31 luglio 2013

il pensiero americano

Ufficio, interno giorno.
Tre impiegate lavorano in silenzio. 
La quarta, (BCSdTR) parla da sola con frasi che vanno dal "ma che cazzo è sta roba?" al "son tutti giovani!" (eh, appunto, vedi di smetterla), ogni tanto le scappa un "ma porca puttanazza", ride, emette gridolini. (L'altro giorno è andata in panico perché le era scomparsa la foto dal profilo di non so cosa. Ma panico proprio). Lei è sempre connessa a qualche social network e vive con gli auricolari, che ne potete sapere voi? Quando tace è perché sta componendo su Traktor. E dagli auricolari si diffonde un soave unz.unz.unz ta-ta-ta-ta-ta-unz. ta-unz. ta-unz. ta. ta. ta. unz. unz. ba.ba.ba.ba.ba.ba. ta.ba.unz. 
Occasionalmente lavora.
Lancia una stampa.
Non succede nulla.
Si rivolge - a tutto volume causa auricolari - a collega G.
"G, la stampante è chiusa?"
G la guarda perplessa.
Io sollevo il sopracciglio e spiego a G che chiusa = spenta.
Poi, rivolgendomi a BCSdTR: "R, la finestra è chiusa. La stampante è spenta."
E lei, serafica: "Ah, sì, giusto. No, sai, è che io penso in americano...".
Sono stata bravissima.
Non le ho nemmeno riso in faccia.  

30 luglio 2013

The loveless

...e poi improvvisamente, 
prima che tu te ne accorga, 
sei acqua passata...

Una Harley, chiodo e brillantina e un giovane Willem Dafoe che si pettina e parte. 
Occhiali neri e vento in faccia. 
Il debutto alla regia di Kathryn Bigelow inizia così, nel lontano 1982, con un outlaw biker movie. Che è anche il primo ruolo da protagonista per Dafoe, qua affiancato da Robert Gordon, autore anche della gran bella colonna sonora, tanto tanto rockabilly (oh yeah).
Siamo nel 1959 e Vance, con il suo gruppo di "cattivissimi" amici partiti da Detroit è diretto a Daytona per assistere alle gare motociclistiche.
Per riparare il guasto alla moto di uno del gruppo si fermano in un paesino nella più desolata e sperduta inculandia lungo la strada.
Ovviamente gli abitanti del posto li guardano con sospetto e diffidenza (ricordo ancora un paesino di montagna vicino a Poisonville dove ci trovammo secoli fa io e i miei amici - vero Tiz? - per un pic-nic. Dopo 5 anni i residenti stavano ancora parlando di quella volta in cui arrivarono i punk, con gente che diceva "erano proprio come quelli che vedi in televisione, ma visti da vicino non sembravano cattivi". Perché nei paesini funziona così).
Mentre i suoi amici riparano la moto nell'unica officina del paese, Vance conosce una ragazza e siccome lui (parole sue) è un bravo ragazzo, ma ha sempre prurito tra le gambe (e vedi un po' tu se non son problemi), se la tromba. Il padre della ragazza, che è un sontuoso pezzo di merda, lo scopre e gli girano vorticosamente i coglioni. E alla sera, nel bar del paese (l'unico, naturalmente) non esiterà a definirli "un mucchio di comunisti", cosa che a quell'epoca era sicuramente più aberrante che serial killer psicopatici stupratori e cannibali, e, siccome "quella feccia non ha una famiglia e nessuno ne sentirà la mancanza", decide che vuole ucciderli. Tutti. Ma.
Meh, più che altro.
Fortunatamente sia la Bigelow sia Dafoe con gli anni sono migliorati. 
Perché lei è acerba, e lui è legnoso.
Ma in qualche modo bisogna pur iniziare, no?  

29 luglio 2013

Rango

La morte e il deserto gli amici che hai
Un inno al coraggio che prodezze farà
Ma fate attenzione non sopravviverà
Uccelli gli beccano gli occhi
ha le budella a penzoloni
il sole gli sbianca le ossa e gli dissecca i coglioni

In attesa di recuperare l'ultima fatica di Gore Verbinsky, The Lone Ranger, sono riuscita - per la gioia di Vipero - in una domenica casalinga impegnata a sudare anche da ferma - a recuperare finalmente Rango. Per qualche strano motivo mi tengo sempre lontana dai film di animazione. Sbagliando, facilmente. Soprattutto in questo caso. Perché questo è fondamentalmente un film per adulti, farcito com'è di omaggi, riferimenti, citazioni. E anche di momenti che fanno riflettere (chi detiene l'acqua detiene il potere).
Questo film di Verbinsky è una dichiarazione d'amore per il cinema, una cavalcata fra generi, omaggi e citazioni, da John Ford a Sergio Leone, ma non mancano i riferimenti a Terry Gilliam (Paura e delirio a Las Vegas) e a Francis Ford Coppola (Apocalypse Now).
Lo spirito del West visto attraverso gli occhi di Rango, un camaleonte alla perenne ricerca di se stesso, che, "grazie" ad un incidente viene improvvisamente sbalzato fuori dal terrario, in cui si dilettava a sceneggiare la sua vita e si ritrova a vivere davvero nel torrido deserto del Mojave.
Accompagnato dai siparietti musicali di un quartetto di strepitosi gufi-mariachi che ne prevedono le gesta (ovviamente gufando).
Raggiunta la città di Dirt (Polvere) ne diventerà lo sceriffo, grazie alla sua abilità nel millantare, rendendosi protagonista di improbabili gesta eroiche. La città è minacciata da una terribile siccità e Rango vede finalmente la possibilità di integrarsi e diventare l'eroe che ha sempre sognato di essere.
Con un finale che è Mezzogiorno di fuoco, Per un pugno di dollari (anche perché "lo spirito del West" qua è nientepopodimeno che il grande Clint di Leoniana memoria, con il suo uomo senza nome) e non solo.
Perché le leggende non muoiono mai, ma, soprattutto, nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia.



"Questo è il paradiso?"
"Se lo fosse, mangerei pane e marmellata con Kim Novak."

28 luglio 2013

Returner




Extraterrestre portami via, 
dammi un film che non sia una tamurria... 
Chiedo scusa a Eugenio Finardi, so che capirà. 
Siamo nel 2002, su una nave ormeggiata nel porto di Tokyo. Myamoto, il nostro eroe, un piccolo fan di Neo di Matrix con tanto di cappottino di pelle di ordinanza secca due/tre dozzine di cattivi e alla fine, quando si trova faccia a faccia con il terribile Mizoguchi, si apre una voragine nel cielo da cui precipita Milly, il nostro eroe le spara, si distrae e Mizoguchi sparisce.
Raccoglie la ragazzina - che non è morta - e la porta a casa. 
Al risveglio lei gli racconta che è tornata dal futuro (dal 2084) per scongiurare una terribile invasione aliena che distruggerà la terra (il ritorno nel passato per cambiare il futuro... qualcuno ha detto Terminator?) e lei e il suo popolo si sono rifugiati in Tibet, dove stanno resistendo al nemico, che chiamano Dagra. 
Myamoto finge di crederle, poi non le crede, poi forse, poi sì. 
Contemporaneamente all'istituto di scienze spaziali hanno catturato un cucciolo di alieno che vuole tornare a casa (qualcuno ha detto ET?) che ovviamente Mizoguchi rapisce. Intanto nel mondo succedono cose strane. Milly e Myamoto decidono di salvare il mondo, ma lui le fa notare che è vestita da schifo (qualcuno ha detto "Ma come ti vesti?" Ah no, Enzo e Carla non c'erano ancora all'epoca. Qualcuno ha detto Pretty Woman/Wasabi/Leon?) e la porta a fare shopping in un negozio fighissimo dove il colore più vivace è il blu notte è lei incredibilmente uscirà con una giacca di pelle color mattone e una gonna color caghetta. 
Dopo un inseguimento in moto fra esplosioni e sparatorie (qualcuno ha detto Mission Impossible?) i nostri eroi arrivano all'istituto di scienze dove ET sta morendo. Milly capisce che per salvare il mondo non deve uccidere l'alieno ma farlo tornare a casa sano e salvo, e fra acrobazie, morti ammazzati e l'alienuccio agonizzante avvolto in una coperta, con dialoghi che al confronto quelli di un episodio di Candy Candy sembrano quasi incomprensibili da quanto sono profondi, arriva l'alba del giorno X. 
E il gran finale. 
Che quasi ero lì con la lacrimuccia. 
E invece.

26 luglio 2013

Time is on his side




horrible bosses (kevin spacey's day)


Avrete già capito che siamo arrivati all'ennesima celebrazione di gruppo.
Non ho partecipato alla votazione, che fra Kevin Spacey e Silvester Stallone ero... non so nemmeno io se indecisa o incredula. 
Quindi, nel dubbio, mi tenni. 
E alla fine ha vinto Kevin Spacey.
Che è indubbiamente bravo. Che è indubbiamente più bravo di Stallone, per carità.
Ma. 
Boh. 
E' che a me il vecchio Sly in fondo è anche simpatico. E dal 1976 al 1982 non mi sono persa un suo film (da Rocky a Rambo, in pratica), poi ho smesso. Di vederli tutti, intendo. 
Questo non mi ha impedito di vedere il 4° Rocky, Tango & Cash (ma qua bisogna ringraziare Kurt Russel) fino ad arrivare ai Mercenari 2. 
Ah già, ma devo parlare di Kevin Spacey, che sbadata. 
Kevin Spacey, che oggi compie 54 anni. E che io - ma credo anche molti altri - ho scoperto con quello che all'epoca fu un film sorprendente, ovvero I soliti sospetti, visto in anteprima (fuori concorso) al Torino Film Festival, che a quei tempi si chiamava ancora Festival Internazionale Cinema Giovani. Era il 1995. E io ero ancora ragionevolmente giuovine, forse, anche se abbastanza devastata dagli eventi. Ma questa è un'altra storia, di cui probabilmente non frega un cazzo a nessuno. 
Non ho più rivisto I soliti sospetti da quella volta. Perchè diciamocelo, dopo la prima volta, il colpone di scena finale è andato a farsi fottere.
(The greatest trick the devil has ever pulled was convincing the world he didn't exist, and like that... he's gone.)
Ah già, ma io non devo parlare de I soliti sospetti, bensì di questo “Horrible bosses” visto nell'estate di un paio di anni fa, stagione in cui trovare un film decente risulta impresa ardita. Lascia stare che quest'anno non abbiamo avuto nemmeno bisogno di aspettare l'estate. 
La storia è semplice. Tre amici hanno a che fare quotidianamente con tre capi impossibili e, dopo essersi consultati con un presunto gangster (Jamie Foxx, notevole nella parte del banfone) decidono che - ispirandosi a “delitto per delitto” di Alfred Hitchcock - ognuno ucciderà il capo dell’altro, in modo da non destare sospetti.
Ovviamente, essendo degli emeriti coglioni, riusciranno ad incasinarsi più del necessario, ma siccome il culo aiuta i principianti, alla fine tutto quanto si incastrerà alla perfezione, in un modo o nell'altro.
Kevin Spacey è perfetto nel ruolo di Dave Harken, capo carogna, uno di quelli che speri di non incrociare mai sul tuo percorso lavorativo.
ColintamarroFarrel è disgustoso, e Jennifer Aniston, nel ruolo di una dentista assatanata che molesta pesantemente la versione maschile di Nicole Minetti è strepitosa, e la sua la battuta: “ieri sera mi sono masturbata così forte che mi si è spezzata un’unghia” me la ricordo ancora dopo due anni. 

24 luglio 2013

This is the end (facciamola finita)

Facciamola finita di doppiare certi film, ma se proprio non possiamo rinunciare al doppiaggio (e noi non possiamo, perché ricordo ancora anni fa lo sdegno di un idiota turista della purtroppo non in via di estinzione razza all-inclusive nello scoprire che un cameriere egiziano, a Sharm El Sheik, non parlava... italiano) facciamola finita di doppiare almeno le parti cantate, e che cazzo! Che davvero, non si possono sentire.
E facciamola finita di far uscire certi titoli in un'unica sala cittadina, nella fattispecie all'UCG, che - orario 19.50 - fra pubblicità, contropubblicità, trailers e making of di sti gran cazzi, fa iniziare il film 25 minuti dopo. Ma dove si è mai visto? E poi mi chiedi perché non sopporto le multisala? Per questo, questo e quest'altro motivo, ad esempio!
Comunque.
Siamo a Los Angeles. Seth Rogen, nella parte di Seth Rogen, va all'aeroporto a prendere Jay Baruchel (nella parte di Jay Baruchel), che non ama particolarmente L.A. Passano la giornata in casa fumando erba e giocando ai videogiochi, classico esempio di perfect male day. Il perfect female day consiste in una giornata di shopping, possibilmente con la carta di credito di qualcun altro. Alla sera Seth convince Jay ad andare ad una festa nella nuova (fighissima) casa di James Franco. Nella parte di James Franco. Jay è a disagio, vuoi perché la sua amicizia con Seth sembra essere meno importante di un tempo, soprattutto da quando Seth ha legato con Jonah Hill nella parte di Jonah Hill. Ma chi è Jonah Hill, poi? Lui e Seth si allontanano per andare a comprare le sigarette e, mentre sono nel drugstore, quello che sembra un terremoto di proporzioni mai viste sconvolge il quartiere, e i due tornano trafelati alla casa di Franco, dove - fra musica alcool e droga - gli ospiti non si sono accorti di nulla. Un boato improvviso li farà però precipitare nel panico e uscire di corsa dalla casa. Per precipitare, e questa volta non in senso metaforico, in un enorme voragine incandescente che si apre sotto i loro piedi. Non si salva quasi nessuno, nemmeno Rhianna.
Alla fine rimarranno Seth, Jay, James, Jonah, Daniel McBride - che non era nemmeno stato invitato alla festa - e Craig Robinson, barricati in casa e con acqua e viveri razionati, ad affrontare quella che sembra, né più né meno, l'apocalisse, mentre fuori Hollywood brucia. Eccessivo e volgare, spesso e volentieri sopra le righe ma allo stesso tempo ironico ed autoironico, divertente e divertito, citazioni come se piovesse.
Ad un certo punto, mentre i nostri eroi (coraggiosi come coniglietti di peluche) confessano azioni compiute in passato e di cui si vergognano, al turno di James Franco io avevo le lacrime agli occhi.
Emma Watson con l'ascia e un cameo di Channing Tatum di cui non vi dico nulla, oltre a una colonna sonora che definirei esilarante fanno il resto.
Un'immensa cazzata, ma io, che fondamentalmente sono un'immensa cazzona, mi sono divertita (anche a leggere "personaggi e interpreti" nei titoli di coda). Probabilmente molto di più dei ragazzini seduti dietro di noi.





















23 luglio 2013

Zack & Miri make a porno

Ovviamente mi rifiuto di riportare il solito terrificante titolo italiano, che davvero non ne posso più.
Anche perché, per tutta una serie di motivi, a partire dai giochi di parole sicuramente intraducibili, questo è un film che va assolutamente visto in lingua originale, quindi il problema nemmeno sussiste.
La regia è di Kevin Smith, amato dalla sottoscritta dai tempi di Clerks, uno dei miei personalissimi cult di tutti i tempi, per quanto - a mio parere - anche Dogma, arrivato 5 anni dopo era un film geniale. Adesso aspettiamo che arrivi il 3° capitolo di Clerks, che, si mormora, Smith voglia far uscire l'anno prossimo, a 20 anni esatti dal primo, che era del 1994, e, nel frattempo, siccome stasera rivedrò Seth Rogen sul grande schermo, torniamo indietro di qualche anno. 
Siamo a Pittsburgh, Zack e Miri (Linki) sono due ex compagni di scuola, grandi amici (soltanto amici perché - dicono loro - il sesso complicherebbe l'amicizia. Sarà anche vero - dico io - ma mica sempre, anzi. Chiusa parentesi) e coinquilini per dividere le spese. Ma, fra lavori precari e stipendi insussistenti - arrivano al alla fine del mese senza riuscire a pagare le bollette. Sicuri che troveranno una soluzione, dopo che gli hanno staccato l'acqua, vanno ad una festa di vecchi compagni del liceo. Mentre Miri sta inutilmente tentando di sedurre il suo vecchio compagno Bobby Long, Zack inizia a parlare con Brandon St.Randy, che gli spiega di essere un attore porno, nonché fidanzato di Bobby. 
I due tornano a casa e scoprono che gli è stata staccata anche la luce. 
E a Zack viene un'idea per racimolare qualche dollaro: girare un film porno amatoriale.
Trovata l'attrezzatura, la location, lo "sponsor", parte il casting. E non dico niente, metti mai che ci sia qualcuno che il film ancora non l'ha visto. Quando è tutto pronto per iniziare le riprese e sono anche riusciti ad imbastire una specie di sceneggiatura, la location viene demolita. 
Decidono quindi di trasferire il set nel bar dove lavora Zack (la scena in cui, nel bel mezzo delle riprese entra un tifoso ubriaco ad ordinare un caffè senza accorgersi di nulla ancora un po' e mi provoca le convulsioni) e si arriva al momento in cui i due amici devono - per esigenze di copione - accoppiarsi in favor di telecamera. 
Kevin Smith riesce, in questo modo, a mischiare il porno alla commedia romantica, perché l'amicizia fra Zack e Miri nascondeva ovviamente una grande passione, ma, sebbene sia chiaro a tutti, loro, vuoi per timidezza, vuoi per paura di rovinare tutto continuano a non arrendersi all'evidenza, rischiando davvero di rovinare tutto proprio per questa paura di esternare i loro veri sentimenti. E fra battute più o meno (più più che meno) volgari, timoni olandesi, bolle di sapone, spade laser di guerre stellari rivedute e corrette, arriviamo alla fine del film - anzi, di tutti e due i film, pure il porno - con la consapevolezza che Kevin Smith riesce anche a parlare d'amore. 
Lo fa a modo suo, e a noi piace per questo. 



22 luglio 2013

Dream Team

Come tutti gli anni, con l'arrivo della bella (?) stagione, le uscite cinematografiche iniziano a lasciare un po' il tempo che trovano. Il 2013 verrà ricordato - almeno da queste parti - come un anno insolito. La bella stagione io la sto ancora aspettando, mentre non ho dovuto arrivare all'estate per vedere pellicole parecchio discutibili. Insomma, meteocinematograficamente parlando, più che un'ottima annata, un gran bell'anno di merda, diciamocelo. 
E così, sabato sera, in compagnia della fidata bionda, complice la programmazione della nostra sala del week end, abbiamo recuperato questo film francese, che già dai titoli di testa sai benissimo come andrà a finire, ma che si lascia vedere in scioltezza e che, più di una volta, riesce anche a strapparti qualche risata.
Il film inizia mostrandoci la parabola discendente di Patrick Orbéra, da pallone d'oro a bicchiere di platino, che - durante un programma sportivo, in diretta tv - prende a cazzotti un arbitro per vecchie questioni legate a rigori e simulazioni ("Anche tua moglie simula?") e si ritrova senza lavoro, casa e moglie.
Convocato davanti al giudice questo gli comunica che per poter continuare a vedere sua figlia dovrà risolvere i suoi problemi con l'alcool e trovarsi un lavoro, ma sarà il giudice stesso a trovare una soluzione, proponendogli di allenare la piccola squadra del Molène, in Bretagna, che, non si capisce bene come, vuole arrivare a giocare i 32esimi di finale della Coppa di Francia, in modo da riuscire, con i premi partita, a trovare i soldi per salvare dalla chiusura la locale fabbrica di sardine, unica risorsa economica della piccola isola di pescatori. 
Con gli elementi a sua disposizione, Orbéra capisce che al confronto Mission Impossible è una passeggiata in un parco giochi, e decide così di andare a ripescare i suoi vecchi compagni di squadra, tutta gente che, dopo aver abbandonato la carriera calcistica, si è data ad altre attività. Dall'ex portiere argentino con la passione per Che Guevara e Maradona e la cocaina, all'ex riserva del Milan che ha il terrore della gente ed è disperato da quando il suo personaggio è stato eliminato persino da Fifa 2013, al difensore con problemi cardiaci, l'attaccante che ha sbagliato un rigore decisivo e si è dato alla recitazione, oltre al rissoso centrocampista che si è trasferito in Inghilterra ed entra ed esce dal carcere.  
Dopo essere riuscito a convincerli tutti, la nuova squadra prende forma e vita e, in qualche modo, riesce ad ottenere i risultati sperati, arrivando alla qualificazione ai 32esimi di finale, quando dovrà giocare contro l'Olympique Marsiglia.
Film prevedibile finchè si vuole, l'ennesima storia di caduta e redenzione, sofferenza e riscatto, spirito di gruppo, amicizia e rapporti umani, ma ben interpretato, garbato ed ironico.


19 luglio 2013

Pain & Gain


A parte che l'inserimento di Gangsta's Paradise di Coolio nella colonna sonora è geniale, mi ero fatta un'idea diversa del film. Che ovviamente attendevo da quando se ne parlava ancora come "Suda & Cresci". Poi, al solito l'uscita italiana è slittata dalla primavera all'estate, da suda e cresci siamo passati a muscoli e denaro, e, francamente, devo ancora capire cosa sia peggio. 
In giro avevo già iniziato a leggere le peggio cose, film noioso e soporifero, lungo e bla bla bla.
Sul fatto che sia abbastanza lungo siamo d'accordo. Poi, IO (e le altre due) non lo abbiamo trovato né noioso né soporifero. Anzi.
Più di una volta, di fronte all'assurdità di certe situazioni, ci siamo ritrovate a ridere senza ritegno. 
Sì, come al solito in sala ridevamo solo noi, ma se gli altri non capiscono non è certo un problema nostro.
Attenzione, non che pensassi di vedere una pellicola dove si rivoluzionava la teoria dei quanti a colpi di steroidi anabolizzanti, ma ho dovuto ricredermi sull'idea di vedere una roba tamarra senza pari. Perchè è vero che i protagonisti possono essere tranquillamente definiti tutti muscoli e niente cervello, ma Michael Bay, con un budget "ridicolo" (rispetto ai suoi standard) ha confezionato una black comedy che fra macchine sportive, piscine, tette e culi riesce a ridicolizzare molti aspetti dell'american way of life. 
D'accordo, siamo a Miami a metà degli anni 90, quindi che sia un film abbastanza tamarro è praticamente un obbligo morale. 
Detto ciò, ci troviamo di fronte al (miraggio del) sogno americano che diventa incubo.
Daniel Lugo, personal trainer che "crede nel fitness" (e già questo vi fa capire con chi abbiamo a che fare) si reputa un vincente e il suo obbiettivo è diventarlo. Indottrinato da un guru motivazionale, tal Johnny Wu, decide di realizzare il suo personale sogno bruciando alcune tappe fondamentali. 
Dopo aver convinto il titolare della palestra a farlo socio con la promessa di triplicare le iscrizioni, nella sua mente scatta quel meccanismo per cui se hai 10 non ti basta e vuoi avere 12, e, con l'aiuto dell'amico Adrian Doorbal e di un nuovo frequentatore della Sun Gym, l'ex criminale redento Paul Doyle*, decidono di rapire uno dei clienti più facoltosi della palestra, Victor Kershaw*. Più con le cattive che con le buone, riescono ad appropriarsi di tutti i suoi beni, ma, siccome Daniel è stato riconosciuto dall'uomo, decidono di eliminarlo. 
Essendo fondamentalmente una banda di idioti senza possibilità di salvezza, redenzione e recupero, Victor sopravvive (roba che Terminator sembra un dilettante, al confronto) e da quel momento in poi per i tre geni del crimine le cose iniziano a complicarsi. 
Bay riporta alla luce un fatto di cronaca agghiacciante, forse in modo un po' irriverente nei confronti delle vittime, ma - incredibilmente - senza discostarsi molto dalla realtà dei fatti, come potete leggere in questi articoli che parlano della Sun Gym Gang: qua e qua .
Non pensavo che avrei mai pronunciato una frase del genere, ma devo ammettere che Dwayne Johnson se la cava più che egregiamente e il suo personaggio, un gigante più che buono minchione è davvero azzeccato.

* Paul Doyle e Victor Kershaw sono personaggi fittizi, nella realtà sono basati, rispettivamente, sulle figure di Jorge Delgado e Marc Schiller.


18 luglio 2013

La noia, a secchiate. E la pioggia, pure.

17 gradi.
Golfino di lana.
Per essere novembre non si sta nemmeno troppo male, in fondo.
Ah, ma siamo a luglio.
Stupida io a non rendermene conto.
Un giorno di ferie infrasettimanale può riservare molte sorprese.
Non parlo dell'idraulico, che venerdì, chiamato per un consulto, ha decretato: "sei piena di ruggine".
Adesso devo scoprire chi ha fatto la spia.
Che ci vuole un po' di tatto a dire certe cose a una signora, fra l'altro.
Comunque l'idraulico, dopo la terrificante diagnosi mi ha detto "ci vediamo mercoledì, calcola tre ore di lavoro, e se il problema è quello lo risolviamo".
E se il problema non fosse quello?
"allora son cazzi!".
Ieri mattina, potendo dormire un po' di più, mi sono svegliata prima del previsto.
L'idraulico è arrivato, puntuale, e in un'ora aveva già finito.
Io ormai ero entrata nell'ottica di non andare in ufficio, e così ho fatto.
Pettinatrice, di mercoledì, onde evitare la ressa del sabato, pranzo in veranda, pennica post-prandiale infrasettimanale. Che lusso.
Il fatto che la pennica sia durata dalle 14.00 alle 17.00 è un dettaglio irrilevante.
Incredibilmente, dopo tutta questa fatica, all'ora di cena non avevo fame, quindi non ho cenato.
A meno che un paio di birre valgano come cena equilibrata, ché allora è un altro discorso.  

Monumento ai caduti

17 luglio 2013

Shifty

Dopo aver visto Riz Amhed in film che - per un motivo o per l'altro - mi sono piaciuti, ovvero The road to Guantanamo, Four Lions e Il fondamentalista riluttante, ho deciso di recuperare questo film del 2008, diretto da Eran Creevy, regista anche di "Welcome to the Punch". Che non è esattamente un film riuscitissimo, ma che aveva qualche potenzialità. Probabilmente dimenticata in un container durante le riprese. 
Ma torniamo a noi. 
Dopo 4 anni di assenza Chris, con il pretesto di partecipare ad una festa, torna nei sobborghi di Londra in cui è cresciuto per andare a trovare Shifty, suo grande amico, che nel frattempo è diventato uno spacciatore. O forse lo era anche prima, non so dirvi.
Shifty non ha ancora perdonato del tutto l'amico per essersene andato, ma, quella che lui vede come una fuga, per Chris è stata il primo passo verso una maturità più consapevole, mentre Shifty, che vive a casa del fratello dopo che i genitori, non approvando il suo stile di vita l'hanno cacciato di casa, è ancora lontano dal voler fare quel passo che - prima o poi - arriva per tutti.
Sì, insomma, quasi tutti.
E assieme allo sguardo a metà fra lo stupito e il perplesso di Chris seguiamo Shifty nell'arco di  una sua giornata tipo, 24 ore in cui il giovane si confronta con una clientela davvero eterogenea, quella varia umanità a volte insospettabile, a volte disperata, a volte solo stronza.  
Chris tenta di convincere l'amico a mollare tutto e a seguirlo a Manchester, ma Shifty non ne vuole sapere. Quando un cliente gli ruberà la partita di droga che ha con sé e inevitabilmente si metterà in moto la missione di vendetta e recupero da parte del "capo" di Shifty, finalmente il ragazzo capisce che forse è ora di dare un taglio a quella vita.
Non è che succeda molto di più, a parte forse voler entrare nel Guinness dei primati per il maggior numero di fuck, fucking, fucked pronunciati più o meno regolarmente all'inizio e alla fine di ogni frase, ma ogni tanto anche a metà, per non perdere l'abitudine.
O, se qualcosa succede, io francamente ho fatto un po' fatica a rendermene conto, perchè il film era in lingua originale, e lo slang vinceva a mani basse sull'inglese che io, sforzandomi un po', potrei anche capire. L'inglese, che con lo slang nemmeno ci provo.
I sottotitoli c'erano.
In inglese. Pure loro.
Che io, sforzandomi ancora un po', sono in grado di leggere, e, in parte, capire.
Ma, siccome "facile" NON E' il mio secondo nome, erano totalmente fuori sincrono.
Così mentre sulla scena gli attori parlavano in inglese, io ero in grado, leggendo i sottotitoli inglesi, di sapere cosa avrebbero detto - sempre in inglese - nella scena successiva. Per poi dimenticarmene - in italiano - al momento giusto. 
Insomma, un gran casino.
In ogni caso interessante colonna sonora. 


16 luglio 2013

La notte brava del soldato Jonahtan


Clint Eastwood ha lavorato cinque volte con Don Siegel, e nel 1992, quando vinse l'oscar per "Gli Spietati", glielo dedicò.
L'uomo dalla cravatta di cuoio, Gli avvoltoi hanno fame, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, Fuga da Alcatraz e questo drammone un po' gotico, un po' (troppo, forse) morboso che è La notte brava del soldato Jonathan, che ho rivisto in tv nella notte tra domenica e lunedì.
Il titolo originale "The Beguiled", che possiamo tradurre con "l'abbindolato" e/o "l'ingannato", rende, come sempre, meglio l'idea di quello che ci aspetta.
Guerra di secessione. 
Il caporale nordista Jonathan McBurney viene ferito ad una gamba e abbandonato in territorio sudista. Trovato casualmente dalla piccola Amy mentre sta raccogliendo funghi viene soccorso e ricoverato nel collegio femminile in cui la ragazzina è ospite.
Il collegio è gestito da Martha, una zitella scaltra e autoritaria. E molto meno morigerata di quanto sembrerebbe all'apparenza, ma questo lo scopriremo soltanto in seguito.
Voi mettete un uomo - seppur ferito e malconcio - con la faccia di Clint Eastwood, a quell'epoca 41enne che fossercene in giro, in un collegio di femmine e non serve nemmeno molta immaginazione per capire come va a finire. 
Il soldato è consapevole che, una volta guarito, verrà consegnato all'esercito sudista come prigioniero di guerra, ma, durante la convalescenza, riuscirà a concentrare su di se le attenzioni e le premure delle ospiti del collegio, che sono affascinate e attratte dall'uomo: dalla dolce Edwina, l'insegnante di francese, a Carol, 17enne studentessa che la sa già abbastanza lunga, alla stessa Martha, e mettiamoci pure la piccola Amy, almeno lei - si spera - in maniera più innocente.
Jonathan è un perfetto penefattore, e si concede, fra menzogne e promesse a Edwina, Carol e alla stessa Martha, che, in un sonno turbato, sogna triangoli lesbo-porno-soft con l'uomo e l'insegnante. 
Una notte l'uomo va in camera di Carol, e mentre fanno all'ammmore, l'insonne Edwina li scopre. 
Ferita, tradita e umiliata, mentre Jonathan esce da Carol dalla camera di Carol per cercare di giustificarsi, lei lo aggredisce e lo fa cadere dalle scale. 
Purtroppo per lui non muore, ma la gamba, non ancora perfettamente guarita, si spezza.
E, siccome l'ira funesta delle cagnette a cui aveva più che sottratto, distribuito l'osso può essere spietata, interviene Martha, che, per scongiurare preventivamente il rischio cancrena, decide di amputargliela.
Ma per il caporale McBurney l'incubo non è ancora finito.
Film cupo, dalle venature quasi horror, dove non manca la suspense e dove tra gelosia, violenze e segreti, si dipana una guerra più crudele di quella che si sta combattendo fuori dalle mura del collegio.
Questo film, che all'epoca fu un flop clamoroso, fece scoprire che il buon Clint era anche in grado di recitare, con e senza cappello. 




















15 luglio 2013

Now you see me

Questo film, che io ero davvero curiosa di vedere, potrà piacervi o non piacervi.
Cosa che succede con tutti i film, in fondo.
Ma, consiglio personale, non dite mai che è una puttanata. E se non mi credete, chiedetelo a Common.
A grandi linee - che di certi film non si può dire molto per non svelare il trucco - è la storia di 4 "maghi", ognuno con la propria specializzazione, che tirano a campare in modo più o meno lecito. Fino al giorno in cui ad ognuno di loro viene recapitata una carta dei tarocchi [la papessa, l'eremita, la morte, gli amanti ("3 minuti!")] con un indirizzo di New York e una data sul retro. E, nel giorno indicato, i quattro si ritrovano all'indirizzo stampato sulla carta.
Sono Daniel Atlas, esperto in cartomagia, Merritt McKinney, mentalista/ipnotista, Henley Reeves, escapologa nonche ex assistente di Daniel, e Jack Wilder, mago di strada con attitudine al furto con destrezza.
Li ritroviamo un anno dopo, durante uno spettacolo all'MGM di Las Vegas, sono diventati famosi e si fanno chiamare I Quattro Cavalieri. E, nel numero finale dello show, dopo aver selezionato un'ignaro spettatore del pubblico, rapinano in diretta la sua banca.
A Parigi.
L'FBI inizia a indagare.
A capo dell'indagine c'è il detective Dylan Rhodes, a cui viene affiancata, per l'occasione, la collega francese dell'Interpol Alma Dray.
E, mentre i 4 cavalieri, spostandosi da Las Vegas a New Orleans a New York continuano i loro show in cui il numero finale è sempre una rapina ai danni di qualcuno, Dylan e Alma, aiutati da un vecchio prestigiatore che è passato dall'altra parte della barricata creando un programma in cui smaschera i trucchi dei suoi ex colleghi, continueranno ad indagare, per cercare di capire chi sono veramente i quattro ragazzi, e chi è che li ha ingaggiati per destabilizzare il sistema, in un gioco di incastri e scatole cinesi. 
Dialoghi frizzanti, alcune battute parecchio divertenti, buon ritmo, bravi gli attori.
Verso il finale si ammoscia leggermente, tanto che pure io - che non sarei in grado di capire il più banale dei trucchi nemmeno se me lo spiegasse il coniglio nel cilindro - avevo iniziato ad intuire qualcosa, però, se consideri che siamo a luglio, periodo noto per le uscite cinematografiche scrausissime, far uscire un film come Now You See Me più che un trucco è una magia.
Ma non dite che è una puttanata.



14 luglio 2013

Wanted

Se cerchi su wikipedia ti appare subito l'avvertimento "not to be confused with the Hollywood film Wanted"
Eh già. Perché  fra capolavori è un attimo che ti confondi, eh? Wanted Hollywood version è quella roba assurda in cui le pallottole seguono traiettorie curve, la Jolie si rigenera nel vinavil, e il destino di chi vive o muore viene deciso da un telaio posseduto dall'anima de li mortacci del regista. E io l'ho visto, naturalmente. 
Ma, siccome al peggio non c'è mai fine basta avere pazienza e arrivare a Bollywood. O aspettare che Bollywood arrivi da te un sabato sera mentre, stremata dopo una lunga e proficua giornata di shopping, stai oziando comodamente spalmata sul tuo divano. 
Il protagonista è tal Salman Khan (non so a voi, ma a me sembra un'imprecazione veneta) che dalle sue parti è probabilmente famoso come Brad Pitt, nella parte di Radha, un pessimo elemento che fa il killer per Gani Bhai - un uomo con una faccia da pirla senza pari - temutissimo boss che ha sul suo libro paga anche un tot di poliziotti corrotti e vuole uccidere il primo ministro.  
E tu dici, ah, è un film poliziesco. Troppo facile, che qua siamo a Bollywood, e non ci facciamo mancare nulla. Quindi oltre al crimine, all'azione e ai morti ammazzati ci mettiamo - totalmente random e anche un po' a cazzo - una canzone qua e un balletto là e facciamo innamorare il pessimo elemento di una bella ragazza vagamente invornita ma tanto brava romantica e sognatrice, che però è l'oggetto del desiderio di un poliziotto laido che ovviamente lei non ha alcuna intenzione di sposare. E dal poliziesco siamo passati al polpettone amoroso dududu dadada. Con dialoghi che un'episodio di squadra speciale cobra 11, al confronto, sembrano quasi criptici e profondissimi.
Ma, dopo che il commissario Ashraf fa arrestare Gani Bhai, la sua organizzazione gli rapisce la figlia per ottenere in cambio la liberazione del boss. Detto fatto, Gani Bhai è libero. I nostri neuroni già da un pezzo. E, siccome anche la figlia del commissario non sembra esattamente un fulmine di guerra, rivela al boss che nella sua organizzazione c'è un poliziotto infiltrato. Gani Bhai scopre chi è il padre di quest'ultimo, un ex poliziotto in pensione, orgogliosissimo del suo figliolo che non ha ovviamente alcuna paura di morire perché sa che quando il figlio scoprirà la sua morte scatterà la vendetta tremenda vendetta. 
Anfatti. 
Il figlio arriva, e indovina chi è questo paladino della giustizia, mejo poliziotto dell'India tutta, oltre che un incrocio fra Rocky, Rambo, Walker Texas Rangers, Superman, Bruce Lee e forse sto dimenticando qualcuno? 
Esatto, proprio Radha, il cui nome da buono è Rajveer Shekhawat che, oltre a vendicare il padre deve ovviamente sventare l'attentato. Dopo aver dato un paio di schiaffi al poliziotto laido e corrotto si fa dire dove si nascondono Gani Bhai e i suoi uomini. Che sono (originalissimo) in una fabbrica abbandonata. 
Il nostro eroe arriva, scende dall'auto in corsa - che sta guidando lui - con un triplo salto mortale carpiato coefficiente di difficoltà 7.2, e inizia ad eliminare ad uno ad uno i componenti della banda, con coltelli, bastoni, calci rotanti acrobazie e pistole. Insomma, di tutto di più. A un certo punto Gani Bhai gli tira addosso una bottiglia incendiaria e al nostro eroe va a fuoco la camicia. Non fa un plissé e se la leva, e io mi immagino il coro di oooooh delle spettatrici in sala a Mumbay durante quella scena. 
Combattimento finale, liberi tutti e il film si chiude sulla faccia di Radha/Rajveer, che dice: "Quando inizio qualcosa nessuno può fermarmi, nemmeno me stesso". 
E per arrivare alla fine ci sono voluti soltanto 153 minuti. 
Estenuante. 
Esilarante. 
Esticazzi. 



12 luglio 2013

cos'ho fatto di mal(ick) per meritarmi tutto questo?

Signore e signori, con questo post la Poison inaugura la nuova rubrica "Le recensioni della Tiz", ovvero sarà lei a parlarvi, con parole sue, di film che io, per un motivo o per l'altro, non ho visto o - come in questo caso - non ho voluto vedere, perchè, parola della Tiz, sono choosy.
La Tiz, a parte Dantès, che non la conosce, credo non abbia bisogno di presentazioni, in quanto, oltre ad essere mia amica da un sacco di anni ed aver condiviso con me chilometri e chilometri di pellicola e non solo, è un'assidua frequentatrice & commentatrice di questo blog.
Iniziamo quindi col botto, con: 
To The Wonder

Il film di Malick non è brutto, di più.
Inizia con la più fetida delle voci fuori campo, ma in francese, con frasi tronche, pseudo profonde, roba mocciana, roba che "mi ami?" "ma quanto mi ami?" è poesia.
Va avanti un po' con immagini dei due innamorati che fanno cosa da cliché banale di innamorati (pure un ponte coi lucchetti a Parigi:  Moccia aiutami tu!) lei saltella e ridacchia tutto il tempo, lui sfoggia una faccia da polpettone avariato che levati. Lui non la vuole sposare ma lei lo ama, lei sembra aver vent'anni ma ha una figlia di 10, e portiamo pazienza. Loro vanno da Parigi a qualcosa tipo Barthelemy, un buco di culo non da ridere. Lei non sa che cazzo fare, così saltella e risaltella, ridacchia, accarezza i bocciuoli e cammina a piedi nudi. La figlia si annoia. Scade il visto e se ne tornano a bomba (la voce fuori campo - sempre di lei - non tace neanche un po', dialoghi al limite dell'afasia). Lui incontra una bionda figa con i labbroni e inizia qualcosa, ma finisce. Lei ritorna nel buco di culo e lo sposa. Poi lo ama poi lo odia poi lo ama e saltella e lo guarda adorante. Litigano, lei lo tradisce con lo stesso impeto con cui sono andata io a vedere 'sta merda di film. Poi si separano. Nel frattempo, a casaccio, un prete depresso, che parla spagnolo, visita un tot di freaks a caso sparando banalità su dio che è qui lì là e in ogniddove. Ogni tanto il polpettone lavora. Lei incontra una sciroccata italiana, che parla italiano nel film e non si capisce come si capiscano, a parte nel film doppiato in italiano. Ogni tanto parte il National Geographic e si vede acqua azzurra acqua chiara.
Morissero tutti, a partire da Malick.















E' ufficiale, io la assumo. 

11 luglio 2013

Ubaldo Terzani horror show

anvedi quanto so' espressivo, er metodo Stanislavskij me fa na pippa carpiata! 
Un titolo che è tutto un programma.
Nel senso che questo film è talmente imbarazzante che va ben oltre l'orrore promesso nel titolo.
A parte che all'inizio il protagonista parla con un suo amico dicendo che "dovrà andare a Torino". Ma la scena è girata GIÀ a Torino. In piazza Vittorio. E vabbè, magari a Bologna o a Messina non ci hanno fatto caso. Facciamo finta che non ci abbia fatto caso nemmeno io.
Che non ci capirò un cazzo di cinema, ma una scena del genere a questo punto non fai più bella figura a girarla in interni?
Comunque, per farla breve (anche perché il film dura un'ottantina di minuti, anche se a mio parere almeno 60 sono di troppo) c'è Alessio, da Roma, giovane regista di belle speranze che, dopo aver letto tutti i romanzi del famoso scrittore "de paura" Ubaldo Terzani lo raggiunge a Torino (appunto) per scrivere con lui una sceneggiatura.
Cosa che evidentemente in questo film non hanno ritenuto necessaria.
Alessio ha un po' la faccia da babbo di minchia e alterna, un giorno sì e l'altro pure, incubi e visioni splatterissimi, che insomma, dopo due volte non sarebbe il caso di smetterla? Ubaldo al contrario ha la faccia da marpione, uno di quelli che se lo lasci fare si tromberebbe anche mia nonna. Infatti quando arriva in visita Sara, la morosa di Alessio - roba che al confronto Corinna Negri, la cagna maledetta, meriterebbe Oscar, coppa Volpi, palma d'oro, Pulitzer, Nobel, orso d'argento e coppa dei campioni - ci mette circa sette minuti a trombarsela mentre Alessio dorme. Originalità a palate.
Una roba così invereconda che quasi fai fatica a crederci.
Dialoghi che sono imbarazzo puro.
Anzi, la nuova frontiera dell'imbarazzo.
Dopo la visione di questo film rivaluterete anche Steven Seagal e Chuck Norris.
Insomma, posso dire di aver finalmente visto un film che è veramente il terrore. Puro.
Aridatece Rocco Smitherson.


10 luglio 2013

The Boondock Saints







Film del 1999 di cui non avevo alcuna memoria. 
Cosa abbastanza curiosa, considerata la mia passione per Willem Dafoe.
Sta a vedere che adesso mi toccherà recuperare pure The Boondock Saints 2. Già. Perché uno non bastava. E se io ignoravo l'esistenza del primo figuriamoci il secondo. Vabbè. 
Chiaro che la sua visione non aggiunge nulla al genere (quale genere, poi? action/crime/thriller/tamarro, probably) e si può vivere benissimo anche continuando a ignorarne l'esistenza 
Ma Willem Dafoe nei panni dell'agente dell'FBI Paul Snecker che gigioneggia e filosofeggia (e ancheggia, pure) è strepitoso. Che è fottutamente sexy non lo dico, troppo facile. 
Siamo a Boston, nel giorno di San Patrizio. Dopo essere stati in chiesa, i due fratelli McManus, Connor e Murphy, vanno al pub e vengono coinvolti in una rissa con dei mafiosi russi. 
Tornati a casa come niente fosse successo vengono però raggiunti da due dei russi della rissa (scusate) e finiscono per ucciderli. Ovviamente per legittima difesa. Mentre la polizia indaga (ed è proprio sulla scena del crimine che fa il suo ingresso trionfale il detective Snecker) i due fratelli si costituiscono, ma, colpiti dalle parole del prete durante l'omelia, che citando l'omicidio di Kitty Genovese dirà che uno dei mali che bisogna temere è l'indifferenza degli uomini buoni, decidono - non si capisce esattamente perchè - di trasformarsi in giustizieri, o angeli vendicatori, eliminando tutti quei criminali, che, per un motivo o per l'altro, riescono a sfuggire alla giustizia tradizionale. 
A loro si unirà Rocco il simpaticone, un affiliato della mafia italiana, dopo che i suoi capi hanno cercato di farlo eliminare dalla mafia russa, e, mentre i due fratelli continuano indisturbati la loro mattanza, Snecker, che ha capito subito chi c'è dietro a tutti quegli omicidi, deciderà di aiutarli.
Insomma, un film che avrebbe potuto essere interessante, ma a cui manca quel certo non so che per risultare convincente, per cui se non siete amanti di Willem Dafoe, o se non siete la mamma, la sorella o la fidanzata di uno dei protagonisti (Sean Patrick Flanery e Norman Reedus), bellocci ma carismatici quanto una scatoletta di tonno al naturale, lasciate pure stare. 
Il regista, il misconosciuto Troy Duffy, è quello di cui potresti dire senza problemi "è bravo ma non si impegna". Infatti The Bondock Saints 1 e 2 sono i suoi due unici film. 
Sarà un caso?

9 luglio 2013

god bless america


Se i miei amici distributori avessero fatto arrivare in sala, al posto di quella roba pretenziosa, tritapalle e ironica quanto una puntata dei teletubbies che è Killer in viaggio, questo "god bless america" io sarei uscita dalla sala un tantinello più soddisfatta. Non che ci volesse molto, poi.
Ne avevo già letto bene da qualche parte. Anche dal Cannibale, fra le altre cose. E questo non sempre è un bene, per quanto mi riguarda. 
Ma, siccome rischio è il mio secondo nome ho deciso comunque di tentare il recupero. 
Il regista si chiama Robert Francis 'Bobcat' (esatto, proprio quello della foto) Goldthwait, ma io, per comodità, non lo chiamerò più, e - per darvi un'idea spiccia di chi sia, vi dico che è colui che in Scuola di Polizia interpretava Zed. Per non sembrare troppo Skassalkazaja eviterò di dirvi che io lo trovavo fastidiosamente insopportabile, ok? 
Ok.
Frank è un uomo tranquillo.
Frank è anche un uomo medio. Talmente medio che il suo numero civico è 5773 e 1/2.
Vive con degli odiosi vicini di casa che sogna di sterminare con un fucile a pompa, compreso l'infante usato come piattello (pull!), è separato e padre di una bambina simpatica come un dito nel culo, che non lo vuole vedere e si esibisce in una scenata isterica da antologia (che se fosse mia figlia vivo glielo faccio mangiare il telefonino) quando sua madre le compra un blackberry al posto dell'iphone. Il giorno in cui lo licenziano per un improbabile episodio di molestie sessuali ai danni della receptionist, va dal medico che gli diagnostica un tumore al cervello. Che se il buongiorno si vede dal mattino pensa che settimana di merda che ti aspetta. E infatti Frank decide di suicidarsi.
Ma non riesce a smettere, in una sorta di compiaciuto masochismo, di guardare la tv, che continua a bombardarlo con trasmissioni pessime, in cui, a suo parere, si è persa la gentilezza. Dai predicatori che lanciano messaggi di odio al Tea Party, passando per i talent show in cui i concorrenti meno dotati vengono presi pesantemente in giro da pubblico e presentatori, per finire con un reality - mi dicono ispirato ad un reale programma in onda su MTV, "My super sweet 16" - in cui la giovane protagonista, Chloe, bellissima ricchissima e viziatissima, dà di matto nel momento in cui il suo paparino adorato, nel giorno del suo compleanno, le regala un'automobile che NON E' un'Esplanade. 
Decide quindi, prima di uccidersi, di eliminare Chloe. 
Testimone dell'omicidio è Roxy, coetanea della ragazza, che manifesta immediatamente l'apprezzamento per il gesto di Frank, definendo la povera Chloe una "class A cunt" (insulto eco-sostenibile?) 
E da quel momento, dopo che Roxy avrà convinto Frank a non uccidersi, un po' Heathers, un po' Super, la strana coppia di spree killers inizierà a muoversi per il paese eliminando tutti quelli che - secondo loro - fanno qualcosa di sbagliato. Motivando i loro gesti con giustificazioni se vogliamo ineccepibili, eh?
E se tutti probabilmente abbiamo sognato almeno una volta di eliminare quelli che al cinema continuano a parlare al cellulare come fossero nel loro salotto, o quelli che parcheggiano occupando due posti invece che uno, Roxy ha idee abbastanza precise (e anche un po' rigide) su chi e perchè eliminare (“NASCAR fans, country fans, people who dress their babies in band t-shirts”)... Fantastico il passaggio in cui se la prende con Juno, Ellen Page e Diablo Cody, e Frank la ammonisce dicendo “I don’t want to kill someone just because you hate their movies,”. 
Il declino dell'impero americano 2.0.
E il declino di un paladino della gentilezza perduta.
Eroe negativo, che porterà a termine la sua missione in diretta tv. 
Come fosse il protagonista di uno di quei beceri reality che vedeva nel suo appartamento dalle pareti di cartapesta, e di cui non si capacitava. 
God bless america non è un film perfetto, ma fa comunque riflettere.
E se Frank (Joel Murray - fratello di Bill) è perfetto nella parte dell'uomo qualunque, la giovane Roxy (Tara Lynne Barr) è bravissima nei panni dell'adolescente problematica, incompresa e, perchè no? un po' saccente.



...se avete preso per buone 
le "verità" della televisione 
anche se allora vi siete assolti 
siete lo stesso coinvolti...

8 luglio 2013

Sai che mi hai davvero rotto il cazzo con le tue fotografie?



E fu così che io e la bionda, all'ultimo momento, decidemmo che anche quest'anno potevamo spostare i nostri culi pigri in quel di Barolo, per il secondo giorno di "Collisioni".
Che se fossimo un po' meno pigre avremmo potuto organizzarci per tempo, e andare giù già il venerdì sera, per il concerto di Jamiroquai. Ma, siccome ci pesa il culo, non lo abbiamo fatto.
Venerdì ho sentito la bionda, che era un po' infognata col lavoro e ci siamo lasciate con un vago "ci sentiamo domani". Sabato mattina mi sono svegliata (tardi) tutta pervasa di attanagliante pigrizia. Verso mezzogiorno mi arriva la mail di sua bionditudine, che mi chiede che si fa. Decido di sfidare la pigrizia e mi butto sotto la doccia, per poi passare a recuperarla a casa e scendere in Langa.
Abbiamo parcheggiato a 4 km dal paese, che abbiamo raggiunto con la navetta. Il paesaggio di queste zone, colline e filari di viti a perdita d'occhio, sulla sommità di ogni colle un paesino col suo castello, nonostante lo conosca abbastanza bene, non smette di affascinarmi. Se non siete mai stati da queste parti vi consiglio di farci un giro, prima o poi, perché ne vale senz'altro la pena. Se poi portate com voi un autista astemio, ancora meglio. E no, non lavoro all'APT.
Barolo è un paesino che si sviluppa tra vie strette, enoteche e cantine, il
Museo del barolo e l'Enoteca Regionale, e i suoi 1000 abitanti scarsi nel week end del festival si ritrovano a convivere con una folla eterogenea e con una compilation di artisti che trasforma il piccolo borgo in un palcoscenico di richiamo internazionale.
Quando noi siamo arrivate i "Tuamadre" stavano suonando l'ultimo pezzo del loro concerto. Siccome il tema di quest'anno era "creature selvagge" in ogni angolo del paese si potevano osservare su un balcone piuttosto che sul tetto o vicino alle porte di ingresso, enormi statue di chiocciole, rane, lupi, volpi e suricati.
Per non rischiare la disidratazione ci siamo fatte uno spritz (come? Era meglio l'acqua? Ma tu pensa!) e poi ci siamo spostate nella piazza rossa ad ascoltare Luciana Littizzetto, che riesce sempre a strapparti il sorriso. Roberto Saviano è arrivato con quasi mezz'ora di ritardo, e siccome noi eravamo abbastanza distanti dal palco e non si sentiva niente ci siamo spostate in un'altra piazza e, mentre aspettavamo Serena Dandini che presentasse il suo libro "ferite a morte" abbiamo ascoltato un gruppo che suonava dell'ottimo blues alternato a racconti degli schiavi, quindi è stata la volta del reading della Dandini. Siccome non si vive di sola cultura, alla fine del reading siamo andate a cena, mentre in piazza iniziava il concerto della Nannini.
Che a me è davvero simpatica. Ma.
Piccole fans della Nannini che vi aggirate per la piazza indossando perizomi sopra i jeans, ascoltate una cretina: non vi sembra che in questo modo - oltre che sembrare deficienti - sminuiate in qualche modo la bravura della vostra cantante preferita? A meno che a me come sempre sfugga qualcosa.
Dopo cena abbiamo raggiunto la piazza. Stracolma. E la Nannini ancora cantava e saltellava per il palco. Massimo rispetto, Gianna.
Poi, finalmente, a mezzanotte (ma puoi far iniziare un concerto a mezzanotte, cazzo? Che c'ho un'età io!) puntualissimi sono arrivati gli Elii. Che sono dei musicisti coi controcazzi, e dal vivo sono bravissimi. Infatti il concerto è iniziato con un pezzone strumentale che metteva appunto in risalto l'innegabile bravura del gruppo.
E abbiamo cantato e riso e ballato per più di un'ora, quando si è fatta ora di tornare.
E, siccome non eravamo ancora abbastanza stanche, abbiamo deciso di non aspettare la navetta e siamo tornare al parcheggio - quello a 4 km, di distanza, s, proprio lui - a piedi.
Un sospiro a metà strada tra la gioia e il lamento mi è uscito solo quando ho appoggiato le chiappe sul sedile dell'auto.
Adesso sono a posto. Non voglio più vedere folla fino all'anno prossimo, che per quest'anno ho dato.





5 luglio 2013

fastidiosa mode ON

Lo so che non ho l'esclusiva per l'italia isole comprese dei colleghi fastidiosi.
Lo so che probabilmente sui loro blog i miei colleghi fastidiosi scrivono che la segretaria del direttore tecnico è una vecchia zitella acida che dovrebbe scopare un po' di più, ma chi vuoi che se la scopi quella. 
E' da un paio di giorni che BCSdTR è quasi simpatica. A parte continuare a parlare (da sola) e ascoltare musica a tutto volume (con le cuffie) non dà fastidio. 
In compenso oggi c'era collega S.
Collega S. è un esodato. 
Nel senso di esodato da un altro ufficio, che, non sapendo bene cosa farsene, l'ha piazzato da noi. 
Collega S. è quello che - da queste parti - viene definito un banfone. O, volendo scomodare Sciascia, un quaquaraquà. 
Collega S. è quello che, alle cene di lavoro, per darsi un tono, fingeva di ricevere telefonate di personaggi importanti. 
Collega S. ovviamente si è dato alla politica. Non è diventato il miglior statista degli ultimi 150 anni solo perchè quel posto era già occupato.
Ovviamente, essendo politico, viene in ufficio in media una volta la settimana. 
Non si capisce - IO non capisco - a fare cosa, probabilmente a produrre i giustificativi delle sue assenze cariche pubbliche da inoltrare all'ufficio personale. 
Collega S. è quello che se tu hai fatto una cosa, lui l'ha fatta prima. E più a lungo. E meglio.
Hai avuto il cagotto per una settimana? Lui l'ha avuto per un mese.
Ti hanno tamponato in tangenziale? A lui è passato sopra un cingolato. 
Ti è morto un vecchio compagno di seconda liceo? Lui è l'unico sopravvissuto della sua classe. Anzi, di tutto il liceo. 
Stamattina l'ho incrociato alla macchinetta del caffè.
Mi ha chiesto se quello disegnato sul mio vestito fosse un simbolo nazista.
La mia risposta è stata "che cazzo dici?".
Perchè una donna di classe la riconosci dai particolari. 
Poi l'ho trovato in terrazza durante la pausa sigaretta.
Oltre che di classe sono una donna fortunata.
E lì stava sproloquiando con un'altra collega di come lui mangi un piatto di riso in bianco e un bicchier d'acqua a pranzo e a cena.
Roba che nemmeno madre Teresa di Calcutta. 
Perchè i dottori gli hanno detto (fate attenzione, vi prego): "Decidi. Se vuoi continuare a fumare devi smettere di mangiare. Se invece vuoi continuare a mangiare devi smettere di fumare."
Per smettere di dire minchiate evidentemente non esiste ancora alcun rimedio. 


4 luglio 2013

indipendence day

Io e la bionda abbiamo deciso che questa settimana si salterà il turno settimanale al cinema.
Le uscite sono - per i miei gusti - discutibili e/o inutili. 
La Tiz ci ha accusato di essere choosy. Probabile che abbia ragione.
Poi ci sarà quello che arriverà a spiegarti che Malick non è per tutti, va capito. E poi ovviamente ci sarà anche quello che lo vedrà, non ci capirà un cazzo ma griderà comunque al capolavoro perché Malick è un genio, non esiste che faccia un brutto film, scherzi? 
Che The Tree of life è talmente noioso che al confronto Nostalghia di Tarkovskij (uno dei pochi film in cui un gatto rognoso attaccato ai maroni sarebbe stato più divertente mi sono alzata e sono uscita dalla sala mentre ero ancora semi-cosciente) sembra quasi vivace. 
Detto ciò, veniamo al dunque.
Oggi è il 4 luglio.
Che questo è un blog dove si fa informazione, anche.
E io e la bionda andiamo a cena.
Lo so, facilmente il mio esile fisichino da top model anoressica potrebbe avervi tratto in inganno, ma, signori miei, a me piace mangiare (chi ha detto "e bere"?). E se io sbirciando la posta mi trovo una mail di Eataly che organizza una delle sue cene in terrazza, e il menu mi fa venire fame con una settimana di anticipo, e il prezzo è tutto sommato abbordabile, ed è di giovedì, in una settimana in cui al cinema c'è il vuoto pneumatico, io ci vado. E ovviamente coinvolgo la bionda, che si lascia sempre coinvolgere con facilità. 
Quindi forse non siamo poi così choosy, no? 
Sperando che la cena in terrazza sia più asciutta dell'ultima a cui partecipammo. 
Era sempre luglio, ed era il 2010.
E io ancora mi ricordo la bontà del salame di toro.
Nonchè la crudeltà della bilancia, il mattino seguente. 


3 luglio 2013

Blood

Che lavoro faccio? 
Oh, guarda, una figata, non ci si può credere. 
Ero il ghostwriter della Santanché. Un giorno ero al bar e un tizio mi ha sentito rileggere ad alta voce un discorso in cui le facevo dire che se non la avessero votata era un problema politico e non della Santanché e mi ha detto: "Vuoi venire a lavorare per me? Mi sembri talmente abituato a dire cazzate che non stanno né in cielo né in terra che saresti davvero perfetto!" ovviamente ho accettato, e pensa, adesso aggiungo frasi ad effetto sui manifesti dei film, totalmente ad minchiam. 
Nooooo, ma figurati, non c'è bisogno di vedere il film, ci mancherebbe. Prendi ad esempio "Blood". Inghilterra, atmosfere umide e cupe, ragazzina morta, due fratelli poliziotti che indagano e lo spacci come il nuovo Mystic River. Come cosa c'entra? Ma secondo te? Una beata minchia, ti pare? Però senti come suona bene, e poi si sa, al pubblico italiano fai credere un po' la qualunque. Pensa che anni fa c'è stato un tizio che è andato a Porta a Porta a promettere un milione di posti di lavoro. E la gente non solo gli ha creduto, ma l'ha pure votato. 
Beh, si. È ancora lì, non sono più riusciti a mandarlo via. Se stai a vedere il milione di posti di lavoro effettivamente in questi anni l'abbiamo perso, e non ricordo se all'epoca quell'uomo avesse specificato se erano in più o in meno.
Ma veniamo al film. 
Abbiamo già appurato che quando non riescono a far danni con la traduzione del titolo devono inventarsi qualcosa di diverso, ma è sufficiente ignorarli e godersi - per quanto possibile - il film facendo finta di nulla. 
La storia a grandi linee è quella a cui accennavo prima: dopo il ritrovamento del cadavere di una ragazzina la polizia indaga. I sospetti portano a Jason Buleigh, con dei precedenti e una vecchia condanna per molestie. Joe, il maggiore dei due fratelli  Fairburn, poliziotti come il loro padre, non si rassegna al fatto che Jason venga rilasciato per mancanza di prove e una notte, al termine di una festa, in macchina col fratello Chrissie e il loro padre semi-addormentato, va alla ricerca dell'uomo, deciso a farlo confessare. 
Ricordandosi dei racconti del padre - ultimamente sempre più confusi a causa dell'Alzheimer - che ai suoi tempi conduceva i sospettati sulle isole, e lì, in un modo o nell'altro, riusciva a fargli confessare qualunque cosa, Joe si comporta allo stesso modo, ma la situazione precipita e Jason muore
I due fratelli decidono di insabbiare (in tutti i sensi) l'accaduto, convinti che - non importa in che modo - giustizia sia stata fatta, ma quando viene preso il vero colpevole le cose iniziano a complicarsi, e fra lo smarrimento crescente dell'attonito Chrissie e i sensi di colpa allucinati di Joe, il laconico collega Robert inizia a far luce su quello che è realmente accaduto a Jason, arrivando ben presto a capire come sono andate le cose.  
Un film che sfiora il thriller, per poi iniziare a sguazzare con gusto nel senso di colpa dei protagonisti, per un risultato che - seppure non pessimo - lascia un po' di amaro in bocca.