Johannson, de gustibus, qua particolarmente fastidiosa e nemmeno così figa) da 10, che non è altro che una figadilegno, una gattamorta, una profumiera una cretina fatta e finita che, a differenza di tutte le altre, non gliela dà la prima sera, ma lo fa aspettare.
Jon, non essendoci abituato, che fa? La manda a stendere? No, ovviamente se ne innamora (o crede di) e, come in trance, la asseconda in ogni sua richiesta, compresa quella di frequentare un corso alla scuola serale.
Dove, una sera, incontra una donna in lacrime, che qualche giorno dopo va a scusarsi con lui per essersi fatta sorprendere a piangere, inizia a parlargli, e, dopo averlo beccato a guardare un porno sul telefono, gli regala un film. Lui sembra quasi scandalizzato. Lei gli spiega che quella roba è finta e lui cade dal pero. 
La gattamorta una notte becca il tamarro intento a guardare un porno e si incazza come una jena. Siccome "negare sempre, anche l'evidenza" vale sempre, lui si giustifica arrampicandosi sugli specchi, lei gli fa gli occhi a cuoricino e gli crede.
Un giorno, mentre sono in un grande magazzino, la cretina gli fa una piazzata senza alcun senso nell'universo mondo, impedendogli di andare a comprare lo swiffer (di cui, la mentecatta, non aveva mai sentito parlare prima) dicendo che non esiste che un uomo faccia le pulizie perchè... Non. E'. Sexy.
TU SEI UNA GRANDISSIMA CRETINA, fidati.
Comunque.
Lui si perplime ma non compra lo swiffer.
Poi un giorno torna a casa e trova lei incazzata perché ha guardato la cronologia sul pc scoprendo che lui, nonostante avesse giurato il contrario, ha continuato a guardare i porno, litigano tantissimo e, finalmente, lei si scava dal cazzo. 
E Jon inizierà a frequentare la donna in lacrime.
Che gli farà capire come funziona il sesso quando lo fai con un'altra persona.
Non è mai troppo tardi.



It always seems impossible until its done.

Nelson Mandela (1918-2013)

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.


5 dicembre 2013

La cena di Natale

Tranquilli, non siete finiti in un blog di cucina. 
Come sapete, e se non lo sapete fate finta di sì (prendetene atto e passate oltre), ogni tanto ricevo degli inviti - spesso, se devo essere sincera, non mi è nemmeno chiaro il motivo - per assistere a qualche evento (tipo martedì sera, volendo, avrei potuto presenziare all'inaugurazione di una gioielleria. Non potendomi permettere l'acquisto di alcun tipo di gioiello, per non cadere in tentazione, nel dubbio, mi tenni).
Ieri sera, invece, avevo l'invito per assistere alla presentazione dell'ultimo romanzo di Luca Bianchini, che si intitola, appunto "La cena di Natale". 
E ci sono andata. 
Perché di Luca Bianchini ho letto un paio di libri e ha uno stile che mi diverte e mi rilassa. 
E perché, diciamocelo, a seguire c'era pure il cocktail.
Oltre allo scrittore c'era il regista Marco Ponti (Santa Maradona, A/R, ecc.) in quanto per questo libro e quello precedente (Io che amo solo te) sono stati acquistati i diritti e verrà realizzato un film dal regista valsusino. Verso la fine è arrivata anche Luciana Littizzetto.
Incontro carino, Bianchini dal vivo è molto simpatico e la presentazione è stata divertente.
Il pubblico era eterogeneo, madaminchie torinesi, pensionati che ormai era troppo buio per guardare i cantieri, fan dello scrittore, famigliari dello scrittore, amici gai dello scrittore, varie ed eventuali, fra cui io.
Al momento del cocktail c'è stato l'assalto alla diligenza dei professionisti del buffet, roba che se i bambini africani che muoiono di fame avessero visto quello spettacolo probabilmente avrebbero iniziato a donare del riso. Io - avendo smesso di "fare aperitivi"  da almeno un paio d'anni - ero fuori allenamento e mi sono ritirata. Che tanto a casa avevo il comaut che mi aspettava.

La cena di Natale
È la vigilia di Natale e sono tutti più romantici, più buoni, ma anche un po’ più isterici. Polignano a Mare si sveglia magicamente sotto la neve che stravolge la vita del paese, dividendolo tra chi ha le gomme termiche e chi no.
La più sconvolta è Matilde, che riceve quella mattina un anello con smeraldo da don Mimì, suo marito, “colpevole” di averla troppo trascurata negli ultimi tempi. Lei si esalta a tal punto da improvvisare un cenone per quella stessa sera nella loro grande casa, soprannominata il “Petruzzelli”, in cui troneggia un albero di Natale alto quattro metri e risplendono le luminarie sul tetto. L’obiettivo di Matilde è sfidare davanti a tutti Ninella, il grande amore di gioventù di suo marito. E Ninella, che a cinquant'anni è ancora una guerriera, accetta la sfida. Sbaglia però a farsi la tinta “biondo Kidman”, che la renderà meno sicura, ma non per questo meno bella.
Quella sera, alla stessa tavola imbandita si siederanno, tra gli altri: una diciassettenne ossessionata dalla verginità; una zia con tendenze leghiste; una coppia in cui il marito forse ha messo incinte due donne, e un ragazzo gay che ha dovuto scrivere a mano su pergamena undici menu, in cui spicca il “supplì alla cozza tarantina” preparato con il Bimby.
Tra cocktail di gamberi, regali riciclati, frecciate e risate, ne succederanno di tutti i colori. Ma ai due consuoceri, Ninella e don Mimì, importerà solo essere seduti uno accanto all'altro.

4 dicembre 2013

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T'insegneranno a non splendere. 
E tu splendi, invece. 

Pier Paolo Pasolini

3 dicembre 2013

Presenza

Chi non vuole esserci non c'è nemmeno se ti ci siedi accanto. 
Chi c'è, c'è anche quando credi che non ci sia.

Massimo Bisotti

2 dicembre 2013

31° TFF _ day 9

GRAND PIANO (Spagna 2013)

Tom Selznik è uno dei più talentuosi pianisti viventi. 
In occasione del suo ritorno ad esibirsi in pubblico dopo cinque anni d'assenza dalle scene, dall'ultimo concerto in cui sbagliò l'esecuzione del pezzo impossibile, "la cinquette", composto dal suo mentore recentemente scomparso, Tom, scoprirà, quando è già sul palco, che qualcuno ha scritto sul suo spartito "suona una nota sbagliata e morirai".
Pensando si tratti di uno scherzo, inizialmente Tom non dà peso alla cosa, ma ben presto si accorgerà che è tutto vero. Recuperato un auricolare nel camerino, entrerà in contatto con un misterioso killer che, tenendolo sotto tiro, lo dirigerà durante tutta l'esecuzione del concerto, minacciando di morte prima la moglie, poi il direttore d'orchestra. Così, l'ansia da prestazione che attanagliava l'uomo in occasione del concerto è destinata ad aumentare in maniera esponenziale, costretto all'esecuzione perfetta per salvare l'amata moglie. 
Il film riesce, nonostante tutto, e senza scomodare Hitchcock a mantenere una certa tensione. Facciamo tensioncina, dai. 
Anche se.
Elijah Wood nella parte del pianista eroe suo malgrado è credibile come lo sarei io se interpretassi una ballerina classica, l'ottimo John Cusack - che sembra trovarsi bene nei panni del cattivo - non si capisce da dove arrivi e perché, e il film, scelto come film di chiusura del primo (e purtroppo non ultimo, scusate se insisto) TFF made in Virzì, sarebbe perfetto per la serata thriller di Italia1.

SUZANNE (Francia 2013)

Mi piacerebbe dire qualcosa di questo film, ma, siccome mi sono rotta i coglioni di storie inutili, quando la protagonista, Suzanne, esce dal carcere, entra in una stanza d'albergo e inizia a contemplare il soffitto, io ho abbandonato la sala.

WHITEWASH (Canada 2013)

Una tormenta di neve, e uno spazzaneve che corre lungo una strada deserta investe un uomo, uccidendolo.
Inizia così questo film che, accompagnato dalla voce profonda di un ottimo Thomas Haden Church ci spiega, andando a ritroso nel tempo, tutto quello che è successo per portarlo fin lì e comportarsi in quel modo.
Fondamentalmente la storia di un brav'uomo, travolto dagli eventi e divorato dal senso di colpa, che lo porterà all'annientamento. E tutto è iniziato perché, essendo appunto un brav'uomo, ha compiuto una buona azione. Quando la generosità non paga. 
Non sarà un film essenziale, ma, nella mediocrità di questa edizione del Festival, riesce a farsi apprezzare, grazie anche all'interpretazione di un valido Thomas Haden Church.

MONICA Z (Svezia 2013)


La vita di Monica Zetterlund, icona del jazz scandinavo, attraverso l'ossessiva ricerca del successo. Dallo scandalo della sua prima esibizione a New York, lei, così bianca e algida, colpevole di essere salita sul palco assieme a dei musicisti neri. 
Il ritorno in Svezia, il tormentato rapporto col padre, il desiderio di essere amata e l'ostinazione di emergere a tutti i costi, contro tutto e contro tutti, dimostrando che si può interpretare il jazz anche in una lingua che non sia l'inglese, e riuscendo a trasmettere la tristezza pur non essendo mai stati a New Orleans.
Nel ruolo della Zetterlund, morta il 12 maggio 2005 nel rogo del suo appartamento a Stoccolma, c'è la bravissima (e fighissima) cantante islandese/svedese Edda Magnason.

Con questo film si conclude il "mio" TorinoFilmFestival, che, come avrete senz'altro capito, quest'anno mi ha un po' deluso. Nessuna delusione immensa, ma nemmeno nessun film che facesse gridare al capolavoro. Un'edizione ruffiana, fatta per piacere e accontentare tutti, finisce per non soddisfare nessuno.
Non voglio fare la dura e pura a tutti i costi, ma dell'impronta "pop" voluta da Virzì io ne facevo tanto volentieri a meno. Non ricordo - e seguo il TFF da quando si chiamava ancora "Festival Cinema Giovani" - un'edizione in cui i film presentati al festival siano usciti nelle sale a festival ancora in corso.
Mi spiace non aver visto il polacco "Ida" di Pawel Pawlowski, a detta di tutti in gran bel film, che spero di poter recuperare, prima o poi. 
I numeri potranno anche dare ragione a Virzì, con un 34% di incremento degli incassi, ma, come detto giustamente dalla Tiz, siamo dalle parti di "mangiate merda: milioni di mosche non possono sbagliare".

I premi:
Miglior Film: Club Sándwich di Fernando Eimbcke (Messico, 2013)
Premio Speciale della giuria: 2 automnes 3 hivers di Sébastien Betbeder (Francia, 2013)
Miglior attrice: Samantha Castillo per Pelo Malo di Mariana Rondón (Venezuela, 2013)
Miglior attore: Gabriel Arcand per Le démantèlement di Sébastien Pilote (Canada, 2013)
Miglior sceneggiatura: Pelo Malo di Mariana Rondón (Venezuela, 2013)
Premio del pubblico: La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Diliberto “Pif” (Italia, 2013)