19 ottobre 2010

incastrando pezzettini

come tessere di un mosaico che faccio fatica a ricomporre.
I ricordi sono lì, indelebili. E lì resteranno, a lungo.
Ma quando provo ad estrarne uno dal mucchio questo si sposta, come se non volesse farsi afferrare.
Perchè ci sono emozioni che non si possono spiegare, a parole.
Il sorriso che spunta fra le lacrime di un bambino himba, lo sguardo fiero di sua madre, “scalare” la duna 45, ma soprattutto, una volta arrivati in cima, lasciarsi scivolare in basso, con la sabbia che ti entra dappertutto e tu che saltelli leggera sulla sabbia soffice, e ridi, e ti sembra quasi di essere felice.
E fermarsi all’ombra di un albero a bere caffè, intrecciare un lungo gioco di sguardi, e ripartire.
E scoprire che una curva è sufficiente per cambiare scenario, e passare dal caldo secco dell’interno al freddo umido della costa, che nemmeno l’Amarula riesce a scaldarti. Ma basta un’otaria che sale sul catamarano e si lascia accarezzare per farti dimenticare il freddo.
E un vestito africano indossato per caso, e ancora sguardi che si intrecciano, e che diventano abbracci nell’oscurità di un gazebo, mentre cerchi di contare le stelle, che sono troppe.
E camminare nel buio con il cuore che sembra fermarsi quando senti un rumore nell’erba, e non sapere se correre, fermarti, urlare o morire.
Aspettare un istante che sembra durare per sempre.
E ricominciare a camminare, ostentando una sicurezza che non hai.
E sorridere, nel buio, che tanto nessuno ti vede.

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