31 agosto 2013

William Friedkin's celebration: Bug

Ed eccoci alla seconda pellicola di uno dei registi che, con la sua capacità di disturbare lo spettatore, da queste parti non ha mai deluso.
Bug, film del 2006, se non sbaglio mai arrivato nelle italiche sale (com'è che la cosa non mi stupisce affatto?), racconta la storia malata di due loosers coi controcazzi.
Iniziamo con Agnes, che vive in una stanza del Rustic Motel, che sorge in mezzo al grande nulla da qualche parte degli States, e lavora in un bar, ossessionata dal telefono che suona incessantemente, ma, dall'altra parte della cornetta nemmeno una parola, al punto che la donna crede si tratti dell'ex marito, uomo rude e violento appena uscito di galera, da cui si è separata anni prima, dopo la misteriosa scomparsa del loro bambino di 6 anni.
La sua vita è fatta di lavoro, qualche tiro di coca en passant con la collega R.C. e poco altro.
Una sera R.C., con l'idea di portare Agnes ad una festa, si presenta da lei con Peter, ragazzo conosciuto al bar la sera stessa.
Un imprevisto costringe R.C. ad andarsene, lasciando Peter ed Agnes da soli.
Peter è un ex marine introverso e tormentato, e spiega ad Agnes che lui ha il dono di capire le persone  e non ha alcuna intenzione di portarla a letto, perché non è interessato al sesso.
Ovviamente due solitudini così prepotenti come le loro non possono far altro che unirsi in un rapporto che, apparentemente, pare portare conforto e serenità ad entrambi.
Ma ad un certo punto Peter noterà la presenza di alcuni microscopici insetti, e, pensando che siano stati introdotti nel suo organismo dalla CIA durante la sua permanenza nell'esercito, quando - a detta dell'uomo - veniva usato come cavia per alcuni segretissimi esperimenti, inizierà a comportarsi in modo strano.
Ossessionato dalla presenza degli afidi, trascinerà la povera Agnes (povera mentecatta, diciamocelo: che ho capito che hai sofferto tanto, hai perso un figlio, sei tanto sola, e che l'amore a volte è una malattia letale e che forse tutta quella coca ti ha sterminato più cellule del dovuto, e in fondo Peter - prima di iniziare ad estirparsi i molari a secco e scarnificarsi in ogni dove - è tanto caruccio, ma Cristo santo, Agnes, lo vuoi capire che quell'uomo se n'è andato in aceto tanto tempo fa e che meglio soli che male accompagnati vale sempre? No. Ovvio che Agnes non lo può e/o non lo vuole capire...) in un delirio paranoico allucinato e allucinante, al punto in cui lei stessa arriverà a convincersi di essere al centro di un'immensa cospirazione voluta da "loro", in cui riuscirà, attraverso un delirante schema (il)logico, a far quadrare ogni cosa, dalla scomparsa del figlio, alla presenza dell'ex marito, fino all'affidamento del figlio della compagna di R.C.
A nulla varrà la comparsa dello psichiatra che aveva in cura Peter, perché ormai la coppia e entrata in un tunnel di paranoia inarrestabile, ed è intenzionata a percorrerlo fino alla fine.
Che, in fondo, è l'unica via d'uscita.


30 agosto 2013

William Friedkin's celebration:
The French Connection


Visto che ieri, 29 agosto, era il compleanno di William Friedkin, oltre al leone d'oro alla carriera che gli hanno consegnato a Venezia, la fratturata, a modo suo, l'ha celebrato con la visione non di uno, ma di ben due suoi film.
Il primo è un classicone del 1971, "The French Connection" (Il braccio violento della legge) vincitore di 5 premi Oscar, con protagonisti un Gene Hackman in stato di grazia e un compianto Roy Scheider ottimo comprimario. Per Gene Hackman fu oscar come miglior attore, Scheider invece dovette accontentarsi della nomination a miglior attore non protagonista.
Per questo film, girato totalmente in esterni e spesso sui luoghi reali della vicenda su cui si basa il film, un'operazione condotta da diversi reparti della polizia di New York negli anni 60, Friedkin ha detto di essersi ispirato a Fino all'ultimo respiro di Godard e a Z l'orgia del potere di Costa Gavras.
Il film inizia a Marsiglia - all'epoca importante centro per la raffinazione dell'eroina - con l'esecuzione di un agente sotto copertura, per poi spostarsi a Brooklyn dove i due agenti "Popeye" Doyle e "Cloudy" Russo stanno sorvegliando un bar dove si spaccia droga. A fine turno si recano in un locale notturno per una doverosa bevuta, e casualmente notano, ad un tavolo dove sono seduti alcuni fra i maggiori esponenti del crimine della città, un giovane sconosciuto che spende e spande come non ci fosse un domani. Insospettiti, iniziano ad indagare sull'uomo, Sal Boca, e, in qualche modo, riescono a convincere i superiori ad affidare loro l'indagine, nonostante gli elementi in loro possesso siano praticamente inesistenti. Doyle e Russo però avevano visto lungo, infatti Boca è coinvolto in un traffico di droga, con una partita di eroina in arrivo dalla Francia, assieme al misterioso trafficante Charnier (Fernando Rey, scritturato per un equivoco).
Per Doyle il buon esito dell'operazione diventa un'ossessione e inizia un'incessante operazione di sorveglianza, pedinamenti e inseguimenti fra le strade di una New York mai così fredda e desolata.
Un film innovativo, che ancora oggi, nonostante siano passati più di 40 anni dalla sua realizzazione, si fa vedere senza accusare minimamente il peso degli anni.


29 agosto 2013

Restless (l'amore che resta)

Possibile presenza di spoiler terminali.  

Ok, dai. Facciamo che questa volta non mi accanirò contro l'ennesima traduzione a cazzo del titolo, di cui, come sempre, non sentivamo il bisogno. 
Non so se Love Story sia stato l'apripista del genere "cancer movie", di sicuro è il primo di cui io conservi memoria. E Gus Van Sant, abilissimo quando si tratta di raccontare i devastanti turbamenti giovanili, con questo film dice la sua. Un dramma che riesce a non essere drammatico e a non precipitare nella retorica nonostante l'argomento trattato, e questo - per quanto mi riguarda - non può che deporre a suo favore. 
Una storia di amore e morte delicata, triste ma trattata con inaspettata leggerezza. 
Tu che hobby hai? 
Mah, leggo, vado al cinema, colleziono francobolli, metto foto di gatti su Instagram, e tu? 
Oh, io mi imbuco ai funerali di perfetti sconosciuti e quando sono a casa gioco a battaglia navale con Hiroshi, il fantasma di un kamikaze giapponese della seconda guerra mondiale. 
Che tu dici: ma siamo proprio sicuri che sia lei, quella col tumore al cervello? 
Ed è proprio ad uno di questi funerali che Enoch (Henry Hopper, davvero convincente) conosce Annabel (Mia Wasikowska), che inizialmente gli dice di essere una volontaria del reparto oncologico dell'ospedale e solo in un secondo momento, quando i due ragazzi avranno iniziato a frequentarsi e fra di loro si è instaurata una certa intimità, fra altri funerali, passeggiate al cimitero e gite all'obitorio, gli rivelerà di essere una paziente, a cui restano pochi mesi di vita. 
Poco a poco scopriamo che Enoch ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale, e lui stesso è stato sul punto di morire, rimanendo tre mesi in coma. Ed è stato al suo risveglio che ha incontrato Hiroshi. 
Com'è prevedibile i due ragazzi, così diversi ma in fondo così simili si innamorano, e se Annabel vive con una consapevolezza quasi scientifica l'avanzare della malattia, Enoch, che sembra non provare un reale interesse per alcunché, inizialmente sembra accettare con serenità la situazione, ma, dopo che i due avranno inscenato la morte di Annabel - una delle scene più belle del film - si  allontanerà da lei, incapace di rassegnarsi all'incurabilità della malattia e all'idea di perderla, salvo tornare da lei quando la fine si avvicina. E solo allora Enoch riuscirà ad affrontare quel dolore troppo a lungo negato. 
Restless è un film che parla di morte ma lo fa sorridendo alla vita.


28 agosto 2013

The Baytown Outlaws

Incuriosita dalla recensione del solito Ford ho recuperato questo filmaccio (nel senso buono del termine) che - ieri pomeriggio - ho visto in compagnia della Tiz, recatasi in pellegrinaggio al cospetto della fratturata. L'alternativa era farle vedere un film con Jason Statham, ma ella mi ha storto il naso. Credo che alla fine se ne sia pentita. 
Siamo fra l'Alabama e il Texas, dove tutto può succedere (e infatti succede di tutto), e i tre fratelli Oodie (Brick, il maggiore, Lincoln, un gigante muto che gira con il Grillo Parlante - ve lo ricordate? - al collo, e McQueen, il più giovane) si presentano entrando in una casa e compiendo una carneficina. Salvo rendersi conto di aver sbagliato indirizzo. 
Come nulla fosse, giusto un attimo contrariati per il mancato guadagno, tornano a casa, mentre lo sceriffo, che indaga sul massacro per modo di dire, visto che è lui stesso ad assoldare i ragazzi per fare il lavoro sporco, viene raggiunto da un agente dell'ATF di Chicago, insospettito dal fatto che nella zona il tasso di criminalità sia relativamente basso e che un numero impressionante di criminali sparisca senza lasciare traccia. 
Intanto i tre fratelli, impegnati in uno dei loro soliti dialoghi filosofici sui massimi sistemi, vengono raggiunti da Celeste, una Eva Longoria dalla potenza recitativa di un peluche del tiro a segno, che offre loro 25.000$ per sottrarre il figliastro al suo ex marito Carlos, un boss della droga coinvolto in ogni genere di affare illecito. 
I tre accettano, recuperano il ragazzo con il solito spargimento di sangue e cadaveri ma purtroppo non uccidono Carlos, che, intenzionato a riavere suo figlio (che all'indomani diventerà maggiorenne nonché beneficiario di una cospicua rendita), assolderà, per uccidere gli Oodie, nell'ordine: una banda di zoccole assassine, dei cattivissimi negri e, per concludere, dei nativi americani bikers. Mancava giusto una gang di gay albini per fare filotto. 
Ma gli Oodie, nonostante siano tutt'altro che dei bravi ragazzi, cresciuti a pane e mazzate da un padre violento, hanno comunque una loro morale (discutibile finché si vuole) e si affezionano a quel ragazzo indifeso e conteso, e sono disposti a tutto pur di proteggerlo e salvarlo, come fosse un fratello. 
Fracassone, polveroso, sanguinario e scorretto, non       ci troviamo certo di fronte a una pellicola destinata ad entrare negli annali del cinema, ma a una visione scanzonata e parecchio ironica di quelle che intrattengono senza bisogno di troppe pippe mentali. Cosa che, da queste parti, non guasta mai.


27 agosto 2013

I saw the devil

"Vorrei che persino dopo morto 
tu continuassi a soffrire".

Non aprite quella porta, c'è del marcio in Corea. 
Un film che volevo vedere da parecchio tempo. 
Trovo che il titolo sia qualcosa di splendido. 
Il film, per restare alle mie ultime visioni, fa sembrare Valhalla Rising una versione edulcorata di Raperonzolo, e la trilogia della vendetta di Park Chan Wok uno spettacolo per orsoline. 
Più volte, durante la visione, ammetto di essermi messa le mani davanti agli occhi mentre perdevo il conto dei "ma minchia" che mi uscivano dalla bocca dello stomaco. 
La storia è semplice e parte con una ragazza che - con l'auto in panne sul ciglio della strada - viene avvicinata da un folle psicopatico sadico e torturatore che ha le sembianze di Choi Min-sik (protagonista di Old boy). 
Quando il cadavere straziato della ragazza viene ritrovato, il fidanzato, agente speciale dei servizi segreti, si mette sulle tracce dell'assassino e, complice una polizia coreana totalmente inetta, ben presto lo trova. E da quel momento, il povero (si fa per dire) Kiung Chul si trasformerà - che gli piaccia o no - da carnefice a vittima, mentre il giovane Soohyun diventa l'angelo vendicatore, in una spietata caccia all'uomo che ricorda quella di un gatto che gioca col topo, un gioco al massacro che farà precipitare l'eroe buono in un vortice di violenza e crudeltà che non ha nulla da invidiare a quelle perpetrate da Kiung Chul. 
Non c'è la potenza del perdono, c'è solo la sete di vendetta, in un crescendo di violenza che ti tiene incollato allo schermo fino alla fine. 
Ho visto il diavolo.
Ho visto un gran film.


26 agosto 2013

Poison's anatomy

Entrare alle 8.00 in ospedale ed uscire alle 12.15.
L'ortopedico non mi ha rapito, quindi. Anche perché rapire un'anziana fratturata non mi sembra una grande mossa, diciamocelo.
In compenso, nell'ordine, mi ha detto di:
- continuare a tenere il mio bel piedino ingessato sollevato il più possibile;
- muovere i "ditini";
- togliermi lo smalto (che molti di voi avevano apprezzato così tanto);
- continuare a farmi di eparina;
- fare un controllo delle piastrine, perché va fatto;
- tornare da lui a togliere il gesso il... 27 settembre!
Quindi, se la matematica non è un'opinione, i 30 giorni scritti sul referto del pronto soccorso si sono magicamente trasformati in 40.
In 4 ore ho scoperto che:
- sono bravissima a guidare la sedia a rotelle;
- la sto prendendo con filosofia (che tanto incazzarsi serve davvero a poco)
- dall'ufficio mi hanno chiamato almeno 4 volte per chiedermi le minchiate più assurde.
Ed è solo il primo giorno.
Mi sta venendo il dubbio che non sarò io la sola a trovare lungo questo periodo.
Ma... come dire? Pazienza!
E adesso scusatemi, devo andare, che mi inizia il corso di tip tap.


25 agosto 2013

E la prima settimana è andata.


E tutto sommato è passata anche relativamente in fretta. Mi auguro che anche quelle che seguiranno si comportino nella stessa maniera.
Domattina (alle 8.00!) ho il controllo dall'ortopedico, spero mi dica che va tutto bene.
Come passo il tempo?
Fondamentalmente oziando, cosa che - non per vantarmi - mi riusciva benissimo anche senza gesso.
Mi è giunta voce che i nemici dell'igiene hanno scelto casa mia per organizzare il prossimo raduno annuale. Del resto l'unico modo per ramazzare il pavimento quando sei costretta a deambulare con le stampelle sarebbe quello di infilarmi la scopa nel culo, ma ho deciso che, per il momento, preferisco tenermi il pavimento sporco. Dovessi cambiare idea ve lo farò sapere. Se poi fra voi ci fosse qualche aspirante colf che non sa cosa fare durante i week end e volesse disperatamente far pratica e venire a pulirmi casa, sappiate che non mi offendo.
Anzi.
Ho scoperto che i gradini della scala di casa mia sono altissimi, e se scendere non è particolarmente faticoso, salire lo è molto di più. Mal che vada mi rafforzo i bicipiti. Oppure cado e mi faccio malissimo. Oppure, in alternativa, smetto di usare la lavatrice.
Ho imparato a farmi le iniezioni di eparina nella pancia. Lo so che tecnicamente è una cazzata, ma non avendolo mai fatto, la considero una piccola conquista.
Ieri pomeriggio è venuta a trovarmi la bionda, che, oltre ad avermi portato la spesa per tutta la settimana, mi ha anche "uscito": siamo andate a buttare l'immondizia (son cose, lo so), a comprare "Film Tv", in modo che io possa scegliere davanti a quale film addormentarmi (ho scoperto che venerdì daranno "lo specchio della vita": devo controllare se ho fazzoletti a sufficienza in casa, prima di rimettermi a vederlo: quel film riuscirebbe a farmi piangere anche se lo guardassi seduta in mezzo a Johnny Depp, Ryan Gosling e Brad Pitt mentre mi sottopongono ad una sessione di tickling), e abbiamo preso pure un caffè al bar.
Insomma, vita vita vita.

24 agosto 2013

Il Refn che ancora mancava: Valhalla Rising

"Il tuo tempo è passato. 
Il mio è giunto".

Nella mitologia nordica il Valhalla è uno dei palazzi dell'Ásgarôr, residenza dei morti eroicamente in battaglia. 
Era l'unico film di Nicolas Winding Refn che ancora mi mancava all'appello, avendolo bellamente ignorato quando venne presentato al Torino Film Festival, perché, francamente, mi ispirava poco. Ma, siccome il regista danese non mi ha mai deluso, sapevo che prima o poi avrei affrontato anche questa visione. 
E quale occasione migliore di questo inaspettato periodo agli arresti domiciliari, in cui l'unica cosa che non mi manca è il tempo da perdere? 
Valhalla Rising è un film potente, maschio, brutto sporco e cattivo, ma al tempo stesso affascinante. O una solenne e maestosa rottura di coglioni, ché Refn non è per le vie di mezzo. 
Un lungo e laconico viaggio all'inferno con un biglietto di sola andata, un viaggio a capitoli (Ira - Il guerriero silenzioso - Gli uomini di Dio - La Terra Santa - Inferno - Il sacrificio) che un immenso Mads Mikkelsen (che aveva già lavorato con Refn in Pusher, Pusher II e Bleeder) nella parte di One Eye inizia da prigioniero di una tribù pagana che lo libera soltanto in occasione di feroci combattimenti all'ultimo sangue, fino al giorno in cui l'uomo riesce a liberarsi e si mette in cammino con il ragazzino, che ha risparmiato. Sulla loro strada incontreranno un gruppo di vichinghi cristiani in partenza per la Terra Santa, e si uniranno a loro in un lungo viaggio silenzioso che sembra un trip nella nebbia. Quando avvisteranno la terra si renderanno presto conto che molto probabilmente non sono arrivati in Terra Santa. E se non è Terra Santa bisogna fare in modo che, con le buone o le cattive, lo diventi. E si sa che spesso gli uomini, nel nome di un Dio di comodo, trovano la giustificazione alle azioni più aberranti. Il gruppo viene prima decimato, e i superstiti si dividono per andare incontro al loro destino. E alla fine del loro viaggio, dove il sacrificio di One Eye è forse l'unica salvezza per il ragazzo. 
Film profondamente simbolico e simbiotico, che temevo potesse stroncarmi nel giro di 10 minuti, ma - e sono la prima a stupirmi - non è successo. 
Possibile che di fronte a Refn io perda obiettività? Forse. 
Ma va bene così.


23 agosto 2013

Pride and glory

Ennesimo film di cui non avevo alcuna memoria (mi sorge il dubbio che nel 2008 mi abbiano rapito gli alieni) che si è materializzato misteriosamente, sotto forma di DVD, a casa dell'ex moroso della Tiz. E che lei, recatasi in visita alla fratturata, ha portato con sé per la visione. Salvo abbandonarmi a metà film per andare a dormire. E - col senno del poi - devo dire che non ha avuto proprio una pessima idea.
Siamo a New York, i fratelli Francis jr. e Ray (Edward Norton) stanno assistendo ad una partita di football in cui sta giocando il loro cognato Jimmy (Colin Farrell), poliziotto della squadra narcotici come Francis, quando arriva una chiamata che li avvisa che 4 agenti sono morti in un agguato.
Francis sr. (John Voight), poliziotto a sua volta e padre di Francis jr. e Ray, vuole che quest'ultimo faccia parte della task force che viene istituita per scoprire i colpevoli di quella strage.
Ray inizialmente non vorrebbe, perché da un paio di anni ha abbandonato la narcotici in seguito ad un operazione (che non viene spiegata ma solo nominata) finita male. Ma, siccome uno dei poliziotti uccisi è un suo amico di infanzia, decide di accettare. E ben presto scoprirà che si trova di fronte a un caso di corruzione (e anche qua non si capisce bene il punto di partenza) in cui è coinvolto, fra gli altri, il cognato Jimmy...
Film che non convince totalmente e che nulla aggiunge al genere, se non per il fatto che Ray dovrà decidere cosa è più importante fra giustizia e famiglia.


22 agosto 2013

Fireflies in the garden e/o Un segreto tra di noi

Siccome mi trovo agli arresti domiciliari - quinto giorno - proprio mentre in sala iniziano ad arrivare titoli che potrebbero essere interessanti, e che io mi perderò, salvo trovare qualche volontario che mi prelevi a casa, mi porti al cinema e poi mi riporti a casa (e qua ti rendi conto che NON abitare in città non è esattamente il massimo della comodità) con tutto il tempo libero a disposizione, sullo schermo di casa Poison fino alla fine di settembre passerà roba di recupero, una specie di Obej Obej del cinema, in pratica. 
Iniziamo con questo film del 2008 con protagonisti, fra gli altri, Ryan Reynolds, espressivo come un Big Mac, e Willem Dafoe, che se ci fosse un Oscar per la categoria "miglior padre cagacazzo del secolo" con questo ruolo avrebbe vinto a mani basse. 
Il film inizia con un flashback, in auto, mentre Charles (Dafoe) maltratta il piccolo Michael perché non ricorda dove ha messo gli occhiali, mentre Lisa, la madre (Julia Roberts) cerca inutilmente di difenderlo. Charles ferma la macchina e, sotto una pioggia battente, fa scendere il figlio dall'auto, chiedendogli se conosce la strada di casa.
E arriviamo al presente. Michael è cresciuto, ha seguito le orme dell'odiato padre ed è diventato uno scrittore di successo, e sta tornando a casa per i festeggiamenti per la laurea di sua madre. Sua sorella Ryne sta andando a prenderlo all'aeroporto mentre Charles e Lisa sono in auto,  diretti a casa di Jane, sorella di Lisa.
Ma l'auto della coppia ha un  incidente, e Lisa muore sul colpo.
E il giorno di festa si trasforma in una tragica riunione di famiglia, dove, poco per volta, riemergono ricordi e vecchi rancori mai sopiti della gioventù di Michael, che ha pronto il suo nuovo libro ("fireflies in the garden", appunto) che racconta della sua infanzia,  dell'irrequieta zia Jane e della povera Lisa, mai veramente felice di fianco a un uomo autoritario e dispotico come Charles, e di quanto sia stato difficile crescere con un padre egocentrico e repressivo come Charles. 
Che dire? 
Meh. 
Che di questo film, nonostante il cast di tutto rispetto, non avevo mai sentito parlare. E, dopo averlo visto, capisco anche perché. 


18 agosto 2013

Cosa fa la Poison a ferragosto?


Si spacca un malleolo.
Il sinistro.
Ma non va al pronto soccorso, credendo si tratti di una "semplice" distorsione.
Il giorno dopo si sveglia e, dopo aver pensato di andare al pronto soccorso, cambia idea, che ha già disturbato i suoi splendidi ospiti più che abbondantemente, quindi si mette in macchina e guida per più di 300 km per tornare a casa. Ma non subito.
Prima si ferma a festeggiare il compleanno di sua bionditudine in piscina.
Poi arriva a casa e va a dormire.
E ci riesce.
La mattina dopo si sveglia e manda un sms ad un'amica, chiedendole un paio di stampelle in prestito, sempre credendo si tratti di una distorsione; del resto l'altra caviglia ne vanta almeno 4, che sarà mai?
Al pomeriggio nota con lieve disappunto che il suo piede sinistro sta assumendo le ragguardevoli dimensioni di una salama da sugo e - a parte il disgusto estetico - continua a fare un male porco. Allora decide di andare al pronto soccorso.
Dove scoprirà che non si tratta di distorsione, ma di frattura.
E stamattina torna al pronto soccorso, dove uscirà dopo un paio d'ore con questo splendido stivaletto di gesso, la raccomandazione "zero carichi", una prescrizione di antidolorifici appartenenti alla classe degli oppioidi e una compilation di iniezioni di eparina "anti trombo".
Come se ce ne fosse bisogno.
La poison non trombava lo stesso, mi chiedo il perché di tanto accanimento.
La poison domani avrebbe dovuto andare al mare, ma ha cambiato idea.
Adesso sta imparando a calcolare i tempi di percorrenza per arrivare al bagno in un tempo ragionevole che le impedisca di pisciarsi addosso prima di raggiungere la tazza.
Ha il gesso da meno di 12 ore e si è già rotta i coglioni.
Ha anche il frigo vuoto, quindi, se non la ammazza la noia, ci penserà l'inedia.

15 agosto 2013

About Cherry

Il filmone di ferragosto. 
Per non farvi mancare nulla ve lo spoilero anche un po'. E che non si dica che non vi voglio bene, perché lo faccio per voi. 
Angelina vive a Long Beach, lavora in una lavanderia, vive con la madre alcolizzata dura, la sorellina e un uomo che non si capisce se sia padre, patrigno e/o semplice fidanzato di turno della madre, oltre a non essere chiaro se abusi o meno delle figlie, ma probabilmente sì. 
Angelina ha un amico - Andrew -  palesemente innamorato di lei, ma lei non se ne rende conto ed esce con Bobby, un musicista da strapazzo che un giorno le dice che un suo amico cerca ragazze per posare per delle foto sexy. 
Alla proposta lei prima si indigna, poi ci ripensa e decide di farsi fotografare. 
Quindi, com'è, come non è un giorno prende e, con Andrew, se ne va a San Francisco. Ciao, Bobby, ciao. 
Continua a farla annusare al povero Andrew, che facilmente soffre come un pazzo, e - non si capisce bene come e quando - trova lavoro in uno strip club. 
Dove conosce James Franco, figlio di mamma curatrice di un museo, pseudo artista convertito alla facoltà di legge, che nel tempo libero si sniffa la qualunque.  
Angelina nel frattempo, per guadagnare di più si dà al porno, iniziando con cose soft, mentre la regista si innamora di lei, con conseguente scenata di gelosia della fidanzata storica... E tutti vissero felici e contenti. 
Ah no, il film continua. 
E, in ordine sparso succede che: la mamma alcolista la va a trovare e mentendo su una inesistente malattia della sorella le ciuccia dei soldi, salvo poi indignarsi quando scopre come se li guadagna, come se lei fosse la madre migliore del mondo. James Franco, che sniffa h24 le fa una piazzata dicendole che il suo lavoro è disgustoso poi l'accompagna a casa, si schiantano in auto e da quel momento non si capisce più che fine faccia lui. Ciao James Franco, ciao. 
Lei torna a casa, trova l'innamoratissimo Andrew che si masturba guardando un suo film e si incazza tantissimo, scoprendo solo in quel momento che lui la ama, e che non si capacità del motivo per cui tutto il mondo tranne lui può vederla nuda - e, da un certo punto di vista, non ha neanche tutti i torti - e lei se ne va. 
Affanculo? 
No. 
A vivere con la regista. 
Eh beh. 
Son cose. 
Noiose. 


13 agosto 2013

The big white

Lo sai? Ci sono dei posti sulla Terra 
dove la gente gioca a golf all'aperto.


Film del 2005 diretto da Mark Mylod e ambientato in Alaska, con un cast di tutto rispetto: Robin Williams, Giovanni Ribisi, Woody Harrelson, Holly Hunter. 
Il risultato è una commedia nera (ma non troppo), che fa il suo mestiere, ovvero intrattiene a dovere.
In estrema sintesi ci troviamo di fronte al cuginetto bravo di Fargo. 
Paul (Williams) gestisce un'agenzia viaggi ed è sommerso dai debiti. Tenta inutilmente di riscuotere una polizza sulla vita di suo fratello Raymond (Harrelson), scomparso nel nulla ormai da cinque anni.
Ma Ted (Ribisi), l'agente assicurativo più pignolo dello stato, gli fa notare che per le leggi dell'Alaska cinque anni non sono sufficienti per dichiarare la morte dell'uomo, ne servono sette. 
Casualmente una sera, Paul trova in un bidone dell'immondizia un cadavere, momentaneamente depositato lì da una coppia di delinquenti che sarebbero tornati a recuperarlo in un secondo tempo, e gli viene l'idea di appropriarsene e spacciarlo per quello di suo fratello, facendo credere al vicinato che Ray è tornato a casa, in modo che, con la presenza di un corpo, possa incassare il premio dell'assicurazione. 
Per rendere il cadavere irriconoscibile e far credere alla polizia che si tratti del fratello, dopo averlo gettato in una scarpata lo ricoprirà di fette di carne e bacon per farlo mangiare dagli animali (genio!).
Ma non ha fatto i conti con Ted, che non è affatto convinto di quella serie di casualità e decide di vederci chiaro. Come se non bastasse, anche Gary e Jimbo, i due criminali, rivogliono il loro cadavere, e per riaverlo prendono in ostaggio Margaret, la moglie di Paul, che soffre della sindrome di Tourette, che si manifesta con improvvisi attacchi di turpiloquio. 
Scoperto il piano di Paul la coppia di assassini scombinati vuole una parte del premio. 
Ma, siccome le cose non sono ancora abbastanza complicate, spunta dal nulla il vero Raymond, che ha letto della sua morte sul giornale.
E da lì, in un crescendo di situazioni al limite del paradossale, la truffa all'assicurazione prosegue...

12 agosto 2013

Drift

Nel misero (a fargli un complimento) panorama delle uscite settimanali del mese di agosto questo titolo mi incuriosiva.
Australia, surf (e surfisti), ispirato a una storia vera, c'erano elementi a sufficienza per far sì che Drift vincesse a mani basse la scelta del film del giovedì. Attori semi-sconosciuti, a parte Sam Worthington. Del resto "Un mercoledì da leoni" - ancora oggi - è uno dei miei film preferiti di tutti i tempi, e potrei guardarlo fino allo sfinimento. E anche Point Break. Io poi tengo pure la BCSdTR, dove la S sta per Surfista, quindi, mi scuserete, ma ne so a pacchi. E, che rimanga fra noi, per l'occasione la BCSdTR è venuta al cinema con me. Lo so, ho tutte le fortune. Compreso averla avuta seduta vicino mentre sgranocchiava le patatine. Che sembravano non finire mai. Non invidiatemi, se potete.


Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro, sia chiaro. 
Il film spalma su due ore una vicenda abbastanza prevedibile e raccontata forse in maniera fin troppo banale, Sam Worthington ha lo spessore della carta velina e non convince, i due fratelli surfisti, James (Xavier Samuel, protagonista del delizioso "the loved ones", fre le altre cose) e Andy (Myles Pollard) Kelly se la cavano abbastanza bene, anche se i loro personaggi sono rifiniti a colpi d'accetta. Ma appena arriva l'onda io sono disposta a perdonare tutto, perché per qualche inspiegabile motivo, ogni volta che vedo certe scene, mi vengono i brividi. 
Il film inizia in bianco e nero, nel 1960 a Sidney, con la fuga notturna della signora Kelly che carica in auto figli, cane e macchina da cucire, e fugge da un marito e padre violento e alcolizzato. Prosegue, sempre in bianco e nero, mostrando il viaggio lungo le sterminate e deserte strade australiane, destinazione Albany. Ma una sosta lungo la costa, e la macchina che non ne vuole sapere di ripartire li farà fermare in un piccolo paesino dove i due fratelli, fra una scazzottata a scuola e la ricerca dell'onda perfetta crescono, e mentre James entra in un tubo d'acqua sotto lo sguardo preoccupato di Andy, lo vediamo uscire vittorioso in piedi sulla tavola, mentre il film si colora e ci trasporta nel 1972.
Dove ritroviamo i due fratelli Kelly cresciuti, che tirano a campare, con la madre che fa lavoretti di sartoria, Andy, il maggiore, con la testa sulle spalle, impiegato nella segheria locale e Jimmy, vero prodigio sulla tavola, che sta prendendo una brutta strada, cercando di contribuire al bilancio familiare dedicandosi a piccoli furti.
Una riparazione alla loro tavola è la scintilla che dà il via a tutto il resto: Andy decide di aprire una piccola attività legata al surf, costruendo tavole più corte e confezionando mute su misura, come già in uso nell'altro emisfero. Dovrà scontrarsi con la burocrazia: il funzionario della banca gli nega un prestito, perché non si può investire denaro in un'attività ludica. Ma la perseveranza di Andy avrà la meglio, fra alti e bassi, l'incontro con il fotografo hippy-bohemien-zen-stigrancazzi JB, l'amore, la droga, la morte, il successo, la sconfitta, l'amicizia, la rivalità, la fratellanza, e quella passione per le onde che ha fatto sì che il surf diventasse non solo uno sport, ma una vera e propria filosofia di vita.
Il tutto accompagnato da un'ottima colonna sonora che spazia da Rodriguez a Kula Shaker, da Chuck Berry a Marc Bolan, oltre alla splendida fotografia e alle strepitose sequenze in acqua, che, in qualche modo, riescono a salvare il film.



9 agosto 2013

Ferie d'agosto

Non ci sono più le mezze stagioni, così come non ci sono più certezze.
Infatti quest'anno la tenutaria del blog è costretta a prendere due settimane di ferie. 
Ad Agosto. 
Poiché, per la prima volta dalla sua fondazione, la società che mi dà da vivere (più che dignitosamente, aggiungerei) ha deciso di chiudere. 
Ad agosto. 
Le due settimane centrali.  
Ovvio che coi tempi che corrono non starò certo a lamentarmi, ci mancherebbe pure. 
Dico solo che, non essendo abituata a fare le ferie in questo periodo, ho accolto la notizia con un lieve disappunto, più che altro perché questi 9 giorni avrei preferito usarli a mio piacimento, come sempre. 
Ma, non potendo, ovviamente mi adeguo.
E me ne starò a casa (mia, di qualcun altro, albergo, sempre di case si tratta, in fondo) per due settimane.
Di conseguenza anche il blog non verrà aggiornato come di consueto, ma un po' a cazzo. Quindi facilmente non noterete alcuna differenza.
Per farla breve oggi è l'ultimo giorno di lavoro, e ci si rivede su questi schermi il 26 agosto.
Non sapendo chi va e chi resta, chi è già andato e tornato e chi non è mai partito, mi limito ad augurare un buon agosto a tutti. 


8 agosto 2013

L'ultima onda

"Il sogno è l'ombra di una cosa vera"

Film del 1977, diretto da Peter Weir, che credo non abbia bisogno di presentazioni. 
Anche se io, quando sento nominare il regista australiano come prima cosa non penso all'Attimo fuggente, ma a Picnic ad Hanging Rock. 
Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo, per una volta fedele all'originale (The last wave), ché mica ci vuole molto, dopotutto. Anche se siamo in Australia, qua non ci sono né surf, né surfisti.
Di acqua ce n'è a strafottere in compenso. Insoliti temporali si stanno abbattendo su Sidney, nonostante sia novembre. A partire dalla sequenza iniziale, nel deserto australiano, arido e assolato, dove i bambini di una scuola giocano sereni in cortile, quando si scatena un nubifragio improvviso che culmina in una grandinata con pezzi di ghiaccio grossi come mele.
L'avvocato David Burton, che ultimamente dorme male a causa di strani sogni che sembrano quasi visioni, dove, per non sbagliarci, l'acqua è l'elemento dominante, viene incaricato di assumere la difesa di un gruppo di aborigeni accusati di omicidio. Le cause della morte non sono chiare, e David inizia a pensare che dietro la morte dell'uomo ci sia qualcosa che ha a che fare con i riti tribali.
Tramite Chris, uno degli aborigeni accusati dell'omicidio, entrerà in contatto con il vecchio stregone Charlie, uomo misterioso, nonché custode di segreti legati ad antiche profezie, e scoprirà ben presto - nonostante l'osteggiamento generale dei colleghi - che i suoi sospetti sono fondati. Che l'omicidio è legato a un rito tribale.
Ma non solo.
Chris gli rivelerà che i suoi sogni non sono soltanto semplici sogni, ma una terribile profezia che sta per avverarsi e che si realizzerà con l'arrivo di quell'ultima onda.
E lui non è altro che l'inconsapevole profeta della fine del mondo.
Un film cupo e angosciante, che lascia il segno. 








7 agosto 2013

C’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti

undequinquaginta
E con questo (ennesimo) genetliaco, abbiamo finito di festeggiare i 4.
Che poi cosa c'è esattamente da festeggiare? Il fatto di esserci arrivati vivi, forse? 
Comunque fa un po' impressione.
Soprattutto quando la memoria (che ancora funziona, per il momento) torna a te ragazzina, quando pensavi che i cinquantenni fossero vecchi. Cosa che immagino pensino anche i ragazzini di adesso, inevitabilmente, alla faccia del politicamente corretto e dei diversamente giovani. 
Ma ho ancora un anno di tempo per (non) pensarci. 
Per quest'anno mi godo l'ultimo compleanno col 4 davanti.


6 agosto 2013

La notte del giudizio (The Purge)

Apro parentesi:
Etan Hawke, ma quanto sei invecchiato? Si, ok, pure io. E allora?
Chiudo parentesi.
Che dire? Dimentichiamoci per un momento che l'idea di partenza è tanto assurda quanto terrificante e prendiamo atto che senza quell'idea di partenza tanto assurda quanto terrificante noi non saremmo qui a parlare del film, realizzato con un budget irrisorio - 3 milioni di dollari - e premiato dagli incassi (oltre 75), il cui regista, ho scoperto, ha firmato la sceneggiatura di "Assault on precint 13". No, non sto parlando di quel piccolo gioiello di Carpenter del 1976, anche perché all'epoca James DeMonaco aveva soltanto 7 anni, bensì del remake del 2005 di cui io ignoravo l'esistenza, sempre con Ethan Hawke nel cast. E a cui, appena il film entra nel vivo, scatta automatico l'accostamento.
Ma torniamo alla purga.
America, futuro distopico abbastanza prossimo (siamo nel 2022), i tassi di disoccupazione, povertà e delinquenza sono ai minimi storici. Questo grazie ai Nuovi Padri Fondatori che si sono inventati, per mantenere questi livelli di benessere e quieto vivere, una bolla di 12 ore - dalle 19.00 del 21 marzo alle 7.00 del 22 marzo - in cui è tutto lecito, le regole non hanno più alcun valore e ognuno può dare libero sfogo ai propri istinti più brutali: saccheggi, distruzione, furti, pestaggi, uso delle armi, omicidio compreso, e tutte le istituzioni, polizia, ospedali, pompieri ecc. è come se non esistessero.
Dando sfogo alla violenza per una notte all'anno, viene assicurata la tranquillità per i restanti 364 giorni, fino alle 19.00 del 21 marzo successivo.
Nel ricco quartiere dove vive la famiglia di James Sandin, uomo che ha fatto fortuna vendendo sistemi di sicurezza che possano rendere impenetrabili le ville dei suoi vicini proprio per proteggerli dagli eventi di quell'unica notte all'anno senza controllo.
Anche la sua umile dimora è ovviamente iper-protetta, e quando scattano le 19.00 si blindano all'interno, sicuri di non correre alcun rischio. James è convinto dell'utilità di quella notte, cosa che non riesce a far capire al figlio più piccolo, che la trova profondamente ingiusta. Infatti, quando attraverso le telecamere il ragazzino vedrà un uomo in fuga in cerca di aiuto disattiverà il sistema  super sicuro per farlo entrare in casa. Ma non è l'unico imprevisto casalingo che sconvolgerà la vita dei Sandin durante quella notte. Dopo poco una banda di rispettabili cittadini suonerà al citofono reclamando l'uomo, in quanto era la loro preda per lo sfogo.
Perché la violenza di quell'unica notte è paradossalmente perpetrata dai ricchi verso i poveri, senzatetto, disoccupati, gente che non ha la possibilità di difendersi, come se fosse diritto (o dovere?) di ogni "buon americano", eliminare l'anello debole della catena, in quella che, più che uno sfogo, sembra pulizia etnica.
E James, la cui sicurezza della bontà del metodo inizierà a sgretolarsi con il passare delle ore si troverà a decidere cosa sia giusto fare per salvare la sua famiglia, combattuto tra etica e morale.
Ho affrontato la visione pensando di trovarmi di fronte ad una cazzata di proporzioni epiche, e invece il risultato non è terribile come pensavo.
Perché nella sua prevedibilità ci sono almeno un paio di scene che non ti aspetti, e questo non fa che giovare al film nel suo complesso. Anche se io, personalmente, all'arrivo della primavera credo che andrei in vacanza in Canada. 


5 agosto 2013

La quinta stagione

Quando il film è arrivato in sala, a fine giugno, ne ho letto la sinossi e, nonostante fosse uscito nella nostra sala del sabato io e la bionda ci siamo dette "ma anche no", perché mi dava l'idea di essere uno di quei film in cui io mi siedo in sala, inizio a patire come una bestia in gabbia, guardo l'ora ogni 5 minuti e non vedo l'ora che arrivi la fine. E il film è andato. Poi ho iniziato a leggerne recensioni più che positive in N blog, e, siccome la curiosità non mi dà tregua, approfittando di una rassegna estiva, venerdì sera ho deciso di recuperarlo.
Io ho un sacco di limiti, ma so di non sapere e non ne faccio mistero. Uno di questi limiti è non capire assolutamente nulla di cinema ma volerne parlare comunque, un altro è quello di non aver mai imparato a leggere tra le righe. E quando mi trovo di fronte ad un film così carico di simbolismi e metafore ho sempre il dubbio (anzi, la certezza) che non mi giunga il messaggio che il film sta veicolando.
La quinta stagione è un film "strano".
Visivamente è a dir poco strepitoso.
Anche troppo.
Una fotografia così potente ed evocativa che affascina e al contempo attanaglia, scene che sembrano una carrellata di installazioni artistiche che si susseguono (il latte che scende sul muro alle spalle di Alice, il padre ormai esanime che gira in tondo sul trattore), tanto da ricordarmi a tratti una mostra di pittura fiamminga, a tratti il Caravaggio. 
La quinta stagione è un film frammentario, che ci porta in un ipotetico futuro, in un contesto rurale delle Ardenne, e inizia con Fred, un gallo che non canta, con grande disappunto del suo padrone. Per poi proseguire con i giochi amorosi di due ragazzi che si chiamano e rincorrono imitando i versi degli uccelli. E poi passa a descrivere la vita di una piccola comunità dove la vita scorre tranquilla con scadenze regolari, fino al giorno in cui, arrivati alla fine dell'inverno, dopo una specie di danza propiziatoria (scena splendida, se non ho capito male ballata su una canzone tradizionale armena) il consueto falò in cui lo zio inverno viene condannato a morte, non riesce a prendere fuoco. E da quel momento succede qualcosa: la natura si ribella.
La primavera sembra non arrivare mai, la terra non germoglia, le mucche smettono di dare latte, le api di Pol, uomo (filosofo e vittima sacrificale) che vive in una roulotte con il figlio disabile, ultimo arrivato in paese, se ne sono andate, e quando le api scompaiono la natura muore (viene attribuita ad Einstein la teoria per cui "se un giorno le api dovessero scomparire agli uomini resterebbero quattro anni di vita").
Gli abitanti del paese, quasi ridotti alla fame, credono che sia colpa sua (la paura del nuovo, del diverso, e il pensiero torna inevitabilmente a "Il vento fa il suo giro") che risponderà alle accuse dicendo "preferisco essere un uomo paradossale che un uomo con pregiudizi".
Ma il pregiudizio non si ferma. E la situazione degenera.
E io sono uscita dalla sala un po' straniata. La quinta stagione non è sicuramente "il mio" film.
E come prevedevo non è riuscito a suscitare in me quell'entusiasmo letto da più parti.
Ma nonostante tutto non riesco davvero a dire che sia un brutto film. Non è un film facile, ma non lascia certo indifferenti, e negarlo sarebbe come nascondere la testa nella sabbia, come fanno gli struzzi. 


2 agosto 2013

Headhunters (Hodejegerne)

La cara JuleZ con un messaggio a inizio settimana mi ha avvisato che mercoledì Rai4 avrebbe trasmesso (in prima serata) questo film norvegese del 2011 che volevo vedere, vuoi perché tratto da un romanzo di Nesbø (per essere precisi dall'unico romanzo - fra quelli pubblicati in Italia - di Nesbø che non ho ancora letto), vuoi perché la recensione del Ford mi aveva incuriosita. Se questi due motivi non dovessero bastare, aggiungeteci la presenza di Nicolaj Coster-Waldau, e il gioco è fatto.


Roger Brown, il protagonista, è un fetentissimo spregevole individuo che concentra la sua sontuosa merdosità in 168 centimetri d'altezza. Vive in una villa fighissima, molto minimal, con una moglie bellissima e molto alta che gestisce una galleria d'arte. Che desidererebbe tanto un figlio da lui (proprio vero che l'amore è cieco) ma lui non ne vuole sapere mezza. Di mestiere (quello ufficiale) fa il cacciatore di teste ed è bravissimo quanto spietato nel suo lavoro. Nel tempo libero, per mantenere quel tenore di vita fa il ladro di opere d'arte, con un addetto ai sistemi di sicurezza come complice.
Quando, ad un vernissage, la moglie gli presenta Clas Greve, ex dirigente di un'azienda di nanotecnologie, la vita di Roger subirà un cambiamento repentino, quanto inaspettato.
Clas è affascinante. E alto. Roger è incuriosito dalla figura di quest'uomo misterioso, ma al contempo c'è qualcosa che lo disturba. Parlando con la moglie scopre che l'uomo possiede un quadro di Rubens, e si mette all'opera per rubarlo.
Da quel momento Roger viene catapultato in un incubo ad occhi aperti, dove lui, abituato ad essere cacciatore, si trasforma in preda, in un gioco al massacro dove l'uomo alto 168 centimetri farà fatica a capire cosa gli sta succedendo e perché, di chi può fidarsi e di chi deve dubitare. Siccome a livello empatico le sorti di Roger ti stanno a cuore quanto quelle di Berlusconi, perché, diciamocelo, Roger è simpatico come un'attacco di diarrea mentre sei in coda in tangenziale e hai appena superato l'area di servizio, riesci a seguire il film con un certo distacco, anzi, quasi ti trovi a fare il tifo per il cattivo. Anche se inizialmente pensi ti stia sfuggendo qualcosa, a poco a poco tutti i tasselli finiscono per incastrarsi più o meno perfettamente, e il risultato è un film dal ritmo serrato che si fa vedere senza fatica, anche se, a voler proprio fare la punta agli stronzi, il finale mi ha lasciato un po'... meh.


1 agosto 2013

The Lone Ranger

E va bene che la multisaladimerda vicino all'ufficio la raggiungo in cinque minuti, e va bene che non c'è problema di parcheggio, e va bene che c'è il martedì donna e il biglietto - se sei donna - ti costa solo 4€. Ma.
Se hai 2 film che iniziano alle 18.00 perché aprire il cinema alle 17.50 e, su 4, una cassa sola? Per formare la fila e far vedere che laggente va al cinema? Capisco.
Ma perché, in codesta unica fila non dai la precedenza a coloro che devono entrare in sala per il film delle 18.00 e quelli che devono comprare i biglietti per gli spettacoli successivi non li fai attendere?
E va bene che le 18.00 sono un concetto relativo, perché il film inizia effettivamente dopo 25 minuti, ma se io fossi un'appassionata della pubblicità su grande schermo, tu, multisaladimerda, devi darmi la possibilità di entrare in sala alle 18.00 e farmela vedere tutta.  Le due persone davanti a me hanno comprato i biglietti per Wolwerine, spettacolo delle 21.00. Il primo 7, il secondo 14.
Quattordici. Io penso che nemmeno riuscirei a trovarle 13 persone con cui andare al cinema, ma chi ci vuole andare al cinema con altre 13 persone, in fondo?

Inizia il film. Nel 1933.
E il vecchio Tonto, diventato attrazione in un luna park di San Francisco racconta a un ragazzino mascherato da ranger solitario quello che è successo 60 anni prima, nel lontano ovest. E dell'incontro sul treno fra lui, prigioniero in quanto colpevole di essere indiano, che viaggia accanto ad un altro prigioniero, il famigerato Butch Cavendish, colpevole delle peggio nefandezze, e il giovane procuratore John Reid, che sta tornando al suo paese, e di come è avvenuta la trasformazione dl Reid da uomo di legge a leggendario giustiziere. 
E io, per tutti i 149 minuti - che non mi sono pesati affatto - ho goduto come una scimmia, vuoi per l'emozione di rivedere i favolosi scenari della Monument Valley, di Lone Pine, del Colorado River. Quando quel bastardo di Collins mostra a John la locandina del bordello gestito da una mitica Helena Bonham Carter con la gamba d'avorio Grindhouse style non ho potuto fare a meno di pensare al Red Garter, per poi farmi di nuovo avvolgere dai racconti di Tonto, e alla sua ricerca di giustizia con Reid, kemosabe, attraverso la storia, cavalcando con lo Spirito del Cavallo.
Non manca niente. Imboscate, tradimenti, personaggi corrotti, la costruenda ferrovia che rappresenta il futuro, il progresso, la strage dei Comanche, dialoghi divertenti, il telefono che suona... Il telefono che suona? Ah, no, è quello dello spettatoredimerda seduto due file dietro di me. Che, come se non bastasse aver fatto suonare il suo celllularedimerda, cosa fa? Risponde, come se fosse nel suo salottodimerda, alla telefonatadelsuointerlocutoredimerda. Dopo un paio di minuti che andava avanti imperterrito mi sono girata e gli ho detto "lo vogliamo salutare, adesso?". 
L'avrei fatto mangiare da quei teneri leprotti della prateria. Che io all'inizio mi stavo quasi commuovendo a vederli mentre guardavano Tonto e Reid cenare con un loro cugino allo spiedo. E invece. 
Se - come me - siete stati dei bimbi (o delle bimbe) che sono cresciuti guardando film western, amerete questo film, a volte esagerato, con momenti sicuramente paradossali e divertenti che si alternano a momenti intensi (il racconto di come Tonto è diventato un guerriero solitario, su tutti). Se non vi piacciono i western forse lo amerete un po' meno. 
O forse non lo amerete affatto, e direte che il film è un lungo e noioso polpettone con Johnny Depp che fa Jack Sparrow truccato da indiano. Niente di più sbagliato (secondo me): qua siamo più dalle parti di Rango, al limite, con un eroe per caso che diventa eroe a tutti gli effetti. 
A me - nonostante il film sia stato un flop un po' ovunque e Armie Hammer non sia riuscito a convincermi al 100% (diciamo che al suo posto James Badge Dale, che nel film interpreta suo fratello Dan, l'avrei visto meglio, ad esempio) - è piaciuto comunque, e tanto mi basta.