28 giugno 2013

World War Z




















Sette anni.
No, non è un post su Berlusconi, tranquilli. 
E' un post sui non morti.
Sì, beh, messa così in effetti anche qua si potrebbe pensare a Berlusconi.
No, davvero. 
Molto meglio gli zombie.
Dicevo, sette anni. 
Sette anni fa sono iniziate le vicende legate a questo film. Prima la battaglia fra le case di produzione Plan B (Pitt) e Appian Way (Di Caprio) per aggiudicarsi i diritti del libro di Max Brooks, vince la Plan B e la Paramount sponsorizza, viene scelto lo sceneggiatore, quindi il regista, Marc Forster.
I due non vanno d'accordo e lo sceneggiatore viene sostituito. Via Straczynsky, arriva Carnahan.
Viene introdotto il personaggio di Gerry Lane nella storia, ex specialista delle Nazioni Unite, che è costretto a separarsi dalla sua famiglia per salvare il mondo. Iniziano le riprese, si decide di eliminare qualsiasi riferimento alla Cina per evitare - in fase di distribuzione - ogni problema con la censura, la sceneggiatura viene rimaneggiata più volte, succede di tutto di più, budget sforato, teste di produttori che saltano, uscita del film, prevista per dicembre 2012 posticipata, ecc.ecc.e, finalmente, il montaggio. E solo in quel momento il regista si rende conto che il finale non convince, e decide di cambiarlo. 
Ma, siccome tutto è bene quel che finisce bene, finalmente il film arriva in sala.
Perchè vi ho raccontato tutto questo pippone sulla gestazione del film fino al parto e non vi ho parlato del film stesso? Intanto perchè l'ho letto e volevo rendervi partecipi, ma anche perchè non è che si possa raccontare molto della trama senza correre il rischio di spoilerare, cosa che io faccio soltanto quando il film mi ha fatto  davvero schifissimo.
Siccome dopo la visione io la bionda e la Tiz ci siamo guardate abbastanza soddisfatte stabilendo che il film ci era piaciuto, non vi dirò nulla.
A parte che il film riesce a mantenere una bella tensione durante tutta la sua durata, gli zombie corrono velocissimi, Favino non è nemmeno così pessimo e secondo me c'è la possibilità che scoppi una Second World War Z, che altro aggiungere? 
Ah sì, che se il protagonista fosse stato qualcun altro, che so, Nicolas Cage ad esempio, col cazzo che io sarei andata a vedere questo film.
Perché ditemi tutto quello che volete, ma Brad Pitt è indiscutibilmente bello. Anche adesso, a quasi 50 anni, con le occhiaie e le rughe. 




26 giugno 2013

To be or not to be (Vogliamo vivere!)

Quando esci dalla sala soddisfatta perché hai visto un gran film, e il film in questione è del 1942, ti rendi subito conto del motivo per cui ultimamente dopo la visione di ogni pellicola hai quell'espressione a metà strada tra il mpf e il meh
Perché i film belli esistono. Solo che ultimamente hanno dimenticato come realizzarli. 
E d'accordo che Lubitsch non è propriamente l'ultimo arrivato e che per lui Billy Wilder coniò l'espressione di "tocco alla Lubitsch", ma, signori miei, qua se non siamo di fronte al capolavoro poco ci manca. (e non mi si venga poi a dire che non accetto consigli)
Sagace satira che - nel 1942 - prende di mira il nazismo e i suoi ideali. 
Siamo a Varsavia, poco prima dell'inizio del conflitto, e la compagnia teatrale di cui fanno parte Maria Tura (Carole Lombard, strepitosa in quello che purtroppo sarebbe stato il suo ultimo ruolo) e suo marito Josef è impegnata nelle prove di un nuovo spettacolo (Gestapo), ma, grazie all'intervento della censura, dovranno riportare in scena l'Amleto. 
E' durante il monologo che l'affascinante Maria riceve in camerino il tenente Sobinsky, aitante pilota e suo appassionato ammiratore. 
Ma l'invasione della Polonia lascia ben presto gli attori senza lavoro, mentre il giovane tenente entrerà a far parte della squadra polacca della Raf impegnata nella resistenza, e sarà proprio lui a scoprire che il professor Siletsky altri non è che una spia nazista.
Per impedire che le sue informazioni arrivino alla Gestapo, Sobinsky cercherà di tornare a Varsavia prima del professore, e, rientrato in contatto con Maria e tutta la compagnia teatrale inizierà, in un meccanismo perfetto dove tutto si incastra alla perfezione, fra dialoghi, battute ironiche e pungenti, equivoci, intrecci e scambi di persona,  un'incredibile quanto rischiosa operazione antinazista.
E se il monologo dell'Amleto accompagna più volte lo spettatore durante il film, il monologo di Shylock arriva nel momento più toccante di tutto il film, dove realtà e finzione si amalgamano alla perfezione con l'ironia e la satira. 

Se ci ferite noi non sanguiniamo? 
Se ci solleticate, noi non ridiamo? 
Se ci avvelenate noi non moriamo?
E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Se noi siamo come voi in tutto 
vi assomiglieremo anche in questo.

25 giugno 2013

Sprazzi da un lungo week end

Come tutti sapranno - e per chi non lo sapesse, dopo aver letto questo illuminante post lo saprà - ieri era San Giovanni. E a Torino (e in altre città sparse per l'Italia) era festa. E quindi ho goduto di un week end lungo.
Sabato una giornata di festa al matrimonio di questa splendida donna qui, domenica con la splendida famiglia Ford, con cui sono stata benissimo, e, per concludere, il lunedì a godermi la veranda e il divano di casa. Oltre ai vari gatti abusivi che faranno di me in un prossimo futuro, quando sarò una vecchia pensionata abbruttita dalla solitudine coatta, una gattara coi controcazzi.
Quindi non sono andata al cinema.
In compenso ci è andata la Tiz, che è andata in avanscoperta, a vedere Stoker. Che a me, va detto, ispirava poco. Sempre per il fatto che sono insofferente, intollerante, introversa ecc. ecc.ecc.
Esordio americano per Park Chan Wook, da queste parti adorato con la sua trilogia della vendetta, di cui ho parlato qui, quo, qua.
Il Cannibale ne ha parlato male, e questo non sarebbe rilevante, in quanto io e lui abbiamo spesso gusti diametralmente opposti. Ne ha parlato male anche Ford, di cui mi fido già di più, dato che raramente ci troviamo in disaccordo.
Il lapidario parere della Tiz è stato: "film velleitario, glacialmente inutile, un'altra manica di psicopatici agggratis, du' palle". Per dire. Tre su tre sono più di un indizio. Ma, se anche non lo fossero, per me sono sufficienti ad autoesentarmi dalla visione.
Tanto poi arriva sempre il parere illuminato di quello che, se non ti è piaciuto un film, inizia a dirti, con il tono di voce di quelli che usi coi ritardati mentali per non metterli a disagio, ma con una presupponenza che da sola potrebbe spostare l'allineamento dei pianeti e incrostarti tutti i chakra: "Eh, ma Park Chan Wook non è per tutti, VA capito..." (quel tutti schizza secchiate di disprezzo a cascata, e sottintende la TUA specifica ignoranza di spettatrice adusa alla visione di Beautiful, Centovetrine, Pomeriggiocinque e qualche cinepanettone di quelli più semplici).
Ma sticazzi, pure.
In ogni modo oggi sono felicemente in ufficio.
Felicemente perché come ogni lunedì (lo so che oggi è martedì, io) la BCSdTR non si è presentata in ufficio, mandando un messaggio del genere "Ciao, sono in treno da Savona, ieri erano strapieni".
E va tutto bene.
Ma.
BCSdTR, perchè 13 ore fa hai messo una foto su Instaminchia scattata dal torinesissimo balcone di casa tua, con i fuochi d'artificio sullo sfondo?
Ma puoi essere così demente?


21 giugno 2013

Killer in viaggio

Posso dirlo? Che palle. 
Non so se sono io che sto diventando insofferente e/o esigente e/o incontentabile o al cinema ultimamente c'è solo merda. 
Da questo "killer in viaggio" mi aspettavo un film cinico e cattivo, ma avrei gradito anche quel pizzico di sottile ironia che - per i miei standard - è sempre un gran bel valore aggiunto. 
E invece mi sono dovuta sorbire sti due sociopatici che partono per una settimana di vacanza con la roulotte e, ad ogni tappa del loro itinerario eliminano qualcuno. E se alla prima vittima incontrata al museo del tram ti viene quasi da pensare che Chris abbia fatto bene ad investire casualmente quel buzzurro che non faceva altro che buttare spazzatura per terra, quando - in un sito archeologico - ammazzano un uomo perché li ha rimproverati di non raccogliere gli escrementi del cane qualcosa non ti torna. Poi capisci che Tina, 34enne che vive con una madre pseudo-depressa che dopo un anno è ancora in lutto per la morte del cane, che inizialmente ti è apparsa succube e soggiogata, probabilmente è ancora più disturbata di Chris, inizi a provare, a fasi alterne, insofferenza e fastidio, e speri che alla fine quei due disgraziati vengano almeno torturati lentamente e muoiano fra atroci sofferenze. 
Ma - tanto per cambiare - i tuoi desideri non verranno esauditi. 
E se per quei due sfigati di Chris e Tina il viaggio è rivincita, riscatto, catarsi, e chi più ne ha più ne metta,  per la povera spettatrice indifesa - nella fattispecie io - il film è una gran rottura di coglioni. 
Ecco. 
L'ho detto. 


19 giugno 2013

Il fondamentalista riluttante


Non ho letto il libro da cui è tratto il film. 
Che non è un brutto film. 
Un po' di retorica qua e là, forse, ma, visto l'argomento trattato, probabilmente era difficile riuscire ad esimersi, non saprei. 
Il protagonista è Riz Ahmed, molto bravo, già ammirato dalla sottoscritta in "The road to Guantanamo", ma soprattutto in "Four Lions" dove interpretava Omar. Se per caso non avete visto Four Lions, cercate di recuperarlo. Non è un ordine, è un consiglio. 
Siamo a Lahore, in Pakistan, ai giorni nostri. 
Bobby, (Liev Schreiber) giornalista americano che vive a Lahore da 7 anni, autore di un libro sulla vita di Massoud, avvicina Changez Khan, brillante professore universitario, per intervistarlo.
Changez si era trasferito a New York per frequentare l'università di Princeton, e, dopo la laurea, aveva trovato un ottimo posto di lavoro come analista finanziario. Ma l'11 settembre 2001, una data che - nel bene o nel male - ha cambiato il mondo, porta anche Changez ad una trasformazione. Le sue certezze diminuiscono mentre la sua barba cresce, quella barba che, per una serie di pregiudizi, fa di ogni arabo un potenziale terrorista. Changez si sente sempre più distante da quel mondo di cui era parte integrante e perfettamente integrata, e decide di abbandonare il lavoro, e gli Stati Uniti, che lui fino a quel momento sentiva di amare, per tornare in Pakistan.
E qua avviene l'incontro con Bobby. 
Che forse non vuole soltanto intervistarlo.
Ma, come dice Changez allo stesso Bobby, mai fidarsi delle apparenze


18 giugno 2013

Now you see me

Louis Leterrier è un regista che io - ammetto - conosco molto poco. 
Ho visto (e rivisto) Danny the dog, e, durante un volo aereo, L'incredibile Hulk. E no, nonostante Jason Statham, non ho visto nè  The transporter nè Transporter Extreme. Per non parlare ovviamente di Scontro fra titani. Insomma, per farla breve, Leterrier chi? 
Ma, l'altra sera, ho visto il trailer di "Now you see me", che ha attirato la mia attenzione: 


Cast(one) di quelli belli affollati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo, Woody Harrelson, Melanie Laurent, Michael Caine, Morgan Freemam, Dave Franco (se ve lo state chiedendo, sì, è il fratellino di James) e Isla Fisher. 
I Quattro Cavalieri sono fra i migliori illusionisti al mondo, e, durante i loro spettacoli, mettono a segno spettacolari rapine ai danni di potenti e corrotti. Una squadra speciale dell'FBI si metterà sulle loro tracce. 
Riuscirà a scoprire il trucco? Che, come tutti sanno, c'è ma non si vede?
Lo scopriremo l'11 luglio, quando il film arriverà in sala. 
Voi, nel frattempo, prestate attenzione.

17 giugno 2013

ho fatto cose, ho visto gente

Il week end con l'ospite, come sempre è volato.
E l'ospite non l'ho nemmeno ospitato io.
Ma non è colpa mia se io tengo un gatto e lui tiene l'allergia. Oltretutto il mio gatto nel week end è stato più latitante di Matteo Messina Denaro, degnandosi di apparire per cinque minuti al sabato sera, mentre noi stavamo sparando vaccate fotoniche disquisendo sulla caducità delle umane cose comodamente spaparanzati in veranda, con un bicchiere di rum in una mano, e una fetta di torta nell'altra. 
Ma andiamo per ordine.
L'ospite è arrivato giovedì nel tardo pomeriggio, e io l'ho recuperato in stazione. 
Treno puntuale, io pure.
L'ho portato a bere uno spritz cattivissimo. Che se arrivi dal Veneto un po' queste cose le patisci, posso capirlo. Dico solo che il mio spritz è meglio. Il che la dice abbastanza lunga su quanto facesse cagare quello che abbiamo bevuto. 
Siccome non sembra, ma è un signore, non me l'ha nemmeno fatto pesare.
Facile che a quest'ora abbia cancellato il mio numero di telefono, il mio indirizzo e.mail e il contatto what's up dalla sua rubrica, ma questi son dettagli. 
Quindi siamo andati al cinema. 
Il film, di cui ho parlato qui, era brutto. 
Ma non è colpa nostra se l'unica alternativa decente, ovvero questa, lui l'aveva già vista. 
Dopo il film e la pizza, due chiacchiere e ci si vede domani.
Il venerdì lo abbiamo lasciato solo alla scoperta della città, che, dice, gli è piaciuta molto. 
Quindi, avendo scoperto la possibilità di effettuare una visita guidata alla Manifattura Tabacchi, ed essendo amanti dell'architettura industriale (senti quanto fa figo dirlo: architettura industriale) ci siamo detti che si poteva fare.
Recuperato l'uomo ai piedi della Mole, ci siamo diretti alla manifattura.
Luogo assolutamente interessante, non fosse che il nostro concetto di "visita guidata" era diverso da "ritrovo dei partecipanti e poi, dopo due passi, comizio in semicerchio sulla vita delle lavoratrici della fabbrica", con la gente che dopo un po' iniziava a vagare qua e là nell'inutile speranza che l'oratore si spegnesse. Alla fine, alla fatidica frase "ci sono domande?" solitamente uno ha già scoperto tutto quello che voleva sapere, e anche quello che non gli interessava, che si guarda bene dall'aprire bocca.
Ma.
Avevamo sottovalutato la presenza di Furio, l'epidemiologo. 
Che, in un ardito calcolo, ha espresso pressapoco il concetto che, se una sigaraia lavorava X ore e produceva Y sigari, in un giorno di lavoro, data la popolazione cittadina Z di quel periodo, aveva praticamente causato la morte a DUE torinesi. Ma così, a spanne, perché purtroppo non aveva seco il portatile e non poteva azzardare un calcolo più preciso. Spero che il mio vaffanculo gli sia arrivato preciso in mezzo agli occhi. 
Visto che si era fatta una  certa, spostarsi di nuovo in centro per l'aperitivo sembrava inutile, quindi ci siamo fermati in un bar della zona, che offriva un buffet assolutamente valido e un Mojito più che dignitoso. 
Sabato l'allegra comitiva si è spostata a Poisonville, e da lì, dopo un giro della Poison-casa, siamo partiti alla volta del forte di Bard, per vedere la mostra Magnum Contact Sheets.
Peccato che la mostra aprirà soltanto sabato prossimo. Ehm. 
Insomma, ricapitolando: uno spritz cattivo, un brutto film, una visita senza visitare nulla e una mostra che non c'era.
Siamo o non siamo le regine dell'ospitalità? 

16 giugno 2013

Lock & Stock

Se non mi dici tutto, ti uccido.
Se mi dici una mezza verità, ti uccido.
Se dimentichi qualcosa, ti uccido. 
Dovrai faticare molto, per rimanere vivo. 
Hai capito tutto? 
Se non hai capito, ti uccido. 

Eddy gioca a carte, Bacon vende merce rubata agli angoli delle strade. 
Tom "fat man" è il capo della banda, e Soap è l'unico che non si sporca le mani e ha un lavoro legale di cui va fiero. 
I quattro riescono a mettere da parte 25mila sterline a testa in modo che Eddy possa prendere parte a una partita organizzata da Harry  l'accetta - che gestisce un sexy shop e contemporaneamente  è uno spietato boss dell'East End - dove per partecipare servono 100.000 sterline. Ma Harry vince barando. E i 4 avranno una settimana di tempo per saldare il debito, che però è diventato di 500mila sterline. 
E ovviamente non c'è modo di racimolare quella cifra in modo onesto. Scoperto che i loro vicini di casa coltivano erba di altissima qualità e vendendola fanno un sacco di soldi, i quattro decidono di rapinarli. Nello stesso istante in cui l'idea è venuta ad un'altra banda. A complicare le cose, Harry vuole entrare in possesso di una coppia di vecchi moschetti il cui valore è stimato attorno alle 300.000 sterline. Si arriva velocemente a un tutti contro tutti in una specie di partita cittadina a rubamazzetto in cui roba,  soldi e fucili passano di mano in mano, e a ogni giro il numero di morti aumenta in maniera esponenziale. 
All'epoca della sua uscita lo trovai un film geniale, e pensai che Guy Ritchie fosse un piccolo genio. Cosa che trovò conferma con il film successivo, "Snatch". 
Poi Ritchie ha sposato Madonna. Ed è tornato a fare film decenti nel 2008, con "rocknrolla", quando da Madonna ha divorziato. Semplici coincidenze?


14 giugno 2013

Quando meno te lo aspetti

...ecco che arriva il film pacco francese.
Che si intitola, appunto, "Quando meno te lo aspetti". A volte, le coincidenze, eh?  
E ci rimani anche un po' male, perché ultimamente la Francia al cinema era sinonimo di qualità e di pellicole di un certo livello. 
Ma, siccome nessuno è perfetto, il passo falso ci può stare. E qua siamo di fronte a una camminata di quasi due ore fra un gruppo di personaggi prevedibili, stereotipati e anche un po' fastidiosi, dal sosia di Bersani (Pierre) a cui, dopo il funerale del padre viene ricordato che - anni prima - gli era stata comunicata la data della sua morte. Ovviamente lui fa finta di niente, ma quella data - il 14 marzo - inizia ad ossessionarlo. 
Poi c'è Laura, cappuccetto rosso dei giorni nostri alla ricerca del principe azzurro, che crede di aver trovato in Sandro (il complessato figlio di Pierre), compositore di talento, che viene adocchiato da Maxim, lupo travestito da lupo, che seduce Laura, che lascia Sandro, che non si capacita, che due coglioni. No, scusate. 
Maxim, oltre a essere il lupo cattivo, è anche il vicino di casa di Marianne, che è la zia di Laura, attrice mancata e maestra d'asilo, che sta mettendo in scena uno spettacolo teatrale con i bimbi della scuola, frequentata anche dalle figlie della nuova compagna di Pierre, che è un istruttore di scuola guida, che detesta i bambini, che però è confuso, che due coglioni. 
Marianne è separata, ma si vede che il marito la ama ancora, e Nina, la figlia, oltre a grattarsi psicosomaticamente come un'ossessa, studia la bibbia, e si gratta. 
E se il film durava ancora un po', avrei iniziato pure io. 
A metà strada fra la favola e la rottura di coglioni. 
Casomai qualcuno se lo stesse chiedendo, no, non mi è piaciuto.



13 giugno 2013

Passeggiate Torinesi (Barbera, menta & kebab)

Non sono Torinese, ma amo questa città, e non credo sia un mistero. 
Cosa che non richiede nemmeno troppa fatica, perché è oggettivamente una città splendida, troppo a lungo definita "grigia", generalmente da gente che non ci aveva mai messo piede. 
E così, venuta a conoscenza (sempre grazie alla Tiz), di questa iniziativa che a me sembra interessante, ho deciso di pubblicizzarla.
Barbera menta e kebab - Passeggiate serali al Balòn
Fino al 4 luglio, il martedì e il giovedì, l'associazione culturale Omnia Res organizza delle passeggiate nei quartieri di Borgo Dora e del Balòn. Durante il percorso Massimiliano De Luca intratterrà i partecipanti con momenti musicali e spettacolo dal vivo riproponendo le atmosfere dei saltimbanchi e dei musicisti che un tempo animavano le vie del borgo, e, alla fine del percorso, sarà possibile degustare, presso un locale tipico, le prelibatezze frutto dalla fusione di ricette tradizionali espressione delle culture che caratterizzano uno dei più multietnici quartieri cittadini. 
L'itinerario del martedì (profumo di barbera) si snoda lungo ponti e cortili di Borgo Dora, tocca l'ex Arsenale militare e quello della Pace (Sermig), il Cortile del Maglio, attraversa i ponti Carpanini e Mosca, visita la parrocchia di San Gioachino, la lapide Cirio ed il nuovo centro commerciale Palatino di piazza della Repubblica con le sue affascinanti ghiacciaie sotterranee.
L'itinerario del giovedì (profumo di menta) prevede una visita al centro TAIBA, ponte Mosca, parrocchia di San Gioachino, vie interne di Borgo Dora, Arsenale militare e quello della Pace (Sermig), il Cortile del Maglio, ponte Carpanini.
La passeggiata è gratuita, la prenotazione OBBLIGATORIA e la degustazione (5€) facoltativa
Le date sono le seguenti:
martedì 18 e 25 giugno - 2 luglio 
giovedì 13 - 20 - 27 giugno - 4 luglio.
Per info e prenotazioni: omniares3@gmail.com


La morte del frigo


Nel nostro ufficio c'è un frigorifero. 
Usato principalmente per mantenere in fresco le bottiglie d'acqua destinate ai luminosi dirigenti dallo stipendio di giada, per le riunioni e cose del genere.
Ogni tanto, quando qualche collega festeggia un compleanno, ospita temporaneamente bottiglie di spumante e cose simili. 
Ovviamente anche noi semplici impiegate ne usufruiamo per riporci, quando serve, il pranzo, frutta, yogurt, insalate ecc.
In un angolo del vano portabottiglie giace, da tempo immemore, una bottiglia con un fondo di limoncello fatto in casa che secondo me ha perso ogni traccia di commestibilità e potrebbe benissimo essere usato come diserbante, o come spermicida. Ma non è questo il punto. 
Siccome nulla dura per sempre (e adesso che anche Andreotti è morto mi sento di affermarlo con maggior convinzione), mentre ero in vacanza anche il frigo se n'è andato. Partito. Morto. Defunto. 
Amen, e così sia.
Prima o poi verrà senz'altro probabilmente sostituito, anche se, diciamocelo, la presenza di un frigorifero in ufficio non è certo obbligatoria, né prevista da alcun CCNL. 
Quotidianamente la BCSdTR, a intervalli più o meno regolari, mi domanda "ma quando arriva il frigorifero?", "ma il tuo capo l'ha comprato il frigorifero?"
Il mio capo ultimamente sta seguendo un progetto a Milano, e viene in ufficio, quando va bene, una volta a settimana. E ha una serie di cazzi un po' più prioritari dell'acquisto di un frigorifero. 
Ieri, di nuovo: "ma quando arriva il frigorifero?"
Le ho risposto "arriverà quando lo compreremo, prima la vedo dura".
E lei, con quell'aria di superiorità da superdonna-in-carriera-meno-male-che-ci-sono-io-altrimenti-voi-chissà-che-fareste, se n'è uscita con un "Ah già, tanto VOI (riferita a me e alla mia collega) NON FATE la spesa!"
Certo che no, BCSdTR, a noi la spesa la fa la colf tutte le mattine, poi, quando arriva a casa, la consegna al maggiordomo, il quale la porta in cucina, dove il cuoco stellato Michelin si mette all'opera, in modo che, al nostro ritorno a casa, noi, a differenza tua, non dobbiamo fare una beata minchia se non sederci a tavola e mangiare quello che troviamo pronto in  tavola. 
Ma vedi di andare a fare in culo, e in fretta, prima che ti ci mandi io. 

12 giugno 2013

Gli equilibristi (all'improvviso l'indigenza)


Quando l'anno scorso questo film arrivò in sala, avrei voluto vederlo. Ma, siccome non sempre le cose che voglio fare si trasformano nelle cose che riesco a fare, il film venne tolto dalla programmazione e io sono rimasta senza. 
Roma. 
Un autunno qualunque. 
Famiglia classica, marito, moglie, due ragazzini. 
Un lavoro statale, uno stipendio fisso, il mutuo, le rate della macchina, come tante famiglie. 
Ma. 
Giulio ed Elena nonostante le apparenze non sono più una coppia felice. Elena, dopo averlo scoperto, non riesce a perdonare un tradimento di Giulio. Tradimento che Giulio descrive con uno sbrigativo "ho fatto una cazzata". E forse è davvero così. Ma quella cazzata Elena non riesce a superarla. 
E decidono di separarsi. 
A dirla tutta decide Elena, e  Giulio si adegua. E se ne va di casa. 
Ma fra mutuo, affitto, mantenimento, bollette e tutto il resto, le spese raddoppiano e ben presto la banca convoca Giulio per fargli notare che c'è uno sconfinamento sul conto. 
E inizierà, più che a mantenersi in equilibrio, a fare dei veri e propri salti mortali per riuscire ad arrivare alla fine del mese, facendo il possibile per non far mancare nulla ai suoi figli, cercando dapprima un secondo lavoro, poi, non riuscendo più a pagare l'affitto della pensione dove vive, iniziando a dormire in auto e frequentando le mense che distribuiscono pasti ai poveri. (Si può dire poveri? O è diventato uno di quei termini che non fa bello usare, come spazzino, bidello, cieco e via dicendo?)
Ma sempre tenendo all'oscuro di tutto la (ex?) moglie e i figli, per un senso di pudore e dignità che praticamente sono le uniche cose ad essergli rimaste, E, almeno quelle, nessuno potrà portargliele via. 
Dramma tristemente attuale che il regista (Di Matteo, già apprezzato qualche anno fa con "la bella gente", film che, nel nostro paese, non riuscì a trovare un distributore) ci mostra senza ricamarci troppo attorno, ma soprattutto - e per fortuna - senza schierarsi né dalla parte della moglie/madre né da quella del marito/padre. 
Grande prova di Mastandrea, bravissimo a trasmettere tutta la disperazione e la crescente sofferenza di Giulio, nel suo percorso in caduta libera, dalla tranquillità economica alla povertà, senza nemmeno passare dal via. 


11 giugno 2013

Searching for Sugar Man

Was it a huntsman or a prayer
that made you pay the cost
that now assumes relaxed positions
and prostitutes you loss? 
were you tortured by your own thirst 
in those pleasures that you seek 
that made you Tom the curious 
that makes you James the weak?


Ogni tanto ricevo delle mail in cui - per qualche inspiegabile motivo - vengo invitata ad assistere alla proiezione di un film. In genere le ignoro, vuoi perché sono pigra, vuoi perché solitamente le proiezioni sono nella multisala dall'altra parte della città e io... sono pigra. Per caso l'ho già detto?
Oltre che pigra sono pure saccente, e l'ultima volta, alla ricezione dell'invito per assistere non ricordo a cosa, dissi "massì, tanto poi il film esce in sala!". Errore. 
Quel film - almeno qua a Torino - in sala non è mai (ancora?) arrivato. 
Quindi, la settimana scorsa, ricevendo l'ennesima mail per la visione di "Searching for Sugar Man", complice la Tiz, mi sono detta "perché no?"
Va detto che io, che ho più o meno la cultura musicale del barbapapà peloso, non ho la benché minima idea di chi sia Sixto Rodriguez, quindi potrei scoprire che:
a) mi piace, 
b) non mi piace, 
c) ti tocchi.
Aggiungi il fatto che la proiezione non è nella solita multisala dall'altro lato della città, ma a due passi dall'ufficio e ad un orario potabile, e il gioco è fatto.
Si va al cinema di lunedì.
Un po' prima dell'orario io e la Tiz ci siamo trovate alla cassa, avvolte da un insopportabile tanfo di pop corn stantio, aspettando di poter entrare in sala. 
Il pienone: eravamo in 6. 
Evidentemente Sixto Rodriguez non è il cantautore più famoso del mondo. 
Infatti questo "docu-biopic" racconta la mancata carriera di questo misterioso cantautore, di Detroit, definito da Clarence Avant, uno dei boss della Motown "meglio di Bob Dylan", ma che al secondo disco (siamo agli inizi degli anni 70) d'insuccesso venne liquidato, senza troppi preamboli, dalla sua casa discografica. 
Per qualche oscuro motivo, il primo LP di Rodriguez, Cold Fact, iniziò a circolare in Sudafrica, in quegli anni ancora segregata in una sorta di oscurantismo e isolamento a causa dell'apartheid, sfidando la censura imposta dal governo (le canzoni "sconvenienti" come ad esempio Sugar Man, con riferimenti espliciti alle droghe, venivano rigate direttamente sul vinile, in modo da risultare inascoltabili) e i suoi testi, poesie cariche di rabbia e speranza, amore, sudore e lacrime, divennero quasi uno stimolo per la lotta all'apartheid. Parallelamente al successo di Rodriguez, il non riuscire a scoprire nulla riguardo a quell'uomo non faceva che alimentarne la leggenda, fino a darlo per morto suicida durante un concerto. 
La curiosità di Stephen "sugar" Segerman, proprietario di un negozio di dischi a Cape Town lo porterà a creare un sito web per scoprire qualcosa in più su quell'uomo misterioso, paradossalmente famoso in un paese in cui non era mai stato e sconosciuto in patria. E l'ostinazione di un altro giornalista, Craig Strydom, che inizierà ad "indagare", li porterà a scoprire che Rodriguez non è morto. 
E grazie a loro, anche il sogno di Rodriguez diventa realtà. 
Premio Oscar per il miglior documentario, vi consiglio di recuperarlo, o, in alternativa, di recuperare almeno la spettacolare colonna sonora.


10 giugno 2013

Il grande Gatsby

"So we beat on, 
boats against the current
borne back ceaseslessy
into the past".

Ogni volta che Tobey Maguire viene inquadrato, a un docente dell'Actor's Studio tolgono un mese di stipendio. 
Baz Lhurman non è il mio regista preferito, non lo è mai stato e - va da sè - non lo é certo diventato con la sua trasposizione del romanzo di Fitzgerald. 
Questione di gusti. 
Va detto che la storia è quella che è, quindi da li non si sfugge.
Va anche detto che partivo con delle aspettative talmente infime riguardo al film che alla fine non l'ho patito nemmeno tantissimo. 
Oddio, l'ho patito parecchio, soprattutto all'inizio. Ma, grazie alle famose aspettative, molto meno del previsto. Che, se ci pensi, è un gran vantaggio. 
A questo punto vi starete chiedendo perché, con queste premesse, io sia andata a vedere il film, che insomma, mica me l'ha ordinato il dottore di andare al cinema regolarmente due volte a settimana. È sempre colpa della curiosità. Volevo capire se i miei sospetti si sarebbero rivelati esatti. E poi, per poterne eventualmente parlare male con cognizione di causa. Che mi piace blaterare a vanvera solo di cose che ho visto, altrimenti preferisco star zitta.
Così esageratamente barocco (e baraccone) da rasentare il mio personale fastidio. Personaggi al limite del caricaturale, al terzo "vecchio mio" pronunciato da J. Gatsby/Di Caprio rivolgendosi all'ingenuo, puritano e perennemente perplesso Nick Carraway/Maguire durante il loro primo incontro mi era già venuta l'allergia.
E mentre Gatsby organizza feste sempre più sfarzose, insegue il suo sogno. O meglio, organizza feste proprio per inseguire il suo sogno e alimentare la speranza. Speranza che sembra tenuta in vita dalla luce verde all'estremità del pontile dall'altra parte della baia, dove vive Daisy.  Daisy, l'amore perduto e mai dimenticato di Gatsby, che, al contrario, sembra esserci riuscita abbastanza bene, avendo sposato il ricchissimo Tom Buchanan, giocatore di polo. 
("Giocatore di polo non mi sta bene!" Tom, frequentatore di bordelli, in alternativa, ti sta meglio?)
Daisy, che ritrova Gatsby (che, prima di rivederla è agitato e impacciato come un quindicenne al primo appuntamento) con il pretesto di un tè a casa di Nick, casa che per l'occasione viene trasformata in una serra che nemmeno Enzo Miccio, Daisy, che al sogno e alla sicurezza degli affetti non trova il coraggio, e resta ancorata alla certezza degli effetti (personali) dello sgradevole Tom, Daisy, che, come cinque anni prima, volta le spalle a Gatsby, lasciandolo al suo destino. Ma Gatsby non avrà nemmeno il tempo per  rendersi conto di essere stato lasciato, troppo impegnato a lasciare il mondo. Sia quello reale, sia quello che aveva costruito con la sua immaginazione. 
Daisy, che con il suo superficiale e forse inconsapevole cinismo, non se ne rende nemmeno conto. 
Che dire? Che, a parte Maguire - ma con quella faccia lì che cosa vuoi fare - e la Mulligan, che io riesco sempre a confondere con la Williams e che mi piace allo stesso modo, ovvero per niente, Di Caprio è bravissimo a rappresentare le mille sfaccettature di un uomo che vorrebbe essere qualcun altro, la colonna sonora è contemporaneamente anacronistica e incisiva e i costumi... i costumi sono semplicemente una favola e io mi sono innamorata in particolar modo delle mise sfoggiate da Jordan, dalla prima all'ultima. 
E quindi, mio malgrado, devo ammettere che il film mi strappa la sufficienza. E, fidatevi, non credevo sarebbe stato possibile..

"Questo ricordo non vi consoli, 
quando si muore, si muore soli..."


9 giugno 2013

Buon Compleanno Mr. Depp

Non sono un'amante fedele.
Nel senso che amo Johnny Depp dai tempi di Platoon, per dire. 
Il fatto che lui, negli anni, mi abbia preferito Winona Ryder, Kate Moss e Vanessa Paradis, mi ha fatto giungere alla conclusione che gli piacciono quelle secche e che quindi io non sono e non sarò mai il suo tipo di donna. Cosa posso farci? Niente. Peggio per lui, naturalmente.
Dopo Platoon l'avevo apprezzato in Cry Baby, poi sono arrivati Edward Mani di Forbice, Arizona Dream, Dead Man, Donnie Brasco, Ed Wood, Il Coraggioso, robe brutte come La nona porta e/o La moglie dell'astronauta,  ecc. Fino a Nemico Pubblico, del grande Mann, dove il mio amore nostro eroe interpreta John Dillinger che, nella realtà, non era bello nemmeno un sedicesimo. Da lì in poi, lo ammetto, ho un po' iniziato a trascurare la carriera di Depp. Era il 2009. Anche perché i titoli successivi, da Alice in wonderland a Dark shadow, passando per The tourist e il 37° capitolo dei Pirati dei Caraibi, mi allettavano ben poco. So per certo che Johnny non è finito sul lastrico a causa mia, e prometto solennemente che, quando uscirà The Lone Ranger, tornerò in sala a vederlo.
Forse. 

Buon Compleanno Mr. Grape è un film del 1993, diretto da Lasse Hallström, regista in odor di insulina per aver diretto alcuni dei titoli a più alto tasso glicemico degli ultimi 30 anni.
Che però qualche cosa carina, a mio personalissimo e discutibilissimo parere, l'ha fatta, tipo "la mia vita a 4 zampe". Che molti di voi non ricorderanno, in quanto probabilmente all'epoca (1985) non erano ancora nati.
Ma. Siccome oggi è il 50° compleanno di Mr.Depp, e come ogni mese noi siam qua a celebrare la ricorrenza, torniamo a Buon Compleanno Mr.Grape.
Che è la storia di Gilbert (Depp), che vive ad Endora (che non è la madre di Samantha la strega), uno sparuto mucchio di case da qualche parte nello Iowa (Endora, al contrario di Eldora, non esiste) dove non succede mai nulla e la cosa più eccitante, a parte la vasca di aragoste da Foodland, è il transito annuale dei caravan, che, giustamente, "fanno l'unica cosa da fare, passano e se ne vanno". 
Andarsene è una cosa che non riesce invece a fare Gilbert, intrappolato nel ruolo che suo malgrado si ritrova ad interpretare quotidianamente, quello del bravo ragazzo che non delude mai le aspettative di nessuno.
Non delude quelle della madre, Bonnie, che dopo il suicidio del padre ha trovato rifugio nel cibo, da sette anni non esce più di casa ed è diventata una presenza "ingombrante", non solo in senso metaforico, nella vita dei figli; non delude il suo datore di lavoro, il titolare del piccolo emporio del paese, non delude la signora Carver, con cui intrattiene una relazione fatta di incontri clandestini che avvengono ogni volta che la donna si fa consegnare la spesa a domicilio, ma soprattutto non delude il fratello minore Arnie (per questo ruolo, il quasi esordiente Leonardo DiCaprio ottenne la nomination - ma non vinse - come migliore attore non protagonista sia agli Oscar sia ai Golden Globe del 1994) che soffre di un ritardo mentale, e, nonostante i medici avessero previsto che non sarebbe arrivato a compiere 10 anni, ritroviamo alla vigilia del suo 18° compleanno, con i preparativi per la grande festa che la famiglia sta organizzando.
Le giornate di Gilbert si susseguono identiche, con il suo carico di responsabilità equamente distribuito fra lavoro, casa ed Arnie, che ha il vizio di sfuggire al suo controllo per arrampicarsi sul serbatoio idrico del paese, fino al giorno in cui il caravan di Becky e di sua nonna ha un guasto, ed è costretto a fermarsi in paese in attesa che arrivi il pezzo per la riparazione.
Gilbert conosce la ragazza consegnandole la spesa, e, in breve tempo, fra i due si instaura un rapporto sempre più profondo. Con inevitabile gelosia da parte della MILF Signora Carver, oltre ad un susseguirsi di problemi legati ad Arnie, che alla vigilia del suo compleanno, si arrampica per l'ennesima volta sulla "torre", ma questa volta la polizia non è più disposta a chiudere un occhio, e lo arresta. Il fatto sconvolge talmente la signora Grape da farla addirittura uscire di casa per andare alla stazione di polizia a recuperare il figlio. E quando esce, sentendo i commenti e vedendo in che modo la guarda la gente, si rende conto che, per la sua mole, è considerata un vero e proprio  fenomeno da baraccone. Tornata a casa decide che non prenderà parte alla festa di Arnie, ma, nonostante sia ancora profondamente umiliata, per amore di Gilbert, visto quanto sembra tenerci, decide di conoscere Becky, dicendole, quasi schermendosi "non sono sempre stata così". E Becky, incurante dell'aspetto fisico della donna le risponderà "nemmeno io".
Il caravan nel frattempo è stato riparato, la festa è finita e Bonnie fa un'altra cosa insolita: abbandona il divano per andare a dormire nel letto, quella sera.
Al mattino sarà proprio Arnie a tentare, inutilmente di svegliare la madre.
E, per evitarle l'ennesima umiliazione, Gilbert e le sorelle decideranno di incendiare la casa.
E l'anno successivo, all'ennesimo passaggio dei caravan, Gilbert ed Arnie aspettano l'arrivo di Becky, per andarsene finalmente da Endora, dove vivere è come ballare senza musica.

Look at the sky turn a hell fire red 
Somebody's house is burnin' down down, down down
Down, down, down.



8 giugno 2013

in mancanza di macchie, usa le nuvole

E' stata una settimana impegnativa. 
E lo so che dopo due settimane di ferie non avrei alcun diritto di lamentarmi perché sono fresca e riposata come un bocciUolo di rosa, sono tornata ed è arrivato il caldo, abbiamo festeggiato il compleanno della Tiz,  ho conosciuto una splendida donna (e ho addirittura preso in braccio un bambino, notizia questa che potrebbe sconvolgere ben più di una persona), sono uscita a cena con l'uomo dei miei incubi, sono andata al cinema con la bionda e abbiamo riso come due cretine, il giardiniere ha ristabilito l'ordine nel mio giardino e posso sedermi in veranda tranquilla prima di andare a dormire - quando mi ricordo di andare a dormire - senza temere che dalla foresta che si era creata in quello che in origine era un prato, escano belve feroci pronte ad assalirmi. 
Ma.
In mia assenza in ufficio si è mesa in moto l'infernale macchina organizzativa per l'ennesima inaugurazione di cui, solitamente, non frega una beata minchia a nessuno. 
E a cui si deve invitare l'universo mondo di politici, assessori, faccendieri, portaborse, impresari, nani e ballerine. Ieri quando ho sentito nominare Capezzone mi si sono rizzati i peli che non ho. Due coglioni che levati. Alla fine (nel senso che generalmente siamo pronti una settimana prima dell'evento, mai prima) partono millemila inviti. Risposte, quando va di lusso, nel 50% dei casi. Adesioni, la metà. Il giorno dell'evento, per improrogabili impegni, i partecipanti effettivi si sono ridotti ad un quarto del numero iniziale. Più della metà sono addetti ai lavori, nani e ballerine e amici degli amici degli amici. 
La cosa positiva è che, non essendo presente, a questo giro non sono stata coinvolta nell'operazione.
La cosa tragica è che, invece, essendo presente (per modo di dire) è stata coinvolta lei.
La leggendaria BCSdTR.
Signori miei.
Un'insulto alla gente che lavora, ma soprattutto a coloro i quali un lavoro non riescono a trovarlo manco pagando.
Il problema, con certe persone, è che l'unica cosa che sanno fare bene è CREDERE di saper lavorare. Ovviamente benissimo, anzi, pure meglio. Le poche volte che si trovano con un compito da eseguire, lo fanno, generalmente male, ma pensano che meglio di così nemmeno Dio, Allah, Einstein  e il Grande Cocomero in un brain trust di cervelli che nemmeno al CERN di Ginevra. Essendo inoltre totalmente avulsi all'umiltà, pretendono anche di spiegarti come si lavora secondo loro. Roba che la teoria del caos sembra nulla, al confronto.
Vederla lavorare è peggio che sentirla ridere mentre legge i commenti su feisbuc, tuitter o instaminchia, o attraversa i corridoi dell'ufficio, telefono in mano e auricolare attivato, sbraitando in modo che tutti possano sapere - volenti o nolenti - i cazzi suoi. La regina incontrastata della pablicrelescion. Non ci eravamo ancora riprese dal dramma personale "sequestro del mezzo" e siamo piombate nel bel mezzo della catastrofica vicenda professionale della perdita dei dati.
Da più di una settimana sta lavorando ad un database di indirizzi che viene condiviso con collega G e Ingegnere Responsabile del Servizio.
Collega G si è permessa di correggere delle minchiate apportare delle modifiche al lavoro di BCSdTR. Non l'avesse mai fatto. E' partito un pippone sul fatto che lei sa come si gestisce una tabella e che adesso aveva perso una giornata di lavoro. Così ha chiamato il CED per farsi rimandare il file precedente, recuperando i dati di backup. Ed è andata avanti per almeno un'ora dicendo che l'utilità di lavorare in rete era quella, altrimenti tanto valeva lavorare in C se poi non era possibile recuperare i dati e bla bla bla e bla bla bla. Concludendo con un "del resto se si chiama SERVER un motivo ci sarà".
Io ringrazio solo di essere estranea all'operazione, perchè dubito che potrei uscirne viva.
Già così faccio tanta fatica.
E all'inaugurazione manca ancora un mese. 

7 giugno 2013

Ma cosa starà mai guardando la Poison

mentre tenta inutilmente di confondersi con un gruppo di turisti giapponesi???


facile: un buco con il cielo dentro. 


Fast & Furious 6

Lo so, mi mancano le basi. Che andare a vedere il sesto capitolo di una saga di cui hai visto solo il primo episodio è probabilmente un po' riduttivo, perché ti manca qualche riferimento. Sai che c'è? Chissenefrega. Che io con questi film mi diverto un sacco, perché sono esattamente quello che promettono, senza tante pippe, né pretese autoriali di sto cazzo. Che già in aereo sono riuscita finalmente a recuperare "The last stand" e ho goduto come un riccio. E ogni tanto è davvero quello che ci vuole. Relax mentale assicurato, nemmeno una volta puoi venire sfiorata dal dubbio del "oddio, cosa avrà voluto dire il regista mentre girava quella scena in cui, durante il funerale di povero nonno si vedono i cerbiatti che volano felici incontro all'arcobaleno mentre la vedova intona un'antica canzone popolare Lituana?"
Ecco, no. Qua no. Sai chi sono i buoni sai chi sono i cattivi. Più o meno. Ridi, e di gusto, per l'esagerata assurdità di alcune scene, mentre la Carano e la Rodriguez (mito totale. Per caso l'ho già detto che quando rinasco voglio avere il suo fisico? Sì? Ok, lo ribadisco) si corcano di mazzate nella metropolitana di Londra, tu pensi che - al posto loro - al primo cartone in faccia ti avrebbero traslato al traumatologico della tua città in prognosi riservata fino al giorno della pensione mentre a loro due quasi non si sbava nemmeno il mascara.
La trama? No, ma davvero? Vorreste farmi credere che voi andate a vedere Fast & Furious per la trama? Ma fatemi il piacere, dai. Io vi posso solo dire che Brian e Mia si sono riprodotti, che "la famiglia" non si abbandona, nè ti abbandona, che al confronto di the rock (che non indossa una maglietta, ce l'ha tatuata addosso) Vin Diesel sembra sottopeso, e che verso la fine, dopo il disclaimer "don't try this at home", quando il povero Han, a Tokyo, attraversa a tutta velocità l'incrocio di Shibuya, in quel momento ho capito che voglio assolutamente vedere il prossimo F&F.
Ora.
Subito.
Adesso.
E se anche durasse un po' meno di due ore andrebbe bene lo stesso. Che alla fine io e la bionda ci si chiedeva quanto fosse lunga quella pista dell'aeroporto...

5 giugno 2013

Tropa de Elite

Ammetto che la mia conoscenza di film brasiliani è abbastanza scarsa.
Non so se perché qua da noi ne arrivano pochi o se proprio il paese non vanta una collezione di titoli sufficientemente rappresentativa. Ricordo pochi titoli provenire da lì, alcuni mi sono piaciuti, come L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza, Central do Brasil, Pixote - La legge del più debole, altri, pur non entusiasmandomi come Lower City, o La terra degli uomini rossi - Birdwatchers, avevano comunque il loro perchè.
Poi è arrivato Tropa de Elite, all'epoca della sua uscita il film più costoso della storia brasiliana, che si portò a casa anche l'Orso d'Oro di quell'anno (2008) al Festival di Berlino, che praticamente videro tutti illegalmente prima dell'uscita ufficiale. Accompagnato dal solito mare di polemiche per la durezza di certe scene, racconta, attraverso la voce narrante del Capitano Nascimiento, le operazioni del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais, ovvero battaglione per le operazioni speciali di polizia) nel 1997, alcuni mesi prima di una visita papale, compreso il duro addestramento a cui vengono sottoposti le aspiranti reclute.
Ho rivisto il film l'altra sera notte in tv, complice qualche residuo del jet lag (ieri notte - dopo una piacevole serata in compagnia, giusto seguito di una ancora più piacevole domenica al parco -  ho rivisto Dal tramonto all'alba, ad esempio).
Nascimiento vorrebbe lasciare il BOPE, vuoi perchè ha iniziato a soffrire di attacchi di panico, vuoi perchè sua moglie aspetta un figlio, e quindi prima di andarsene vuole trovare un degno sostituto. 
La scelta cade sui giovani Neto e Matias, amici di infanzia, ottimi elementi che, nonostante due caratteri diversissimi, non sopportano la corruzione che dilaga fra la polizia brasiliana. 
E, nella quotidiana lotta contro il narcotraffico, il confine fra il bene e il male si fa sempre più labile. 
Un film che disturba. Perché ha davvero poco a che fare con la fantasia. 


4 giugno 2013

La grande bellezza

Quando mi trovo di fronte a film del genere mi sento sempre inadeguata. 
Perché credo mi manchino le basi per coglierne tutti i significati, più o meno reconditi. 
Anche se credo di averlo capito più io delle due cretine che purtroppo erano sedute di fianco a me. Che quando è apparso Servillo hanno gridato "eccolo!" e si sono messe ad applaudire. Qualcuno dovrebbe spiegare alle due mentecatte la differenza tra cinema e concerto degli One Direction. Che scomodare il teatro mi sembra davvero eccessivo. 
Non contente, hanno riso (ma tanto, eh?) sguaiatamente ogni due minuti. E il film dura due ore e venti. Fatevi due conti. E va bene che ognuno ha il senso dell'umorismo che si merita. Ma io più che a ridere mi sarei messa a piangere per la decadenza opulenta e disperata che trasuda quasi da ogni scena. La grande tristezza, celata dietro la fiera dell'effimero e dell'apparenza, magistralmente raccontata da Jep Gambardella, a partire dalla festa del suo 65° compleanno. Che se la scena iniziale in discoteca fosse durata un minuto in più mi sarei messa ad urlare dal dolore. Che io le pativo anche quando le frequentavo, le discoteche.
E comunque per la collezione P/E 2013 torna di moda lo spezzato. Come Refn anche Sorrentino frammenta, con la differenza che ne la grande bellezza anche se inverti l'ordine delle scene, il risultato non cambia. Un catalogo di personaggi grotteschi, dalla madre con figlio psicologicamente instabile ai nobili "a noleggio", dalla milanese annoiata (e mortalmente noiosa) alla piccola Carmelina, dolente artista in erba schiavizzata dai cinici genitori, al guru del botox-party, fino a Ramona, "vecchia" spogliarellista 42enne, forse l'unica, nel suo ruspante disincanto, a non essersi fatta abbagliare da tutta quella bellezza costruita sul nulla. E, a fare da palcoscenico a questa varia umanità a cui molto spesso di umano è rimasto davvero poco - su tutti il cardinale versione masterchef - una Roma bella come non mai. Fenicotteri compresi.


3 giugno 2013

Only God forgives - Solo Dio perdona (forse)

O forse no.
Se esiste un Dio, un Dio qualunque, probabile che - dopo aver visto questo film - lo faccia solo perché, ci hanno abituato a credere, è infinitamente buono e misericordioso.
Detto questo, la sala era semideserta e io, che attendevo questo film dai tempi in cui ne ho scoperto l'esistenza, giovedì sera ho sfidato il freddo, il gelo, le intemperie, il sonno da jet lag e ho scelto Refn per il mio ritorno al cinema dopo 20 giorni lontana dalle sale.
La bionda l'ha trovato, nell'ordine, lammerda, ore rubate al sonno (suo), una presa per il culo e un gran brutto film.
La Tiz, nel giorno del suo compleanno, l'ha patito parecchio, forse appena un po' meno della bionda, ma non ci giurerei.
Io... io non so.
Solo Dio perdona (forse) è un film lento. Di una lentezza estenuante e estrema. Esasperata. Ai limiti dell'imbarazzante.
Ma.
Essendo tornata da poco mi sono persa ogni reazione dopo il suo passaggio a Cannes, ho solo fatto in tempo a leggere che qualcuno l'ha definito un film  tronfio.
Di sicuro Refn se ne fotte di compiacere il pubblico, e si vede. E, quando nei titoli di coda scopri che il film è dedicato a Jodorowsky ti viene da dire "ah, ecco".
È un film scuro e oscuro, sporco e cattivo, freddo nonostante tutto quel rosso che domina e predomina per tutta la durata del film. Che vanta una fotografia elegante e una colonna sonora coinvolgente e affascinante. Frammentario e delirante. Che strizza l'occhio a Edipo ma non solo.
E che inizia con Julian (e smettetela di fare paragoni con Drive, che qua siamo da tutt'altra parte) che si guarda le mani. E stringe i pugni. Ma, stringi stringi, Julian è impotente. Di un impotenza a tutto tondo. Incapace di reagire, annientato dal confronto con il fratello Billy, devastato da un rapporto morboso con la madre, una Kristin Scott Thomas a metà strada fra la Barbie Menopausa e Donatella Versace, personaggio volutamente sgradevole e spregevole, a cui si devono un paio di battute malate e in qualche modo divertenti. Perché nel film c'è anche dell'ironia, se ci badi bene.
E quando Billy muore, la madre arriva in Thailandia, per ottenere giustizia. O vendetta. Che, in alcune parti del mondo sono sinonimi. Innescando una reazione a catena e/o una spirale di violenza e/o un viaggio all'inferno solo andata.
E Julian si guarda le mani.
E finalmente capisce. 
Un film che senz'altro dividerà il pubblico. 
Io,  nonostante tutto, mi siedo dalla parte di quelli a cui è piaciuto. Anche perché sicuramente sarà più facile trovare posto. 


2 giugno 2013

Crank High Voltage

Mentre aspettavo di andare al cinema a vedere "La grande Bellezza", di cui parlerò nei prossimi giorni, per ingannare il tempo mi sono detta: "liberiamo la mente".
E un film con il mio quarto di bue preferito mi sembrava perfetto. 
Il film inizia dove il precedente capolavoro si interrompeva, ovvero con Statham che - in caduta libera da un elicottero - precipita sul tetto di una vettura nel bel mezzo di un incrocio di L.A. 
Chiaramente non muore. Altrimenti il film avrebbe dovuto svolgersi interamente nel salottino di una medium durante una seduta spiritica. 
Mentre è spalmato a terra il nostro eroe viene ramazzato dall'asfalto dalla solita triade cinese e portato in una clinica clandestina, dove un équipe medica gli espianta il cuore e lo sostituisce con un organo provvisorio. Lui è - ovvio - semicosciente, e quando si rende conto che stanno osservando con cupidigia il suo enorme schwanzstuck elimina i due medici e fugge, ovviamente seccando tutti quelli che incontra sul suo cammino. 
Ma il cuore provvisorio ha il difetto di scaricarsi rapidamente e Chev deve ricaricarlo in qualunque modo gli sia possibile, dai cavi della batteria come fosse un'automobile al taser sottratto alla polizia. 
Anche qua c'è la solita corsa contro il tempo per tornare in possesso del suo cuore vero, visto che quello provvisorio può mantenerlo in vita - fra una ricarica e l'altra - al massimo un paio di giorni. 
Peccato che nel frattempo sia stato trapiantato al boss della triade.
Corcando di mazzate tutti quelli che capitano nel suo raggio d'azione, riuscirà anche a recuperare la fidanzata, che, credendolo morto, ha intrapreso la brillante carriera di ballerina di lap dance.
Se possibile ancora più inverosimile del primo. Ma ho tanto riso. Che è sempre cosa buona e giusta.
Non so se sono pronta per Sorrentino. Ma per Crank 3 senz'altro.