5 aprile 2011

Potrei averlo scritto io (se fossi una scrittrice)

Ma, siccome non lo sono, mi limito a fare la scrivana. Che se fossi nata in un’altra epoca avrei fatto l’amanuense. Possibilmente saltando il passaggio di farmi frate, ecco.
 
Viaggiare in due presuppone la scelta.
Niente di peggio della comparsa obbligata, il vicino invadente che si sente autorizzato ad imporsi per via della destinazione comune. Poveri noi quando il parassita venuto dal nulla approfitta della nostra solitudine, e soprattutto della sua, per infliggerci la sua conversazione, la sua presenza, la sua chiacchiera. Siano maledetti i gruppi desiderosi di aggregarci alla loro indesiderabile comunità, indesiderabile perchè non sopportano un individuo isolato, senza legami evidenti e visibili. Viaggiare in due permette sia di mantenere a distanza gli indesiderabili solitari che di accostare idividui realmente scelti. In due si eludono le incognite dell’uno e gli inconvenienti dei molti.
Nell’esercizio dell’amicizia, disponiamo insieme all’altro del terzo meno terzo che si possa immaginare.
Con lui si sperimenta la condivisione, lo scambio, il silenzio, la fatica, il progetto, la realizzazione, il riso, la tensione, lo svago, l’emozione, la complicità. La sua presenza si palesa prima, dopo e durante il viaggio.
Nella fase ascendente, nel movimento discendente, nel tempo del desiderio, quello dell’evento, quello del ricordo, poi quello poi quello della reiterazione, lui è lì, indefettibile e necessario.
Nell’istante, nel momento, l’amico rende possibile la sola autentica comunità concepibile, quella delle complicità senza corpo che il tempo risana e migliora.
Nel dettaglio del viaggio l’amicizia permette la scoperta di sé e dell’altro. Viviamo sotto i suoi occhi, nel quotidiano, in stati d’animo differenti, molteplici e contraddittori. La fatica contribuisce all’esacerbazione delle vere nature. Camminare, girare, andare e venire, mangiare poco e male, bere troppo o non abbastanza, svegliarsi presto, addormentarsi tardi per approfittare a pieno del luogo e delle circostanze, tutte queste occasioni mettono il corpo in uno stato altro. Più fragile, ma anche più sensibile, scorticato, con l’emozione a fior di pelle, rifinito come uno strumento di estrema efficacia, il corpo diventa quindi il sismografo ipersensibile incline all’eccesso.
In questa logica in cui l’infinitesimale conta molto, l’amicizia si manifesta in tutto il suo splendore.
Questa virtù sublime si vive, non si sogna.
La realizzazione di un viaggio formula una comunità singolare: lì dove l’amore appare fragile, dipendente dall’uso dei corpi carnali, l’amicizia conosce una forza autentica, indifferente e indipendente dai tormenti amorosi.
L’amicizia, questo amore senza il corpo, genera un uso comune del tempo, dello spazio e dell’energia.

(Michel Onfray - Filosofia del viaggio)

4 commenti:

  1. posso scriverti che lo trovo di una tristezza infinita? Madame

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  2. Ma cos'è che esattamente trovi triste? per mè è semplicemente perfetto ;)

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  3. Molto ben scritto, anche se non condivisibile al 1000%

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